Il segreto della natura

Tutto può essere imparato dall’universo: in esso si scoprono i segreti più reconditi. Quando i monaci cistercensi e cartusiani costruiscono i loro monasteri in luoghi deserti, lo fanno non tanto per sfuggire i luoghi abitati quanto per essere immersi in una natura che serva da supporto al loro pensiero contemplativo. Gli elementi, il vento, gli insetti, gli alberi, i fiori, tutto diventa materia d’insegnamento.

La farfalla è spesso assimilata ad un angelo: come lui si nutre di luce. Le sue ali le permettono di captare le energie cosmiche e di attraversare gli oceani nutrendosi della luce del sole. Anche l’uccello è paragonato all’angelo: grazie a lui il cielo si abbassa, mentre la terra si solleva con il serpente. I fiori sembrano muti, eppure la loro bellezza, i loro colori, il loro profumo, ne traducono il linguaggio. I mistici chiederanno ai fiori dei prati come meglio si debba glorificare il Signore.

Quando l’uomo meditativo contempla la terra, capisce perché essa sia sempre vergine e sempre madre: vergine, perché attende la semenza divina; madre, perché partorisce uno dopo l’altro numerosi raccolti. La terra è adagiata al cospetto del cielo da cui riceve la rugiada, la pioggia e il sole, i quali faranno schiudere il germe e lo faranno crescere. L’uomo romanico sa che ci sono dei misteri che potrà percepire soltanto nella misura in cui sarà visitato dall’ispirazione e che, ad ogni modo, non potrebbe comunicare. Certi segreti devono rimanere segreti o, quanto meno, sarebbe pregiudizievole svelarli. Il testo del Vangelo (Matteo, VII, 6), nel quale è detto che non conviene gettare perle ai porci, ha una grande risonanza. Esso giustifica la riserva da osservare, poiché ciò che è una verità in sé non deve essere svelata a coloro che non sono degni o preparati a riceverla. Questa verità, buona per gli uni, potrebbe cosi essere pregiudizievole per gli altri.

La leggenda di Alessandro aleggiava nella memoria di tutti: essa dava la misura dell’importanza delle leggi della conoscenza, che è un dono divino e non potrebbe essere il frutto della sola volontà dell’uomo. Questo Alessandro, che popolava i sogni, non era quello di Plutarco ma l’eroe di un racconto orientale importato da un greco dall’Egitto. Le traduzioni di Giulio Valerio diffondevano la storia dell’eroe. Nella cattedrale di Otranto era rappresentato il mito famoso. Alessandro aveva fatto digiunare per tre giorni degli enormi grifoni; li aveva poi legati ad un giogo ai cui finimenti aveva sospeso un sedile. Munito di una lunga asta all’estremità della quale era conficcato il fegato di un animale, attende, seduto, il re. I grifoni affamati, desiderosi di divorare l’esca che Alessandro teneva sospesa sulla loro testa, presero il volo. Per sette giorni salirono sempre più in alto, mentre Alessandro seguitava a tenere l’asta sollevata. Allora incontrò un genio che gli disse: « Perché vuoi conoscere le cose del cielo, quando ignori quelle della terra? ».

A Otranto, vicino alla figura di Alessandro, stava re Artù, l’eroe della Tavola Rotonda. Giullari, trovatori ed illustratori celebravano i due miti regali. Alessandro, come Pitagora, era ritenuto capace di comprendere la voce degli animali e di parlare agli alberi che gli annunciavano la sua prossima morte. Si tratta sempre dello stesso simbolo. Colui che penetra nella conoscenza, vede ben presto sparire le barriere che separano i diversi regni: egli percepisce il linguaggio degli animali come quello dei fiori e degli alberi.

Autore: Marie Madeleine Davy
Pubblicazione:
Il simbolismo medievale
Editore
: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 48)
Luogo: Roma
Anno: 1988
Pagine: 162-163

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