Frutti

Nell’arte romanica c’è un simbolismo dell’uomo, cosi come c’è un simbolismo animale, un simbolismo puramente vegetale e un simbolismo floreale. E però non vanno affatto trascurati i frutti: come l’albero e la vegetazione in genere, che crescono e si fanno rigogliosi, così i frutti possono esprimere anch’’essi un’idea di degradazione, in accordo con le età della vita. L’estremità delle code degli animali può essere fatta non solamente di foglie, ma anche, in taluni casi, per altro eccezionali, di frutti. E il caso degli strani animali che s’inseguono sul fregio di destra a Saint Martin-d’Ainay, a Lione; l’attento esame delle code a forma di frutti allungati di vario genere permette di spiegarne il significato. Ci troviamo una volta di più, in questo complesso, di fronte alla disposizione ternaria. Il primo frutto, all’estremità del secondo animale – del primo si vede solo la parte anteriore del corpo, e non la coda – è come traforato da buchi, alla maniera di un colabrodo, su tutta la superficie.

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Il secondo frutto è una sorta di grappolo, con i chicchi bene in risalto.

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Il terzo ha qualcosa della fiamma e della mandorla insieme (o della conchiglia marina).

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Come interpretare questa gradazione? Può darsi che il primo animale, dal momento che si vede solo la parte anteriore del corpo, corrisponda alla nascita, all’ingresso nella vita. Per il secondo animale, invece, sembra certo che il primo frutto voglia significare la giovinezza, periodo della vita in cui si assorbono conoscenze: la forma del frutto in questione ricorda assai da presso quella di una spugna che s’impregna d’acqua. il secondo frutto, a forma di grappolo, corrisponde a quell’età che viene appunto chiamata «matura». L’ultimo animale, infine, il terzo, visto per intero, corrisponde alla vecchiaia e alla morte; è raffigurato, infatti, in posizione di «contrasto» e volge la testa verso questa coda di fiamma (sia pur riprodotta in maniera approssimativa), che è un tipico ornamento con simbolismo funerario, frequente sulle tombe d’età romana, e proprio, guarda caso, nella regione lionese. Ma in generale i frutti non sono così complicati. Di solito ci si accontentava di contrapporre il frutto dalla buccia liscia, tipo mela o pera, al frutto con la buccia striata o a grappolo: è bene esaminare i casi di questo genere, quando si presentano. Sui piedritti del portale dell’Agnello, a León i capitelli delle colonne di destra presentano, sull’abaco, dei frutti sbucciati, che corrispondono a delle figure di donne grassocce e accovacciate, dai capelli sciolti con ciocche a mezzaluna, e dei grappoli che corrispondono a degli uomini nella stessa posa. Ai primi frutti sono unite sugli stessi abachi delle palmette a forma di cuore, girate verso il basso. Si tratta di un’associazione del tutto logica: il frutto sbucciato ha molto in comune con le rotondità muliebri. Dal canto loro, sia gli uomini che le donne, nudi o a malapena coperti, con i piedi irti di unghioni, sono la personificazione del vizio. Nel timpano di Rheinau (Svizzera), vediamo dieci frutti disposti attorno alla maschera, immagine dell’uomo morto; questi dieci frutti fanno pensare a una variante del tema dell’ascensione dell’anima nel grembo dei cieli. Degli animali rappresentati, solo quattro non hanno rapporto con qualche frutto; sono tre belve particolarmente minacciose – le due con gli occhi fuori dalle orbite, ai lati della maschera, e la terza sulla sinistra del livello soprastante –, alle quali si aggiunge la lepre, animale di Venere e simbolo dell’amore. Tre frutti, viceversa, sono particolarmente meritevoli di attenzione: la grossa pigna posta tra i due cervi, che è simbolo della Chiesa, giacché questi animali rappresentano i catecumeni; poi il frutto verso il quale volge il capo l’Agnello; e infine il frutto a forma di cuore, attorno al quale si fronteggiano i due uccelli in alto a destra, che è simbolo dell’amore. Quanto ai quattro animali che non hanno alcun rapporto con frutti, essi pure hanno un loro preciso significato. I mostri in basso minacciano la maschera del morto: la loro presenza intende mostrare che ci troviamo al livello della terra e della decomposizione della carne. La seconda belva, al livello di mezzo, corrisponde all’ordine intermedio: la vediamo spingere il cervo verso destra, e questo corrisponde, al livello superiore, agli uccelli, che si fronteggiano ai lati del frutto a cuore, simbolo della rinascita dello spirito che si trova in seno alla Chiesa: ulteriore prova che solo la Chiesa ci può condurre alla salvezza. Se, infine, alla lepre che si contrappone agli uccelli non è aggregato alcun frutto, è perché questi frutti hanno un aspetto positivo: sono i «buoni frutti» dei buoni alberi, di cui parla il Vangelo. Si distingue perciò, una volta di più, nella struttura di questo timpano, una composizione d’insieme che simboleggia la Y, la doppia via. Alcuni frutti striati hanno un significato particolare; è il caso della pigna, simbolo funerario con valore di eternità, preso in prestito, come la fiamma, dall’Antichità greco-romana. Si noterà fra l’altro che la s’incontra di preferenza nella zona absidale. Si tratta di un elemento simbolico importante nell’arte romanica: a Jaca, per esempio, è collocata di faccia a un capitello, sul quale il tema dell’uomo col leone è accostato a un insieme cosmico dominato dalla maschera della terra. Un ulteriore esempio è a Saint-Paulien (Naute-Loire). I frutti, infine, possono essere sessuati. Lo vediamo nei due frutti a forma di pera incisi sul fonte battesimale di Ur, nella Cerdagne: un modo come un altro di rappresentare l’atto sessuale. Anche i due pomi che appaiono alle estremità della fascia superiore del timpano di Saint-Ursin – nella quale, come si sa, sono raffigurate insieme scene di Favole, con cui si esprimono sentenze, e le Età della vita – vanno rapportati a questa idea.

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Il pomo situato dal lato della giovinezza e dell’Insegnamento dell’asino (a sinistra) è visto dalla parte dell’ilo, simbolo della via attraverso cui penetra la fecondazione: accostamento perfettamente logico; l’altro, invece, visto dalla parte opposta e simile a una sfera, sta dal lato dell’orso, immagine della vecchiaia e della morte (a destra, nella figura). Ai frutti, del resto, possono essere assimilate anche le sfere, tipo quello che compaiono sul timpano della stessa chiesa di Saint-Ursin, sparse fra racemi e volute simboliche; il loro significato numerico, cosmico e celeste, è ben noto.

Lessico dei Simboli Medievali, Milano, Jaca Book 1997, pp. 149-151

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