Serpente: Uroboros e Anfisbena

Allo stesso modo dell’albero a Y, del leone e del cerchio solare, il serpente è la prova della forza occulta dei misteri e delle gnosi, di tutti quei sincretismi, cioè di stampo per lo più filosofico, che tentano di trovare un accordo fra le religioni sensuali e il razionalismo dell’Antichità.

Da queste contaminazioni derivano due formule che permangono nell’arte romanica e che distinguono le due zone. Le vediamo comparire, rispettivamente, come anfisbena nella zona mesopotamica, come uroboros nella zona egiziana, in alcuni esempi rari ma con tratti decisamente curiosi. È importante insistere su questi due segni, giacché la loro relativa preponderanza nelle due zone deve essere rapportata a tutta un serie di manifestazioni: il doppio uroboros di Saint-Paulien, di Brioude e di Lavaudieu, con i doppi intrecci, le doppie linee intersecantisi che allacciano doppioni di uomini o di animali sul piedritto di Saint-Gilles, i due cerchi di nastri che avvolgono scene di caccia, come quelli della balaustra di Pommiers…; in altre parole, quale simbolo egiziano per eccellenza, bisogna metterlo in rapporto con un vasto complesso di opere che sono proprie della zona egiziana.

Analogamente, come equivalente del segno S conosciuto già dai Galli e adottato soprattutto dai barbari germanici con i tratti del serpente a due teste, il tema dell’anfisbena va messo in relazione con un altrettanto vasto complesso di rappresentazioni formate da racemi, da nastri, ecc., non meno significative di questa stessa zona, come la caccia all’orso della Daurade e gli uomini a X di Aulnay. Ecco perché è indispensabile dedicare un apposito paragrafo a queste due varianti del serpente.

L’anfisbena è un rettile a due teste che era stato preso sul serio già dai naturalisti antichi, Plinio compreso. Nel secolo XIII Brunetto Latini riprende la medesima descrizione: «Anfismenia è una sorta di serpente che ha due teste: l’una al suo posto e l’altra nella coda, e da ciascuna parte può mordere, e corre agilmente, e i suoi occhi sono rilucenti come candele.» Giovanni di Cuba esprime però un certo scetticismo nei confronti di siffatto mostro, «come se fosse troppo poco stare in agguato e iniettare veleno con una bocca sola…». Presso i neoplatonici di Alessandria i due principi, buono e malvagio, che si disputano l’impero del mondo, quello delle anime, si riflettono nell’uroboros che si avvolge su se stesso –letteralmente: «che si divora la coda» –, del quale abbiamo già detto che poteva avere due sensi e due colori.

Fra gli altri significati che esprime, l’uroboros è il simbolo anche del tempo che si riproduce perpetuamente. Il serpente, animale eterno a causa della sua facoltà di mutare la propria pelle in primavera, veniva accostato alla vegetazione che muore e che rinasce, tanto più che era convinzione diffusa che esso si nutrisse di terra. Esso, d’altra parte, soprattutto sotto forma di lucertola, ha anche la possibilità di ritrovare la coda perduta. Si credeva perciò che, ripiegandosi su se stesso e risucchiando la propria coda, l’uroboros ritrovasse le forze che gli garantivano la vita: proprio nella coda si sarebbe trovato un principio vitale che, assorbito con tale sistema, gli avrebbe permesso di rifare se stesso ex novo. E questo il senso degli uroboros che si vedono su certi manoscritti di alchimia conservati nel tesoro di San Marco a Venezia: non per niente la città lagunare era in costanti contatti commerciali con l’Egitto.

Il drago è una costellazione centrale nell’emisfero australe. Il serpente che si avvolge in se stesso evoca la curva del cielo, una immagine esoterica dell’universo ch’esso ha pensato di abbracciare, il principio iniziale che è la chiave di tutte le cose. Di fatto, sotto la particolare forma della S coricata, simbolo anche del rinnovamento delle cose, delle due parti dell’anno, i due segni si presentano strettamente imparentati. Non sono pochi d’altronde gli utensili, i monili soprattutto, anelli, braccialetti ecc., sia gallo-romani che merovingi, che hanno l’aspetto di un serpente a due teste arrotolato a mo’ di cerchio: l’anfisbena con due teste, quindi non sempre si presenta a forma di S.

Zona egiziana

L’anteriorità dell’apporto egiziano e copto spiega come mai le manifestazioni dell’uroboros siano in definitiva meno letterali di quelle dell’anfisbena che corrisponde all’influsso mesopotamico più recente, oltre che alla tradizione barbarica.

Il serpente uroboros, formula arcaica è una sopravvivenza, all’epoca romanica. Lo abbiamo incontrato, doppio, a Lavaudieu, a Saint-Paulien, in una regione cioè in cui l’influenza copta è stata assai viva. Ma ciò che ne fa le veci è l’animale, il mammifero, che si morde una lunga coda ondeggiante, quale può vedersi a Polignac e a Le Puy; oppure sono gli animali raffigurati entro cerchi di nastri che troviamo ad Ainay, nelle sculture della fascia inferiore. La chiave dell’archivolto di Vézelay, con i suoi tre medaglioni contenenti le figure di altrettanti esseri (un cane, un uomo e una sirena) dal corpo acciambellato in modo da disegnare l’immagine dell’uroboros, offre un esempio significativo.

Al centro di questo fregio circolare che evoca la successione dei Lavori dei mesi e dei Segni dello zodiaco, l’animale prima, e la coppia uomo-sirena poi, intendono dimostrare con la loro rotazione che la vita non fa che continuare, grazie allo stimolo che avvicina fra loro i sessi e che è il più forte di tutti gli stimoli. L’animale che si chiude, attorcendosi su se stesso, ricorda gli animali del fregio sinistro di Ainay. Esso incarna la bestialità in sé. Lo si deve equiparare perciò a quelle sconce leonesse ripiegate a palla che s’incontrano talvolta nella zona mesopotamica, per esempio a Tolosa, accanto alla Tentazione di Adamo ed Eva sulla porta Miégeville, e ad Elne. La specie di acrobata, invece che si contorce all’indietro formando un arco rappresenta, al pari di quest’ultimo simbolo, l’espansione della forza virile. Può essere dal canto suo equiparato all’acrobata, immagine dell’uomo divorato dal mostro androfago, di Anzy-le-Duc, che sta a sua volta ricevendo il compenso dovuto alla sua condizione. La donna, infine, dall’aspetto di sirena, delinea una terza figura, simmetrica alla precedente. Essa rappresenta la normale conseguenza dell’amore: un pollone, dalle sembianze esso pure di pesce, sta venendo fuori dall’estremità della sua coda squamosa. In armonia con questa sequela di concetti c’è poi un simbolismo di natura vegetale: un elegante albero a Y separa l’uomo e l’animale, ovverosia due diversi impieghi delle forze vive e naturali; la sirena, per contro, è incorniciata da quattro ramoscelli trifogliati che servono a definire – il che è logico – le quattro stagioni.

Zona mesopotamica

Uno strano nodo, ottenuto con l’intreccio di due anfisbene, è quello che si può vedere in forma di stemma all’interno della cattedrale di Bayeux, in un pennacchio delle grandi arcate della navata maggiore . A esso è opportuno accostare il groppo formato da due mostri (o da un mostro multiplo) con teste semiumane che, associato a delle scimmie, si staglia sul trumeau di Beaulieu, al di sopra dei fioroni. La scimmia del resto si trova anche a Bayeux, su un altro rilievo della stessa navata, in posizione analoga al precedente: qui però l’animale è raffigurato insieme col suo ammaestratore e potrebbe quindi avere un significato diverso; vediamo infatti che si sta dando da fare per liberarsi della catena che lo blocca. Ora, lo «scudo» delle due anfisbene ha come sfondo quella che viene comunemente chiamata una «decorazione a intrecci di vimini», che è assai simile al disegno delle scaglie celesti rivolte verso l’alto, e che è composta da una successione di modanature arrotondate, a tre bandelle, che s’incrociano e si sovrappongono; il significato simbolico è corroborato dalla decorazione della cornice, realizzata nel caso dei due draghi con una successione di menischi lunari, particolare questo che s’accorda col senso cosmico che ha di solito il nodo di serpenti. Le stesse lune, viste però di sopra, compaiono nella cornice della scimmia col giocoliere, e in questo caso si tratta di una variante del fregio a zig-zag. Le squame si trovano invece inserite sulla cornice stessa nelle raffigurazioni di scene bibliche, tipo quella di Davide che danza davanti all’arca, e questo non fa che accrescerne il senso solare e sacro. La scena in questione è collocata, oltre tutto, dall’altro lato della chiesa, sul muro nord, e le false squame che decorano il muro stesso sono volte in senso contrario alle precedenti, ossia verso il basso. A questo punto, non può esserci il minimo dubbio: tutte queste varianti sono prova di una disposizione sapientemente concertata che ha implicito un significato simbolico: il nodo ottenuto con l’intreccio delle due anfisbene ha, ci si può scommettere, proprio il significato che noi gli abbiamo dato e che è in perfetta armonia col genio normanno e settentrionale. Nei petroglifi, un laccio formato da due serpenti attorcigliati circonda di frequente le iscrizioni runiche sacre.

Il bizzarro mostro, dragone a testa umana, che troviamo a destra, sul primo architrave di Beaulieu, di fronte alla bestia dalle sette teste verso la quale esso si precipita, accumula in sé i caratteri dell’uroboros e dell’anfisbena. Con esso l’artista ha voluto evocare i rinnovamenti della vegetazione, e lo dimostrano gli avvolgimenti delle sue spire che lo fanno risaltare a fatica sui fioroni d’erba carlina dello sfondo. Questi avvolgimenti sono per l’esattezza due, il numero delle ripetizioni. In più, disegna col corpo una S capovolta. Si tratta in definitiva di un’anfisbena, giacché la coda termina con la testa di un drago dalla lingua biforcuta, assai lunga e minacciosa. Questa terminazione a testa di drago diventa insieme col fiorone di cui segue il contorno un uroboros positivo e corrisponde alla metà positiva dell’anno, quella ch’è preannunciata dalla primavera, mentre la maschera di vegliardo della parte anteriore, con cui affronta la bestia, corrisponde alla parte regressiva, all’inverno. Due scimmie però, che sembrano uscire dalle spire del mostro, annunciano le distruzioni; danno infatti l’impressione di volere fermare la quarta sfera (Quattro = terra) e brandiscono ciascuna un serpente, col quale tentano egualmente di contrastare il movimento delle sfere. Questo esempio dimostra abbondantemente che l’anfisbena, il serpente bicefalo, è in perfetta armonia con la tendenza apocalittica del sud ovest e con le bestie a più teste, descritte in questo stesso libro. Ma mentre questa anfisbena dal volto umano era tutto sommato un’anfisbena solo a metà, il dragone doppio e androfago di Chauvigny lo è invece nel pieno senso della parola. Non diversamente dall’uomo con due corpi e con una sola testa collocato dalla parte opposta, la sua dualità è intenzionale: come si sa, l’uomo raffigurato di faccia evoca il corpo mentre il drago più grosso che addenta alla gola il leone rappresenta l’annientamento della carne peritura. L’uomo di profilo evoca per contro la testa e corrisponde perciò alle sirene dai visi barbuti. Se non che, il drago che sta aggredendo la seconda sirena sembra essere più gracile. Spiegando le ali in orizzontale si erge alto e diritto, ma si accontenta di minacciare e non osa afferrarle la testa: lo spirito infatti sopravvive alla carne. Il precedente simbolo di ripetizione si è quindi invertito: le due teste sono qui contrapposte e le all dei due dragoni formano una croce eretta: non c’è che una piega.

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989, pp. 254-256

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