Numeri, cifre e figure geometriche: dieci

Dieci è il numero del decalogo. E, ricorda sant’Agostino, il numero delle corde del salterio di Davide; ed è risaputo che Davide il musico, re e antenato diretto del Cristo, è la personificazione del divino cantore che comanda alle musiche celesti – alla musica delle sfere, per dirla con Platone. Troviamo Davide inserito fra i segni dello zodiaco nel fregio che sovrasta il portale meridionale di León, unito alla più alta delle Virtù, quella che vede Dio, e così pure a Bourg-Argental; a Saint-Gilles, domina invece sugli animali, simboli dei temperamenti umani; nel mosaico di Saint-Remy di Reims è al centro del sistema delle «Quaternità», dei temperamenti, delle stagioni, delle tonalità della musica, dei fiumi del Paradiso, ecc.

Le sfere celesti sono dieci nel sistema dell’universo quale viene concepito correntemente dagli uomini del medioevo; lo afferma, fra gli altri, Michele Scoto: «Al di là delle nove sfere mobili, l’empireo immobile. E cosa più nobile possedere senza movimento la perfezione di cui si è capaci che acquistarla attraverso il movimento: donde il decimo cielo più nobile di tutti gli altri e possessore senza alcun movimento di tutta la sua perfezione». Ma dobbiamo citare anche sant’Alberto Magno che s’accontenta, da parte sua, di vedere solo nove cieli: egli parla infatti di «un cielo supremo senza astri che trasmette a tutto l’universo il movimento diurno; l’ottavo porta le stelle fisse ed è come animato da movimenti quanto mai lenti che spostano i punti cardinali. Fra questi, il nono cielo, il quale non contiene alcuna stella, è quello che trasmette il movimento da Occidente a Oriente al mondo delle stelle fisse e ai sette cieli degli astri erranti. Sotto l’influenza del suddetto nono cielo, questi Otto mondi procedono tutti da ovest verso est, sospinti dalla stessa velocità». Tuttavia – ed è questo l’importante –, se Alberto Magno è contemporaneo dell’arte gotica, Michele Scoto, lui per lo meno, è romanico.

Vero è che la concezione dei nove cieli è più diffusa, anche perché concorda con le gerarchie angeliche dello Pseudo Dionigi l’Aeropagita – e sarà infatti questa anche la concezione di Dante –, ma non per questo si può mettere in dubbio che il numero Dieci in questione si ricolleghi al significato sacro che, secondo Michele Scoto, ad esso è attribuito da tempo immemorabile.

Il pensiero pitagorico vede innanzi tutto nel Dieci la somma dei primi quattro numeri: Uno, Due, Tre, Quattro. Esso è legato tanto al dieci romano quanto al chi greco, il chiasmo di Platone. Sin dall’antichità più remota, come conseguenza dell’usanza universale di contare sulle dita della mano, il Dieci rappresenta un limite sacro che a nessuno è dato di valicare.

Opere

Sulla grande arcata di Angoulême i beati allineati ai piedi del Cristo circondato dai quattro Animali, e rappresentanti senza dubbio coloro che nell’Apocalisse «attendono ai piedi dell’altare», ovverosia le masse infinite degli uomini, sono dieci. Sull’architrave di Saint-Ursin – quello delle nove sfere –, si nota, all’estremità sinistra, finiti i ravvolgimenti dei racemi, un incrocio formato da due rami: è proprio il numero Dieci che esso vuole significare, l’ignoto, la X, l’assoluto, il punto d’arrivo della strada dei cieli, Dio; è importante, infatti, rilevare come esso si trovi a sinistra, nella direzione opposta a quella verso cui vanno gli Animali, simboli dei temperamenti dell’uomo, e in senso contrario anche a quello del calendario. Per potere evocare il mistero della morte, ci sono dieci striature sul corpo del drago che sta per divorare il leone di destra, sul capitello dell’uomo tagliato in due di Chauvigny, e dieci sono pure le ciocche nella criniera dello stesso leone. La maschera della Terra inserita in un cerchio, che si vede nella strombatura di sinistra, nel portale di Pressac, immagine della germinazione e del mistero della vita e della nascita, è fatta di dieci foglie. E in cima a dieci cerchi, o a dieci fra uomini e animali, in mezzo ai quali c’è anche l’animale androfago, a destra, che troviamo ripetuta tre volte, sui tre fregi di Ainay che evocano le tappe dell’esistenza, la figura dell’Agnello. A Saint-Eutrope di Saintes, il libro del Giudizio che si apre dietro la bilancia dell’Arcangelo Michele presenta dieci striature a zig-zag, che con ogni probabilità alludono ai dieci comandamenti della legge divina, al decalogo, in base al quale gli uomini vengono giudicati, come nella Pesatura delle anime dell’antico Egitto.

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Il cervo dipinto di Santa Maria di Tahull posa le zampe su una bordura ornata di gocce a forma di mandorla che corrispondono alla fonte d’acqua viva alla quale esso s’abbevera: la prova è data dal fatto che la bocca dell’animale è come tagliata da questa bordura; ed è vero che esso sembra contemplare un fiore a nove petali, simbolo della vita futura, ma è anche vero che le mandorle simboliche sulle quali poggiano le sue zampe sono dieci, il numero che significa la totalità.

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989, pp. 229-230

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