Reiterazioni

Il concetto di reiterazione – o replica, rinnovo, ripetizione ecc. – che noi prendiamo in prestito dal Traité d’histoire des religions di Mircea Eliade ci sembra adattarsi in maniera perfetta alla realtà dei fatti; esso pone l’accento sulle festività periodiche di comunione con la natura e sui cicli delle riprese. Sia i popoli primitivi che le tradizioni dei popoli civilizzati hanno profondamente radicata la convinzione che il mondo si arresterà se non vengono compiuti determinati riti, che le feste, e specialmente i sacrifici umani, soddisfano gli dèi, soprattutto il Grande Dio che non può essere nominato, e che le cose potranno perciò ricominciare. La festa rappresenta quindi un tempo a parte; durante il suo svolgimento, i riti riproducono l’atto della creazione originaria e questo determinerà il ricominciamento delle cose, la loro reiterazione. Il mondo potrà tornare nuovamente, per esempio, allorché seguendo un cerimoniale imprescrittibile, gli indiani Pueblos, nelle immagini tracciate sulla sabbia, oppure i sacerdoti tibetani, nei loro mandala, avranno riassunto l’immagine complessiva dell’universo. O ancora, quando la danza cosmica dei Dogon del Mali, con le loro maschere evocanti l’economia dell’universo, avrà simbolicamente restaurato quest’ultima, all’epoca del sigui, calcolata con minuziosa cura. E questa la ragione per cui i santuari in cui tali riti si compiono sono fatti a immagine dell’universo. Non può, ovviamente, esserci accordo fra il concetto pagano di reiterazione e il cristianesimo teso verso la Parusia. Dopo la venuta del Cristo, la successione dei tempi a venire non dipende più dagli uomini, ma dalla grazia dell’Onnipotente, e noi non abbiamo da attendere che una sola festa, quella in cui si realizzerà il Regno di Dio in cui cioè avranno termine le ripetizioni, i cicli che prolungano la vita di questo mondo condannato: l’unico santuario cosmico è la Città celeste che ci metterà tutti d’accordo. Inutile dire che i grandi santuari e i complessi monastici romanici hanno calcato quanto più potuto la mano su tutto ciò che poteva arginare o raffrenare i ritorni al paganesimo o la caduta nell’eresia sempre in agguato: però la forza delle immagini era grande. C’è un’enorme differenza fra le diverse rappresentazioni simboliche delle piccole chiese, che sovente deformano nel senso delle reiterazioni quelle delle grandi: proprio per questa via ha fatto il suo ingresso in chiesa la festa dell’asino. Ed è qui il dramma profondo dell’epoca romanica, che ha dato il via alle devastazioni che hanno contrassegnato la crisi religiosa della Francia meridionale: crisi che, a parer nostro, va fatta risalire all’uso smodato del simbolo nei più diversi significati, non limitati neppure al contesto rigorosamente biblico, ma capaci di incorporare qualsiasi accezione che ricordasse il paganesimo. La difficoltà insita in ogni tema simbolico sta infatti nella sua capacità di esprimere un certo concetto, una cena immagine, e contemporaneamente il suo contrario. I numeri e le figure geometriche dell’arte romanica potevano servire a gettare la malasorte; lo scatenamento dei riti naturisti, la rinascita del carnevale ripreso dai lupercali pagani e altre manifestazioni incomposte del genere hanno provocato degli eccessi che, per temporanei che potessero essere, erano pur sempre riprovevoli. Régine Pernoud ha messo in risalto il ruolo importantissimo che svolgevano le feste nel medioevo, come in qualsiasi civiltà tradizionale dominata dal fattore religioso. Già nel secolo IV, la festa della rinascita della luce era diventata festa del Natale di Gesù; analogamente, le feste dei santi non sono spesso che il seguito di antiche festività misteriche. D’altronde, se si voleva far penetrare il cristianesimo fra la massa di una popolazione in maggioranza rurale, era impossibile non tener conto di una comunione profonda con la natura.

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989. pp. 245-246

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