Sistemi di rappresentazione del cosmo nel mondo antico

È da sottolineare che i sistemi rappresentativi del mondo, presso tutte le civiltà, possono ricondursi ad uno schema immutabile che si ritrova dappertutto e sempre, più o meno variato in qualche particolare. Ora, questo schema è precisamente quello che sintetizza l’esperienza dell’uomo che si abbandona alla contemplazione della volta stellata. Il bersaglio del tiro a segno è il simbolo più universale della totalità del cosmo organizzato; simbolo insieme statico e dinamico che, per sua natura, si presta alle comunicazioni con l’invisibile.

Il genio ellittico dell’Africa nera fornisce alcuni esempi ridotti alla pura sostanza.

La zucca del capraio bambara costituisce una sintesi schematica ma ordinata del mondo, in cui Io spazio è dato dall’incontro dei raggi che tagliano il fondo su cui quattro fasce rappresentano le direzioni cardinali, mentre i raggi simboleggiano le inondazioni dell’universo ad opera delle acque future: quest’ultima precisazione indica che non si tratta di una semplice figura del mondo fenomenico, ma anzi di un’evocazione sacra in cui gli elementi terra e acqua (pioggia) risultano caricati di tutta la propria risonanza mitico-religiosa.

Poiché le coppe e i piatti si prestano facilmente a questo genere di decorazione, ci offrono una ricca gamma di rappresentazioni di questo tipo. I primi esempi risalgono alle origini della storia archeologica dei popoli dell’Asia occidentale, del IV millennio a.C. Due coppe dipinte di Elam (Susa I) ci mostrano le caratteristiche più comuni

Nel mezzo si trova sempre una croce o un simbolo del genere della svastica… oppure un disco ornato a mo’ di scacchiera che simboleggia forse la terra. Sul bordo appaiono delle forme molto simili ad un pettine – certamente il motivo della pioggia –; tra il centro e il bordo, una sorta di meandro, simbolo dell’Oceano (terrestre o celeste). Quindi degli stambecchi (qui assenti) ed infine l’uccello del sole che talvolta, come su un gran numero di sigilli cilindrici più recenti, s’innalza tra due monti, i monti del mondo» (Frobenius 147).

Gli elementi fondamentali dunque risultano essere una divisione in quattro, che potrà ulteriormente suddividersi in otto o sedici, rappresentata sia da una croce centrale, sia da una distribuzione in quattro campi o in multipli di quattro; a rutto ciò si aggiunge una forma circolare che può ripetersi in anelli e che evoca preferibilmente il mare originale o il mare che circonda e limita il mondo terrestre, essendo entrambi collegati dall’Oceano celeste primordiale.

Possediamo numerose coppe di metallo decorato proveniente dall’Antico Oriente che ci offrono una rappresentazione del mondo, quali la coppa fenicia della figura. Nel centro la zona celeste stellata, già divisa in quattro, quindi le consuete ripartizioni in campi successivi determinati dai quattro punti cardinali, infine, esternamente, la linea simbolica delle montagne all’inizio del mondo, che marcano l’orizzonte; su queste montagne compaiono alcuni alberi della vita attorno ai quali girano degli animali, simboli del felice aldilà.

Altre coppe cosmiche e rituali, come il disco di bronzo africano di Benin mostrano, al contrario, il quadrato terrestre al centro, poi lo spazio diviso in otto settori circolari circoscritti dal serpente Oceano, infine un’ultima aureola che comprende degli spazi alternativamente occupati da otto leoni e sei maschere; uno solo di questi spazi fa eccezione, quello diametralmente opposto ai due leoni che volgono il dorso, coincidente con la testa-coda del serpente (simbolo del rinnovarsi del principio): esso potrebbe avere il proprio corrispondente nell’archivolto che, come vedremo, conclude il ciclo dell’anno nelle curve dei timpani romanici.

Un sigillo ittita (Asia Occidentale) datato alla prima metà del sec. II a.C. rivela la stessa concezione: l’aspetto generale è quello di un cilindro bordato esternamente da otto festoni sui quali sono disegnate delle costellazioni, quindi segue una treccia continua che è la stilizzazione del serpente precedente; ulteriore prova a conferma della tesi che riconosce negli intrecci un vecchio simbolo acquatico. La stilizzazione può accentuarsi fino a raggiungere un tipo di perfezione propria dell’opera decorativa; simbolismo e decorazione sono per natura correlativi e spesso difficili a distinguersi, cosa che ha generato uno dei maggiori falsi problemi che gli uomini del nostro tempo si siano proposti di risolvere.

Il Museo coloniale di Roma possiede un campione di disco di legno molto diffuso proveniente dal centro delle capanne della località di Morka (antica costa africana della Somalia). La margherita centrale è circondata da una doppia treccia (l’oceano) poi da quattro settori determinati dai due assi rettangolari dei quattro punti cardinali.

Due legni d’ifa del paese di Joruba mostrano in quel punto un’immagine del mondo piuttosto semplificata senza essere per altro incompleta. Si tratta di due strumenti di divinazione ornati solamente lungo il bordo. Uno è circolare, l’altro rettangolare; il primo ornato da uccelli, l’altro da quattro figure, fra cui tre animali acquatici (pesce, granchio, tartaruga). La testa del dio Edschou domina questo cosmo in miniatura; la stessa testa si nota sul legno circolare e mostra che si tratta veramente di una figurazione sacra. Interessante è paragonare tale rappresentazione con il mondo marino del portale romanico della chiesa di Sant Pau del Camp a Barcellona. Pur nella diversità si noteranno le analogie.

Un lampadario etrusco conservato a Firenze, datato al sec. IX a.C., si mostra già più complesso, tuttavia vi si rintraccia subito il nostro schema tipico. Il contesto è mitologico: al centro una potente testa di Gorgone aureolata da un cerchio sul quale compaiono quattro coppie di leoni che divorano bovini

Il leone è un animale solare in relazione con il giorno; il toro un animale lunare in relazione con la luna e la notte. Il leone, divorando periodicamente il toro esprime da millenni la dualità fondamentale contrapposta del giorno e della notte, dell’estate e dell’inverno, che la considerazione delle stagioni invita a schematizzare in modo più preciso in un ciclo di quattro fasi. Tale simbolismo di base spesso viene valorizzato secondo le prospettive del sistema in cui si colloca; la sua lettura, dunque, per essere completa, deve svolgersi a due o più livelli. Poi un kyma, quella linea ondulata che rappresenta le onde del mare in cui sguazza un carosello di otto pesci. Infine, una corona esterna di sedici (quattro per quattro) figure addossate: otto sileni riconoscibili dal loro flauto accovacciate sopra dei pesci, otto femmine-uccello sopra una specie di trono. Questo lampadario rappresenta un tipo d’amplificazione pagana dello schema secondo una concezione mitologica.

Occorrerebbero interi volumi per elencare solamente qualche esempio colto da ogni civiltà. Non possiamo che accontentarci di qualcuno particolarmente tipico. Per introdurre a ciò che seguirà, citiamo il magnifico schema geroglifico di Quetzalcoatl, d’una ricchezza incredibile ed altamente rappresentativo delle culture mesoamericane.

Il personaggio di Quetzalcoatl, re di Tula, presumibilmente visse nel II o III secolo della nostra era ed è l’ancestrale archetipo che riassume nella sua persona le concezioni metafisiche ed antropologiche del suo popolo. Qui, egli è rappresentato in quanto Signore dell’Aurora, Centro delle quattro direzioni dell’Universo. L’immagine si dà come il riporto sul piano orizzontale del cubo cosmico. L’universo appare nei suoi differenti piani di direzione caratterizzati da quattro alberi che si sviluppano dalle regioni inferiori, simboleggiate una volta da una botte e due volte da maschere vomitanti. Il quarto albero, quello della zona superiore corrispondente al nord, è concepito come l’asse cosmico innalzato sulla ruota della rosa dei venti che sta alla base dell’albero stesso; esso si prolunga al di sotto nelle regioni inferiori.

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 55-57