Simbolismo

Se oggi in Europa o in America si chiedesse ad una per­sona media che cosa intenda per «simbolo», probabilmente risponderebbe — sempre che la parola suggerisse qualche cosa alla sua mente — che il simbolo è una rappresentazione figurativa di un’idea (qualcosa di «pittoresco» dunque, e nel senso letterale della parola), cioè un espediente retorico immaginario inteso ad integrare, ma in misura assolutamente secondaria, le risorse peraltro sufficienti del linguaggio co­mune; lo considererebbe quindi qualcosa di puramente su­perfluo, un mezzo di espressione più arbitrario che neces­sario. Pochi sono coloro i quali nel simbolismo vedono an­cora quello che esso preminentemente è, vale a dire un mez­zo perfettamente adatto a comunicare verità altrimenti ine­sprimibili, perché tanto fondamentali da offrire difficoltà insormontabili ai metodi analitici e indiretti del linguaggio solito: nella loro essenza infatti tali verità sono raggiungi­bili soltanto da un atto diretto di ricognizione intellettuale, che è al di là del pensiero deduttivo. Quest’ultimo, a diffe­renza della vera Intelligenza, è per sua natura indiretto e relativo, capace cioè di scoprire una parte delle cose e di riferire le cose ad altre cose, mai però di riconoscerle come sono in se stesse. Il comune modo di parlare umano — esso stesso costruzione in gran misura razionale — è poco adatto a trattare l’argomento della conoscenza, che a causa del suo carattere universale esclude l’analisi e sfugge alla relatività; questo scopo richiede l’uso di altri mezzi, idonei ad evocare un’idea con immediatezza, come in un lampo unico, non offu­scato da più o meno maldestri tentativi di discussione o di spiegazione.

Ciò nondimeno, tutto ciò che si pensa utile a questo scopo deve essere tratto in primo luogo da quel mondo nel quale l’essere umano effettivamente dimora (e in questo caso capita che sia il mondo delle apparenze fisiche), per­ché nessuno può mettersi in strada per un viaggio, iniziare un cammino (wayfaring) se non dal punto in cui effettiva­mente si trova in quel particolare momento. Dall’applicazione del prin­cipio generale al caso in questione consegue che il mezzo da usare nel proporre l’idea non solamente può ma deve essere tratto dal mondo al quale l’essere interessato appar­tiene. In altre parole, quel che si può trovare in un ordine inferiore (cioè limitato e relativo) di realtà — come per esempio l’ordine dell’esistenza fisica del quale abbiamo ap­pena parlato — viene presentato in una maniera adatta a renderlo veicolo di una verità di un ordine superiore; e ciò è possibile in virtù della relazione esistente tra tutti i vari ordini di un universo nel quale non è ammissibile alcuno stato di separazione assoluta. Di conseguenza tutto quello che è contingente, superficiale e limitato corrisponde, in una certa misura, a quello che è libero, profondo e universale e che è la sua fonte prima di realtà, dato che in questa esso si riflette per quanto lo consentono le sue proprie possi­bilità; inoltre, proprio questa corrispondenza permette al primo di essere usato come «sostegno» per concepire il secondo, per essere cioè usato «simbolicamente». Non sem­brerebbe quasi nemmeno necessario far notare che tutto ciò che gode di un qualsiasi genere di esistenza deve quin­di avere il suo aspetto simbolico, che in effetti costituisce la sua realtà più profonda. Chi nel simbolismo non vede niente di più di un’invenzione dei poeti non afferra l’essen­ziale, a meno che non sia davvero disposto a prendere la parola «invenzione» nel suo significato primitivo, quello cioè di un «ritrovamento» di qualcosa che già esiste ed è sempre là da trovare (si potrebbe anche parlare di «sco­perta» o perfino di «rivelazione»). Inoltre egli dovrebbe ridare alle parole «poeta» e «poesia» quel significato più completo che avevano per gli antichi e che ora soprav­vive soltanto nella loro etimologia — perché in greco poiesis deriva in realtà da poièin = «creare» o «fare» — e la poe­sia fondamentalmente altro non è che un «fare» o un «crea­re» o quello che al giorno d’oggi chiameremmo «un atto di creazione». In questo senso è il supremo Poeta colui il quale per mezzo di simboli costruisce i mondi: e in quanto si conformi a quel modello eterno ogni vero artista può giu­stamente chiamarsi un poeta.

Inoltre, anche un’elementare conoscenza dell’arte tradi­zionale di tutto il mondo — a partire dalle antiche vesti­gia di Ur dei caldei e di Tutankhamen per giungere, pas­sando dalle sublimi creazioni dell’architettura gotica e del­la pittura cinese ai più semplici oggetti domestici ancora in uso fra le tribù dell’Africa e della Polinesia — rivelerà che non solo ogni oggetto, quale che sia la sua natura, è considerato da un duplice punto di vista, fisico e metafi­sico, come oggetto di utilità contingente e di significato ul­timo, ma anche che ogni caratteristica facente parte della sua costruzione nonché il complesso dell’arte e del mestiere che lo hanno eseguito sono simbolici perché intimamente collegati al simbolismo che è alla base dell’oggetto e dei suoi usi pratici, considerati come un tutto. La maggior parte delle caratteristiche che noi chiamiamo «decorative» lo sono quindi soltanto in senso secondario, dato che la loro attrattiva principale non è estetica ma intellettuale. Il divor­zio tra utilitario e significativo — in altri termini la deterio­razione del senso del simbolismo — è il contrassegno inva­riabile delle culture in fase di declino (talvolta definite an­che «progressiste») mentre per la normale umanità, per l’uomo attorno al quale le fiabe si recitano quotidianamen­te, questa divisione in compartimenti è impensabile ed ogni funzione della sua vita è soltanto la recitazione di un’al­tra parte nella simbolica rappresentazione che è l’esistenza. Il simbolismo, entro i suoi limiti umani e a prescindere dal suo massimo significato universale, si può meglio definire un’Algebra tradizionale che serve ad esprimere idee di ordine universale. Un’indagine più approfondita rivela che vi sono vari modi di simboleggiare la stessa idea. Anche dall’osservazione storica risulta che abitualmente gli uomini hanno preferito prendere, come simboli del massimo cui potevano aspirare, quelle cose che più direttamente e più intimamente erano collegate alla vita quotidiana, proprio perché quelle erano le cose che nella loro esistenza terrena apparivano più reali e, di conseguenza, offrivano i più appro­priati legami simbolici con la realtà trascendente e assoluta della quale la loro realtà relativa è una versione in modo condizionato.

Così, per popoli cacciatori come i pellirosse, la ricerca della verità si presenta naturalmente come la Grande Caccia. Lo stesso atto del cacciare è quindi trattato come un rito — come una «sacra rappresentazione» — nella quale il cac­ciatore e la sua preda interpretano entrambi correttamente la parte che è stata loro assegnata. In base allo stesso con­cetto, tutte le armi e gli altri utensili che sono adoperati in questa funzione sono anch’essi foggiati in maniera da suggerire simbolicamente l’idea del loro duplice scopo. Così è anche per i popoli guerrieri, il cui dialetto spontaneamen­te simbolico è tratto dall’esercizio della guerra; a questo proposito si potrebbero citare i Samurai giapponesi, i be­duini e gli ordini cavallereschi dell’Europa medievale. Per essi la raffigurazione tipica del processo tendente all’auto-perfezione è la «guerra santa» o la «crociata», nella qua­le il nemico esterno corrisponde, ad un livello di realtà, ai nemici interni, cioè a quegli antagonisti molto più formida­bili che continuano la guerra civile nell’anima e che tutti, uno dopo l’altro, devono essere sgominati e uccisi. Gli esem­pi di questo genere si possono moltiplicare quasi all’infi­nito via via che da una forma di civiltà si passa ad un’altra.


Autore Marcos Pallis
Pubblicazione Il Loto e la Croce. Saggio sulla dottrina Buddista e sulle sue assonanze con il Cristianesimo
Editore Borla (Documenti di Cultura Moderna, 12)
Luogo Torino
Anno 1969
Pagine 117-120
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