Le caratteristiche romaniche: la bellezza del mondo

L’uomo romanico scopre nella Sacra Scrittura il gusto dell’armonia. Un testo della Genesi è, a questo riguardo, significativo. « Quando Dio creò il mondo, lo riguardò ed avendolo riguardato lo giudicò perfetto. L’opera dei sei giorni era bella: il cielo, la terra e tutto quello che l’adornava (perfecti sunt coeli et terra, et omnis ornatus eorum)». (Cfr. Genesi, I, 31; II, 1). Bernardo Silvestre e Alano di Lilla compongono delle opere sulle bellezze dell’universo. Gerhoch di Reichersberg scrive che la struttura dell’universo è ordinata come si conviene (tota universitatis structura convenienter ornatur). Il Salmo (CX, 3) celebra l’opera di Dio che è solo splendore e magnificenza e gli autori medievali si ispirano a quel meraviglioso passo di Sant’Agostino, nelle Confessioni, nel quale egli interroga la terra, il mare, gli abissi, i venti, il cielo, il sole, la luna e le stelle: « Parlatemi del mio Dio, giacché voi non lo siete, ditemi qualcosa di lui ». La terra, il mare, gli abissi risposero con voce squillante: « È lui che ci ha fatto », e Sant’Agostino conclude: « Nella mia contemplazione io li ho interrogati e la loro bellezza era la loro risposta ».

Nell’epitalamio reale (Salmi, XLIV, 3), il re è indicato come il più bello dei figli dell’uomo; in questo stesso poema è scritto: « Ascolta, figlia mia, guarda e presta l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre ed il re sarà preso dalla tua bellezza ». « Io sono nera, ma la più bella », dirà la Sposa nel Cantico dei Cantici (I, 5), e lo Sposo risponderà: « Sì, tu sei bella, amica mia, come sei bella » (I, 15). Anche lo Sposo è bello (I, 16). L’anima loda Dio per la bellezza e l’ornamento della sua casa (Salmi, XXV, 20). Del Tempio di Salomone si dice che è di grande bellezza. E Mosè sembra bello agli occhi di Dio (Atti, VII, 20). Sarebbe possibile rilevare nella Bibbia un gran numero di testi nei quali si parla della bellezza ed ai quali s’ispireranno gli autori medievali.

« La bellezza, una delle forme più discrete della presenza », scrive Jean Mouton. La bellezza della natura appare una sorta di specchio nel quale l’uomo coglie la presenza del Creatore e tutto il pensiero romanico coltiverà il senso della bellezza, specialmente nell’arte. Vi è esaltazione nell’allegria di un incontro e di un dialogo. La terra è trasfigurata e diviene « terra celeste ».

Non regna, però, nell’universo un ordine assoluto, ma vi si trovano dei disordini che non sono comunque un male reale: essi indicano soltanto una privazione del bene. Appaiono, in qualche modo, come una insufficienza di bene. La materia è un limite, ma non è in sé cattiva. Questa tesi è espressa nel Timeo. A. J. Festugière ha mostrato come una simile dottrina abbia generato una filosofia religiosa di cui è possibile seguire la nascita e lo sviluppo da Platone fino all’ermetismo. I monaci di Chartres riprendono questa tesi del Timeo, in particolare Bernardo Silvestre che utilizzerà la cosmogonia antica, nella quale l’allegoria ed il simbolo svolgono un ruolo significativo.

Autore: Marie Madeleine Davy
Pubblicazione:
Il simbolismo medievale
Editore
: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 48)
Luogo: Roma
Anno: 1988
Pagine: 45-46

Annunci