La contemplazione come creatività nel pensiero di Plotino (2)

Il mondo come spettacolo è concetto precipuo del pensiero contemplativo. Quando all’analisi presuntamente obiettiva del ‘campo’ subentra la visione del ‘conoscitore del campo’, l’«immagine del mondo» (scr. jagaccitra) è quella simultanea di una realtà rispecchiata e rispecchiante, il cui modello è la negazione dell’apparenza. In Plotino: (chi parla è la natura): «bisogna comprendere che l’essere generato è lo spettacolo di una mia silenziosa contemplazione, e diventa oggetto per necessità naturale; io stessa sono nata da una simile contemplazione e mi è toccato di avere, congenito, l’amore della contemplazione; e l’atto del contemplare genera in me un oggetto da contemplare, come quando contemplo, non c’è bisogno che tracci figure, perché esse, le figure dei corpi, vengono all’esistenza come se cadessero da me. Accade a me quello che è accaduto a mia madre e a quelli che mi hanno generata: anch’essi infatti derivano da una contemplazione e la mia nascita è avvenuta senza che essi facessero altro: per il solo fatto che essi erano forme razionali più alte e contemplavano se stesse, io sono stata generata»[1].

Il riscontro vedantico riguarda anzitutto il concetto di ‘natura’. Per natura, a livello fenomenico, si intende sia nelle Enneadi che nelle Upanishad la natura naturata, che non è quella di cui tratta il brano citato. In questo e in casi consimili, si tratta della natura concepita a un livello più alto di referenza, come natura naturans-prakriti-maya, o come la eckhartiana «Madre del Figlio di Dio». Dice infatti Eckhart: «Per trovare la natura autentica (in questo senso) tutte le sue somiglianze vanno abbandonate».

Con il concetto di ‘fuga dal mondo’ la teoresi contemplativa di Plotino si accosta in modo evidente alla prospettiva autologica delle Upanishad. Secondo Vela, infatti, non si tratta di «una fuga» in senso fisico, ma di un ritorno dell’uomo in se stesso, di una concentrazione dell’anima per vincere la dispersione dei sensi e ritrovare l’unità, riacquistare lo sguardo interiore[2]. L’uomo, se vuol mettere a fuoco la bellezza, la luce e lo splendore della sua anima, deve imitare lo scultore, il quale scalpella, leviga, affina il marmo, finché non ha impresso in esso il bel volto. Il principio che fonda la necessità di una purificazione per unirsi a Dio è da Plotino così espresso: «È necessario che il veggente si faccia prima affine a ciò che deve essere visto e poi si applichi alla visione»[3]. Il che equivale a quella coincidenza tra soggetto e oggetto della visione su cui il pensiero indiano, diversamente da quello derivato da Plotino, non ha solo fondato un’etica dell’ascesa e del raggiungimento quanto la stessa dottrina dell’auto-coscienza dell’Essere.

L’ultimo termine del cammino dell’anima verso l’unione con l’Intelletto equivale al grado supremo del samadhi. Al modo di questo, l’estasi plotiniana è contemplazione mistica, contatto immediato, presenza dell’Uno all’anima. Come la vera forma del Purusha «non è oggetto di percezione. Nessuno la può vedere con l’occhio; essa è percepibile per il cuore, per la conoscenza e per la mente»[4], e, «Mediante l’immedesimazione dell’uno nell’altro (= del soggetto nell’oggetto) il Purusha deve venir colto dicendo: “esso è”»[5], così l’ekstasis dell’anima non si può esprimere in concetti e immagini, né descrivere in parole… « Da una parte è concentrandosi nel profondo di se stessa che l’anima ritrova la sorgente del suo essere e coglie la sua identità con l’Uno; dall’altra, l’anima non conosce perfettamente se stessa e non realizza la sua felicità se non superandosi e perdendosi in Colui che è il mare infinito dell’essere, concentrazione interiore e superamento di sé »[6].


[1] Enn., III, 8, 4.

[2] Vela r.o.p., La funzione purificatrice dell’arte secondo Plotino, «Sapienza» XIV, 2, 1961. Cfr. anche, Plotino di G. Faggin, Milano 1945.

[3] Enn., I, 6, 9.

[4] Katha Upanishad, II, VI, 9.

[5] Ivi, II, VI, 13.

[6] Prini P., op. cit.


Prosegue La contemplazione come creatività nel pensiero di Plotino (1)

Autore Grazia Marchianò
Pubblicazione La parola e la forma
Editore Dedalo
Luogo Bari
Anno 1970
Pagine 53-57

La contemplazione come creatività nel pensiero di Plotino (1)

 La contemplazione, nel suo significato più universale, è in Plotino l’atto mediante il quale ogni essere si instaura nella gerarchia del cosmo, attingendo la propria natura dalla presenza illuminante degli esseri che lo precedono e propagandone i riflessi intorno a sé nella costituzione degli esseri che gli sono inferiori. Essa è infatti «un logos che opera (ποίει) restando immobile, e dunque, restando in sé (ἐν αυτό μένον), al di qua di ogni impulso esteriore o passione, e insieme una irradiazione, la produzione di un ulteriore e inferiore «oggetto di contemplazione (θεώρημα)»[1]. Ma, come quel “restare in sé” sarebbe impossibile se l’oggetto non fosse insieme, oltre che il bene che è mèta delle aspirazioni del soggetto, la causa che lo costituisce nell’essere, così quel produrre, poièin, fuori di sé, sarebbe un vano giuoco se la causa che conoscendo produce, non fosse anche un bene per l’essere da essa prodotto. È evidente – osserva Prini – la stretta connessione tra i due momenti. «Mediazione e intreccio dell’una e dell’altra via, la contemplazione e dunque insieme creatività. Essa non è un atto accidentale degli esseri ma piuttosto è gli esseri, costituendoli originariamente, come contemplanti-contemplati. Di qui viene l’interiore necessità che giustifica il ‘produrre’ come il termine ultimo in cui l’atto conoscitivo si completa continuandosi in slancio creativo»[2]. Un’indagine di grande interesse per lo studioso comparatista potrebbe consistere nella messa in luce nelle Enneadi dei numerosi luoghi di pura teoresi contemplativa affini a quelli della speculazione introspettiva vedantica, propria delle Upanishad seriori. Si tratta cioè di accertare in che misura nella concezione plotiniana del cosmo l’atto di teoresi contemplativa è omologabile a quello che nel Vedanta fonda la coincidenza dell’essere-coscienza-beatitudine (sat-cit-ananda), e se l’origine della contemplatio risieda per Plotino come per il pensatore indiano nel «centro più riposto del cuore», nell’accezione ovviamente simbolica del termine «cuore».

A parte alcune somiglianze di ordine cosmologico per cui, ad esempio il Noûs, seconda ipostasi nello schema emanativo plotiniano, corrisponde al vedantico stadio di manifestazione formale o sottile – il buddista rupaloka e il malakût persiano – ci sembra che si possa parlare di una serie di ‘affinità interiori’ tra le Upanishad e le Enneadi, non tanto esitate dal sensus litteralis dei testi, a volte palesemente irrelativi, quanto dallo spirito che li informa, e che solo può giustificare più che i ‘contenuti’ della speculazione, il livello di ‘visione’ e di ‘penetrazione intuitiva’ in essa raggiunto.

Lo scenario metafisico delle Upanishad e delle Enneadi è meno spiegabile nei termini di una filosofia ‘personale’ degli autori che in quelli della stessa philosophia perennis che accomuna gli spiriti contemplativi di tradizioni storicamente anche molto distanti. Ci inducono a queste valutazioni i molti riscontri accertabili tra la visione plotiniana e quella upanishadica, la postulazione dell’invertibilità dell’ordine di discendenza dall’Uno nei termini di una ascesa della coscienza all’Uno, la coincidenza misterica tra actio e contemplatio, Bene-Bellezza-Conoscenza, il concetto di Madre-Natura nei termini di potenza generativa o maya, l’interiorizzazione della pòiesis, la ‘liberazione‘ (scr. moksha) nei termini di una ‘purificazione della vista interiore’, l’etica del raccoglimento nella quale può sbloccarsi ‘la voglia di appartenere a se stessi’[3]; infine lo stupore metafisico e il trasalimento dell’anima di fronte alla propria ignoranza di Dio.

Il concetto plotiniano della circolarità dell’essere e del fare rimanda a quello vedantico del sanathana dharma, la «legge universale». In Plotino «la legge universale dell’essere e del fare è questa circolarità, nella contemplazione, dell’Eros (il kama indiano) che ci conduce lontano, dall’irrequietudine della passione, fino alla presenza di Dio (il Brahman), e dell’Agathòn che ci crea, nello slancio della liberalità divina, creatori di bene nel mondo»[4].

Non sostanzialmente inconciliabile dal concetto indiano di moksha è la via della ‘liberazione’ plotiniana. Essa consiste nella «purificazione della nostra vista interiore» perché l’anima riconosca se stessa nel suo originario decoro.

Nella dottrina plotiniana della saggezza – rileva Prini – occupa certamente un posto centrale questo motivo estetico-religioso della ‘purificazione‘, dove al tema stoico del dominio delle passioni vengono date le tonalità sacrali delle opposizioni ‘brutto’-‘bello’,‘fosco’-‘luminoso’,’vergognoso’-‘ammirevole’ e così via. L’auto-dominio è certamente anche per Plotino la sostanza morale della nostra vita quotidiana – in modo non difforme dall’etica buddista. Ma c’è soprattutto un aspetto della sua dottrina della saggezza che ci pare assimilabile a quello vedantico dell’auto-realizzazione dell’uomo interiore. Ed è l’aspetto segnalato da Prini relativo al valore ‘pratico’ del silenzio, del raccoglimento, della ricchezza interiore. «Il saggio nella sua solitudine reintegra in se medesimo quell’universale ordine dell’essere che l’egoismo di ‘anime infantili’ ha tentato di sconvolgere e di spezzare. Egli non si isola dalla realtà… Ma vi penetra nel più profondo, scoprendo la legge ultima del cosmo nell’incontro di un’aspirazione amorosa e di uno slancio benefico, ed attuando la ragion d’essere della propria vita nella mediazione tra il divino e l’umano… La sua solitudine, come Plotino l’intende, è una pienezza e sovrabbondanza di vita che poi si effonde, con la silenziosa spontaneità della natura, a generare nuova vita: è una contemplazione che crea»[5].


[1] Enn. III, 8, 3, 3-4.

[2] Prini P., Plotino e la genesi dell’umanesimo interiore, Roma 1970.

[3] Enn., V, 1, 1.

[4] Prini P., op. cit.

[5] Ivi.


Autore Grazia Marchianò
Pubblicazione La parola e la forma
Editore Dedalo
Luogo Bari
Anno 1970
Pagine 52-55