Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (6)

Che la distinzione eriugeniana tra allegoria tipologica e simbolo interessi un nodo fondamentale del pensiero cristiano, lo suggeriscono ancora i testi di Dionigi e in particolare un passo della IX Lettera, in cui egli distingue nel cristianesimo una tradizione esoterica e una tradizione essoterica:

Duplice — egli scrive — è la tradizione dei teologi: l’una occulta e segretamente trasmessa, l’altra invece manifesta e più facilmente conoscibile. E l’una ha carattere simbolico e iniziatico (τὴν μὲν συμβολικὴν καὶ τελεστικήν), l’altra invece filosofico e dimostrativo (τὴν δὲ φιλόσοφον καὶ ἀποδεικτικήν): e l’ineffabile è intrecciato con ciò che è effabile. E questo persuade e vincola a sé la verità di ciò che dice (καταδεῖται τῶν λεγομένων τὴν ἀλήθειαν), quello invece opera e pone in Dio per mezzo di iniziazioni che non si possono insegnare. Del resto, nemmeno per quanto riguarda i riti che introducono ai misteri più santi, gli iniziatori sia della nostra tradizione che di quella posta sotto la Legge si sono astenuti da simboli a Dio convenienti. Ma vediamo angeli pieni di ogni santità misticamente offrire, attraverso enigmi, le cose divine, e lo stesso Gesù parlare della scienza di Dio in parabole e trasmettere i misteri divini sotto la figura di un banchetto.

Nella sostanza, è ancora la distinzione di Clemente tra fede e gnosi: ma qui si affacciano ormai gli schemi e la terminologia di Giovanni Scoto. Alla prima tradizione, infatti, Dionigi associa esplicitamente il simbolismo (τὴν μὲν συμβολικὴν) e, dopo un significativo richiamo alle rivelazioni angeliche, menziona come Giovanni Scoto le parabole di Gesù. Egli non chiarisce, invece, quale sia lo specifico carattere ermeneutico della « tradizione manifesta e più facilmente conoscibile » e, più oltre, parla anzi di σύμβολα o di τυπικσύμβολα anche a proposito di quest’ultima: ma le sue connotazioni di esteriorità e di elementarità la avvicinano notevolmente alla fides eriugeniana, e quindi alla prospettiva allegorica che le è connessa. Dionigi prosegue rilevando come i θεολόγοι « considerino taluni argomenti da un punto di vista civile e legale (πολιτικῶς καὶ ἐννόμως), altri invece con purezza e senza mescolanza (καθαρτικῶς καὶ ἀχράντως), alcuni in modo umano e medio (ἀνθρωπικῶς καὶ μέσως), altri invece in modo sopramondano e perfetto (ὑπερκοσμίκως καὶ τελεσιουργικῶς). Talora essi partono dalle leggi manifeste, talora invece dalle norme invisibili, secondo il carattere delle sacre espressioni di cui si servono, delle intelligenze e delle anime: infatti l’intero discorso che sta innanzi ad essi, in ogni sua parte, non racchiude della pura e semplice storia ma, al contrario, una vivificante perfezione ». Non è azzardato ricollegare tutte queste dicotomie a quella, che sarà formulata più tardi da Giovanni Scoto, di allegoria tipologica e simbolismo. Conclude infatti l’Areopagita: « Conviene dunque che anche noi, invece di un’interpretazione volgare (δημώδους) di quelle, penetriamo con santa e rispettosa disposizione dentro ai sacri simboli ».

All’inizio della Lettera, Dionigi aveva ancora più chiaramente stabilito un nesso tra quest’ultima forma, esoterica, di conoscenza e i ‘ simboli dissomiglianti ‘ di cui egli discorreva nella Gerarchia celeste e nel perduto trattato sulla Teologia simbolica: in tale opera, egli rammenta al discepolo Tito,

abbiamo esposto dettagliatamente tutte le rappresentazioni di Dio che si trovano nelle Scritture e che, a molti, paiono essere delle mostruosità (τερατολογίας). Infatti, quando i Padri istruiti nella sapienza segreta rivelano per mezzo di occulti e audaci enigmi la verità divina, mistica e inaccessibile ai profani, le anime non iniziate provano un’impressione di terribile assurdità […]. Ma se qualcuno potesse scorgere la convenienza che vi si nasconde dentro, troverà che tutto ha significato mistico e conforme alla natura divina, che tutto è pervaso di infinita luce teologica.

Soltanto coloro che siano « sinceri amanti della santità », avverte Dionigi, potranno penetrare con l’intelletto adeguatamente predisposto alla contemplazione « verso la verità semplice, soprannaturale e trascendente ogni simbolo (πρὸς τὴν ἁπλῆν, καὶ ὑπερφυῆ, καὶ ὑπεριδρυμένην τῶν συμβόλων ἀλήθειαν) ». L’antitesi di religione esteriore e religione interiore ci riporta perciò, nuovamente, a quella tra simboli dissomiglianti e simboli somiglianti: e si è visto come ai primi pensasse sicuramente anche Giovanni Scoto nel formulare la sua nozione di symbolum come figurazione in cui tutto si riferisce « ad theologiam, quae omnem sensum et intellectum superat ». Ma, mentre in Dionigi (e nelle Expositiones eriugeniane) la dicotomia presuppone ancora un punto di osservazione interno al metodo simbolico, nel Commentarius
Giovanni Scoto sembra volerne allargare le implicazioni teoriche facendola in un certo modo ‘ reagire ‘ con quella di allegoria facti e allegoria dicti che, in lui, vengono così a corrispondere rispettivamente alla fede popolare e alla gnosi iniziatica: la prospettiva ermeneutica e dottrinale che in Dionigi comprende le immagini somiglianti, l’interpretazione ‘ volgare ‘ e la tradizione manifesta o filosofica si precisa polemicamente nel Commentarius eriugeniano come allegoria facti e come esegesi tipologica delle Scritture. La distinzione operata da Giovanni Scoto fra allegoria tipologica e simbolo viene così a investire una fondamentale divaricazione fra due opposti modelli di conoscenza e di cultura, oltre che di interpretazione dei testi sacri. Il suo interesse sta soprattutto nel fatto che in essa riesce a tradursi efficacemente in termini ermeneutici l’antitesi, non soltanto cristiana, tra un sapere rigidamente ancorato a dogmi e a verità e, d’altro lato, una conoscenza ‘ mistica ‘ e interiore che, come quella dei sufi o dei maestri Zen, non sa accontentarsi di alcuna formula definitiva ma si esprime unicamente per negazioni e paradossi: antitesi che è impossibile ridurre a una semplice sfumatura nell’àmbito di quello che oggi si suole chiamare ‘ logocentrismo ‘ occidentale. Attraverso la figura di Pietro, Giovanni Scoto intese senza dubbio legittimare anche la prospettiva dogmatica e allegorica: ma nel cuore stesso della tradizione esegetica ‘ latina ‘, che andava progressivamente accentuando la propria intransigenza metodologica e assumendo un carattere sempre più minacciosamente totalitario, egli seppe dar voce a una diversa e più libera sapienza: quella affiorante da un pensare per simboli che risaliva alle più oscure e inaccessibili correnti del cristianesimo primitivo. La quasi incontrastata vittoria di Pietro nei confronti di Paolo odi Giovanni ne rese, in Occidente, la vita sempre più clandestina e difficile, come valgono a testimoniare le ripetute condanne ecclesiastiche dell’opera di Giovanni Scoto e la diffidenza di cui essa è tuttora circondata presso gli interpreti ufficiali del cristianesimo. Ma, ancora nel nostro secolo e con risonanze che oltrepassano i limiti di una posizione semplicemente religiosa, il suo insegnamento sembra riecheggiare miracolosamente intatto nelle parole di Simone Weil:

La concezione tomista della fede implica un ‘ totalitarismo ‘ soffocante come o più di quello di Hitler. Perché se lo spirito aderisce completamente, non solo a tutto ciò che la Chiesa considera strettamente di fede, ma anche a quello che essa riconoscerà mai come tale, l’intelligenza dev’essere imbavagliata e ridotta a compiti servili.

La metafora di ‘ velo ‘ o di ‘ riflesso ‘ applicata alla fede dai mistici consente loro di uscire da questo soffocamento. Essi accettano l’insegnamento della Chiesa non come la verità, ma come qualcosa dietro cui si trova la verità.

[…] Tutto accade come se, sotto la stessa denominazione di cristianesimo e all’interno della stessa organizzazione sociale, ci fossero due religioni distinte, quella dei mistici e l’altra.

Io credo che la prima sia quella vera […].

(Simone Weil, Lettre à un religieux), Paris, 1974, pp. 44-45.

Tavola riassuntiva delle corrispondenze terminologiche in Giovanni Scoto Eriugena

Le corrispondenze qui schematizzate non vanno naturalmente intese come rigorose equivalenze ma come serie di echi e di affioramenti, su piani diversi, delle stesse realtà fondamentali. In particolare ricorderemo che, per Giovanni Scoto, entrambi i tipi di allegoria appartengono sia al Vecchio che al Nuovo Testamento. Per comprendere meglio la tavola, occorre inoltre tener presente che essi corrispondono a gradi o a gerarchie diverse a seconda che vengano intesi come inesplicati o come ormai espliciti: così le due fasi estreme sono rispettivamente caratterizzate dalla massima enigmaticità e dalla totale assenza di simboli, mentre quella intermedia comprende una parte decifrata e una ancora enigmatica. Noteremo infine che, se il passaggio dalla prima alla seconda fase è di carattere storico e segna il compimento delle ‘ figure ‘ in Cristo, quello dalla seconda alla terza è invece un atto essenzialmente spirituale e interiore: « nil ibi est quod secundum historiam intelligatur, sed totum ad theologiam […] refertur».

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione:
Simbolo, metafora, allegoria. Atti del IV convegno italo-tedesco, Bressanone 1976 (Quaderni del circolo filologico linguistico padovano, 11)
Editore: Liviana
Luogo: Padova
Anno: 1980
Pagine: 101-104
Vedi anche:
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (1)
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (2)
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (3)
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (4)
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (5)

Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (5)

Quella che si delinea nel Commentarius è insomma una vera e propria distinzione tra simbolo e allegoria — ove si intenda quest’ultima nella sua accezione specificamente cristiana di allegoria facti. È vero che, nell’uso di Giovanni Scoto, l’allegoria comprende abitualmente in sé anche il symbolum: ma si tratta allora, più in generale, dell’allegoria come « tropus quo aliud significatur quam dicitur ». La variabilità e l’incostanza della terminologia esegetica medioevale non impediscono di riconoscere quello che sembra essere il fondamentale obiettivo di Giovanni Scoto allorché egli ridefinisce l’allegoria dicti come ‘ simbolo ‘ e la contrappone al l’allegoria facti, ai sacramenta e ai mysteria: situare la tradizionale interpretazione allegorica (tipologica o figurale), quale veniva praticata specialmente tra i ‘ latini ‘, in rapporto a quella simbolica, che si ricollegava invece alla gnosi ‘ orientale ‘ e neoplatonica. Si comprende allora perché, accingendosi a commentare il passo evangelico (sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci) che gli offrirà lo spunto per formulare tale distinzione, egli scriva che « vi è in questo un mistero la cui oscurità mi sembra così profonda che a stento è possibile esplorarlo ». Un mistero non dissimile da quello che, nell’Omelia, egli aveva riconosciuto in un altro episodio evangelico: quello dell’ingresso degli apostoli Pietro e Giovanni nella tomba di Cristo, immagine della divina Scrittura. Nell’interpretazione di Giovanni Scoto, Pietro è la fides e Giovanni l’intellectus o la contemplatio: come infatti questi giunse per primo alla tomba ma vi entrò solo dopo di Pietro, così anche la contemplazione intellettuale penetra più rapidamente la verità ma è sempre preceduta dalla fede cui spetta di prepararle l’accesso. Le parole di Giovanni Scoto autorizzano però anche una trasposizione sul piano dell’ermeneutica: se la pietra tombale, com’egli dice, rappresenta la « densitas litterae », non saranno forse Pietro e Giovanni, rispettivamente, anche l’interpretazione allegorica e quella simbolica? Una conferma di questa ipotesi sembra giungere dagli esempi che seguono immediatamente: « Allorché Pietro – egli spiega – riconobbe Cristo, Dio fatto uomo nel tempo, ed esclamò: ‘ Tu sei Cristo, il figlio del Dio vivente ‘, egli volò molto in alto. Ma più in alto di lui volò colui che, avendo conosciuto mediante l’intelletto lo stesso Cristo, Dio generato da Dio prima di tutti i secoli, proclamò: ‘ In principio era il Verbo ‘ ». Le citazioni allegate da Giovanni Scoto istituiscono una chiara analogia tra gli apostoli e le due fondamentali prospettive dell’esegesi sacra: la conoscenza dimostrata da Pietro nel riconoscere Cristo incarnato definisce nel migliore dei modi il livello allegorico, che riguarda il compimento storico delle promesse contenute nel Vecchio Testamento, mentre quella testimoniata dal prologo del Vangelo di san Giovanni (che Scoto citerà nel Commentarius
appunto come « simboli exemplum ») corrisponde all’esegesi simbolica, mediante la quale le realtà corporee vengono ricondotte ai loro archetipi sussistenti nell’unità del Verbo divino. Il punto cruciale è perciò costituito anche qui, come nella distinzione tra mysteria e symbola, dal ruolo che svolge la storia nell’insieme della costruzione dottrinaria: da una parte infatti Giovanni Scoto ammette una concezione del cristianesimo legata semplicemente alla storicità dell’incarnazione di Cristo (« Dio fatto uomo nel tempo »), dall’altra egli ne addita il coronamento in una metafisica astorica e contemplativa che ha di mira unicamente i princìpi intelligibili (« Dio generato da Dio prima di tutti i secoli ») e ravvisa nella Scrittura una fitta trama di simboli contenenti soltanto una significazione spirituale.

Ma la dicotomia così determinata non comporta, per Giovanni Scoto, né una frattura irriducibile tra i due termini, né una completa svalutazione del primo a favore del secondo. « Nisi credideritis, non intelligetis »: a proposito dei due apostoli egli cita, secondo la versione dei Settanta, il celebre versetto di Isaia e spiega che « necessario praecedit fides in monumentum sanctae Scripturae ». Analogamente, sul piano dell’ermeneutica, l’interpretazione simbolica di alcuni luoghi del Vecchio o del Nuovo Testamento non sopprimerà affatto la validità di quella figurale o allegorica, ma condurrà l’esegeta a verità più profonde di quelle che possono nutrire i semplici fedeli. Si profila così una progressione attraverso tre gradi successivi di conoscenza delle Scritture: quello storico o letterale, quello allegorico e quello simbolico. È lo stesso Giovanni Scoto a suggerirne i termini nel primo libro del Commentarius,
dove egli distingue nella storia universale della salvezza tre gerarchie e tre sacerdozi. Citando san Giovanni, egli scrive:

Giovanni propone dunque tre termini: la legge, la grazia, la verità. Egli introduce così tre gerarchie. La prima gerarchia, quella del Vecchio Testamento, si presenta sotto oscurissimi enigmi. La seconda, che noi chiamiamo gerarchia intermedia, è quella del Nuovo Testamento, nel quale abbonda la grazia e sono apertamente manifestati i fatti e i discorsi mistici della Legge. La terza gerarchia, la gerarchia celeste, già cominciata in questa vita ma che giungerà a perfezione nell’altra, è quella in cui verrà concessa a coloro che saranno deificati la contemplazione della pura verità, senza tenebra alcuna.

E alcuni capitoli più oltre, egli aggiunge:

Il primo sacerdozio […] si trovava a grande distanza da Gerusalemme, cioè dalla visione di pace, a causa dei suoi misteri oscuri e di difficilissima comprensione, e a causa delle tenebre densissime, assai lontane dalla luce della verità, che avvolgevano i suoi precetti. Il secondo sacerdozio è quello del Nuovo Testamento […]. Questo sacerdozio è in parte luminoso per la chiara conoscenza della verità, in parte oscuro per i suoi simboli […]. Il terzo sacerdozio sarà celebrato nella vita futura: ivi non sarà alcun simbolo, alcuna immagine oscura, ma la verità apparirà in tutto il suo splendore.

L’analogia di questi tre gradi con quelli dell’interpretazione scritturale è indicata dallo stesso vocabolario impiegato da Giovanni Scoto. Al primo di essi, che ci si presenta « in obscurissimis enigmatibus » e avvolto da « densissimae caligines », corrisponderà la « densitas litterae » del Vecchio Testamento: cioè la « historia » e le « res gestae » prive ancora del loro significato cristologico. Al secondo sacerdozio (che si identifica con la gerarchia ecclesiastica di Dionigi e nel quale appaiono finalmente compiuti i mysteria, ossia tutte le cose « quae mystice in lege et dicta et facta sunt ») apparterrà invece l’interpretazione allegorica, vale a dire la spiegazione delle allegoriae et dicti et facti come figure di Cristo e della Chiesa: è questa la sua parte luminosa, la « clarissima ueritatis cognitio ». Ma si tratta di una verità ancora incompleta, perché lo stesso sacerdozio neotestamentario, dice Giovanni Scoto, « partim obscuratur in simbolis ». Più avanti egli preciserà che questi symbola o allegoriae dicti sono frequenti soprattutto « nelle parabole del Signore, come la parabola del ricco e del povero Lazzaro nel seno di Abramo, con l’abisso che li separa, la fiamma, la lingua e il dito. Nessuna autorità ci insegna che tutto ciò sia esistito storicamente: tutto è stato detto in modo assolutamente figurato. Questo tipo di allegoria si trova in quasi tutte le parabole e il suo nome esatto è ‘ simbolo ‘ […] ». A svelarne il significato sarà appunto l’esegesi simbolica, cioè la theoria o theologica contemplatio, che si situa al livello della gerarchia celeste (in cui verrà concessa agli eletti la « purae ueritatis contemplatio ») o del terzo sacerdozio, quello della gnosi e dell’iniziazione, che anticipa sulla terra la condizione della vita angelica e futura: « in qua nulla simbola, nulla figurarum obscuritas, sed tota apparebit clarissima ueritas ».

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione:
Simbolo, metafora, allegoria. Atti del IV convegno italo-tedesco, Bressanone 1976 (Quaderni del circolo filologico linguistico padovano, 11)
Editore: Liviana
Luogo: Padova
Anno: 1980
Pagine: 99-101
Vedi anche:
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (1)

Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (2)
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (3)
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (4)

Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (4)

L’ermeneutica di Giovanni Scoto conferma la sua dichiarata predilezione per le dottrine dei Padri greci. La stessa quadripartizione dei sensi scritturali in historia, ethica, physica e theologia, da lui proposta nell’Omelia sul prologo del Vangelo di san Giovanni, non corrisponde affatto, malgrado la parità numerica, a quella corrente presso gli ermeneuti ‘ latini ‘. Essa deriva indiscutibilmente da fonti ‘ greche ‘: è probabile che il modello diretto sia san Massimo, ma la distinzione fra ἠθική, φυσικἠ (o φυσιολογἰα) e θεολογἰα scandisce già il percorso gnostico degli Stromata di Clemente Alessandrino. Anche la nozione eriugeniana di allegoria, prima del Commentarius, sembra del tutto indipendente da quella improntata alla tipologia paolina e intesa come ‘ profezia reale ‘: essa si avvicina piuttosto alla semplice allegoria morale di Filone e dei suoi imitatori greci e latini. Ma questa preferenza quasi esclusiva accordata alla tradizione cristiana d’Oriente non poteva non sollevare delicati problemi, di cui Giovanni Scoto seppe intuire l’eccezionale portata teologica: come conciliare le sublimi dottrine dei Padri greci (o, anche tra i latini, di un sant’Ambrogio), che delineano l’immagine di un cristianesimo iniziatico e tutto vólto alla contemplazione spirituale, con quelle, più elementari e grossolane, che si leggono nella maggior parte dei Padri latini? Non di rado, egli confessa nel quinto libro del Periphyseon, gli insegnamenti di questi ultimi lo lasciano stupefatto e inorridito, tanto essi appaiono in contrasto con la vera scienza delle cose divine: come giustificarne allora la presenza in autori che, altrove, mostrano di possedere le più alte conoscenze metafisiche? Giovanni Scoto cerca una risposta all’interrogativo nella destinazione di questi scritti: è infatti lecito supporre che taluni Padri della Chiesa siano stati « indotti a pensare e a scrivere simili cose al fine di riuscire in questo modo a innalzare verso la contemplazione delle cose spirituali coloro che sono dediti ai pensieri terrestri e carnali e si nutrono dei soli rudimenti di una fede semplice ». Il contrasto fra ‘ greci ‘ e ‘ latini ‘ viene così ricondotto da Giovanni Scoto a quello, già esplicitamente formulato nel cristianesimo antico, tra dottrina esoterica e dottrina essoterica, tra gnosi e fede. Scriveva negli Stromata Clemente Alessandrino:

la fede è in qualche modo una gnosi in compendio delle verità necessarie, e la gnosi è una verificazione (ἀποδείξις) forte e solida delle verità ricevute mediante la fede; essa è costruita sul fondamento della fede e conduce a una certezza incrollabile, a un’appercezione adeguata accompagnata da scienza. C’è, mi sembra, una prima trasformazione, che opera la salvezza, dal paganesimo alla fede, e una seconda, dalla fede alla gnosi. Quest’ultima, compiendosi in carità, stringe fin da quaggiù tra l’essere conoscente e quello conosciuto le relazioni di un amico con un amico. E forse fin da quaggiù un simile uomo, prendendo un anticipo del suo destino, possiede una condizione eguale a quella degli angeli.
(Stromata, VII, 55-57)

Negli ultimi capitoli del Commentarius, che rimase interrotto probabilmente per la morte dell’autore, Giovanni Scoto sembra voler riprodurre questa distinzione anche sul piano dell’ermeneutica scritturale. Accingendosi a commentare il significato dei pani e dei pesci nella narrazione del noto miracolo evangelico, egli scrive:

Prima di tutto dobbiamo chiederci quale differenza ci sia tra i ‘ misteri ‘ delle due Leggi, quella della Lettera e quella della Grazia, e i ‘ simboli ‘. Propriamente, i ‘ misteri ‘ sono quelli che ci si presentano sotto forma di una ‘ allegoria dei fatti e del discorso ‘, dei fatti perché sono realmente accaduti e del discorso in quanto essi ci vengono narrati […]. E questo tipo di segni visibili è giustamente chiamato dai santi Padri ‘ allegoria dei fatti e del discorso ‘. Vi è poi un altro tipo, il cui nome è propriamente ‘ simbolo ‘ e che viene chiamato ‘ allegoria del discorso e non dei fatti ‘ perché consiste unicamente nei discorsi dell’insegnamento spirituale, e non in fatti sensibili. Così, i ‘ misteri ‘, nel Vecchio come nel Nuovo Testamento, sono fatti avvenuti nella storia e raccontati dalla lettera. I ‘ simboli ‘, invece, non sono fatti, ma discorsi che narrano cose che non sono accadute come se fossero accadute, unicamente in vista dell’insegnamento.
(Commentum in Evangelium Iohannis, VI, 5)

È certo consapevole, in queste righe, la ripresa della distinzione tradizionale fra allegoria in factis e allegoria in uerbis : l’allegoria facti et dicti (o mysterium) di Giovanni Scoto è infatti agevolmente riconducibile al primo dei due tipi, cioè all’allegoria intesa come prefigurazione di Cristo e della Chiesa, mentre l’allegoria dicti, non autem facti corrisponde esattamente al secondo tipo, il quale non presuppone alcuna verità storica da interpretare ma comprende soltanto ‘ finzioni ‘ o metafore del linguaggio . Tali nessi terminologici sono stati minuziosamente esaminati da Jean Pépin in un saggio dedicato alla distinzione eriugeniana tra mysteria e symbola: ma lo studioso francese, riportandola in ultima analisi a quella tra mysteria e sacramenta che si delinea nell’opera di sant’Agostino, la include senza esitazione « in uno sviluppo esegetico nel quale l’influsso agostiniano è […] preponderante » e si lascia completamente sfuggire la sottile operazione di sabotaggio teologico che Giovanni Scoto sembra aver compiuto sulla usuale distinzione tra allegoria in factis e allegoria in uerbis. Che il valore attribuito dall’Eriugena alla prima varietà di allegoria sia quello comune anche a Beda e ad Agostino – basterebbe a confermarlo la citazione, tra gli altri esempi scritturistici, dello stesso luogo della Lettera ai Galati riportato da entrambi gli autori a illustrazione dell’allegoria in factis. Ma la seconda varietà, anche se definita in termini conformi a quelli di Beda, viene a godere di fatto nella dottrina eriugeniana di uno statuto metafisico assai più elevato di quello riconosciuto alla prima – così da risultarne profondamente sconvolta, e addirittura rovesciata, la gerarchia delle modalità allegoriche stabilita nell’àmbito ‘ latino ‘. Infatti, l’identificazione dell’allegoria dicti o in uerbis con il symbolum la associa immediatamente ai σὐμβολα
di Dionigi Areopagita e alla grande epopea ermeneutica e gnostica descritta nel Periphyseon: più precisamente, si dovrà ancora pensare a quei ‘ simboli dissomiglianti ‘ che misteriosamente ci introducono nelle altezze ineffabili della teologia apofatica. L’esemplificazione addotta è ancora una volta rivelatrice. Mentre Beda si limitava a citare come esempi dell’allegoria in uerbis alcune immagini del Vecchio Testamento che giova applicare metaforicamente a Cristo e alla Vergine, Giovanni Scoto sigilla la sua definizione con un riferimento scritturistico di ben altra portata dottrinale:

Ecco un esempio di simbolo: « In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio ». Si tratta qui solamente di un discorso che non ci fa conoscere alcun fatto storico. Esso deve perciò essere accolto tutto intero e senza divisione dagli uomini carnali; deve esserlo tutto intero e nella sua unità dagli uomini spirituali. Non si può spezzarlo, perché non c’è nulla da intendere in modo storico, ma tutto si riferisce alla teologia, che eccede ogni pensiero e ogni intelligenza.
(
Periphyseon, III, 3)

Esempio, questo, densissimo di implicazioni metafisiche: associando il symbolum alla dottrina giovannea del Verbo, Giovanni Scoto non solo mette in relazione con il mistero più sublime del cristianesimo, ma vi fa anche trasparire quello che abbiamo riconosciuto come il presupposto e la meta finale di tutta la sua ermeneutica. La theoria, o interpretazione ‘ teologica ‘, consiste infatti in un’ascesa attraverso i gradi della manifestazione cosmica che riconduca le realtà corporee a quelle « primordiales rerum causas, quas pater in uerbo suo semel simulque condidit ». Questo intrinseco rapporto del simbolismo con la dottrina del Verbo è stato indicato da René Guénon nei Simboli della Scienza Sacra come fondamentale in tutte le tradizioni metafisiche. « Non senza ragione – egli scrive nel saggio Verbo e il Simbolo – si sono potute richiamare, a proposito di simbolismo, le prime parole del Vangelo di san Giovanni: ‘ In principio era il Verbo ‘ […]. La Creazione è l’opera del Verbo; essa è anche, e proprio per questo, la sua manifestazione, la sua affermazione esteriore; ed è per ciò che il mondo è come un linguaggio divino per coloro che sanno comprenderlo: Caeli enarrant gloriam Dei […]. Tutto ciò che è, sotto qualsiasi modalità si trovi, avendo il suo principio nell’Intelletto divino, traduce o rappresenta questo principio secondo la sua maniera e secondo il suo ordine d’esistenza; e, così, da un ordine a un altro, tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all’armonia universale e totale, che è come un riflesso dell’Unità divina stessa. Tale corrispondenza è il vero fondamento del simbolismo […] ».

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione:
Simbolo, metafora, allegoria. Atti del IV convegno italo-tedesco, Bressanone 1976 (Quaderni del circolo filologico linguistico padovano, 11)
Editore: Liviana
Luogo: Padova
Anno: 1980
Pagine: 91-98
Vedi anche:
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (1)

Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (2)
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (3)

Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (3)

Nella gnosi dionisiana, la concezione dell’universo come mistica scala a Dio assume la forma visionaria di un’angeologia. Gli angeli sono infatti per eccellenza, secondo Dionigi, gli ‘ interpreti ‘ della scienza divina, la quale attraverso le loro gerarchie discende fino a noi sotto forma di rivelazione simbolica: tutti i doni sapienziali che, egli dice, sono stati « trasmessi alle essenze celesti in modo sopramondano, a noi lo sono stati sotto forma di simboli (συμβολικῶς)»83, E non stupisce che proprio nella Gerarchia celeste e a proposito degli angeli, Dionigi esponga la sua dottrina del simbolismo: perché, come ha scritto Gilbert Durand, « gli angeli […] sono il criterio stesso di un’ontologia simbolica. Essi sono simboli della stessa funzione simbolica la quale – come loro! – è mediatrice fra la trascendenza del significato e il mondo manifestato dei segni concreti, incarnati, che grazie a essa diventano simboli ». Ma nella Scrittura, secondo l’Areopagita, si dovranno distinguere due modalità di rivelazione, che corrispondono a due tipi diversi di simbolismo: « una che procede, com’è naturale, a mezzo di sante immagini somiglianti al loro oggetto, l’altra che, ricorrendo a raffigurazioni dissomiglianti, spinge la finzione sino a una totale inverosimiglianza e assurdità ». Nel caso degli angeli, il primo tipo è quello in cui essi siano effigiati in forma di uomini luminosi o splendidamente vestiti, cioè mediante immagini convenienti alla nobiltà del loro rango; il secondo è invece quello in cui loro simboli divengano le cose più vili e degradate: come pietre, ruote o animali. Paradossalmente, per Dionigi, è proprio quest’ultima la forma più elevata di simbolismo perché, oltre a garantire la segretezza delle dottrine sacre, essa invita l’uomo a più perfette meditazioni:

Che le immagini inverosimili elevino meglio la nostra mente di quelle somiglianti — egli scrive —, credo ne converranno tutti gli uomini assennati: infatti è naturale che taluni possano essere ingannati dalle raffigurazioni più elevate, credendo che le essenze celesti siano figure d’oro e uomini luminosi e sfolgoranti, splendidamente avvolti in una veste radiosa, irraggianti un fuoco che non fa loro alcun danno, e tutte le altre belle immagini dello stesso tipo di cui si è servita la Scrittura (θεολογία) per rappresentare gli spiriti celesti. Perché non incorressero in questo pericolo coloro che non hanno concepito niente di più elevato delle bellezze apparenti, la sapienza sublime dei santi teologi (θεολόγοι: cioè gli scrittori ispirati), che ci fa tendere verso l’alto, accondiscende anche a santamente offrirci figure assurde e dissomiglianti; e non lascia che la nostra tendenza verso la materia ristagni al livello delle immagini vili, ma solleva la parte dell’anima che tende verso l’alto e la stimola con la difformità dei segni in modo che non sia né lecito né verosimile, nemmeno per coloro che sono troppo inclini verso la materia, credere che le meraviglie sopracelesti e divine rassomiglino veramente a queste immagini cosi vili.
(De celesti hierarchia, II, 3)

Ma c’è una ragione più profonda a giustificare la superiorità dei simboli dissomiglianti nell’àmbito della conoscenza spirituale: essa va cercata nella loro analogia con la forma suprema di teologia, quella ‘ apofatica ‘ o negativa. Il parallelismo esistente fra la distinzione dei due tipi di rappresentazione simbolica e quella, più generale, fra teologia affermativa e teologia negativa è esplicito in Dionigi. Le sacre tradizioni, egli dice, usano sovente immagini nobili e venerabili per parlare di Dio e lo chiamano Essenza, Vita o Luce: ma nemmeno questi appellativi, che circoscrivono lo spazio della teologia affermativa, potranno mai esprimere la Sua natura ineffabile, superiore a ogni nome. Così, egli prosegue, queste stesse tradizioni sono solite celebrarlo anche « in modo sopramondano per mezzo di rivelazioni dissomiglianti, definendolo invisibile, illimitato, infinito e usando termini che significano non ciò ch’Egli è, ma ciò ch’Egli non è » (ibid.). Nel suo commento all’opera dionisiana, Giovanni Scoto ribadirà questa arcana parentela dei simboli dissomiglianti con la teologia negativa e ne illustrerà con grande efficacia le ragioni. Così egli argomenta:

Come è stato dimostrato in precedenza, allo stesso modo in cui le realtà divine possono essere maggiormente onorate, cioè significate più chiaramente con negazioni vere piuttosto che con affermazioni metaforiche, del pari queste stesse realtà divine penetrano meglio e con maggiore efficacia nelle menti umane attraverso similitudini insolite e immagini delle più vili tra le cose materiali, piuttosto che attraverso belle figure di cose celesti e ragionevoli […]. E perciò, come onora maggiormente Dio chi nega di Lui ogni attributo di chi ne afferma qualcuno, così lo esprime e lo onora di più chi lo riveste di una figura di bestia.
(Expositiones in hierarchiam coelestem, II, 5)

Siamo qui nell’àmbito di un vero e proprio simbolismo esoterico, simbolismo che tutte le tradizioni arcaiche associano alla legge dell’analogia inversa: per condurre alle realtà celesti, il nostro universo deve per noi quasi capovolgersi su se stesso in modo che più non si riconosca il suo ordine apparente e sensibile ma ne appaia a poco a poco un altro, puramente spirituale.

I princìpi metafisici che fondano questa ‘ legge ‘ del simbolismo tradizionale sono stati esaurientemente esposti da Frithjof Schuon, De l’Unité transcendante des Religions, Paris, 1968, pp. 68-70. Lo stesso insegnamento possiamo leggere nel mirabile saggio sull’icona di Pavel Florenskij, Le porte regali, Milano, 1977: attraverso l’esperienza emblematica del sogno, durante il quale il « tempo kantiano » appare come rovesciato e scorre « incontro al presente, all’inverso del movimento della coscienza di veglia » (ibid., p. 30), Florenskij illustra il rapporto ‘ speculare ‘ che intercorre fra il nostro mondo e quello spirituale e celeste: « Forse che in questo mondo capovolto – egli scrive –, in questo mondo ontologicamente riflesso in uno specchio, non riconosciamo il piano immaginario, anche se è piuttosto immaginario questo nostro mondo per coloro che si sono capovolti su se stessi, che si sono rovesciati, giungendo al centro del mondo spirituale che è più autenticamente reale di loro stessi. Sì, questo è reale nella sua essenza – non è un qualcosa di completamente diverso rispetto alla realtà del nostro mondo, perché unica è la misericordiosa creazione di Dio, ma è il medesimo essere che può essere contemplato dall’altro versante da coloro che all’altro versante sono passati. Cioè il volto e gli aspetti delle cose sono visibili a coloro che hanno manifestato in se stessi il loro volto primigenio, l’immagine di Dio, ovvero, in greco, l’idea: l’idea stessa, illuminandosi, vede l’idea dell’Essere, se stessa e, attraverso a se stessa che rivela il mondo, questo nostro mondo come idea del mondo superiore» (ibid., pp. 31-2). Cf. infine e ancora Giovanni Scoto Eriugena, Expositiones in hierarchiam coelestem, II.2, II,4 e II,5.

Nella loro difformità, i dissimilia symbola di Giovanni Scoto e di Dionigi pervengono a negare la loro corporeità nel momento stesso in cui si presentano come immagini sensibili. L’estrema degradazione materiale, che li fa incolmabilmente lontani e dissomiglianti dalle realtà significate, svela però in essi l’orrore della separazione. Ecco allora apparire più chiare, in questo tenebroso contorcimento della natura, le tracce e gli echi del mondo sovrasensibile: la difformità è lo spiraglio attraverso il quale esso si insinua visibilmente nel nostro universo. Come felicemente è stato detto da Maurice De Gandillac, i simboli ‘ mostruosi ‘ o degradati costituiscono « in qualche modo la forma sensibile dell’apofasi stessa ». Il vertiginoso margine bianco lasciato dalla Teologia mistica — il più breve dei trattati dionisiani perché avvicinandosi alle realtà supreme, come dichiara lo stesso Areopagita, il discorso progressivamente si contrae e tende verso un silenzio assoluto — può riempirsi soltanto di musi feroci e minacciosi, di becchi ricurvi, di creature miste e chimeriche: il suo migliore commento sarà, inaspettatamente, un libro di mostri o un bestiario o una vòlta popolata di tetramorfi. Proprio in queste inquietanti (ma « vere ») negazioni di ogni forma equilibrata e ragionevole, sta il più efficace invito all’ascesa mistica attraverso i mondi archetipi che in eterna unità sussistono nel Verbo di Dio: « plus eum significat […] qui figuram bestialem ipsi circumdat ».

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione:
Simbolo, metafora, allegoria. Atti del IV convegno italo-tedesco, Bressanone 1976 (Quaderni del circolo filologico linguistico padovano, 11)
Editore: Liviana
Luogo: Padova
Anno: 1980
Pagine: 87-91
Vedi anche:
Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (1)

Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (2)

Simbolo e allegoria nell’ermeneutica medievale (2)

Nell’introdurre il suo esame dei testi, Armand Strubel affermava che ciascuno dei tre scrittori scelti (Agostino, Beda e Tommaso) « è rappresentativo di una delle tre prospettive principali secondo le quali l’esegesi ha affrontato i problemi del senso ». In realtà, qui sembra essere rappresentata soltanto la prospettiva dogmatica, ‘ ufficiale ‘ del cristianesimo medioevale: quella più saldamente ancorata al magistero della Chiesa. Anche se in differenti contesti storico-teologici e a un grado ineguale di complessità teorica, la dottrina esegetica degli autori compresi da Strubel nella sua ricerca tende a uno stesso fine di chiusura dogmatica e di « edificazione della santa Chiesa »: il ‘ totalitarismo ‘ ermeneutico di san Tommaso è già in embrione nella preferenza accordata da Beda e da Agostino all’allegoria in factis e nella conseguente idea di un metodo la cui normatività sarebbe sancita da un’investitura divina. Il territorio speculativo che rimane in tal modo escluso è però vastissimo: vi rientra, infatti, tutta la ‘ gnosi ‘ cristiana antica e medioevale, che ha costantemente seguito vie spirituali distinte, anche se non sempre divergenti, da quelle del dogmatismo ecclesiastico. Le sue matrici metafisiche sono approssimativamente riconoscibili nel pensiero platonico, penetrato nel cristianesimo già attraverso la Scuola di Alessandria, e più direttamente in quello neoplatonico, che fu ‘ tradotto ‘ in termini angeologici dallo ps.-Dionigi Areopagita. Furono soprattutto gli scritti areopagitici a ispirare, anche sul versante ‘ latino ‘, quella concezione mistica e quasi misterica del cristianesimo che troverà la sua prima grande espressione occidentale in Giovanni Scoto Eriugena. Non è sfuggito a Henri de Lubac come uno dei più evidenti punti di attrito fra queste due grandi correnti del cristianesimo fosse quello della « storicità soprannaturale » delle Scritture: « questo perché – egli spiega – l’anagogia dionisiana, mediante la quale si passa dall’ordine delle visioni a quello della contemplazione pura, o dalla teologia simbolica alla teologia mistica, non è in primo luogo e nemmeno principalmente l’ultimo tempo di un’esegesi: è quasi l’estremo prorompimento di una specie di energia cosmica che solleva ogni natura secondo il suo ordine gerarchico nella serie graduata delle illuminazioni ». La prospettiva di Lubac è dichiaratamente apologetica e traspaiono nelle sue parole inevitabili sospetti nei confronti di una gnosi che gli appare pericolosamente svincolata da ogni controllo ecclesiastico: nondimeno, egli conclude le sue considerazioni scrivendo che « sarebbe molto interessante enucleare la storia delle lotte d’influenza e dei tentativi di sintesi tra queste due tradizioni mistiche ». Un capitolo fondamentale di questa storia è probabilmente costituito dalle definizioni medioevali di allegoria e di simbolo.

E la posizione di Giovanni Scoto non è, in questo àmbito, assolutamente riconducibile alle prospettive illustrate da Strubel: l’interesse dei suoi scritti (in particolare dell’incompiuto Commentarius al Vangelo di san Giovanni) sta anche nel fatto che, pur seguendo nella sostanza le dottrine di Dionigi e della patristica greca, egli vi sovrappose parzialmente la terminologia degli esegeti ‘ latini ‘ riplasmandone il significato primitivo e facendovi imprevedibilmente affiorare i lineamenti di una concezione esoterica del simbolismo.

L’ermeneutica eriugeniana presuppone lo sfondo dell’universo gerarchizzato di Dionigi e del neoplatonismo. Anche per Giovanni Scoto il cosmo non è che una sterminata manifestazione o rivelazione di Dio: una teofania. In esso Dio si esprime e si conosce: in misura proporzionale al proprio rango ontologico ogni cosa è, nella sua più intima essenza, la conoscenza che Dio ha di se stesso e di se stesso offre all’uomo. Tutte le creature, anche le più vili, contengono perciò una traccia dell’Essere supremo: e questa traccia è appunto ciò che le fa sussistere in quanto tali e ne stabilisce la dignità gerarchica nell’àmbito della manifestazione universale. Scrive Étienne Gilson che, laddove la comune concezione cristiana della creazione « riconduce tutto a dei rapporti di causa ed effetto nell’ordine dell’essere, Eriugena pensa piuttosto a quello che sono, nell’ordine della conoscenza, i rapporti di segno e cosa significata ». E proprio questo conferisce all’esegesi simbolica uno statuto di privilegio: infatti, in una tale prospettiva, come osserva ancora Gilson, ogni cosa è « essenzialmente un segno, un simbolo, in cui Dio si fa da noi conoscere: ‘ nihil enim uisibilium rerum corporaliumque est, ut arbitror, quod non incorporale quid et intelligibile significet ‘ ». Queste realtà intelligibili di cui tutte le cose sono i simboli corrispondono per Giovanni Scoto, conformemente alla tradizione platonica, ai loro archetipi o modelli superiori: nel ciclo eriugeniano delle quattro nature ‘, si tratta della seconda (la natura « quae et creatur et creat ») – cioè delle idee creatrici che eternamente sussistono nel Verbo e con esso, in ultima analisi, si identificano. Il fine dell’esegesi sarà perciò quello di ricondurre le entità fisiche ai loro archetipi celesti, di farle ‘ rientrare ‘ nel Verbo che le ha proferite. Ciò non può avvenire che per gradi, ripercorrendo a ritroso le diverse fasi del processo che ha portato alla divisione dell’universo e alla formazione di tutte le cose: l’ermeneutica non fa perciò che anticipare, sul piano della gnosi individuale, quello che sarà il destino finale dell’universo – il suo ‘ ritorno ‘ in Dio. Additando nella Trinità l’unico mezzo per raggiungere la deificatio, così descrive Giovanni Scoto questa ascesa mistico-esegetica attraverso i simboli della Scrittura:

La santa Trinità è dunque la nostra θέωσις, cioè la nostra deificazione; infatti essa deifica la nostra natura, riconducendola attraverso i simboli sensibili nelle altezze della natura angelica […]. Essa ci manifesta le Virtù celesti in figure e in forme convenienti alla nostra debolezza, affinché per mezzo di queste, come per gradini da Essa costruiti nelle sacre Scritture (voglio dire le imprese dei patriarchi della Legge antica, le visioni dei profeti, i misteri della parola evangelica e tutti i prodigi che il Signore compì nella carne, i sacramenti visibili della nuova Legge che furono iniziati e santificati dallo stesso Signore e poi celebrati, diffusi e rinvigoriti dai santi Apostoli) ascendiamo con i passi dell’azione e della scienza, guidati, soccorsi e assistiti dalla grazia divina, finché giungiamo allo stesso modo degli angeli alla semplicissima e purissima contemplazione della verità immutabile.

È questa, secondo Giovanni Scoto, la theoria o contemplatio theologica, cioè anche il grado supremo dell’interpretazione simbolica delle Scritture. Essa corrisponde perfettamente all’esegesi che veniva praticata nell’àmbito della teosofia shi’ita: come riferisce Corbin, essa è designata dal « termine tecnico ta’wil, il quale etimologicamente significa ‘ ricondurre ‘ i dati alla loro origine, al loro archetipo, al loro donatore.
Per questo occorre riafferrarli a ciascuno dei gradi d’essere o piani attraverso i quali essi hanno dovuto discendere per giungere alla modalità ontologica corrispondente al piano di evidenza della nostra coscienza comune. Tale operazione deve far simboleggiare questi piani gli uni con gli altri […]. Il ta’wil presuppone la sovrapposizione di mondi e di intermondi, come fondamento correlativo della pluralità dei sensi di un medesimo testo ». Così, anche in Giovanni Scoto, esiste una correlazione tra il numero indefinito dei gradi gerarchici nei quali si può suddividere il cosmo e quello dei sensi spirituali discernibili nella Scrittura: in un celebre luogo del Periphyseon quest’ultima è paragonata a una penna di pavone, la quale in ogni sua minuta parte lascia scorgere una mirabile varietà di colori. Ha quindi ragione Tullio Gregory quando afferma che « con l’Eriugena siamo molto al di là della dottrina dei ‘ sensi ‘ della Scrittura, largamente adottata da tutta l’esegesi medievale attraverso le tecniche ermeneutiche esemplate prevalentemente su Agostino e Gregorio Magno […]. Sotto l’influsso della prospettiva dionisiana, Giovanni Scoto intende […] la ‘ lettura ‘ della Bibbia – dei misteri e dei simboli – come iniziazione alla realtà intelligibile che in essi si manifesta (il circolare ritmo delle ‘ nature ‘): orientata secondo i momenti dell’ascesa dialettica dalla storia ‘ all’idea (unica realtà vera), la sua esegesi si ispira alla ἀναγογή dionisiana che applica alla comprensione della Scrittura il processo platonico di ascesa al mondo ideale ».

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione:
Simbolo, metafora, allegoria. Atti del IV convegno italo-tedesco, Bressanone 1976 (Quaderni del circolo filologico linguistico padovano, 11)
Editore: Liviana
Luogo: Padova
Anno: 1980
Pagine: 81-87
Vedi anche:

Physiologus (5)

Se le applicazioni simboliche del ‘ bestiario ‘, che sono per lo più centoni biblici, sono opera originale e ripercorrono, come specifica il prologo di un’antica redazione, le fasi dell’« economia terrena del Signore nostro Gesù Cristo » dall’incarnazione alla morte e alla resurrezione, le « nature » appartengono quasi interamente alla scienza esoterica alessandrina. La vigilanza del leone, le resurrezioni della fenice, la simpatia astrale dell’onagro e della scimmia e molti altri emblemi del Physiologus si leggono
anche nei Geroglifici di Horapollo o negli scritti isiaci di Plutarco; le proprietà mediche del caradrio, della pietra indiana, di quella del-buon-parto, ecc. sono riportate nelle Ciranidi ermetiche, forse posteriori al nostro testo, ma certamente depositarie di conoscenze molto più antiche; le inimicizie del cervo e del drago, del coccodrillo e della lontra, del drago e delle colombe derivano molto probabilmente dal trattato, oggi perduto, Sulle simpatie e sulle antipatie di Bolo di Mendes, o da un’opera analoga: si tratta del resto di una simbologia che affonda le proprie radici nei primordi della civiltà, e di cui rimane traccia nei più antichi testi indiani, cinesi e mesopotamici. Il Physiologus è forse la rara e preziosa testimonianza di un’opera di adattamento e di combinazione della dottrina cristiana con i ‘ misteri ‘ greci ed egizi, che non dovette differire molto da quella che fu all’origine, in epoca poco più tarda, del mito del Graal, reinterpretazione neotestamentaria delle tradizioni druidiche e nordiche. Quelle « immagini di rettili e di animali ripugnanti » che Ezechiele aborriva come oggetto di diabolica idolatria, divengono prefigurazioni delle verità evangeliche, e molte di esse, per la mediazione forse inconsapevole del Fisiologo, fanno affiorare la segreta continuità che unisce i simboli del cristianesimo e quelli degli antichi culti e misteri mediterranei.

Il vero ‘ bestiario il bestiaire divin, è la gerarchia angelica. Per spiegare la duplice creazione degli animali nel I e nel II capitolo del Genesi, Filone argomenta che i primi non fossero le creature fisiche nominate da Adamo, ma « gli angeli incorporei », archetipi celesti di quelle. Così, se Ezechiele nella sua visione descrive i quattro « animali » ciascuno con un volto d’uomo, uno di leone, uno di toro e uno d’aquila, in qualche apocalisse neotestamentaria, come l’Apocryphon di Giovanni, e nelle cartografie eoniche di alcune sette gnostiche, la gerarchia celeste assume il preciso aspetto di un catalogo zoologico, in cui ogni angelo è raffigurato dal muso di un animale. Nella vertiginosa visione ofita che Origene riporta nel suo trattato Contro Celso, la prima creatura del cielo, Michele, è ritratta con la figura di un leone, la successiva, Surièl, è un toro, la terza, Rafaèl, un « essere anfibio che soffia in modo orribile », cioè un drago, la quarta, Gabrièl, è in forma d’aquila, la quinta, Thauthabaòth, è simile a un orso, la sesta, Erathaòth, e la settima, Onoèl, hanno rispettivamente un volto canino e un volto asinino. E Dionigi Areopagita, nella Gerarchia Celeste, dopo aver a sua volta elencato le proprietà secondo cui gli angeli sono talora rappresentati da un leone, da un bue o da un’aquila, concludendo la sua « esegesi sacra delle figure delle bestie selvagge che simboleggiano santamente gli spiriti celesti », afferma che sarebbe possibile, analogamente, adattare alle Virtù celesti «ogni proprietà particolare degli animali citati », e insomma « riferire tutte le sensazioni degli animali irragionevoli e i loro molteplici organi alle intellezioni immateriali delle essenze celesti » (XV, 8). Come egli stesso spiega in un altro paragrafo, la rappresentazione degli angeli con figure di bestie (e altrove anche di pietre, ruote e ogni altro vile oggetto) è la meno insidiosa per l’uomo in quanto gli evita il rischio di ingannarsi sulla vera natura di ciò che si occulta dietro il simbolo. Gli « interpreti della segreta ispirazione » usano immagini degradate e senza somiglianza, affinché « coloro che amano contemplare le figure divine non si fermino alle immagini come se queste fossero veridiche, e affinché le realtà divine siano onorate da vere negazioni e da similitudini dissimili tratte da ciò che vi è di più basso fra gli echi che esse lasciano nelle cose » (II, 5).

Ecco quindi che dietro i meccanici gesti indefinitamente ripetuti degli animali, gesti quasi di marionette, si profila lo spettacolo ineffabile dei movimenti angelici. Anche il catalogo del Physiologus, che odora del mastice e dei balsami di un museo, andrebbe forse letto come un’angelologia impietrata : più che un libro di scienza o di morale, la traccia negativa di una visione, ma una traccia che può condurre alla sala segreta, « la camera nuziale che non è per le bestie », ove gli uomini si uniscono con gli angeli. Dionigi Areopagita confessava che probabilmente egli non avrebbe intrapreso lo studio delle Intelligenze angeliche e non si sarebbe elevato « scrutando con cura le sacre realtà, se la difformità delle immagini che rivelano gli angeli non lo avesse messo in imbarazzo, impedendo che il suo spirito si fermasse alle rappresentazioni dissonanti, ma esortandolo a tendere santamente, attraverso le apparenze, fino alle elevazioni sopramondane » (II, 5). Per alcuni forse la contemplazione delle Intelligenze celesti non è più possibile che nelle figure degradate delle bestie.

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione: Il Fisiologo
Editore
: Adelphi (Piccola Biblioteca Adelphi, 22)
Luogo: Milano
Anno: 2011
Pagine: 23-26
Vedi anche
:
Physiologus (1)
Physiologus (2)
Physiologus (3)
Physiologus (4)

Physiologus (4)

I geroglifici, con tutte le loro misteriose figure di animali, oltre che di piante e di pietre, sono un esempio, ben anteriore al cristianesimo, dell’esegesi simbolica della natura, ossia della considerazione del mondo fisico come « espressione visibile dell’invisibile », secondo la nota formula ermetica. A partire dal II-III secolo a.C., lo studio dei geroglifici, i cui segreti erano da millenni sepolti nei templi e nei centri iniziatici egizi, godette di una notevole rifioritura grazie soprattutto alle opere di Bolo il Democriteo di Mendes, che gli scrittori alessandrini citano sovente come una prestigiosa autorità dottrinaria. A queste ricerche sono ispirati non solo i manuali di geroglifici di Manetone, Cheremone e, molto più tardi, Horapollo, il solo che ci sia pervenuto, ma anche l’abbondante letteratura raggruppata sotto il nome di Ermete Trismegisto intorno alle proprietà terapeutiche di pietre, piante e animali. Certo, specialmente in quest’ultima produzione, di cui sopravvive il pittoresco trattato delle Ciranidi, l’originario simbolismo iniziatico si ridusse per lo più a speculazioni di bassa magia, a ricettari in cui pochi frammenti incompresi di dottrine tradizionali si mescolano a un’invadente ciarlataneria: una letteratura che può essere forse messa a confronto con le mode teosofiche e pseudo-orientali che attecchiscono oggi in Occidente. Ma è altrettanto vero che, nei suoi aspetti più autentici, e attraverso le inevitabili deformazioni, essa corrispose, nell’àmbito egiziano, a quello ‘ svelamento ‘ dell’esoterismo, di cui testimoniano, nella stessa epoca, l’insegnamento cristico e paolino, il rinnovamento della spiritualità ebraica (gli Esseni, Filone, ecc.) e l’interesse per i ‘ misteri ‘ ellenici.

Il rappresentante tipico di questa letteratura è l’anèr physikos, cioè, per citare la definizione del Wellmann, « l’uomo che è al corrente di tutti i fatti e rapporti occulti nella natura, il mago ». Il Physiologus ne è l’esatto equivalente cristiano: come tutti i magi ellenistici, egli è considerato l’ispirato rivelatore di conoscenze tradizionali intorno ai segreti della natura. Se l’insegnamento di Ermete nelle Ciranidiè dovuto ad una « rivelazione del Dio sovrano e onnipotente la cui saggezza ci ha insegnato la potenza delle piante, delle pietre, dei pesci e degli uccelli, la virtù delle pietre e la natura degli animali e delle bestie selvagge, le loro mutue mescolanze, le loro opposizioni e le loro proprietà » (I, 4), la tradizione naturalistica ebraico-cristiana può rivendicare la stessa remota origine : l’alchimista Zosimo scrive che Ermete, il modello e l’ispiratore dei « magi », non è altri che Adamo, « l’interprete di tutti gli esseri, colui che dà un nome a tutte le cose materiali ». La misteriosa formula che introduce ogni capitolo del Physiologus : « il Fisiologo ha detto… », riannoda le dottrine che vi sono esposte a questa rivelazione primordiale: il primo Fisiologo, il Fisiologo per eccellenza, è Adamo, il quale nella sua originaria nominazione degli animali, in cui ciascuno di essi, come dice Filone, ebbe un nome « interamente rivelatore » delle sue occulte proprietà, offrì una sorta di paradigma perfetto al ‘ bestiario ‘. Un altro degli anelli fondamentali di questa filiazione segreta è Salomone, di cui scrive lo storico ebraico Flavio Giuseppe (I sec. d.C.) nelle Antichità Giudaiche che grazie alla sapienza concessagli da Dio trattò « dei bestiami e di tutti gli animali terrestri, acquatici e celesti: neppur d’uno tra questi ignorò la natura, o la lasciò inesplorata: ma di tutti dissertò come filosofo, e mostrò di possedere somma scienza delle loro proprietà » (VIII, 2). L’idea dell’origine ‘ rivelata ‘ delle « nature » fisiologiche era tanto viva, che numerosi codici attribuirono la paternità del trattato allo stesso Salomone, oppure a scrittori sacri più recenti che apparissero i legittimi eredi del suo sapere, come Epifanio, Giovanni Crisostomo, ecc.

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione: Il Fisiologo
Editore
: Adelphi (Piccola Biblioteca Adelphi, 22)
Luogo: Milano
Anno: 2011
Pagine: 23-26
Vedi anche
:
Physiologus (1)
Physiologus (2)
Physiologus (3)