Serpente: testi e aspetti

Per quanto riguarda il serpente, notevole impressione suscitavano la sua reputazione, la tana in cui si rifugiava, che lo ricollegava alla terra e all’inferno, la fissità del suo sguardo talvolta incantatore, la sua nascita, che si credeva ovipara e che come tale lo accostava agli uccelli: quest’ultima caratteristica spiega come mai gli esseri compositi formati col serpente, quale il basilisco metà gallo e metà rettile, o lo stesso dragone, fossero normalmente muniti di ali; nel caso di una maschera cinese, è il gufo che entra in combinazione con esso. Ed è per questo che la vipera haje, che è all’origine dell’uroboros, simbolo del corso notturno del sole, appare arrotolata sulla testa di Horos dalla faccia di falco. Né meno noto è il serpente-uccello Quetzaleoatl (semplicemente Quetzal, per gli Aztechi), in cui sono congiunti i due simboli.

Quello che soprattutto stupiva era il fatto che esso perdesse la sua pelle a primavera per ritrovarne seduta stante un’altra: la sua figura diventava così simbolo della vita che si riproduce da sé, della perennità dell’esistenza. Come afferma Tertulliano, sulle orme dei naturalisti antichi, «il serpente cambia la propria pelle e l’età che gli è data dalla natura: non appena esso preavverte la vecchiezza, si rinserra in uno stretto passaggio, vi lascia la pelle raggrinzita; sgusciandone fuori, e, scorticandosi da solo nell’entrarvi, non esce dal proprio covo se non rifatto brillante e ringiovanito». In questo modo il serpente evoca il tempo che si rinnova incessantemente e anche la vita, cioè a dire la fecondità. La malia che esercita il suo sguardo e la sua vita sotterranea ne fanno il detentore delle conoscenze occulte, del segreto del vivere, e contemporaneamente il guardiano dei tesori nascosti, l’agente dell’abbondanza. Nell’arte romanica il dragone, il serpente e perfino l’uccello chalandre sono raffigurati normalmente muniti di corna che ne attestano il potere, la capacità di dare origine ad altre vite; fra i mostri, il drago viene collegato, seguendo la stessa idea, al montone cornuto: è questo il caso dello Zagreus degli orfici che, al pari del serpente tentatore della Genesi, è posto all’origine della vita. I Galli, che hanno avuto rapporti con i Traci, hanno ereditato da essi questo mostro metà serpente e metà montone. Due serpenti analoghi avvolgono l’elmo di Cernunno, dio dell’abbondanza, sull’ara di Mavilly o di Autun; come si sa, la capra e il montone sono molto considerati per la loro capacità di osservazione. La potenza dello sguardo porta alla veggenza, all’ubiquità.

Più serpenti insieme possono disegnare, principalmente nell’arte barbarica, per esempio sulle stele scandinave a caratteri runici, degli intrecci notevolmente complessi – ed ecco dove va ravvisato il prototipo degli intrecci di cui farà sfoggio l’arte successiva. Queste strane figure, predilette dagli artisti celtici, soprattutto irlandesi, anzi dagli artisti barbarici in generale, fanno leva in origine su certi prodotti dell’osservazione diretta riguardanti i mostruosi accoppiamenti fra serpenti e su certe credenze risalenti ai druidi, questi ultimi iniziati anch’essi alle dottrine pitagoriche: è un dato di fatto, del resto, che alla fine dell’estate i serpenti si raccolgano a volte in gruppi numerosi: nel 1933, un certo Monsieur Nourrisson di Coulonges (Deux-Sèvres) trovò riunite in un mucchio ben 176 bisce formanti una vera e propria palla.

Questi nodi di serpenti, rappresentati in forma schematica su una ciotola di Tello quale attributo del dio Ningisidda (Mesopotamia, III millennio a.C.) o sul coperchio di una lampada in steatite verde rinvenuta nella stessa località, e poi ancora, nel VII secolo della nostra era, sull’ipogeo di Mellebaude a Poitiers hanno dato luogo a leggende durevoli. Ce ne fa eco Plinio il Vecchio quando afferma che da siffatto accoppiamento veniva fuori una palla, che altro non era se non l’ovum anguinum dei druidi, l’uovo del mondo, il segreto della conoscenza, sempre in relazione con Zagreus nato da un uovo e con le credenze acquisite dai Galli presso i popoli traci. Ancora fino a poco tempo fa era usanza, nelle campagne francesi, conservare dei gusci di ricci di mare, nei quali il popolino vedeva la forma assunta dalle uova sopra citate. Nei dintorni di Arras per esempio, in Vandea, nel dipartimento del Maine-et-Loire, si ornavano questi gusci con i tratti di un volto umano immagine del Bambin Gesù. In Alvernia si attribuiva loro un potere talismanico. Fino all’epoca franca il guscio del riccio di mare rappresentava un pegno di resurrezione e come tale veniva deposto nelle tombe dei guerrieri. Secondo la descrizione che ne dà Plinio, l’uovo di serpente, o ovum anguinum, non sarebbe altro che il guscio del riccio di mare, «del volume e della forma di un pomo di media grossezza, dalla corteccia cartilaginosa, disseminata di fori, somigliante a un polipaio». Il riccio di mare ci riporta al bestiario pitagorico in relazione con la geometria sacra (Charbonneau-Lassay). I pitagorici, infatti, avevano osservato che l’apertura della bocca di questo strano animale ha la forma di un pentagono, simbolo geometrico di particolare importanza per essi, in stretto rapporto con la quinta essenza. Una delle sfingi di Chauvigny ha appunto la bocca pentagonale.

Si ha la tendenza a considerare il serpente come animale soprattutto malefico, in quanto tentatore nel libro della Genesi e dragone sconfitto da san Michele nel libro dell’Apocalisse, dove viene anche chiamato «l’antico serpente». Lo si è accostato anche alle diverse Bestie, mostri dalle molte teste, che minacciano la donna vestita di sole, che portano assisa sul dorso la grande Babilonia o che si fanno adorare. Oppure ci si è ispirati al testo del salmo in cui si dice che la protezione del Signore ci permetterà di «calpestare l’aspide, il basilisco, il leone e il drago»; ne troviamo la rappresentazione su un affresco di Alessandria in cui il dio Horos appare avvicinato al Cristo, raffigurato nella stessa posa, lontano prototipo del Beau Dieu di Amiens. Di fatto però si hanno serpenti o dragoni indifferentemente benefici o malefici: e la cosa è presente anche nella Bibbia . Vedasi, per esempio, il caso del serpente di bronzo di Mosè o quello della bacchetta di Aronne trasformata in serpente per confondere i maghi d’Egitto: tutt’e due richiamano alla memoria il serpente benefico egiziano. E se Giovanni Battista ha definito i farisei «razza di vipere», il Cristo ha portato invece come esempio proprio la «prudenza del serpente». In senso inverso, l’iconografia romanica non trascura ne il serpente – o drago che sia – simbolo dell’eresia, schiacciato dal Costantino delle chiese dell’Ovest, nè il mostro sconfitto da san Giorgio, frequente nella scultura e nella pittura. Ne consegue che drago e semente costituiscono in seno all’iconografia romanica un tema quanto mai complesso, e sarebbe un errore sminuire i significati benefici che essi posseggono e che si manifestano a volte nel tema, ambiguo per antonomasia, della maschera della tetra. Sia come sia, si vede chiaramente attraverso queste indicazioni sul significato simbolico dell’archetipo quale esso si presenta nell’iconografia romanica, come il serpente-drago, vuoi per la ricchezza dei sensi che bisogna attribuirgli, vuoi per la varietà delle sue manifestazioni tanto in certe immagini composite quanto nei suoi rapporti con l’uomo, sia per lo meno importante tanto quanto il leone. E tuttavia occorre sottolineare una sfumatura di non poco momento: il leone coincide con l’«ondata mesopotamica», con la rinascita della scultura nel sud ovest, donde la massa delle sue rappresentazioni realistiche; viceversa, è difficile sovente riuscire a distinguere, in entrambe le zone, il serpente dalla pura e semplice ornamentazione simbolica. Esso è infatti legato in origine all’apporto egitto-celtico tipico dell’altra zona e soprattutto si dissocia di rado dalle generiche figurazioni della spirale, dei segni a forma di S, dei cerchi intersecantisi, dei doppi racemi delle palmette, immagini tutte alle quali esso viene frequentemente giustapposto; le sue manifestazioni più remote, quali l’anfisbena o l’uroboros iconici, diventano spesso schematiche nell’arte romanica, oppure al contrario si trasformano in animali che mordendosi la coda assumono i tratti dello stesso uroboros, in alternativa, proprio nella zona mesopotamica, con altri animali disegnanti la linea della S, cioè a dire l’anfisbena verticale. Come si sa, l’uroboros, delineando la figura del cerchio, s’apparenta al tema del cerchio celeste, dell’immagine circolare caratteristica della zona egiziana; per contro il serpente a due teste dall’aspetto di S coricata o diritta indica alternativamente un senso terrestre o celeste, in un’ottica tutta differente. D’altra parte, il tema della S coricata propriamente detta o la spirale celtica saranno più sviluppati nella prima zona. Da ultimo, se si considera l’indubbia parentela fra la spirale e il serpente – i due temi si sostituiscono talvolta l’uno all’altro, mentre al dragone della zona egiziana corrisponde nell’altra zona, la maschera che non è affatto identica –, ci si accorgerà che il serpente costituisce con ogni evidenza il tema fondamentale proprio della zona egiziana, la qual cosa richiama automaticamente alla memoria l’importanza ch’esso rivestiva nell’antico Egitto, dove poteva anche avere un significato benefico. La coppia di serpenti, il nodo di serpenti, gli intrecci, l’anfisbena, il doppio uroboros fanno riscontro alla coppia di leoni della zona mesopotamica.

Benché questi due temi non occupino un posto enorme nell’arte romanica e rappresentino piuttosto fenomeni di sopravvivenza, dedicheremo dei paragrafi speciali sia all’anfiabena che all’uroboros, perché le loro figure concorrono a differenziare le due zone. Già nelle trattazioni relative al triangolo, all’incrocio, al fregio a zig-zag, è messo in evidenza come tali figure forniscano la propria strutturazione rispettivamente alle rappresentazioni di animali posti faccia a faccia, di animali in posizione di «contrasto» e di animali che si volgono la schiena; allo stesso modo, le due forme simboliche delle quali stiamo parlando condizionano frequentemente le concatenazioni di animali. Proprio tutte queste figure sono sovente, come ognun sa, più importanti degli animali in quanto tali.

Il serpente a spirale esprime la forza vitale che proviene dalle profondità; nel caso dell’uroboros, il serpente circolare che si morde la coda cerca ripiegandosi su se stesso proprio questa forza; nel caso dell’anfisbena, che disegna la forma della colonna vertebrale – quella di Osiride era in Egitto oggetto di adorazione –, tale forza sale naturalmente lungo il midollo spinale. Ci si deve allora ricordare della kundalini indiana, sublimazione delle forte naturali che le tecniche spirituali di quel paese, in particolare con la pratica dello yoga, hanno spinto al massimo livello. A questo punto dobbiamo rinviare il lettore a quanto detto altrove a proposito del leone: le figure allegoriche tolosane e compostellane che poggiano il piede sulla maschera solare dell’animale si appropriano con ciò della sua forza; la stessa cosa vale per gli uomini col leone rappresentati a cavallo dell’animale, ma, ripetiamolo ancora in questa sede, esiste una differente graduatoria secondo che il rapporto abbia luogo con la testa oppure con il corpo. L’uroboros si presenta come una formula cosmica, macrocosmica: esso è il tempo che si riproduce senza tregua; al livello di alchimia, è il segno del segreto che avvolge le cose, un simbolo dell’universo e della ripetizione trasposto sul piano microcosmico. Ma possiede anche un senso morale, allorché viene dipinto a due colori o secondo la direzione che viene data alla testa e al corpo –secondo cioè che la parte positiva comprendente la testa si trovi a destra o a sinistra. Un senso macrocosmico può averlo pure l’anfisbena, nel caso m cui essa stia a indicare la curva dell’anno, delle stagioni – particolare questo che la ricollega alla S coricata, variante del fregio a zig-zag: tale implicazione si riferisce, e la cosa è affatto naturale, all’idea della linfa che sale in primavera e all’influsso nervoso perfettamente espresso dai capelli arruffati dell’uomo col leone di Aulnay. Bisogna infine accostare il serpente e il nastro formante una spirale aniconica, che è un tema parallelo, di origine siriana. Il nastro è in stretta analogia con la figura dell’albero: esso evoca lo stesso duplice movimento che singolarizza quest’ultimo con il suo alimentarsi in pari misura sotto terra e nella luce solare.

Nastro e serpente si confondono anche e soprattutto nell’intreccio. Ma l’intreccio ha un significato ambiguo; esso è infatti il «nodo di vita» e ha per ciò stesso un significato dinamico. Nell’arte romanica, e specialmente quando diventa nastro ed è in relazione con il significato più corrente dell’incrocio, esso esprime invece per lo più l’immobilità della vita di fronte all’alternativa del Giudizio. Ad Ainay i cerchi di nastri nei quali s’inseriscono gli animali che si mordono la coda, oppure le coppie, esprimono la vita, però il nodo ripetuto degli incroci che portano all’Agnello vuol dire che l’Agnello li ha presi come in una rete, o pescati piuttosto con la lenza, come nella celebre immagine di Herrade di Landsberg (nell’Hortus deliciarum), in cui si vede il Cristo resuscitato che sta pescando il dragone servendosi appunto di una lenza, interposto fra i Profeti incorniciati da cerchi e il cui amo è rappresentato dalla Crocefissione. Il nastro scompare invece a destra e al centro del fregio in cui gli animali alati compaiono racchiusi entro dei quadrati: ci troviamo qui nell’ordine della terra, il serpente è vinto dall’aquila collocata al seguito di una fila di animali che s’addentano a vicenda la parte posteriore, Si tratta nel caso specifico del corteo che simboleggia la speranza, ovverosia l’ordine attuale, giacché «noi non sappiamo né il giorno né l’ora» in cui avverrà questo Giudizio e dobbiamo vivere nella speranza del Ritorno.

La differenza fra nastro e serpente-intreccio si scorge nitidamente a Veauche, nel Forez: troviamo qui tutta una progressione che mostra sotto un susseguirsi di forme strettamente somiglianti, se non identiche, dei serpenti attorcigliati e dei nastri a più bandelle; esiste una precisa corrispondenza fra il numero dei serpenti e quello delle bandelle che compongono i nastri: risulta in questo modo evidente che il nodo rappresenta la fissazione al suo termine estremo, con cui si esprime un valore soprannaturale in relazione con i numeri, mentre ambiguo, in quanto segno di vita, ovvero segno della natura delle cose, è il nodo di serpenti.

Come hanno messo in rilievo le indicazioni precedenti, di tutti gli schemi astratti che risultano legati al simbolismo del serpente il più diffuso è la spirale, che in nessun modo può essere dissociata dal serpente, a partire dall’esempio del bastone pastorale dei vescovi terminante in più di un caso con la figura di un serpente.

La spirale indica la relazione col mondo o la creazione di quest’ultimo, in origine. Se il serpente in sé è depositario della conoscenza, se il riccio si schiude secondo la forma sacra del pentagono, se il serpente attorcigliato all’albero della vita, nella Genesi, è normalmente associato dall’arte romanica al mondo vegetale, non va dimenticato che la forma stessa della spirale evoca già di per sé anche una forma sacra, la spirale di Fidia, così come appare sul capitello ionico. Analogamente, il pastorale del vescovo obbedisce al numero aureo, a simiglianza di molteplici forme naturali, prima fra tutte quella rappresentata dal gambo della foglia che comincia a spuntare o quella di certe conchiglie: non è raro imbattersi, alla fine del medioevo, in bizzarre rappresentazioni dell’uomo che esce dalla sua conchiglia marina (Baltrusaitis). Dürer darà vita a sapienti costruzioni sulle varianti della spirale, associata sempre agli edifici sacri; si tratterà per lui di rispettare la «linea della foglia». Al pari dei serpenti e dei draghi frequenti nelle immagini delle costellazioni, i racemi che si avvolgono con infinita grazia, all’antica, come quelli di Saint-Ursin a Bourges, e che appaiono spesso congiunti a dei fiori a cinque petali volti in senso contrario, sono della medesima natura. Beninteso, non si può presumere che tutte le spirali siano simboliche, nell’arte romanica, soprattutto nella zona egiziana, dove le si incontra con grande frequenza in relazione col simbolo del serpente. Lo si può pensare soprattutto per la zona mesopotamica dove sono meno frequenti. Non va tuttavia escluso che anche nella zona egiziana, come dimostra l’esempio di Saint-Romain-le-Puy, la connessione fra fogliame e palmette o tra foglie larghe e avvolgimenti di volute sotto l’abaco e fiore tipo rosetta al centro, che è tipica del capitello teodosiano o composito (la forma antica maggiormente imitata dall’arte romanica), sia effettivamente simbolica. Proprio, perché quest’ordine, adottato all’epoca della decadenza, riuniva in sé questi tre elementi, di cui uno è la degenerazione dell’acanto» corinzio e l’altro la degenerazione delle volute ioniche, si è potuta affermare tale moda. Le spirali d’angolo, sia che si manifestino sui capitelli o nella decorazione dei tau (antico bastone pastorale dei vescovi), sia che inquadrino delle teste che mostrano la lingua, simbolo del defunto o del peccatore, così come i serpenti e le foglie che fuoriescono dalle bocche dei dannati, ci riportano una volta di più al tema fondamentale della Y. Sono le immagini che vediamo riunite in particolare sul lato destro della facciata di Dinan: albero a Y, doppio serpente e donna col serpente. Nel complesso avremo quindi da esaminare i temi seguenti:

1)      Uroboros e anfisbena

2)      Spirale

3)      Bastone pastorale col serpente o col drago

4)      Serpente di bronzo di Mosè

5)      Dragone

6)      Serpente-dragone, sfera e vegetali

7)      Coppia di peccatori e donna coi serpenti

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989, pp. 250-253

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