Il Codice di Uta – Introduzione

il più significativo lavoro di miniatura dell’Occidente nel suo tempo
Georg Swarzesky

le composizioni dell’evangeliario di Uta
richiedono più della sola nostra ammirazione;
richiedono le nostre capacità intellettuali
C. R. Dodwell

Come espressione del Verbo – l’incarnazione di Cristo – il Nuovo Testamento mantenne una posizione centrale nel pensiero cristiano e nella pratica religiosa medievale. Da nessun’altra parte ciò corrispose più al vero che nei monasteri, ove uomini e donne impostarono le loro vite attorno alla recitazione, alla contemplazione, e alla comprensione della Parola di Dio. Malgrado le pagine del Vecchio Testamento occupassero ampiamente l’attenzione dei monaci e delle monache, i libri dei Vangeli situati sull’altare esigevano una speciale venerazione. Tangibile manifestazione della Parola eterna, concreti ma trascendenti, essi mediavano tra regno dei cieli e mondo terreno. Con la loro abbondanza, ricchezza e raffinatezza, le decorazioni che adornano i Vangeli e gli altri libri liturgici certificano lungo tutto il Medioevo l’importanza basilare della Bibbia e il desiderio di glorificarla dei fedeli cristiani.

Pochi lavori dell’arte medievale sono riusciti a comunicare il senso profondo di questa trascendenza spirituale come i libri miniati di epoca ottoniana, con le loro scintillanti copertine dorate, con la loro accesa gamma cromatica, con i loro precisi piani compositivi, con le loro figure espressivamente gestanti. E pochi codici ottoniani come il Codice di Uta – un lezionario illustrato dei Vangeli prodotto in Ratisbona attorno all’anno 1025 per ordine di Uta, badessa delle monache di Niedermünster – hanno così efficacemente saputo servirsi di tutti questi elementi. Protetto entro il suo originale sontuoso cofanetto, impreziosito da perle e da un imponente rilievo dorato rappresentante Cristo in maestà, il manoscritto contiene le letture del Vangelo per la Messa e una serie di frontespizi a piena pagina, distinti dal resto per la loro opulenza e complessità. Queste miniature, eseguite prevalentemente con lamine dorate e pigmenti purpurei, costituiscono una delle vette dell’arte ottoniana. Questo manoscritto non è comunque solo ammirevole, ma getta una luce oltre se stesso, rinviando alla questione fondamentale che concerne l’uso e il significato delle immagini nel mondo monastico del Medioevo occidentale.

Sebbene questo magnifico e lussuoso evangeliario fosse considerato il centro di varie celebrazioni, le sue miniature non promuovono un messaggio esclusivamente liturgico. Ancor più, esse costituiscono una considerevole esposizione dottrinale che comprende l’eternità dell’universo di Dio, la Crocifissione quale modello di comportamento e la storia ecclesiastica del monastero di Niedermünster. L’esatta natura di queste immagini quale complesso discorso teologico, in sé omogeneo e interconnesso, con elementi pittorici e testuali, strutturato semanticamente mediante forme geometriche, suggerisce che il codice e le sue illustrazioni avessero la funzione di organizzare le conoscenze e stimolare la memoria nei confronti dell’uditorio monastico. Malgrado l’attuale incremento di ricerche riguardo alla pedagogia medievale in materia mnemonica, ricerche che hanno stabilito come tale pratica in quel periodo richiedesse la proiezione e la contemplazione di immagini mentali, poca attenzione è stata spesa per capire come tali immagini fossero recepite entro tale sistema di memorizzazione. Il Codice di Uta è per tale motivo un esempio particolare, rivelatore di come le immagini artistiche poterono essere utilizzate per accumulare memorie passate e per lanciare nuove idee. In accordo a ciò, questo manoscritto può ben informare sull’interpretazione delle immagini in altri libri di ambito monastico, nei quali questi processi artistici e mentali furono altrimenti elaborati e non resi così espliciti. In qualità di libro prodotto per un pubblico monastico femminile, il Codice di Uta apre una significativa finestra entro le principali caratteristiche della società ottoniana. Nel secolo compreso tra il 950 e il 1050, durante il quale i sovrani ottoniani ricostituirono l’impero carolingio, l’area corrispondente approssimativamente all’odierna Germania fu testimone di un’estesa fioritura della vita monastica. Attraverso la Sassonia, la Franconia, la Lotaringia, la Baviera e la Svevia, le vecchie fondazioni monastiche furono rivitalizzate e nuove istituzioni ricevettero appoggio finanziario dall’emergente classe nobiliare imperiale, desiderosa di investire il proprio prestigio politico e sociale in tale dominio consacrato religiosamente. Due sviluppi distinguono in particolare il mondo monastico ottoniano: il largo incremento del numero di case femminili e la crescita del movimento di riforma, disseminato in centri quali Cluny, Gorze e Treviri. Niedermünster si trovò, in un certo qual modo, all’incrocio di questi movimenti, giacché essa fu una vecchia fondazione femminile riformata alla fine del decimo secolo. Per tale ambito, il Codice di Uta fornisce con particolare rilevanza una testimonianza sul processo di riforma entro le istituzioni monastiche. La presente monografia, allora, si colloca sulla scia dei recenti lavori riguardanti le arti anglosassoni dal decimo all’undicesimo secolo, che dimostrano la cruciale connessione tra l’arte e la riforma monastica.

Il Codice di Uta fornisce l’opportunità di ricostruire, con valenza storiografica, la storia dell’arte ottoniana, arte che, con la localizzazione e l’identificazione delle sorgenti visuali, solo ora sta emergendo dalla sua stereotipa concezione. Entro l’intero campo di indagine riguardante il periodo ottoniano – settore che sta attraendo molti studenti di area linguistica anglo-tedesca – l’attenzione tende a focalizzarsi su vari aspetti del dominio imperiale e in particolar modo entro la cerchia dell’aristocrazia sassone. Sempre più studiosi si dedicano specificamente all’indagine sulla storia monastica, il cui metodo ha tratto vantaggio da sofisticate analisi documentarie come i necrologi e i cartigli, anche se esse non sono state ancora adeguatamente indirizzate alla miriade di documenti relativi al monachesimo femminile. Un’indagine critica attorno al Codice di Uta fornisce un’importante opportunità per l’esplorazione di ambiti del mondo medievale ancora piuttosto trascurati, riequilibrando pertanto la forte tendenza specialistica delle recenti indagini. Inoltre, in quanto produzione di un patronato abbaziale, avvenuta entro i quadri della riforma benedettina, il Codice di Uta è elemento maggiormente idoneo ad illustrare le forme di vita e di pensiero delle donne rispetto ad esempio agli scritti – quasi coevi – di Rosvita di Gandersheim, per quanto essi siano affascinanti. Rosvita e i suoi lavori infatti appaiono in ogni ricerca incentrata sull’attività intellettuale femminile del periodo ottoniano, ma il codice di Uta getta grandi e innovativi squarci nell’ampio spettro di problematiche concernenti il patronaggio femminile, la produzione artistica, e la spiritualità del regno ottoniano.

Le straordinarie miniature del codice di Uta, con la loro pletora di titoli e con i loro molteplici piani semantici, hanno catturato l’attenzione degli studiosi da molto tempo, sebbene essi si siano sottratti dal fornire spiegazioni pienamente esplicative. Nel suo lavoro seminale del 1901 relativo alle miniature dei manoscritti di Ratisbona, Georg Swarzesky definì il Codice di Uta: "forse il più significativo lavoro di miniatura dell’Occidente nel suo tempo". Circa un secolo fa, la reputazione delle miniature del Codice di Uta rimaneva legittimamente alte. C. R. Dodwell riaffermò, nel suo esame sull’arte figurativa medievale, che "le composizioni dell’evangeliario di Uta richiedono più della sola nostra ammirazione; richiedono le nostre capacità intellettuali". La maggior parte della ricerca accademica concernente il manoscritto rimane sparpagliata entro la storia dell’arte, la storia, la teologia, la paleografia, e anche la letteratura musicologica. Studi recenti, condotti da Jutta Rütz e Ulrich Kuder, si sono concentrati direttamente sul manoscritto, Rutz attraverso una sistematica correlazione ad indagini precedenti, con particolare attenzione alla traduzione dei tituli, Kuder indagando le basi filosofiche delle miniature del manoscritto. Beneficiando di questi studi, questo saggio costituisce un nuovo esame delle miniature e dei tituli del codice di Uta: situando coerentemente il manoscritto nel suo contesto storico e storico-artistico, pone un programma di indagine per l’intera serie di frontespizi, in modo da offrire una nuova interpretazione del Codice.

Autore Adam S. Cohen (trad. diakosmetikos)
Volume The Uta Codex – Art, Philosophy, and Reform in Eleventh-Century Germany
Editore The Pennsylvania State University Press
Anno 2000
Pagine 1-4
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