Verde Medioevo delle erbe (3)

Altro tema interessantissimo dell’erbario medievale e non: la sessualità delle piante, quasi un «mondo sessualizzato», una fisionomia diversa da dare alla morfologia dei vegetali: quel rapporto di simpatia che lega le piante alla vita, al tempo che passa. Ad esempio la fertilizzazione artificiale degli alberi da frutto: un autentico rituale che evoca la fertilità vegetale e richiama la partecipazione sessuale dell’individuo. I frammenti che Maimonide ci salva del Libro sull’agricoltura nubiana di Ibn Washya raccontano una «presenza» dell’uomo/pianta nel quotidiano: era proibito agli Ebrei consumare limoni di alberi innestati perché non cedessero ad abitudini orgiastiche connesse con il concetto di «innesto», inteso sessualmente. Esiste un’etica della natura che l’età tardo-antica e altomedievale hanno paura di sconvolgere, com’è appunto il caso dall’innesto contro natura fra differenti specie di vegetali; innestando un ramo di limone in un lauro o in un olivo è possibile produrre limoni piccolissimi come olive. E perché questo monstrum riuscisse occorreva una particolare congiunzione tra il sole e la luna. E Maimonide aggiunge: «Il ramo da innestare deve trovarsi nelle mani di una giovane molto bella, mentre un uomo deve avere con lei rapporti sessuali vergognosi e contro natura; durante questi rapporti e questa unione sessuale, la ragazza innesterà il ramo nell’albero». Il ciclo, così, si chiude: un innesto contro natura deve essere favorito da un rapporto contro natura e la ragazza, innestata contro natura dal maschio, innesta a propria volta il ramo nella pianta. Maschile e femminile della natura, scambio di ruoli ed eccessi di fronte ai quali il Medioevo reagisce attonito e sospettoso, liberandosi con difficoltà dalle classificazioni «maschili» e «femminili» che l’antichità assegna al mondo vegetale. Così,il cipresso e la mandragola sono «maschi», mentre certi arbusti sono considerati «maschio» o «femmina» in base alla loro forma o alla funzione che hanno in particolari riti.

La sessualità delle piante è soltanto uno degli aspetti della più vasta sessualità e fertilità del mondo, e lo stesso uso terapeutico delle erbe tende a ripristinare una sanità che ha come prima conseguenza una riacquistata capacità procreativa. Come accade per le pietre e per i minerali, secondo quanto insegna la cultura dei Lapidarii. Non a caso le culture indigene africane dividono i minerali in «maschio» e «femmina»: i minerali «femmine» sono teneri e rossi, vengono estratti dalle profondità più ime delle miniere; e l’unione di minerali «maschio» con minerali «femmina» è, anche nel Medioevo, il primo gradino dell’alchimia. Ancor oggi si distinguono i diamanti sui gradi della lucentezza e questa dà loro il «sesso» riferito al colore e alla durezza. I Lapidarii medievali sono ricchi di siffatte connotazioni sessuali applicate a pietre e gemme, e la trattatistica araba è piena di queste allusioni: scrive, nel X secolo, il medico arabo Sabattai Donnolo: «l’amore non è esclusivo della specie umana; esso penetra ogni cosa esistente sul piano del cielo, degli elementi e dei vegetali». Gli fa eco il poeta Ibn Errumi: «Qual è la migliore arma? Soltanto una sciabola bene affilata, col suo taglio maschio e la sua lama femmina». E gli Arabi chiamano dzakar «uomo» il ferro duro, e anit «femmina» il ferro tenero. Nella terminologia alchimistica lo Schmelzhofen «forno fusorio» è designato con il nome di «utero», come è «maschia» una pioggia dura e battente che ricopre pietre e vegetali. Simbolismi sessuali della Terra, madre di elementi naturali. Le terminologie delle culture antiche forniscono prove eloquenti: in babilonese il vocabolo pu vuol dire sia «sorgente d’acqua», sia «vagina»; e il babilonese nagbu «sorgente» è assai vicino all’ebraico neqeba, «femmina». In ebraico, ancora, il termine «pozzo» si riferisce anche alla donna, alla sposa. In egiziano il vocabolo bi significa «galleria di miniera», ma anche «utero». Questo è il ventre della Terra, questa è la maternità della natura, e noi non possiamo non pensare che tutto questo non sia legato ad un complessivo modo d’intendere il creato come esaltazione della produttività fertile degli elementi, piante o pietre che siano. Di tutto questo l’uomo resta l’interprete più alto, colui che con la sapienza proveniente da Salomone riesce a dosare le proprietà degli elementi. Il tempo della natura diventa, allora, il tempo della vita che si riproduce dovunque e che dall’alma Tellus si trasforma nel concetto cristiano di alma mater, Terra o donna.

Attraverso il mondo del verde nel cuore stesso dell’insondabile meccanismo delle esistenze: pietre, gemme, alberi, piante, erbe, uomini; un ciclo fantastico che promette evoluzioni di eccezionali qualità, di profondi significati fisico-scientifici e mistici che il Medioevo seppe vedere come poche altre fasi nella storia della cultura. Dalla semplicità della natura, dall’irripetibilità dei suoi colori, e del suo colore dominante, il verde, impariamo applicazioni, medicine, simboli, taumaturgie e risanamenti. Perfino l’umile erba del trifoglio, simbolo dell’amore semplice e della sapienza degli umili, troviamo che racchiude una lezione filosofica, un disegno d’armonia dov’è prefigurata l’armonia del cosmo, che, secondo l’immagine d’Isidoro di Siviglia, riassume tutta l’armonia della bellezza.

Autore: Massimo Oldoni
Pubblicazione:
Gli erbari medievali tra scienza simbolo magia
Editore
: Officina di Studi Medievali (Scrinium. Quaderni ed estratti di “Schede Medievali”, 10)
Luogo: Palermo
Anno: 1990
Pagine: 322-324
Vedi anche:
Verde Medioevo delle erbe (1)
Verde Medioevo delle erbe (2)

Verde Medioevo delle erbe (2)

Più di duecento anni dopo le Etymologiae d’Isidoro, Rabano Mauro, nel De universo (o De naturis rerum), torna sul tema delle erbe: XXIX libro di quest’opera sterminata. Eppure lo spazio dedicato da Rabano al De herbis aromaticis sive communibus è meno ampio di quel che ci aspetteremmo, e messo in minore relazione con le virtù terapeutiche rispetto al metodo isidoriano. Dopo aver abbondantemente copiato il testo delle Etymologiae per quel che riguarda la medicina (XVII libro, V capitolo), Rabano esamina, nel seguente libro, articolandolo in nove capitoli, la cultura agrorum. Anche qui la lezione di Isidoro si dimostra fondamentale: un registro abbreviato con le medesime notizie che, però, si fermano alle seguenti piante: il nardo, il croco, la cipride, l’issòpo, il giglio, la viola, l’edera, la mandragora, il fieno. Di tutte queste poche specie Rabano si cura di darci una valenza mistica: il nardo significa il profumo delle virtù dei santi, la passione del Signore, la Sua forza; il croco allude alla Chiesa che ci irriga col battesimo, e allude ai martiri; la cipride è l’incorruttibilità, la forza della grazia; il giglio è Cristo, il candore della castità e della verginità; la viola esprime i confessori del Signore con il corpo coperto dalle offese dei lividi; l’issòpo è l’umiltà e la penitenza, l’edera è il popolo degli ebrei, che di quando in quando fiorisce, ma non rimane mai forte nelle sue qualità; la mandragora sono i molti rimedi che procurano i santi; il fieno, così folto, maturo e vivo, ma anche esposto a marcire, dice tutta la fragilità dell’uomo, vittima d’ogni caducità. Il fieno sono gli uomini che diventano peccatori. Infine c’è il prato, dove si nutrono gli animali, e che sottintende la Chiesa che dà nutrimento spirituale. Niente di più dice Rabano, per il quale le erbe e le piante acquistano questo valore mistico in una tacita lezione di valori interiori, così lontani dalla terapia medica e così prossimi alla medicina dell’anima.

Una lettura, dunque, tutta rivolta ben oltre il quadro sperimentale. Quasi una paura che l’uomo dimentichi come gli «oggetti» della natura svolgano un loro segreto colloquio più duraturo e fondamentale dell’odore, del colore, dell’applicazione a rimedio del corpo malato. L’erba come rimedio appare un concetto pressoché estraneo all’ideologia del De universo, scritto dal famoso alunno di Alcuino. La cultura carolingia è, in questo senso, pessimo tramite, fra la tradizione medica antica e la Scuola di Salerno, dove acquistano cittadinanza piena i trattati d’Ippocrate e di Dioscuride, riversati in latino dallo straordinario lavoro esegetico di Costantino Africano.

Importante, allora, appare proprio questa funzione della medicina salernitana che nei nomi di Garioponto, con i Dinamidia, di Costantino, con il Graduum simplicium e il De simplici medicamine, di Matteo Plateario, con il Circa Instans stabilisce il reticolo di riferimento per la farmacopea salernitana interessata alle erbe. Seguendo l’eredità grecolatina di Ippocrate, Galeno e Dioscuride, il Circa Instans compila un esaurientissimo elenco di piante, riportando il sito dove trovarle, le loro proprietà, descrivendone l’aspetto e l’habitat. Il modello è nella coppia delle già ricordate opere di Costantino che contamina Ippocrate e Dioscuride; il Graduum simplicium e il De simplici medicamine sono alla base delle trattazioni sui vegetali provenienti dalla cultura fitologica salernitana; anche se questo ruolo diventa ben classificabile tenendo conto di tutta la medicina della Scuola. Non dobbiamo credere, infatti, che la «lezione» salernitana stia tutta nella farmacopea erboristica. Sarebbe giusto semmai supporre che le terapie della Scuola derivano da una somma di rimedi e di osservazioni, e che questa ampia sapienza anamnetica deriva proprio dalla precisione delle diagnosi, dalla suddivisione studiata dei sintomi, dall’uso realmente eccezionale della dieta, variata e calibrata per ogni tipo di patologia.

La seconda parte del Flos Medicinae, sorto dal lavoro di raccolta e sistemazione di Arnaldo da Villanova, sul finire del XIII secolo, è per il primo capitolo dedicata al De simplicium virtutibus: vi sono elencate novanta specie di piante d’importanza primaria nell’organizzazione della farmacopea; nel secondo capitolo leggiamo, poi, le tecniche ed i metodi di preparazione dei farmaci unitamente ai loro effetti. Questo naturalismo scientifico si armonizza con un naturalismo sperimentale che trova nell’eziologia il suo maggior fattore d’intelligenza. Dare un nome alle «cose» del corpo diventa essenziale per poter predisporre le cure adatte, riconoscendone i sintomi attraverso il trascorrere degli anni e delle generazioni. Qui sta il vero laboratorio della tradizione salernitana, non nei lunghi e assai precisi cataloghi di erbe e piante, presenti nel Circa Instans o nel Flos Medicinae. Se non avessimo una chiarissima attrezzatura eziologica non sapremmo nemmeno come utilizzare certi farmaci. Tant’è vero che il primo nucleo della cultura proveniente dalla Scuola Medica, espresso dall’anonimo Regimen Sanitatis, assegna a soli diciotto «semplici» il benefico primato della cura:

  1. malva, che favorisce il ventre
  2. menta, contro i vermi
  3. salvia, che rafforza il sistema nervoso e abbatte la febbre
  4. ruta, utilissima agli occhi, calmante per l’uomo, eccitante per la donna, che accende l’ingegno
  5. cipolla, contro la caduta dei capelli, buona per la digestione, che ravviva il colorito
  6. senape, che giova alla testa e antiveleno
  7. viola, contro il mal caduco, la crapula, gli intontimenti
  8. ortica, contro le coliti, le malattie dei polmoni, nemica dei tumori, utile contro le artrosi
  9. issòpo, che protegge i polmoni
  10. cherefolio, antidoto del cancro e astringente
  11. ènula campana, contro l’ernia
  12. pulegio, contro la podagra
  13. nasturzio, contro la caduta dei capelli e il mal di denti
  14. celidonia, che dona la vista perfino a chi è senz’occhi!
  15. salice, contro vermi, verruche, perfetto come anticoncezionale
  16. croco, epatoprotettore e ricostituente
  17. porro, che favorisce la fecondità e blocca le emottisi
  18. pepe nero, che purga le flemme, giova ai dolori d’ogni tipo, giovevole allo stomaco, alla tosse, che allontana le febbri e il freddo.

Questi sono i «semplici» per eccellenza della letteratura medica salernitana: i «semplici» che, nati dalla «semplicità» della natura, curano affezioni e proteggono la salute; i «semplici» che, nella semplice esistenza degli uomini, inibiscono il concepimento o favoriscono la fecondità, allorché di volta in volta ci siano nella vita momenti in cui desideriamo riconoscerci nel domani o giudichiamo troppo difficile il presente.

Autore: Massimo Oldoni
Pubblicazione:
Gli erbari medievali tra scienza simbolo magia
Editore
: Officina di Studi Medievali (Scrinium. Quaderni ed estratti di “Schede Medievali”, 10)
Luogo: Palermo
Anno: 1990
Pagine: 320-322
Vedi anche:
Verde Medioevo delle erbe (1)

Verde Medioevo delle erbe (1)

Nell’atto secondo della Mandragola, alla scena sesta, Callimaco dice così: «Voi avete a intendere questo, che non è cosa più certa a ingravidare una donna che darli da bere una pozione fatta di mandragola. Questa è una cosa sperimentata da me dua paia di volte e trovata sempre vera, e se non era questo, la reina di Francia sarebbe sterile, e infinite altre principesse di quello Stato». Callimaco sa quel che dice: ha trascorso molto del suo tempo dedicandosi «parte alli studi, parte a’ piaceri e parte alle faccende»; è andato fino in Francia, poi, per vedere se davvero le donne di là sono più belle delle italiane: che è il tema del suo privato dibattito con Camillo Calfucci; e Callimaco si mostra assai esperto di cose mediche connesse alle cure delle erbe, perché dopo aver detto delle virtù della mandragola, estrae dalla sua cultura fitologica un’autentica rarità allorché, nella seconda scena dell’atto quarto, esclama: «Un bicchiere di hypocràs, che è a proposito a racconciare lo stomaco, rallegra il cervello». L’hypocràs è una tisana di cannella e zucchero bolliti nel vino, ma l’hypocràs è soprattutto la testimonianza d’un persistere di tradizioni erboristiche dove il mitico protagonista della sapienza medica greca lascia il suo nome ad una pozione che serva a colorire e colorare la vita per la seduzione di Madonna Lucrezia.

Nel secolo di Machiavelli è ormai accaduto tutto per quel che riguarda la scienza delle erbe: basterebbe pensare alla diffusione degli Hortus Sanitatis, basterebbe controllare la circolazione che nella cultura medicea è attestata per le collezioni naturalistiche. E non solo per i commenti dedicati al De materia medica di Dioscuride, dovuti specialmente a Pietro Andrea Mattioli, ma per la grande diffusione dell’opera di Ulisse Aldovrandi (Ricettari, Catalogus omnium plantarum, Plantae exoticae) seguito da intere schiere di naturalisti. In quella che una banale formula critica della grande mostra medicea di Firenze, nel 1980, ha definito «la rinascita della scienza» non possiamo non vedere il massimo punto d’evoluzione di tutto un modo di crescere dell’attenzione dell’individuo verso i fatti e gli arredi della natura. Quasi una presa di pos-sesso d’una serie di conoscenze sparse che si organizzano in un autentico «genere» i cui titoli sistematori sono l’Hortus medicus, la Descriptio plantarum, il Giardino dei «semplici», l’Historia stirpium. Ma questo è soltanto il punto d’arrivo d’un lungo percorso nel verde che era cominciato secoli prima e che trova nel Medioevo il suo momento di massima specializzazione, nata sull’eredità dell’Herbarius dello Pseudo-Apuleio e del Tractatus de herbis di Dioscuride.

Il verde, nel Medioevo, non gode vita facile. C’è un verde che appartiene al germanesimo, un verde che compete al cristianesimo. Il primo è teatro delle religiosità pagane, è ambiente di culti vegetali arborei e veicolo che avvicina gli idoli della superstizione; il secondo, il verde cristiano, nasce da quell’albero vetero-testamentario e dal frutto che, una volta mangiato, provoca una svolta decisiva nelle cose dell’uomo e segna in modo determinante l’intero corso della storia. Le cronache medievali sono affollate di boschi dove agiscono maghi e guerrieri, ma sono anche punteggiate dall’azione dei restauratori della fede che, tra le loro prime imprese, hanno quella di abbattere foreste bonificandole dalla presenza degli spiriti degli alberi e delle piante. Il cristianesimo non difende l’habitat quando si tratta di sradicarvi erronei abitatori: i vescovi altomedievali, nell’Italia Meridionale, estirpano piante e uccidono vipere simboli di feticci; come i vescovi dell’estremo Nord dell’Europa, Brema e Amburgo, per esempio, spianano selve per impedire ai Dani di venerare i loro dèi. Il cristianesimo modifica il ruolo della natura, carica di simboli la feretas degli animali, è pronto ad alterare i connotati stessi degli ambienti e sostituisce ai culti delle radure l’osservanza espressa nella vita delle chiese: la casa di Dio rimpiazza la casa sub divo, all’aperto, dove vivono gli spiriti degli alberi e delle piante e, nel tentativo riuscito di dare nuovi nomi alle cose, il cristianesimo fonda con Isidoro di Siviglia e con Rabano Mauro i suoi nuovi parametri per l’intelligenza del mondo.

Il quarto libro delle Etymologiae isidoriane è dedicato alla medicina: il suo intento è salvaguardare la salute del corpo o ripristinarla. La sua genesi risale indietro ad Apollo, passa per Esculapio, poi rimane un’ars nascosta per circa cinquecento anni dal tempo di Artaserse, re di Persia. Ippocrate la riporta a nuova luce. Le leggi che regolano le cure sono di tre specie: la dieta, la farmacia, la chirurgia. Il sistema più antico della medicina era quello di curare con le erbe e con le pozioni. Isidoro, tuttavia, non si limita ad elencare erbe: prima sottolinea l’importanza dei profumi e delle essenze che individuano le differenti piante; poi, nel XVII libro, si dedica all’esame delle erbe aromatiche e delle erbe più comuni. Nasce così un approccio minuto con un’affascinante naturale terra di Lilliput dove tutto sembra ispirato ad una complessiva ricerca di virtù celate nell’armonia del creato: il nardo, il croco, l’asaro, la cipride, l’iris, il gladiolo, l’amàraco, il giacinto, il narciso, la rosa, il giglio, la viola, l’acanto, l’edera, l’ellèboro, l’euforbio, l’aglio, la mandragola, la colocinzia, la glicirizia, la celidonia, l’eliotropio, la verrucaria, il pentafillio, il rabarbaro, il milimindro, la sassìfraga, la genziana, il satirio, l’ortica, l’artemisia… e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Affiancando fiori a piante, erbe a radici selvatiche, Isidoro racconta un mondo a pelo del terreno dove le etimologie greche e latine dicono come sia essenziale il ruolo che le piante e le erbe rivestono nell’arredo del quotidiano, dove vengono usate come cibo, terapia, coadiuvanti per vari scopi, talismani e antidoti. Nell’enciclopedia isidoriana non affiora alcun imbarazzo per questa operazione di riconoscimento: le erbe sono una parte della creazione e il loro impiego è collegato strettamente alla naturalità dell’esistenza stessa dell’uomo.

Quell’idea di «semplicità» che individua il mondo della natura spiega anche la denominazione di «semplici» data a questi «oggetti», e che unisce la tradizione antica alla tradizione della «semplice medicina» tipica del Medioevo. In questa «semplicità» sta anche una povertà, un rifiuto dell’ars e dell’artificium inteso come prodotto d’una cultura della sperimentazione che dista appena un passo dalla magia. Le erbe non corrono il rischio dell’ars: basta saperle assortire, bollire, lavorare e le loro virtù si valorizzano al massimo senza bisogno di medici il cui ruolo, altrimenti, sconfinerebbe nel negromantismo. Nulla può essere più terapeutico e taumaturgico d’un profumo, d’una essenza distillata da una pianta o da un fiore. Certo: anche maghi e alchimisti si dedicano alla distillazione di piante, fiori e frutti, inseguendo l’impossibile elisir della vita o della giovinezza, ma questo appartiene ad un Medioevo già molto maturo, alle tarde officine del XV secolo. Nel prima c’è un predominante desiderio di conoscere e riconoscere la funzione delle piante distinguendole anche in base al loro odore. Nel 1756 il grande naturalista Carlo Linneo raccoglie un’interessante classificazione; la scala di Linneo trova proprio nella tradizione medievale il suo antefatto dove si fondono piante ed odori:

  1. odori aromatici: garofano, lauro
  2. odori fragranti: gelsomino, giglio, tiglio
  3. odori ambrosiaci: muschio, ambra
  4. odori agliacei: aglio, asse fetida
  5. odori fetidi: valeriana
  6. odori velenosi: solanèe
  7. odori nauseanti: cucurbitacee

Opera in questo schema anche l’utilizzazione della cultura antica in rapporto alle piante:

  • la Sanguinaria, pianta del Sole;
  • la Ninfea, pianta della Luna, che protegge i viaggi, stimola le visioni e i sogni;
  • la Cinquefoglie, pianta di Mercurio, che dà la sapienza, favorisce la scoperta di ricchezze;
  • la pianta di Venere, la Verbena, che eccita la passione dei sensi ed influenza il comportamento dell’individuo;
  • l’Acanto, pianta di Marte, pianta del coraggio e delle forti decisioni;
  • il Giusquiàmo, pianta magica di Giove, con il suo influsso di saggezza e abbondanza;
  • il Salice, infine, la pianta di Saturno, dov’è racchiusa la forza morale, la capacità di dominare se stessi e gli altri, la pianta che evoca gli spiriti, come accade nel caso dei rabdomanti che utilizzano un rametto di salice, a forcella, per trovare acque sotterranee.

Accanto a questi valori ne troviamo altri nella tradizione erboristica d’Europa, e possiamo tipizzarli nell’amaranto che protegge la salute fisica e la giovinezza; o il basilico, che espone alle turbe della collera; il cedro, albero protettore della casa, le cui foglie inducono alla resistenza e alla fierezza; l’elleboro, che attira la calunnia e la cattiva fama; la quercia, la forza, la resistenza agli elementi del cielo quando si scatena, l’unica pianta in grado di scaricare il fulmine, magari sacrificando se stessa; l’iris, pianta della pace; il licheno, che favorisce la meditazione e spinge alla solitudine; il giglio, simbolo della purezza; il loto, il cui potere caccia i demoni, suggerisce la castità; il mirto, amore spirituale e carità; l’arancio, fiore dell’innocenza; l’ortica, che spinge alla lussuria; la palma, da conservarsi in casa per favorire il successo e la felicità; il papavero, che infonde mollezze e misantropia; il trifoglio, simbolo dell’amore semplice, della sapienza degli umili.

In tutto questo agisce, dal Medioevo a Linneo, un’esigenza di ritrovare presso piante ed erbe quella misura di semplicità e di autenticità quasi indigene che sono viste come virtù, risposta alternativa al sapere organizzato, al rischio corso dalla sapienza di sconfinare oltre ciò che è bene. Uno dei canoni interpretativi più saldi del rapporto che la cultura medievale instaura con la Natura è quello di leggere in essa:

  1. un significato primo, che si riferisce alla disposizione, all’aspetto ed alla funzione «fisica» degli elementi;
  2. un significato secondo, legato a valori spirituali, religiosi e generalmente riferibili al posto che l’uomo occupa nel cosmo.

Il senso mistico è la dimensione emotiva delle tre dimensioni fisiche che denotano gli «oggetti» in natura. E questo senso mistico attraverso tutto il Medioevo passa fino ad alterare la stessa identità della Natura che, dall’XI secolo in avanti, viene letta come un immenso vocabolario di simboli e allegorie nei quali si esprime Dio. La natura è il linguaggio di Dio e piante, erbe, alberi ne sono i vocaboli, come il mare, le montagne, il cielo.

Autore: Massimo Oldoni
Pubblicazione:
Gli erbari medievali tra scienza simbolo magia
Editore
: Officina di Studi Medievali (Scrinium. Quaderni ed estratti di “Schede Medievali”, 10)
Luogo: Palermo
Anno: 1990
Pagine: 317-320