Tappe della vita mistica

Le tappe di cui si parla sono quelle della vita mistica propriamente detta, così come sono state definite da Origene e Gregorio di Nissa e, sulle loro tracce, da Eucherio, san Bernardo, ecc. Con altrettanta proprietà potremmo parlare delle tre Virtù teologali, a tal punto i due concetti s’interpenetrano, in armonia col famoso passo di san Paolo, da cui risulta che la più elevata virtù è la carità contemplativa (1Cor., XIII, 1 sgg.). Sant’Agostino nel suo trattato sulle tre virtù combatté l’eresia pelagiana che confondeva all’eccesso i due concetti. La Chiesa ha dovuto levarsi con energia contro una tendenza, d’ispirazione monastica, a insistere troppo su questa virtù, concepita a immagine dell’estasi platonica. La produzione artistica, tuttavia, rivela con assoluta certezza la rinascita di tale tendenza in epoca romanica concretizzata nella religione catara dalla proibizione, per i migliori, i perfetti, dell’opera carnale e dalla proliferazione degli ordini contemplativi, come i certosini – tutto ciò, fra l’altro, in seno agli strati più popolari.

Di fatto, se preferiamo al termine più preciso di «virtù» quello di «tappe» è perché l’interpretazione dei due concetti non è che una manifestazione fra tante altre di un pensiero simbolico per essenza, perché polivalente e manifestantesi nei campi più diversi. Le immagini e i testi scritti attestano in modo inequivocabile una siffatta polivalenza: le virtù, col sistema del «gruppo cattedrale», che si perpetuerà fino all’epoca romanica, fino a quando cioè la trasformazione del rito battesimale non avrà reso inutile l’esistenza di un battistero separato, sono state inserite perfino nelle strutture architettoniche. Tre tappe, le tre virtù maggiori, sono infatti in stretta connessione con le tre persone della SS. Trinità, e coi tre giorni trascorsi dal Cristo nel sepolcro, donde la triplice immersione nell’acqua santa, preceduta dalla triplice exsufflatio contro i demoni; in più, per gusto di simmetria, si concepiva addirittura l’esistenza di tre demoni maggiori, e Origene attribuiva tre teste alla persona di Satana – rappresentazione, questa, che si ritrova a Brioude e più tardi nel Botticelli. E difficile perciò separare virtù, tappe e numero tre, la cifra capitale della simbologia cristiana. La plasticità delle figurazioni romaniche si rivelerà nelle molteplici espressioni di questo pensiero, che non si presenta mai uguale nei diversi monumenti: cappelle reali, facciata della porta degli Orafi a Compostella, portale dell’Agnello a León, capitelli di Elne (zona mesopotamica), e abside di Ainay a Lione, Saint-André-le-Bas e Saint-Maurice a Vienne, Rozier-Côtes-d’Aurec, Saint-Gilles du Gard (zona egiziana); essa varia da una chiesa all’altra, esprimendosi da un lato attraverso le allegorie col leone, dall’altra con allegorie di natura vegetale.

TESTI

L’idea delle tappe della vita mistica si presenta, come vedremo in dettaglio fra poco, nell’opera di Origene, il quale distingue i principianti, i progredienti e i perfetti (termine che lascia prevedere i futuri catari, i puri), in quella ch’egli chiama la via purgativa. La meditazione sui libri sacri consente già da sola di progredire su questa via. Bisogna in particolare permearsi del significato profondo dei tre libri di Salomone: i Proverbi, che rende possibile la lotta contro le passioni; l’Ecclesiaste, che insegna l’apatheia, l’assenza di passioni; il Cantico dei Cantici, che determina l’unione perpetua con Dio. Le tre tappe si collegano alla tipologia biblica, della quale egli ha mostrato anche l’uso, puntualizzando i tre significati della Scrittura: letterale, tipologico e morale. La mistica di Origene è una mistica solare, in stretto rapporto con la sua tradizione di Egiziano: essa mira alla contemplazione diretta, contrapponendosi alla mistica di san Gregorio di Nissa, che muove pur essa dalle virtù teologali, ma ammette una zona d’ombra e insiste sul progresso che scaturisce non dall’opera dell’uomo, ma dalla grazia zampillante di Dio, l’epectasi (Daniélou).

Con una impostazione diversa, Eucherio e Cassiano distinguono tre parti nella filosofia: la fisica, che si occupa del corpo; l’etica, che si occupa dello spirito; la teoretica, che si occupa dell’anima. I cenobiti di Lérins, sciamati dall’isoletta di Saint-Honorat per tutta la valle del Rodano, furono confermati nel loro ascetismo da Evagrio Pontico, che trasmise loro il pensiero di Origene e l’interpretazione dell’insegnamento di san Paolo in senso contemplativo. In epoca romanica, Guglielmo di Saint-Thieny esalterà il fervore degli eremiti egiziani, e Pietro il Venerabile nutrirà un’infinita ammirazione per i certosini, anche se in realtà il suo atteggiamento di fronte alle continue creazioni di nuovi ordini monastici e alle correnti di pensiero che agitano la sua epoca, mostra come e quanto uno spirito equilibrato possa diffidare degli eccessi della mistica, senza con ciò negare il valore dei suoi slanci e delle sue aspirazioni, legate direttamente al monachesimo. Distinguerà nettamente perciò i cluniacensi dai cistercensi e da san Bernardo, e si manterrà come tale più vicino all’autentico pensiero di san Benedetto, sostenitore dell’equilibrio e della misura e sospettoso di ogni eccesso contemplativo. E sarà lui a sottolineare l’importanza di Gregorio Magno, autore dei Moralia in Job, additando nel santo pontefice l’antenato degli asceti e degli eremiti.

OPERE D’ARTE

Nella basilica pitagorica di Roma, troviamo sarcofagi pagani che sono stati adottati dai cristiani (IV e V secolo) e che provano il parallelismo fra paganesimo e cristianesimo in fatto di tappe. Vediamo infatti Eracle e il leone, Hermes col caduceo, Ulisse legato all’albero della nave, come il Cristo sulla croce, per potere resistere alle sirene. Tutti questi eroi non sono altro che prefigurazioni pagane. Numenio di Apamea, il grande neopitagorico, ci presenta in Ulisse colui che, come l’asceta – c’erano dei collegi di asceti fra le file dei pitagorici –, «arremba al riparo dal mare e dalle tempeste, lungi dalle passioni e dalla materia corruttibile, colui cioè che riesce a rompere il cerchio della necessità, a spezzare la catena delle metempsicosi e a pervenire, fra gli altri immortali, alla beatitudine delle isole fortunate». Eracle ed Hermes corrispondono alle prime due tappe, Ulisse alla terza. Nel 403 san Paolino da Noia inviò due poemi a Sulpicio Severo, allo scopo di decorare, incidendoli sulla pietra, i portici che univano il battistero alle due chiese ch’egli aveva fatto costruire in Aquitania (?): «Queste due chiese rappresentano l’antica e la nuova Legge; l’antica è la Speranza, la nuova è la Fede. Le due leggi conducono al Cristo; ed è per questo che il battistero è stato collocato a eguale distanza dalle due basiliche, perché è da li che si irradia la gloria del Cristo». Estremamente importante è notare che nelle absidi copte di Baouit, imitate ad Ainay, le tre virtù, data la rilevanza del pensiero delle tappe presso gli eremiti egiziani, si trovano in posizione di spicco fra le figure iscritte nei medaglioni dell’arco trionfale.

Zona egiziana

Il pensiero delle tappe si rivela ad Ainay nelle tre file di animali incorniciati da cerchi formati con nastri intrecciati, e nelle figurazioni poste alla base dei pilastri: pesce, battesimo, allegorie aventi per simbolo la corona, il pesce e l’ancora, figura di Davide, ecc. A Saint-André-le-Bas, chiesa ripetutamente imitata (Notre-Dame di Andance, Notre-Dame di Die, Saint-Paul di Lione), Sansone prende il posto di Eracle come vincitore del leone della carne; Giobbe, a sua volta, su ispirazione di Origene, di Eucherio, di Pietro il Cantore e di Pietro il Venerabile, è l’immagine dell’asceta che si spoglia di tutto e quindi della Speranza. Proprio Pietro il Cantore, infatti, quando parla della speranza, invoca questo passo di Giobbe: «Io so che il mio redentore vive e che all’ultimo giorno resusciterò dal seno della terra e che sarò di nuovo rivestito della mia carne e che vedrò coi miei occhi Dio mio Salvatore». La terza allegoria regge la Città con le sue braccia aperte: si tratta senza dubbio di Salomone o di Davide. Ma anche un altro brano di Pietro il Cantore è ricordato da questa figurazione: quello che mostra la relazione fra due edifici, rispettivamente della Chiesa e delle Virtù: «La fede pone le fondamenta dell’edificio spirituale, la speranza lo innalza e la carità lo corona». I tre capitelli di Rozier-Côtes d’Auree traspongono le tre tappe di Saint-André-le-Bas in una versione d’ispirazione celtica, con la bestia androfaga e l’orante. Ma tutte le chiese di questa regione insisteranno sui motivi della testa fra le spirali e dell’orante per esprimere la medesima idea. A Saint-Maurice di Vienne, compaiono sui capitelli dell’entrata principale (la più antica) tre Apostoli e due Virtù, ma di particolare rilevanza sono tre allegorie imperniate su dei motivi vegetali, che intendono presentare l’accesso al Cielo attraverso la pratica delle virtù, tema che l’intero programma della chiesa espone sui capitelli, di fronte alle tentazioni della lussuria e ai falsi profeti.

Zona mesopotamica

Se l’idea delle Tappe-Virtù è appena soggiacente sul ciborio di Cuxa, essa è invece ben visibile alla fine del programma iconografico di Elne, fra il ciclo di san Pietro (la Fede), del leone-drago (la Speranza) e del pavone (la Carità), ciclo completato fra l’altro da un testo esplicativo. Appare inoltre in piena luce nelle tre allegorie del portale dell’Agnello a Leòn, nel capitello dei tre Sansoni, sempre a Leòn, negli Uomini col leone che proteggono l’ingresso a Compostella, nelle varie allegorie, infine, imperniate sulla figura del leone, e nel raggruppamento trinitario dei soggetti, che costituiscono gli esempi più tipici di un’idea presente dappertutto nell’arte romanica.

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989, pp. 269-271

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