Serpente: il Serpente di Bronzo di Mosè

È noto l’episodio narrato nel capitolo XXI del libro dei Numeri. Gli Israeliti, nel deserto, si lagnano contro Mosè e contro Dio, perché hanno paura di perire; come punizione l’Eterno invia loro due serpenti infuocati per farli morire. Allora essi si pentono e corrono da Mosè, il quale, dietro prescrizione divina, innalza su un’antenna un serpente di bronzo: «Chiunque sarà morso e lo guarderà, resterà in vita».

Gesù si è applicato lui stesso il simbolo del serpente (Giovanni, 3, 14-15): «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così è necessario che sia innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Stando così le cose, era del tutto naturale accostare il serpente così innalzato al Cristo in persona che ci risana col suo sacrificio dal morso del serpente, cioè dai nostri peccati, conseguenza della tentazione originale. Questo avvicinamento era stato però spinto all’eccesso dagli ofiti, una setta di gnostici che s’erano messi ad adorare il serpente come tale. Tertulliano li biasima aspramente, rimproverandoli di avere introdotto il serpente nella loro eucaristia. I Padri della Chiesa e altri commentatori hanno comunque insistito in modi diversi su questa assimilazione di Cristo al serpente. San Tommaso d’Aquino, riprendendo un pensiero di Teofilatto, storico del secolo VI, scrive: «Il serpente di bronzo aveva la forma del serpente, ma non ne aveva il veleno. Così il Cristo, perfettamente innocente, non ha voluto ritenere che l’apparenza del peccato.» Ma cita anche sant’Agostino: «Il serpente eretto (sull’antenna) significa la morte del Cristo, alla stessa maniera in cui un effetto è significato della sua causa». Dal serpente viene la morte, risultato del peccato: il Cristo ha assunto nella propria carne non il peccato, ma la morte: «Così, nella sua carne, ecco la pena del peccato senza che vi sia la colpa, ed ecco perché nella sua carne egli ha abolito tanto la pena quanto la colpa del peccato».

Ma pur avendo con grande frequenza assimilato il Cristo al leone e a vari altri animali – come è stato dimostrato dal Charbonneau-Lassay nel suo Bestiaire du Christ –, non si è arrivati mai a equipararlo al serpente, se non nella forma derivata del pastorale del vescovo. Anche per il tema di Mosè e del serpente di bronzo, si è rimasti esitanti di fronte alla possibilità di riprodurre la scena su pietra e si è preferito riservarla a materiali che non dessero adito ad ambiguità: le vetrate delle finestre e dei rosoni, oppure il bronzo degli altari e delle croci reliquiario. Era facile che da questo animale così enigmatico sbocciassero superstizioni. Mosè è perciò generalmente il latore delle tavole della Legge; o se no si accontenta, come sulla facciata di Poitiers, di portare un filatterio con l’iscrizione prophetam dabit vobis de fratribus vestris, quando non esce, come sulla facciata di Compostella, da una tinozza di squame, che sta a indicare la sua relazione diretta col Cielo, sul monte Sinai e nella scena della Trasfigurazione.

Esiste tuttavia una rappresentazione celebre del serpente di Mosè: quella della basilica ambrosiana di Milano. Un grosso serpente di bronzo era fissato a un capitello antico: senza dubbio un emblema di Esculapio. Fra l’altro, era dono di un imperatore bizantino. Non poteva esserci perciò il minimo dubbio per i milanesi: si trattava, a colpo sicuro, dello stesso serpente che Mosè aveva fatto erigere sul limitare della terra di Edom. Gli si attribuiva la virtù di guarire dai vermi, e si pensava che avrebbe preannunciato con un sibilo il Giudizio finale. Un complesso di credenze e di superstizioni, come si vede, che dimostrano quante buone ragioni ci fossero per limitare le raffigurazioni di Mosè col serpente a delle vetrate gotiche o a degli altari, adottando rappresentazioni precise e dettagliate che non prestassero il fianco e equivoci.

E non basta: perché non insorgesse nessuna possibile confusione col serpente del Peccato originale, effigiato talvolta, soprattutto nel manoscritto dell’Hortus deliciarum di Herrade di Landsberg, con petto e volto di donna, il serpente di Mosè assumeva generalmente l’aspetto di un dragone. Lo vediamo per esempio sull’altare portatile di Stavelot, su quello di Augsburg, sulla croce di Saint-Bertin, sulla vetrata di Saint-Denis risalente ancora all’abate Suger, ecc. Su tutti questi manufatti si è collocato il dragone in cima a una colonna, con la quale è stata rimpiazzata l’antenna menzionata dalla Bibbia; nel caso dell’altare di Augsburg, Mosè è seduto vicino alla colonna.

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989, p. 260

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