La concezione carolingia del canto gregoriano

In età carolingia, con l’avvio della riforma liturgica voluta da Carlo Magno, il canto sacro, da modalità di intonazione della preghiera legata al pluralismo dei riti delle singole comunità cristiane e a tradizioni locali, divenne linguaggio universale della Chiesa, che l’autorità imperiale tutelava e amministrava attraverso le gerarchie ecclesiastiche. Così, la riflessione teorico-musicale rinacque nell’età carolingia, dopo la sua eclisse in età patristica, anche per supplire alla necessità di legittimare l’ordine universale del mondo, che, adesso, si incarnava nell’ideale di universalitas attribuita al canto liturgico dell’impero carolingio, il canto gregoriano.

Che il canto gregoriano si sia storicamente sviluppato per iniziativa del potere politico è confermato dall”Admonitio generalis (MGH, Capitularia regum Francorum I, 22, 80), nella quale Carlo Magno prescrive per tutto il clero l’uso del cantus romanus (il repertorio della Chiesa di Roma portato oltralpe), in forza dell’autorità dei patti già intercorsi fra suo padre Pipino e il papa. Il profondo significato teologico e politico di questo evento è anzitutto testimoniato dalla propaganda che lo accompagnò, la quale mirava a stabilire l’origine divina e “rivelata” delle formule melodiche del nuovo canto. Questa tradizione si originò proprio all’interno della corte imperiale e fu tramandata in forma letteraria da un intellettuale dell’elite palatina, Paolo Diacono, e in forma iconografica da un cospicuo gruppo di illustrazioni presenti in manoscritti che datano dal IX al XIII secolo. Il canto gregoriano sarebbe stato trasmesso direttamente dallo Spirito Santo a papa Gregorio Magno (m. 604), insigne riformatore liturgico e Padre di massima autorità per la cultura cristiana occidentale. Nella tradizione iconografica, il papa stesso, nascosto dietro una tenda, detta a un monaco le formule melodiche che gli vengono suggerite dalla colomba divina e che il monaco a sua volta mette per iscritto.

La realtà storica dell’evoluzione e affermazione del canto gregoriano fu ovviamente diversa, ed è oggi ancora in buona parte avvolta nell’oscurità; tuttavia è palese che il nuovo repertorio di canti fu frutto della volontà imperiale di uniformare le melodie e i testi liturgici sul modello, in realtà, della tradizione gallicana locale, sulla quale influì (o aveva influito, secondo modalità ancora non sufficientemente chiarite) la tradizione melodica dell’antico canto della Chiesa romana, sviluppato nel VII-VIII secolo.

Comunque sia stato prodotto e trasmesso, la leggenda dell’origine del nuovo repertorio franco-romano – come i musicologi tendono a chiamare il canto gregoriano – rende esemplare la modalità stessa nella quale si delineò il rapporto fra la prassi musicale e la teoria che ben presto vi si accompagnò. Riassumiamo questo nesso in cinque punti fondamentali:

  1. il nuovo canto va imposto a tutte le chiese e ai monasteri dell’impero perché è canto divino;
  2. la sua autorevolezza è giustificata dal fatto che è stato trasmesso direttamente dall’auctoritas di papa Gregorio Magno, riformatore della Chiesa;
  3. il canto gregoriano è segno concreto dell’armonia universale realizzata sulla terra attraverso la mediazione sacerdotale (rappresentata dal papa), la quale interpreta e annuncia la parola di Dio alla cristianità;
  4. il canto liturgico, in forza della sua divinità, deve essere trasmesso nell’integrità della sua originaria formulazione, e dunque necessita di essere scritto, affinché venga praticato universalmente e uniformemente;
  5. il compito della trasmissione è affidato al monaco amanuense, che nell’organizzazione gerarchica della società e della Chiesa detiene il ruolo di “diffusore” della conoscenza attraverso la scrittura.

È facile intuire come queste preoccupazioni portarono a una vera e propria rivoluzione nella concezione della musica e nella sua teorizzazione. L’imposizione del nuovo canto fece sì che una musica viva e concreta divenisse oggetto di attenzione speculativa, perché argomentare sul canto gregoriano non significava solo giustificarne l’autorità, quanto anche indagare le modalità della sua effettiva organizzazione melodica, che la necessità di trasmissione obbligava a restituire in forma scritta. Con l’affermarsi del canto gregoriano, il recupero della scrittura musicale alfabetica trasmessa da Boezio e il suo graduale abbinamento con quella neumatica, presente in nuce e in varie tipologie fin dall’VII secolo, divennero, almeno nei presupposti teorici, l’unico mezzo per trasmettere fedelmente il repertorio. Ma per rendere possibile tale abbinamento era prima necessario elaborare un’idea del movimento melodico come successione di altezze vocali determinate e misurabili; occorreva, cioè, matematizzare il flusso sonoro della voce. Ciò che a noi sembra scontato, ovvero che ogni suono musicale corrisponde a un’altezza determinata rappresentabile in segni grafici, fu in realtà una conquista complessa, grazie alla quale la musica occidentale acquisì una dimensione teorica imprescindibile dalla prassi e dalla notazione. Come la scrittura minuscola carolina uniformò le grafie degli scriptoria monastici consentendo la circolazione dei manoscritti e facilitandone la lettura, così la scrittura della musica, gradualmente formalizzata nei trattati musicali, consentì la circolazione del repertorio liturgico in tutta l’Europa, trasmettendo insieme a esso i principi teorici che ne avevano reso possibile la codifica. Senza tema di eccessi, possiamo dire che questa non facile operazione segnò l’atto di nascita della cultura musicale occidentale.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 116-118

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La concezione carolingia della musica

Quando Carlo Magno salì al trono, volse la politica paterna nel grandioso progetto di una renovatio imperii consacrata dal capo della Chiesa, un evento politico e culturale di enorme portata, nel quale una tendenza storiografica oggi dibattuta ha visto l’atto di nascita dell’Europa moderna.

Il programma promosso da Carlo e comunemente definito “rinascita carolingia” si configurò come un evento che affiancava l’impegno pedagogico alla riorganizzazione politica, sociale ed economica del nuovo impero cristiano, il quale arrivò a estendersi su tutta l’Europa centrale. Per redigere il suo programma, Carlo, semianalfabeta, aveva bisogno di un uomo di grande cultura e autorità, qualità che spiccavano nella figura di Alcuino di York, monaco inglese che il sovrano conobbe a Pavia nel 781, e al quale affidò la sorte culturale del regno. Alcuino redasse numerosi manuali e insegnò ai funzionari, ma non fu solo maestro; anzi, fu soprattutto un infaticabile promotore culturale: attivò una vasta circolazione di testi nei monasteri, nelle scuole affiancate alle più importanti cattedrali e nella scuola del palazzo reale di Aquisgrana, la schola palatina,
dove egli stesso rimase per quasi tutto il resto della sua vita; fondò, inoltre, numerosi scriptoria,
le biblioteche monastiche impegnate nella conservazione e copiatura dei codici. La cultura monastica occupata nei secoli precedenti a salvare il patrimonio culturale del passato – tanta parte in questo processo lo ebbe proprio il monachesimo inglese e irlandese, di cui Alcuino era figlio – era adesso chiamata a un compito forse ancora
più arduo: assicurare il successo del progetto politico-culturale di Carlo.

«Includere e citare», come afferma Kurt Flasch (Introduzione alla filosofia medievale, Torino 2002, p. 5), sono i termini nei quali possiamo riassumere l’essenza della civiltà carolingia.

  • Includere: il programma culturale promosso dall’élite intellettuale della corte palatina, sotto la guida di Alcuino, mirava a recuperare la tradizione erudita classica della romanità imperiale, ponendola in una linea di continuità con la sapienza biblica cristiana trasmessa dai Padri. La coesione delle due radici culturali del nuovo impero, romanitas e christianitas,
    confermava la razionalità dell’operazione politica compiuta da Carlo.
  • Citare: il recupero del passato non era solo in funzione della conservazione politico-amministrativa interna, garantita da un’adeguata preparazione intellettuale dei funzionari e della gerarchia ecclesiastica, ma doveva anche essere manifestazione esteriore dell’autorevolezza del nuovo potere attraverso l’imitazione dell’unica autorità diretta continuatrice dell’impero romano, cioè l’impero d’Oriente.

La dignità del nuovo contesto cristiano-germanico era nella dimostrazione che i Franchi proteggevano e portavano avanti l’eredità del passato, avendola fatta propria non da usurpatori, ma da legittimi eredi. Grazie a questa acuta strategia politica e culturale Carlo potè utilizzare i simboli dell’impero bizantino, ma avanzando la pretesa della propria distinzione e auctoritas.

L’attività didattica che si delinea nelle scuole carolingie ha dunque una componente rilevante nella ripresa della tradizione enciclopedica tardoantica, che però, per la necessità di un’erudizione più pragmatica e accessibile, rinuncia alla trattazione sistematica, e interiorizza il modello pedagogico di Cassiodoro e di Isidoro. Un catalogo dell’XI secolo della biblioteca della cattedrale di Puy attribuisce ad Alcuino un’opera «De dialectica, rethorica, musica, arithmetica, geometria, astronomia». Il testo, che non ci è giunto, sembrerebbe un manuale sulle arti liberali, con l’esclusione della grammatica, la quale, come già in Isidoro, era lo strumento metodologico per la trattazione di tutte le discipline. Ciò che Alcuino si proponeva di fare è ben espresso in una delle sue lettere a Carlo: edificare in Francia una nuova Atene, superiore all’antica «perché quella senza altro insegnamento che le discipline di Platone ha brillato della scienza delle sette arti, ma questa supera in dignità tutta la sapienza di questo mondo, perché è, in più, arricchita della pienezza dei sette doni dello spirito santo» (Ep. 86; PL 100, col. 282).

Anche la musica è intesa a palazzo, così come in ogni vescovado e monastero, secondo i dettami dell’Epistola de litteris colendis e dell’Epistola generalis di Carlo (MGH, Capitularia regum Francorum I, 29, p. e 30, p. 80), come una disciplina da insegnare insieme alle altre arti del quadrivio; del resto, pure il sovrano si faceva istruire nel computo e nell’astronomia da Alcuino. Ma per quanto concerne la musica, un poema, attribuito ad Alcuino, che illustra gli usi della vita di corte, ribadisce: «Il maestro cantore Idito istruiva i ragazzi nel canto sacro affinché cantassero con piena voce i dolci suoni e imparassero che la musica sta nei versi, nei numeri e nel ritmo» (MGH, Poetarum latinorum I, 26, 246). Idito a parte, che forse indica solo una tipologia ideale di maestro di musica, è innegabile che le tre classiche partizioni nelle quali la disciplina era suddivisa nella tarda Antichità (nell’ordine qui dato: metrica, armonica e ritmica) costituiscono tre prospettive ancora attuali di approccio alla musica, intesa come arte del canto. In effetti, anche se è sempre ben presente in età carolingia l’idea che la musica fosse una scienza, è avvertito con chiarezza che il canto, ovviamente quello liturgico, è musica, perciò rientra nel quadro della nuova cultura enciclopedica quale “oggetto” specifico di questa disciplina. Questa inclusione determina delle difficoltà, che restano irrisolte: mentre nelle opere enciclopediche e nelle sezioni teoriche dei primi trattati musicali il canto liturgico è considerato oggetto della scienza musicale, il primo approccio verso una sua codificazione è pratico, e non si inquadra nel contesto disciplinare. Parimenti, le parole che definiscono il canto o la modalità del cantare nelle opere enciclopediche e nella primissima trattatistica musicale sono desunte dalla Bibbia, più che dalla prassi canora coeva, ed entrano nella trattazione musicale secondo il principio che la conoscenza di un “oggetto” sta nel significato delle parole che lo designano, o che ne descrivono gli attributi, come in Isidoro. Questo significato è appunto illuminato dalla Bibbia, che volge la descrizione del mondo in interpretazione morale e spirituale.

Un esempio eloquente in tal senso è il De naturis rerum,
o De universo, opera del più prestigioso allievo di Alcuino, Rabano Mauro, monaco del monastero di Fulda intorno alla metà del IX secolo. In questa enciclopedia dei saperi, destinata a durevole fortuna, il fondamento metodologico che rende coerente la raccolta di dati è quello del rapporto diretto fra il “nome” e la “cosa” che il nome designa. Soffermiamoci sulla musica, riconosciuta da Rabano fra le discipline ancelle della filosofia, la quale è identificata con la sapienza cristiana, ed è dunque anche valore morale e corretta conduzione della vita. La sezione musicale del De universo organizza gli argomenti proprio in virtù dell’elevazione spirituale dell’uomo, resa possibile dalla lettura biblico-simbolica delle “cose” su cui verte la disciplina, fra le quali assumono rilievo anche gli strumenti musicali. Sono gli strumenti biblici, e non quelli reali, esclusi da ogni pratica liturgica, ad alimentare il catalogo di Rabano, e l’interesse verso di loro sta tutto nella natura simbolica della peculiare “voce” di ciascuno. Prendiamo ad esempio il salterio:

Il salterio, nome greco per il nabulum degli ebrei e il laudatorium dei latini, di cui il Salmo afferma exsurge psalterium et cithara (Salmo 54) a differenza della cetra ha forma di trapezio e ha dieci corde […]. Il salterio viene popolarmente chiamato così prendendo il nome dal cantare (psallere)
che si eleva dagli inferi ai cieli attraverso il movimento della mano, la quale suona le corde dal basso in alto, mentre il coro risponde alla sua voce (PL 18, 4, coll. 496-500).

L’idea platonica di “armonia cosmica”, simboleggiata dal salterio che lega terra e cielo nell’accordo delle sue corde risuonanti, ha un equivalente nel canto corale di lode a Dio; non un canto “del cuore”, ma “del coro”, della chiesa. Come abbiamo già osservato, i Padri, Agostino e lo stesso Boezio impiegarono i concetti di “ordine”, “misura” e “armonia musicale” quali modalità di lettura unitaria del creato e dell’uomo.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 113-116

Macrobio: armonia universale e curiositas musicale

La figura storica di Macrobio è ancora alquanto oscura, sebbene fra le fonti più importanti del neoplatonismo medievale vi furono proprio le sue due principali opere, i Commentari al Sogno di Scipione e i Saturnalia. Le varie ipotesi tentate per dare un’identità biografica a Macrobio convergono nel collocare la sua opera negli anni 420-30 d.C., entro un quadro di sostanziale affinità tra la cultura neoplatonica cristiana e quella pagana.

Come in Calcidio con il Timeo, anche il commento di Macrobio impiega il procedimento dell’explanatio delle sole sezioni di testo per lui di maggior interesse. Qui si tratta della sezione finale del De republica di Cicerone, conosciuta col titolo Somnium Scipionis. La Repubblica ciceroniana era un dialogo filosofico di cui restano solo frammenti, di chiara ispirazione platonica. In essa, Cicerone intendeva mostrare come la costituzione repubblicana romana fosse la forma perfetta di Stato. Nel Sogno,
egli pone in bocca a Scipione l’Africano, apparso in sogno al nipote Scipione l’Emiliano, protagonista del dialogo, un ampio discorso sulla gloriosa ed eterna esistenza celeste riservata allo stesso Emiliano dopo la morte, parimenti gloriosa, che lo attende mentre salverà la patria conquistando Cartagine. Il dialogo onirico si svolge in cielo, sulla Via Lattea, da dove l’Emiliano ammira la bellezza e perfezione dell’universo. Ciò offre a Cicerone l’opportunità per una breve illustrazione della struttura del cosmo, ricalcata sul modello platonico, e per una specificazione a proposito dell’armonia celeste. E questa la sezione del dialogo che ha interessato maggiormente i teorici medievali della musica, i quali a loro volta illustrarono l’esegesi del testo proposta da Macrobio. Ecco i punti essenziali della dottrina dell’armonia cosmica:

  1. il suono è prodotto dalla rotazione delle orbite planetarie;
  2. i pianeti più distanti dalla Terra emettono suoni più acuti e la Luna produce il suono più grave, avendo orbita più piccola e dunque minore velocità di rotazione;
  3. Venere e Mercurio, satelliti del Sole, risuonano all’unisono;
  4. i sette suoni risultanti dipendono dalla distanza delle sfere dalla Terra (dal più acuto al più grave la sequenza è: stelle fisse, Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere/Mercurio, Luna);
  5. coloro che hanno riprodotto sulla Terra l’armonia musicale celeste, con gli strumenti musicali o con la voce, sono come coloro che si sono dedicati alle scienze divine;
  6. l’armonia universale è impercepibile a causa delle rapidissime rivoluzioni dei corpi che la producono, e l’udito umano non riesce a distinguerla, così come l’occhio non può fissare il Sole.

Macrobio risponde ai vari problemi messi in campo dalla visione dell’universo tratteggiata da Cicerone, organizzando la trattazione in “blocchi” disciplinari: l’aritmetica, la geometria (più simile alla nostra geografia che alla disciplina euclidea), la musica e l’astronomia, dunque le discipline quadriviali, indagate da Macrobio attraverso due prospettive privilegiate. Da una parte quella della vetustas,
cioè della sincera venerazione per il sapere antico, sentito come patrimonio da salvare, proteggere e trasmettere; dall’altra
quella della curiositas,
dello sguardo sul mondo che rintraccia e scopre le verità partendo dall’osservazione diretta delle apparenti bizzarrie e delle particolarità della natura. Tenendo presenti le due prospettive, risulta evidente che l’insistenza sul tema dell’anima mundi nel corso della trattazione musicale si nutre tanto di doverosi omaggi alla tradizione solenne della filosofia di Platone, adeguatamente mediata da fonti neoplatoniche (Porfirio e il commento di Proclo al Timeo),
quanto di attenzione per la natura, la cui molteplice e variegata facies esprime l’ordine unitario universale. Così, come Calcidio, anche Macrobio apre la sua indagine sul suono partendo dai cieli. Il suono nasce dal girare vorticoso delle orbite per un principio naturale, cioè la violenta collisione di due corpi. L’idea della collisione è di derivazione aristotelica, ma manca del tutto il concetto di vibrazione dell’aria nel mezzo di trasmissione. Se i suoni prodotti sono esprimibili con un rapporto matematico, allora si ha armonia; dunque,

dal girare delle sfere celesti vengono prodotti dei suoni musicali perché, da un lato, è inevitabile che dal moto nasca il suono e, dall’altro, il suono come armonia è il prodotto della razionalità intrinseca alle realtà divine

(Macrobio, II, 1, 5-7)

La modulazione celeste è dunque sì suono, in quanto effetto di moto, ma “razionale”, poiché scaturisce dalla ratio intrinseca all’universo: nulla di nuovo rispetto a quanto sostiene Nicomaco o Calcidio, anche se in Macrobio questa tematica è sviluppata alla luce della teologia astrale (più diffusamente trattata nei Saturnalia).
E infatti, anche se egli rispetta l’ormai consolidata abitudine di riferire come Pitagora scoprì la razionalità dei suoni consonanti nell’officina del fabbro, una diversa prospettiva filosofica pervade la mitica vicenda.

Contrariamente all’affermazione di Nicomaco per cui è «la mente guidata dal numero» che muove Pitagora alla scoperta, il più pragmatico Pitagora di Macrobio «ha capito con gli occhi e con le mani ciò che prima cercava col pensiero» (II, 1, 10). Ecco dunque che da questa osservazione, potremmo dire, empirica e sperimentale, Pitagora ha desunto la «legge dei pesi» da cui dipende la consonanza dei suoni. Macrobio procede così a illustrare la convergenza fra i rapporti matematici e le consonanze, ma allo stesso tempo delinea anche un computo delle stesse basato su principi musicali. Avendo individuato il più piccolo intervallo nel semitono minore (diesis o leimma),
egli identifica ogni consonanza in una somma di
toni e semitoni. Per questo motivo computa anche il tono fra le consonanze, anche se poi ne elenca in via definitiva solo cinque: quarta (diatessaron),
quinta (diapente),
ottava (diapason),
ottava più quinta e doppio diapason. Macrobio impiega il termine symphonia per indicare ogni armonia terrena scaturita dalle consonanze, mentre harmonia,
usato con grande parsimonia, è riferito alla musica delle sfere, la quale però, quanto a modo di produzione e “scala di valori” di costruzione, non è altro che un naturale proseguimento delle consonanze terrene:

Ma questo numero di sinfonie riguarda la musica che, con la sua tensione, può generare il fiato umano o che può essere percepita dall’udito umano. Molto più in là si estende la soglia dell’armonia celeste, cioè fino a quattro volte il diapason e diapente [usque ad quater diapason kai diapente]

(id. II, 1, 24)

Quanto si estende in termini di gamma acustica l’armonia cosmica? Se si interpreta «fino a quattro diapason e un diapente», l’estensione della musica celeste coincide quasi con l’ampiezza della scala musicale proposta nel Timeo, mancando di un solo tono a raggiungerla; se invece, seguendo la traduzione, si intende «fino a quattro volte il diapason e diapente», allora l’armonia cosmica si estende per quattro intervalli di dodicesima (ottava + quinta), comprendendo una gamma molto più ampia di suoni. Alla lapalissiana affermazione segue un richiamo alla struttura numerica del cosmo, voluta dalla provvidenza del dio artefice, e che si riflette in ogni legame proporzionale che governa l’universo. Ma c’è bisogno di un chiarimento: poiché il testo di Cicerone è oscuro, occorre spiegarlo alla luce del Timeo,
il quale però, a sua volta, ha bisogno di essere delucidato premettendo alcuni concetti chiave della disciplina matematico-musicale. Nell’esegesi “al quadrato” proposta da Macrobio la teoria armonica è riferita con notevoli semplificazioni. Ma questo non è rilevante, ciò che importa è ben altro:

Proprio tutti questi concetti mostrano tanto la causa del moto cosmico, che è impresso dal solo impulso dell’anima universale, quanto la necessità di
quell’armonia musicale che l’anima inserisce nel movimento da essa prodotto, perché connaturata ad essa fin dall’origine

(id. II, 2, 24)

Partendo dall’inscindibile legame causale che struttura nel movimento l’universo intero, cosmico e terreno, Macrobio può infine far convergere questo tema centrale del neoplatonismo, l’armonia cosmica, con l’antica mitologia greca delle Muse, di Apollo e delle Sirene, e può far confluire la teologia astrale degli etruschi con la ratio di ogni umano comportamento, dalla cura delle esequie alla terapia medica. L’ethos musicale pervade il cosmo naturale e anche quello animale, e:

non c’è da stupirsene perché, come abbiamo premesso, le cause della musica sono insite nell’anima universale che da esse è appunto costituita; a sua volta poi, l’anima universale dispensa a tutti gli esseri la vita […]. È logico dunque che il cosmo vivente sia rapito dalla musica e la causa è che l’anima celeste, da cui l’universo riceve la vita, ha preso origine dalla musica

(id. II, 3, 11)

Con Macrobio, la musica celeste è davvero un fondamento filosofico universale: è ragione costitutiva dell’anima del mondo, che dà vita col movimento a ogni realtà, cosmica e terrena; è, in conseguenza, primo principio causale del corpo naturale; è, inoltre, il fine teleologico, il premio di beatitudine cui aspira l’anima dopo la morte, che finalmente si ricongiunge alla sua originaria armonia; ma è, ancora, legge universale che controlla e ordina il vivente, dalla conduzione delle azioni umane a quelle animali.

Una suggestiva annotazione, che sarà ripresa dagli autori medievali, esprime la profonda affinità che lega la musica terrena e cosmica: gli inni intonati agli dèi, in cui venivano usati metri diversi per strofe e antistrofe, ricalcano per Macrobio «quel primo inno che la natura ha destinato alla divinità», espresso dal moto del cielo stellato e da quello, di opposta direzione, dei pianeti (II, 3, 5). Per ogni singolo uomo e per ogni comunità umana, bruta o civilizzata, la musica è dunque imprescindibile, conclude Macrobio introducendo un’interessante nota antropologica di segno del tutto opposto alla psicologia platonica: non esiste musica “cattiva”, ogni uomo e ogni popolo cercano nel suono e nel canto di attingere per quanto possono a quello stato di eterna dolcezza e soavità che ogni cuore, anche il più rozzo, non può non sentire, e che perfino gli animali percepiscono come tensione naturale, esprimendola nei loro sonori gorgheggi.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 45-49

L’Anima del mondo in Platone

Il cosmo platonico descritto nel Timeo è un immenso corpo vivente forgiato da un’intelligenza artefice mirante al bene, il Demiurgo, il quale opera contemplando un modello ideale, intelligibile e immutabile (le idee) e producendone una copia corporea e sensibile (il cosmo fisico). Il corpo fisico dell’universo è composto dal Demiurgo a partire dai quattro elementi empedoclei (terra, aria, acqua e fuoco), uniti insieme secondo la proporzione geometrica continua, la più perfetta poiché il prodotto dei termini medi è uguale a quello degli
estremi. Al composto così ottenuto egli dà una forma perfettamente sferica e liscia e un movimento adeguato, cioè quello circolare e uniforme (VII, 31c-34a). L’atto di traslazione del modello ideale nel corpo reale dell’universo si compie però attraverso la creazione dell’anima del mondo, principio vivente plasmato dal Demiurgo già prima della creazione del corpo, perché senz’anima quest’ultimo sarebbe stato privo di esistenza. L’anima del mondo è una mescolanza di tre principi costitutivi (dell’essenza, del medesimo e dell’altro), che contribuiscono a renderla una realtà allo stesso tempo autonoma e intermediaria: è autonoma poiché partecipa dell'”essenza”, pur essendo distinta sia dalle idee che dal corpo sensibile, è intermediaria essendo composta dal “medesimo” (ha, potremmo dire, una sua identità) e dall'”altro” (e quindi partecipa alla pluralità).

Il Demiurgo opera sull’anima del mondo dividendola in parti proporzionali, in modo da costruire una successione di proporzioni corrispondenti a quelle che formano gli intervalli nella gamma dei suoni di una scala musicale diatonica, analoga nei suoi valori intervallari a quella di una scala pitagorica; ma, occorre ribadire, nessun passo del Timeo accenna in modo esplicito a tale correlazione, né a una risultante sonora della costruzione: l’harmonia dell’anima del mondo è solo matematica. Vediamo in sintesi come si realizza. L’anima è suddivisa dal Demiurgo in due serie di parti, definite dai numeri 1, 2, 4, 8, basati sulla successione geometrica doppia (cioè 20, 21, 22, 23) e 1, 3, 9, 27, basati sulla successione geometrica tripla (cioè 30, 31, 32, 33). Dalle due serie, che formano due successioni in proporzione geometrica continua (1 : 2 = 2 : 4 = 4 : 8 e 1 : 3 = 3 : 9 = 9 : 27), vengono poi “ritagliate” altre parti, ottenute individuando ulteriori legami proporzionali, che il Demiurgo calcola in base alla proporzione armonica e a quella aritmetica. Fra ogni numero e il successivo vengono perciò a trovarsi altri due numeri, i medi proporzionali armonico e aritmetico:

Serie doppia: 14/3 – 3/2 – 2 – 8/3 – 3 – 4 – 16/3 – 6 – 8;

Serie tripla: 1 –
3/2 – 2 – 3 – 9/2 – 6 – 9 – 27/2 – 18 – 27.

Il Demiurgo ha così formato due serie che presentano delle costanti, in quanto i valori del rapporto fra ogni termine e il successivo sono regolari. Nella serie doppia le costanti sono 4/3 e 9/8, nella tripla 4/3 e 3/2. A questo punto, il Demiurgo compie l’operazione finale, mettendo insieme le due serie, in modo però che ogni intervallo di 4/3, presente tanto nella serie doppia che nella tripla, sia “riempito” dall’intervallo di 9/8, che sta due volte in quello di 4/3 con l’avanzo della frazione (leimma)
256/243, rapporto che in ambito musicale esprime l’intervallo di semitono minore discendente. La serie dei rapporti così individuati definisce gli intervalli dei suoni, dal più acuto al più grave, nella scala diatonica di modo dorico, analoga nei suoi valori a quella pitagorica. Si riportano i valori matematici, indicando con T la distanza di tono e con L il semitono (leimma).
La scala discendente ha la successione di quattro ottacordi congiunti, formati ciascuno da due tetracordi dorici disgiunti, più un tetracordo finale seguito da due toni.

Dopo aver così strutturato l’anima del mondo, il Demiurgo sceglie le “parti” da assegnare alle rispettive “parti” del corpo universale. Così, l’anima è divisa in due sezioni, ciascuna piegata a formare una circonferenza. Le due circonferenze si incrociano a X; una è interna, l’altra esterna. Il principio motore che fa muovere quest’ultima – e, con essa, anche la più interna – è la natura del “medesimo”, che abbiamo visto essere un principio generativo dell’anima stessa. Il moto che l’anima imprime è circolare e uniforme, e ruota verso destra il corpo dell’universo: nel sistema astronomico geocentrico questa circonferenza corrisponde all’equatore celeste, il circolo massimo attorno al cui asse l’universo compie una rotazione completa nelle 24 ore. Il principio motore che muove la circonferenza interna è invece quello della natura dell'”altro”, anch’essa principio costitutivo dell’anima, che sposta verso sinistra il circolo stesso. Quest’ultimo è l’eclittica, l’immaginaria circonferenza celeste inclinata rispetto all’equatore e delimitata dai segni zodiacali, che nel sistema geocentrico è descritta dal Sole nel suo movimento annuale intorno alla Terra, e il cui moto è di direzione contraria al moto dell’universo. Questa stessa circonferenza dell’eclittica è utilizzata nel Timeo anche per “ritagliarne” sette circoli interni (le orbite dei pianeti), le cui misure sono date dalle due serie geometriche unite insieme 1, 2, 3, 4, 8, 9, 27. Platone non offre una spiegazione dettagliata dei moti planetari, che vanno in direzione contraria gli uni agli altri, limitandosi a segnalare che tre sono uguali in velocità (cioè Sole, Venere e Mercurio), mentre gli altri quattro (Luna, Marte, Giove e Saturno) sono disuguali fra loro e rispetto agli altri tre. Questo passaggio (VIII, 36d) è all’origine delle successive speculazioni filosofico-musicali sull’armonia dell’universo e sulla musica delle sfere. Sebbene Platone non faccia qui menzione di un suono “fisico” prodotto dai pianeti, nella parte finale della sua Repubblica (X, 617a-b), nel racconto del mitosi Er, afferma che otto Sirene, collocate in corrispondenza a ogni pianeta e al cielo delle stelle fisse, emettono ciascuna un suono tale che la loro armonia costituisce un immenso accordo.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 21-24

L’armonia e l’uomo in Platone

Tenendo conto che l’anima del mondo è stata ripartita secondo gli intervalli della scala musicale pitagorica, ne consegue che nel sistema cosmologico di Platone essa muove e dà vita al corpo dell’universo secondo le leggi matematiche dell’armonia musicale. La musica è per Platone la disciplina scientifica dell’armonia, cioè del movimento misurato, e poiché il cosmo si muove seguendo i
dettami della sua anima, secondo i principi matematici e armonici che ne costituiscono l’essenza, vi è una corrispondenza necessaria fra l’armonia cosmica e quella che è oggetto della disciplina musicale. Ma Platone, nel Timeo,
non pone un’esplicita relazione fra l’armonia nella teoria pitagorica della musica e il costrutto armonico dell’universo. L’harmonia cosmica è il modello perfetto, scevro da ogni contatto con la sensibilità. A esso l’uomo, microcosmo di anima e corpo che è immagine imperfetta del perfetto macrocosmo, deve guardare per ristabilire «nei suoi circoli» l’armonia originaria. La sensibilità della musica serve dunque all’uomo, non all’universo. Proseguendo nella spiegazione di come il Demiurgo procede alla generazione degli esseri viventi (XVI, 46e-47e), Platone parla del beneficio enorme che arriva all’uomo dai sensi della vista e dell’udito: le sensazioni sono infatti il “movimento” che il corpo umano subisce dalle impressioni esteriori. Se l’uomo è ben nutrito ed educato – torna qui, appena accennato, un tema ampiamente trattato da Platone nella Repubblica –,
riesce a dirigere senza errori i propri sensi, così da percepire contemplando l’universo la perfetta armonia che lo governa; la stessa che l’uomo ascolta nell’armonia sensibile, dono delle Muse, e che lo aiuta a ricomporre i «giri dell’anima» in lui divenuti discordi (XVI, 47d-e). Ecco dunque che nella psicologia delineata da Platone anche la “musicoterapia” consente all’uomo di ritornare allo stato di equilibrio e di perfetto bilanciamento psicofisico che è obiettivo specifico del sapiente, il quale, attraverso la speculazione matematica della scienza armonica, si accorda alla perfezione universale. Raggiungere il bilanciamento può quindi essere un’operazione che si compie anche a partire dalla meno nobile sensibilità acustica. Questo accade perché la musica sensibile, per Platone, influenza l’anima umana in quanto quest’ultima è immagine o imitazione di qualità morali; infatti, la struttura armonico-matematica dell’anima del mondo è riprodotta nelle anime individuali umane, dunque ogni melodia, essendo movimento misurato, imita più o meno fedelmente la struttura armonica perfetta dell’universo, quella che nella sua forma sensibile più compiuta è l’harmonia della scala pitagorica, che più da vicino la ricalca. Se dunque la costruzione delle armonie musicali e la natura dell’anima umana giustificano l’imprescindibilità dell’influsso emotivo esercitato dalla musica, solo l’educazione nelle discipline matematiche permette di volgere in terapia tale influenza:

Ora, la cura di tutte le parti è per tutti una sola, dare a ciascuna parte alimenti e movimenti appropriati. E della nostra parte divina sono movimenti affini i pensieri e le circolazioni dell’universo. È dunque necessario che ciascuno segua quelli, e i circoli guasti in sul nascere nella nostra testa li corregga imparando le armonie e le circolazioni dell’universo, e renda simile, secondo la sua antica natura, il contemplante al contemplato, e fattolo simile raggiunga il fine di quest’ottima vita, che gli dèi hanno proposto agli uomini per il tempo presente e per l’avvenire.
(Timeo, 90d)

Queste «quattro pagine di greco», come osserva Andrew Barker (Psicomusicologia nella Grecia antica, Napoli 2002, p. 127), relative alla struttura armonica del cosmo furono il testo platonico chiave attorno al quale si dibatterono i successivi autori platonici e pitagorici, oltre che quelli di scuola peripatetica, nell’accostarsi alla filosofia del maestro. Al di là delle divergenze di analisi e delle differenti prospettive di ricerca, tutti condivisero la necessità di partire dalla complessità di questo testo; la sfida che Platone riservava ai sapienti aveva infatti il fascino irresistibile di accordare la mente umana all’immensità dell’universo. Con queste stesse pagine, la scienza della musica entrava stabilmente nell’evoluzione del pensiero filosofico.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 24-26

Marziano Capella: armonia e musica in prospettiva neoplatonica

La personificazione della musica nelle Nozze è la fanciulla Armonia, e non Musica, che pure viene evocata nel terzo libro come arte cui spetta di trattare di ritmi e metri (III, 326). Perché l’arte dei suoni non si identifica con il suo eponimo simbolico? La risposta è solo apparentemente palese. È vero, infatti, che Armonia è allegoria dell’armonia universale, ma la sua disciplina, così come viene presentata da Marziano, verte sulla musica terrena. Introdotta da un canto di Imeneo che inneggia alle nozze, di cui Venere sollecita la consumazione, Armonia fa il suo ingresso presentandosi come «un amalgama bene armonizzato delle voci di tutti gli strumenti» (IX, 905), che induce dèi olimpici e silvani, eroi e filosofi a unirsi in un corale concentum. Armonia ha il capo risuonante, adorno, come la veste, di sonagli d’oro; regge con la destra uno scudo formato da molteplici cerchi che producono un concerto (concinentia)
di tutte le consonanze musicali (IX, 909), e con la sinistra piccole riproduzioni auree dei dilettevoli strumenti del teatro. La dissona suavitas degli strumenti e delle voci tace al suono della melodia emanata dallo scudo, raffigurazione dell’universo, sottolineando così che la musica celeste non è un prodotto di Armonia, ma che è lei, Armonia, a guardare alla musica celeste come a un modello.

Figlia di Venere, la fanciulla è ben consapevole della sua affinità con l’amore. Ed è proprio questo cosmico sentimento a essere celebrato nell’inno intonato dalla virgo,
nel quale ella loda una a una, cominciando da Giove, le maestà divine che reggono ciascuna il proprio circolo celeste. È, questo, il canto epitalamico delle Nozze,
esaltazione dell’armonia universale, la quale, afferma Cristante, «lega realtà celesti e terrene, con l’esemplificazione della potenza dell’amore suscitata proprio dalla musica» (Martiani Capellae De nuptiis Philologiae et Mercurii Liber IX, Padova 1987, p. 12, introduzione). Cos’è dunque Armonia? La sua natura è quella di una extramundana intelligentia (IX, 910), che, nella prospettiva neoplatonica, è l’essere celeste mediatore e distributore sulla terra dell’azione divina. La scienza musicale umana consiste perciò nella conoscenza razionale della legge immutabile dei suoni, appresa con la mediazione dell’illuminazione intellettuale:

Già da tempo certamente sento noia dei terrestri e fastidio dei mortali, e perciò dò impulso alle sfere stellate del cielo: in esse è proibito esporre minutamente i precetti della mia arte perché la stessa velocità della macchina cosmica, che avanza girando, si armonizza e riconosce la melodia che si accorda con gli impulsi di ogni tipo di suono prodotto dalle note musicali […]. Poiché la inintellegibile immensità della divina potenza creatrice mi aveva generata per dare quei vantaggi, sorella gemella del cielo, io non ho trascurato i numeri associando i fulgori celesti roteanti alle varie consonanze musicali, e questo perché ho seguito i percorsi della rivoluzione siderea e le stesse rotazioni dell’intero universo: ma quando quella che è la divina monade e la forma prima della luce intelligibile diresse verso gli abitacoli terrestri le anime emananti dalle fonti, ricevetti l’ordine di scendere sulla terra quale moderatrice di esse: dunque io stessa regolavo, assegnando a ciascuna cosa la sua armonia, i numeri dei movimenti razionali e gli impulsi dell’intera volontà. Ed è stato Teofrasto a elaborare la dottrina secondo cui ciò doveva valere per tutti quanti gli uomini mortali; i pitagorici hanno pure dimostrato, poiché riuscivano a mitigare la ferocia dell’animo con tibie o con cetre, che un vincolo lega indissolubilmente l’anima con il corpo. E non ho ricusato di intrecciare anche alle membra numeri nascosti al loro interno: questo lo testimoniano anche Aristosseno e Pitagora. Infine, io stessa ho a poco a poco
rivelato, con immensa benignità, la conoscenza del mio dono
(IX, 921-922)

Questa autopresentazione di Armonia introduce a quella che, a breve, diverrà la tripartizione boeziana della musica in mondana, umana e strumentale. Armonia, sorella del Cielo, è una intelligenza celeste, che ha la funzione primaria di accompagnare il volgersi dell’universo, accostando i giri di quello alle consonanze che essa produce: è evidente il richiamo alla struttura armonica dell’anima del mondo del Timeo platonico. Ma il discorso di Armonia si snoda nella prospettiva, apertamente richiamata, della dottrina neoplatonica della monade e delle ipostasi metafisiche, che introduce la fanciulla a un ulteriore compito. La monade, o Unità, nella prospettiva plotiniana è la prima ipostasi (“natura”) divina, la quale emana l’Intelletto (seconda ipostasi), che a sua volta emana l’Anima universale (terza ipostasi). Quest’ultima è l’origine delle anime individuali. Nel passo di Marziano, letto alla luce di questo nodo centrale della filosofia neoplatonica, Armonia acquisisce la funzione di moderatrix (IX, 922), di colei che dispensa sulla terra l’ordine dell’universo, regolando le componenti razionali dell’anima in accordo con l’equilibrio universale, e quindi moderando gli impulsi dell’umana volontà: ecco perché la musica addolcisce e placa le passioni.

Tale funzione non si inscrive nella filosofia del Timeo. Per Platone, infatti, l’esercizio della musica ha una valenza negativa se non è condotto in accordo con la struttura armonica dell’universo, che a sua volta è colta dall’intelletto: solo la musica coerente con tale struttura può avere una funzione positiva per l’uomo. Per Marziano, invece, la musica è di per sé strumento di conoscenza. È, appunto, una intelligentia (IX, 910) che in-forma la ragione umana. Questa concezione è presente anche in Macrobio, pur se non è ricondotta da lui al processo dell’emanatismo, e la possiamo considerare un tratto comune della cultura neoplatonica. E infatti, Armonia si proclama anche “dottrina”, cioè insieme di conoscenze che a poco a poco sono state assimilate dagli uomini, secondo quel principio di progressiva acquisizione del sapere tecnico che già in Calcidio costituisce un elemento centrale della riflessione sulla musica, e della connotazione positiva di tale scienza.

In conclusione, nelle Nozze c’è una linea di assoluta continuità fra la teologia astrale, l’idea di armonia cosmica e i principi fondanti della scienza armonica. L’arte musicale è il vertice dell’esperienza del divino che l’uomo può raggiungere attraverso il sapere; e per questo il suo nome è Armonia, non Musica. Per Marziano essa si colloca al culmine di tutte le discipline, le assomma e le proietta in una dimensione filosofica in forza del fatto che la divinità cosmica si rivela all’uomo attraverso di lei. Conoscere l’armonia sensibile nei suoi fondamenti razionali equivale in sostanza ad aprirsi la porta del cielo e dell’immortalità, come infine accade a Filologia.

Le Nozze rendono la musica concretamente filosofia.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 53-56

Marziano Capella: la difesa della cultura pagana e le artes cyclicae

Marziano concepì la stesura della sua opera enciclopedica, Le nozze di Filologia e Mercurio, anzitutto per fornire un compendio delle arti liberali al figlio, al quale riferisce un racconto narratogli da Satira, personificazione dell’omonimo genere letterario. Marziano e Satira discutono, litigano e ricostruiscono la vicenda delle Nozze che si dipana lungo nove libri in prosa, ma con numerosi inserti metrici, secondo lo stile della satira menippea. Il tono della narrazione alterna momenti aulici e solenni a uno stile leggero, divertito, segnato dall’ironia e anche dall’autoironia (come quando Marziano si descrive, in chiusura dell’opera, come avvocatuncolo di cause perse).

Le fonti alle quali Marziano attinse sono molteplici. È qui sufficiente ricordare Apuleio e Macrobio per la cornice narrativa e l’impianto filosofico, l’enciclopedista latino Varrone per le arti (la sua opera Sulle discipline è andata perduta), mentre Aristide Quintiliano è la fonte principale per la musica. Il racconto di Marziano è stato definito un romanzo teologico, costruito sulla base della tradizione filosofica neoplatonica e caratterizzato dall’uso costante dell’allegoria. Il carosello di simboli e personificazioni è ricchissimo, e l’ambientazione è quella della corte celeste della religione astrale. Allegorici, benché dalla simbologia non univocamente definita, sono anzitutto gli sposi, il dio Mercurio e la mortale Filologia, personificazioni il primo della parola coerente, del discorso retoricamente costruito, oppure anche dell’intelletto o del principio divino, la seconda della ragione umana o dell’anima. Le loro nozze sono parimenti allegoriche, simboleggiando l’ascesa dell’anima all’immortalità, grazie all’esercizio dello studio e della ragione. L’ingresso nei cieli di Filologia porterà alla sua divinizzazione, a seguito di una serie di prove che la giovane supera
ascendendo di cielo in cielo, e meritando infine, quale dote dello sposo, l’omaggio delle sette Arti. La fabula si snoda in una cornice narrativa che occupa i primi due libri – i più letti e commentati in età medievale e rinascimentale – e che riemerge negli altri sette, dedicati ciascuno a un’arte, opportunamente personificata; nell’ordine proposto da Marziano: Grammatica (libro III), Dialettica (IV), Retorica (V), Geometria (VI), Aritmetica (VII), Astronomia (VIII) e infine Armonia, cioè la musica (IX). Il quadro festoso del matrimonio, l’attesa delle prove da superare, la regalità del corteo di dèi e semidei, di eroi e di Arti, la ricca esposizione dottrinale sono il racconto edificante, il ponte che traghetta l’antica Paideia e la sua desolata compagna Filosofia da un mondo che stava inesorabilmente scomparendo a un altro che emergeva fra mille difficoltà, anche culturali (indocta saecula,
come annota Marziano). L’intellettuale pagano, alle soglie del V secolo, percepiva ancora il cammino di formazione attraverso i saperi come percorso sapienziale di aspirazione alla vita immortale. Così, fra consapevolezza del declino e fiducia totale nei propri valori in disgrazia, Marziano tesse un romanzo dell’anima: non solo quella allegorica di Filologia, ma anche la sua personale. Le Nozze fondono insieme ironia e tragedia, facendo trapelare anche al lettore moderno quanto fosse difficile, ma necessario, credere ancora nelle Muse e praticare le attività intellettuali nelle dirutae scuole filosofiche, fidando nella raffinata escatologia della religione astrale.

La scelta e disposizione delle arti operata da Marziano, soprattutto quelle del quadrivio, è alquanto originale. Nella tradizione nicomachea, che adotta a sua volta lo schema aristotelico di divisione delle scienze in teoretiche e pratiche, le matematiche sono disposte nella successione: aritmetica (scienza del numero in sé), geometria (scienza della grandezza in sé), musica (scienza del numero in relazione, o in movimento) e astronomia (scienza della grandezza in movimento), che sarà la sequenza più comune a partire da Boezio. In Marziano questa prospettiva è invece assente. È probabile che la sua inedita successione derivi da Varrone, anche se, a differenza di quest’ultimo, Marziano esclude le arti dell’architettura e della medicina (pur richiamandole esplicitamente nella lista delle artes cyclicae).
La scelta e la disposizione non sono affatto arbitrarie o casuali, ma del tutto coerenti con il disegno narrativo che impone la risistemazione delle arti secondo il cammino sapienziale di Filologia.

Partendo dalla formazione linguistica offerta dalle arti del trivio, fra le quali figura in posizione più alta Retorica, la scienza dell’eloquenza (non sorprende la preferenza dell’avvocato Marziano, la cui fonte principale è ovviamente Cicerone), Filologia penetra nel cuore delle discipline matematiche. Ma la chiave di lettura di queste arti non segue la natura del loro oggetto di conoscenza, come sarà in Boezio, quanto, invece, il percorso ascensionale del sapere, che parte dalle cose della terra e arriva a quelle del cielo. La polverosa e irsuta Geometria propone infatti una ricca esposizione geografica, basata su Plinio il Vecchio e Solino, in accordo con l’accezione romana e varroniana della disciplina, intesa etimologicamente come misurazione, e dunque anche descrizione, della Terra. La geometria euclidea, che Marziano concepisce come insieme di praecepta dell’arte geometrica è solo succintamente esposta in chiusura del libro. Pitagora invece (VII, 729]) e Platone, «che tra gli arcani spiega i caliginosi contenuti del suo Timeo» (VIII, 803]), sono i sapienti che pendono dalle labbra di Aritmetica. La disciplina è concepita come scienza del calcolo e delle misure di grandezza, la cui pratica è l’indispensabile trampolino di lancio verso lo studio del cielo. Ella è dunque fondamento delle altre arti, ma in senso assai diverso da quanto stabilito da Platone, Aristotele e Nicomaco: la sua astrazione dalla materia, che per quelli è sinonimo di perfezione, è invece per Marziano segno di versatilità, necessaria per il distacco dalle cose terrene e per la proiezione verso quelle celesti. Le dita sempre intrecciate e in movimento, la testa radiosa di raggi multicolori che ella magicamente riduce a unità, la veste che nasconde tutte le opere della natura: questi i tratti peculiari di Aritmetica, la quale manifesta sulla terra l’unità originaria delle molteplicità divine. Astronomia è l’arte che compie il salto verso il cielo; ma non senza esitazioni, come ella stessa chiarisce:

E infatti non credo che sia degno di verecondia e di correttezza spiegare i loro propri movimenti e percorsi a quelli che appunto si muovono e volere insegnare agli dèi quello che sono essi stessi a fare […]. Tuttavia, poiché il dovere verso il Cillenio [Mercurio], che mi educò e mi insegnò, non mi permette di tacere e dato che anche la sollecitudine per la sposa mi invita a
rivelare gli arcani della nostra materia, io non tacerò al vostro cospetto, o dèi del cielo, che vi sentirete esporre i vostri stessi cammini.
[VIII, 812-813].

Per un seguace della religione astrale, l’astronomia è cosmologia e teologia insieme. La competenza in quest’arte rivela la meccanica divina dell’universo, ponendo la ratio umana di fronte alla perfezione logica e matematica della causalità celeste. Ma l’uomo può compiere un passo ulteriore verso la sapienza che lo innalzerà agli dèi. Attraverso lo studio della musica potrà infatti cogliere il senso di tale universale perfezione. Ecco dunque che l’arte dei suoni porta infine a compimento il processo di formazione intellettuale di Filologia, e dunque della ragione umana. In Agostino la musica è la prima delle discipline del numero, poiché «assicura la mediazione dal sensibile all’intelligibile». In Marziano questa funzione è svolta da Aritmetica, come visto sopra. In Boezio e nella tradizione aristotelica la musica è la seconda arte, in ragione del suo oggetto “applicativo”. In Marziano, è l’ultima in ragione della sua natura. C’è, insomma, un elemento centrale nella concezione filosofica delineata nelle Nozze e che gradualmente si chiarisce nel progressivo avanzamento lungo la catena dei saperi umani: è l’armoniosa unità del mondo divino e del mondo naturale che l’uomo riesce a cogliere sempre più distintamente nel suo percorso sapienziale, il quale è, pertanto, anche un percorso di ritorno al cielo.

La musica, arte prediletta dagli dèi, è la conoscenza delle ragioni dell’armonia universale, per cui è il culmine e la mèta di questo erudito cammino.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 50-53