Coppia Uomo-Donna

Il tema della differenziazione dei sessi è uno dei più importanti e appare correntemente nella iconografia romanica. Tale differenziazione è messa in evidenza tanto sul piano umano quanto a livello animale e perfino vegetale. Per esempio, a Chauvigny, nelle sfingi associate all’idea del mondo lunare, nella contrapposizione giovane-vecchio, nella sfinge accostata all’uomo doppio (variante dell’uomo col leone); e ancora ad Aulnay, dove code di animali, soprattutto leoni, disegnano l’uroboros. In senso inverso, le mescolanze di sessi – tipo gli androgini di León e di Tolosa o la posa del pagano sull’archivolto esterno del portale sud di Aulnay – sono, sul piano umano e terreno, immagine del peccato, del male, anche se nel mondo celeste esse sono permesse, per esempio per gli angeli bizantini dai lineamenti tipicamente femminili. Ci capita di mostrare spesso la differenziazione della coppia sul terreno dei vizi, tema principale della parte inferiore dei piedritti, dove generalmente le dissolutezze carnali sono una prerogativa della donna (la Donna col serpente), mentre i traviamenti dello spirito appartengono di norma all’uomo: donde l’avaro, l’idolatra, il ricco epulone, ecc. Però incontriamo pure i peccati della carne estesi all’uomo, com’è nella realtà. Solo che vi sono variazioni da regione a regione: per esempio, nel programma iconografico di Dinan, l’avarizia è un fenomeno femminile, mentre la lussuria sta dalla parte dell’uomo: esattamente il contrario di ciò che si vede in Alvernia.

Un tema importantissimo dell’arte romanica, d’origine biblica, è quello della necessaria prevalenza dell’uomo sulla donna: «Mogli, obbedite ai vostri mariti», scrive San Paolo. Il riscatto attraverso il lavoro appare a Tavant, negli affreschi della cripta, espresso dalle due figure di Eva che fila e di Adamo che vanga. La netta differenza dell’elemento maschile e dell’elemento femminile nella coppia si può rilevare al centro del programma decorativo meridionale di Chalon-sur-Saône; è qui che si trovano i simboli doppi: specie di maschere della terra, i mostri femminei che hanno ammonito Alessandro che era ormai il momento di tornare indietro e che vivono sugli alberi, la morte con i lineamenti dei geni fatti di foglie, la caduta di Adamo ed Eva.

L’uomo e la donna hanno visi differenti: capelli lunghi la seconda, capelli corti il primo, che è anche baffuto e barbuto; alla loro unione alludono le corone che entrambi portano sul capo, molto semplice quella della donna (verticale e cerchio), complessa e ternaria quella dell’uomo (cuore e palmetta). Asimmetriche sono anche le teste dei rapaci dall’aria irata che li contemplano e li minacciano, simbolo dell’appetito sessuale e al tempo stesso della sua condanna: la femmina ha la testa e il collo sottili, l’occhio a mandorla, un becco corto che dà l’impressione di una certa qual grazia; il maschio invece ha il collo lungo, simbolo della forza. Sono legati fra loro mediante un fregio a zig-zag, che forma una sorta di collare e che esprime l’idea degli alti e bassi della vita. I due motivi più nettamente segnati sono da una parte la Y, simbolo di buona salute, che unisce i rapaci attraverso un’immagine di albero che si biforca, e dall’altra le due S affrontate, simbolo normalmente riferito, nell’arte gallo-romana, alla dea Venere, visibili nella disposizione dei corpi dei due uccelli. Quest’ultimo motivo è più evidente dello stesso tronco, che è cavo, mentre non è così chiaro nelle altre parti della chiesa, sul lato nord, alle quali sono applicati simboli positivi, in particolare incroci simbolici, che illustrano l’idea del crescere della forza. Viene in questo modo mostrata, a dispetto dell’unione dei loro corpi, l’incomunicabilità dei due esseri, per servirci di un’espressione moderna, i quali non fanno altro che portare avanti ciascuno il proprio monologo.

Non si può dunque dire che la coppia, seppure rappresentata, sia vista con molto favore. Come si sa, la Bibbia, per la prima volta nella storia, aveva rivalutato ed esaltato l’eguaglianza dei sessi, ma i teologi dell’epoca romanica erano severi contro il piacere della funzione naturale. I primi padri della Chiesa, sulla falsariga di san Paolo, avevano Insistito parecchio sul valore del matrimonio come impedimento contro la fornicazione. In ogni caso, si sottolineava con forza l’indissolubilità della coppia ristabilita dal Vangelo, ed era perfino raccomandato un anno di attesa prima del matrimonio. Si ribadiva con ogni mezzo l’importanza del vincolo fra l’uomo e la donna, che il catarismo invece doveva proibire. Possiamo ritenere che sia stato il mondo bizantino a suggerire l’idea di esaltare le figure degli sposi-idea che nel capitello di Chalon è espressa mediante la corona posta sul loro capo. Quest’ultima riappare alla fine del programma nella coppia cosmica, che ricorda l’impianto bizantino rappresentato dal portico del Foro nella cattedrale di Le Puy, santuario in cui l’influenza bizantina è quanto mai viva. Tuttavia, l’esistenza dell’ordo conjugatorum non diverrà corrente in Occidente, prima del secolo XIII, e perché ci si arrivi bisognerà fare intervenire lo spinto gotico, l’esaltazione della Vergine, il codice cavalleresco e cortese; l’Incoronazione della dama è un tema profano molto comune sulle valve degli specchi e sui cofanetti d’avorio per gioielli. Abbiamo già sottolineato l’aspetto fronzuto delle corone: vi troviamo, una volta di più, un preciso rapporto fra vegetazione e amore umano, anche perché il mese di maggio è quello più propizio agli incontri galanti il perpetuarsi di queste usanze si riflette nella incoronazione del re e della regina, il 6 gennaio, in occasione dei festeggiamenti per la fecondità della campagna (reinages) e nelle corone di fiori (mais) erette in cima a dei pali con analogo significato.

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989, pp. 97-98

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