Architettura cristiana ravennate – Considerazioni conclusive

Accenno infine ai timpani terminali posti a coronamento di facciate e di pareti ed alla caratteristica conformazione dei loro sostegni: sono soluzioni veramente tipiche e distintive dell’architettura ravennate, su cui non è stata richiamata la dovuta attenzione.

Particolare del prospetto nell’«Anastasis Gothorum».
Notare il motivo dei laterizi a sbalzo e le cornici interrotte dai pilastri

 

Anche se tali elementi, per risultare molto esposti agli agenti degradanti, sono stati spesso restaurati o rifatti, tuttavia la loro compatta presenza li impone come espressione valida ed originale.

Indiscutibili esempi – come quello sul sacrario del S. Vitale – ne confermano del resto, se ce ne fosse bisogno, l’autenticità.

Ciò premesso, dobbiamo rilevare il carattere anticlassico di tali terminazioni: nessun ricordo di antiche forme e, soprattutto, la metodica assenza di cornici orizzontali che definiscano classicamente l’essenza triangolare del timpano.

Negata non solo ogni ascendenza illustre, ma anche le spicciole e, vorrei dire, inevitabili tangenze con la prassi costruttiva romana, dobbiamo rilevarne il carattere originale che apre spunti sul mondo dell’architettura medioevale.

Per meglio comprenderne lo spirito informatore è necessario allargare la visione. Questa conferma la carenza dei collegamenti formali anche sui fianchi, la cui presenza è invece normale non solo nelle architetture classicheggianti. Cosi, oltre la propria, il timpano tende a sottolineare l’individualità della parete cui appartiene. Le cornici si arrestano contro paraste e contrafforti, non collegando mai fra loro le impaginazioni frontali.

Nell’insieme il corpo dell’edificio appare come troncato da questi muri timpanati che lo sopravanzano in alto e sui fianchi. Sembrano quasi posti per dividere e separare; anzi nelle basiliche accentuano senz’altro quella cesura tra il corpo basilicale e la zona delle absidi che abbiamo lumeggiato.

Il laterizio svolge il suo essenziale modesto ruolo, con puntiglio, esaurientemente. Già nel Mausoleo di Galla Placidia nessun impiego di mensole lapidee si inseriva nella compagine laterizia e nel vicino S. Vitale la soluzione dei mattoni posti a sbalzo viene a denunziare la chiara essenza di una soluzione pratica che assume valore formale, talvolta complesso. Ecco gli esempi dello Spirito Santo e della chiesa di S. Apollinare Nuovo ricollegarsi forse ad antiche esperienze, offerte dall’edilizia minore ed utilitaria, ed assurgere ad espressioni che danno valore compositivo ai prospetti; questi risultano spesso proporzionati proprio in forza del motivo terminale « mitrato », congeniale – sotto tanti aspetti – all’arte paleocristiana ravennate.

Il prospetto di S. Apollinare Nuovo. Ricondotto alle sue dimensioni originarie presenta il campo centrale alto il doppio della larghezza (facendo riferimento al vertice della cornice terminale)

 

L’architettura paleocristiana ravennate ha una sua « facies » ben caratterizzata in tutte le espressioni. Non è soltanto l’esemplare attaccamento alla tradizione della basilica senza « matronei », ma la sua coerenza si rispecchia negli altri tipi di edifici, nella costanza di forme e soluzioni particolari e, perfino, nei metodi costruttivi.

La convinta elaborazione di una propria tematica – affrontata e perseguita con fermezza di intenti e solidità di mezzi – rifugge da avventure architettoniche e, soprattutto, da facili eclettismi. Il mausoleo di Teodorico, unica eccezione ad una ordinata serie di esperienze artistiche, è voluto evadere dal mondo ravennate, ma non si è lasciato nemmeno attrarre verso disinvolte imitazioni: quel monumento non è certo facile, né eclettico.

 

Così il poema delle chiese ravennati si snoda solenne e pacato nei ritmi basilicali, vibra per le appoggiature musive, si esalta nelle liriche aspirazioni. La sua poetica non presenta attardamenti e solecismi linguistici: Ravenna raggiunge e mantiene un altissimo prestigio di vera capitale artistica.

La forza, l’anima di Ravenna emergono ancor oggi dalla sua architettura, che fu feconda irradiatrice di temi e di forme, maturanti in clima esarcale coraggiose anticipazioni.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine:  51-54
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Architettura cristiana ravennate – Costruzioni centriche: San Vitale
Architettura cristiana ravennate – Le proporzioni delle chiese

Architettura cristiana ravennate – Le proporzioni delle chiese

Sdegnosamente appartato ai margini della città, chiuso nell’ostile veste lapidea – silente testimone di segreti drammi su cui aleggiano leggende antichissime – il mausoleo di Teodorico fa veramente parte per sé stesso. Studiato da tempo nelle difficili espressioni del suo linguaggio artistico, ne viene ora anatomizzata la peculiarissima essenza, nell’intento di lumeggiare gli aspetti originari della mole misteriosa.

Il Mausoleo non ha cercato alcuna solidarietà con i monumenti ravennati e non soltanto con questi; né ha trovato vera fortuna in seguito. È un’opera solenne quanto isolata, indice di una speciale situazione conclusa in sé stessa e le cui forme, prive di valore normativo, affondano diverse lontane radici.

I suoi elementi costitutivi non possono perciò essere presi in esame comparativo ai fini del nostro studio, che qui deve limitarsi a registrare l’acuto, globale interesse di un distaccato episodio che solcò, come una rapida meteora, l’ordinato firmamento dell’architettura ravennate.

 

Dopo quanto è stato partitamente esposto, non possono avanzarsi osservazioni generali di qualche rilievo sugli edifici accentrati. Espunto il mausoleo di Teodorico e considerata la limitata essenza delle cappelle crociate, i monumenti superstiti di maggior interesse si riducono ai tre edifici magnificamente decorati: il S. Vitale ed i due battisteri, che presentano più di una similitudine nell’impianto ottagono e nei tiburi.

Se non possono essere logicamente confrontate, con i colonnati basilicali, le interne archeggiature del S. Vitale e, ancor meno, quelle decorative del Battistero della Cattedrale – ambedue più snelle e articolate – molti altri elementi emergono dagli organismi centrici e vengono ad integrare quelli rilevabili nella edilizia basilicale. Abbiamo perciò riservato per ultimo uno sguardo conclusivo su comuni aspetti, e specialmente sui ritmi e sulle forme delle aperture – portali e finestrati – che contribuiscono ad imprimere un inconfondibile carattere alle architetture ravennati.

Nei grandi edifici le porte erano numerose, all’evidente scopo di facilitare la grande massa dei fedeli e di mettere ancor meglio in comunicazione lo spazio interno con il luminoso ambiente circostante. Più che nelle basiliche romane, sono qui frequenti le aperture laterali: all’Ursiana ed a S. Apollinare in Classe questa comunicabilità si attuava, oltre che con i portali sui prospetti, con ben sei porte sui fianchi, ma anche altre basiliche presentano un passaggio laterale, conservato nella mezzeria delle fiancate meridionali alla Anastasis Gothorum e a S. Apollinare Nuovo.

Semplici le incorniciature: robusti stipiti ed architravi di pietra a sagome liscie inquadravano il vano della porta, per lo più di proporzione quadrotta, a giudicare dagli esempi di S. Agata, di S. Apollinare in Classe e di S. Vitale. Sono frequenti e più facilmente conservati i grossi arconi sovrastanti, che non hanno soltanto funzione di archi di scarico affioranti sulla muratura, ma creano effetti plastici per la lunetta semicircolare che si approfondisce nel loro interno. Per le proporzioni generali e per la presenza degli arconi sovrapposti, le porte ravennati suscitano il ricordo di quelle del palazzo salonitano.

 

Le tante, grandi finestre dei monumenti ravennati si presentano tutte romanamente arcuate a pieno centro.

L’alternanza tra vuoto e pieno è, all’inizio, perfettamente equilibrata, come si riscontra nei finestrati terreni di S. Giovanni Evangelista.

All’eguaglianza p = l subentrano – senza diversità fra le soluzioni ad arcate o a pilastri – rapporti, poco differenziati, che danno maggior peso ai sodi murari; l’espressione più vistosa si incontra nei larghi finestrati terreni di S. Apollinare Nuovo. Invece – in sintonia con la snellezza dello spartito – i pieni diminuiscono nell’eccezionale sequenza terrena dell’Anastasis Gothorum. In ambedue questi edifici le situazioni marginali non ai ripetono nei finestrati superiori, dove si ritorna agli schemi tradizionali.

Nelle proporzioni del vano incalza la medesima aspirazione, ugualmente espressa in misura graduale e limitata. Partendo dal Battistero della Cattedrale – dove il rapporto tra altezza totale e larghezza dall’apertura è di una volta e mezzo – si trascorre verso proporzioni più slanciate, i cui più alti valori sono raggiunti dall’Anastasis Gothorum
(2,1) e dal S. Vitale.

Come abbiamo veduto per i colonnati, i rapporti erano originariamente studiati tra il piedritto e l’altezza del vano. Così ho potuto dedurre dalle misure rilevate: in S. Apollinare in Classe ci si imbatte, ad esempio, nello stesso rapporto 1,33 già emerso in quel monumento.

Accennerò infine che queste misurazioni hanno pure rilevato l’esistenza di una base unitaria prossima a m 0,32.

Benché questo studio non scenda a particolarità tecnico-strutturali, corre tuttavia l’obbligo di rilevare la continua ricorrenza di questa unità di misura che si riscontra nelle dimensioni dei laterizi, anche in quelli giulianei, e che è durata molto a lungo. Diversa dal piede romano e da quello bizantino, costituisce una misura localizzata e persistente in Italia settentrionale e che mi sembra possa esser collegata con il così detto « piede gallico » (m 0,324), praticamente durato in Francia sino all’adozione del sistema metrico decimale.

La constatazione è certo assai importante e suscettibile di notevoli sviluppi. A noi basta rilevare la permanenza di un sistema di misura localmente in uso, anche nei periodi di maggior splendore dell’impero d’Oriente. Ne risulta chiaramente avvalorata l’autonomia architettonica ravennate.

Sapere che il S. Vitale è stato progettato e costruito con unità metrica propria di Ravenna, può far cadere facili ipotesi sulla pianta già disegnata, pervenuta, bell’e pronta, da Costantinopoli e sulla acquiescente ricettività dia parte degli ambienti ravennati.

 

Le soluzioni absidali del Battistero degli Ariani e del S. Vitale – pur tanto diverse per situazione, esigenze e misure – accentuano nelle loro piante gli indici di approfondimento già esaminati per quelle basilicali.

Forse a causa delle limitatissime dimensioni, l’abside del Battistero è, tra la diecina di esempi ravennati, la più profonda fra tutte.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine:  48-51
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Architettura cristiana ravennate – Costruzioni centriche: San Vitale

Architettura cristiana ravennate – Costruzioni centriche: San Vitale

La chiesa di S. Vitale svolge un tema complesso, assurgendo a significativo capolavoro di un’epoca e di una civiltà che dovremo ancor meglio riconoscere e valutare. Le sicure notizie cronologiche, l’implicazione nella fabbrica di Giuliano Argentario, personalità discussa, ma indubbiamente partigiano della causa bizantina, il carattere non storico, ma politico, dei due celebri quadri musivi favoriscono tale interpretazione, chiaramente confermata dai precedenti e dagli echi che la storia dell’architettura può allineare sull’argomento delle chiese palatine.

Schizzo assonometrico di S. Vitale

 

Il complesso organismo architettonico non è privo di precedenti, anche molto remoti e significativi, ma non puntualmente rispondenti allo schema del S. Vitale. Per la struttura concentrica, radialmente articolata e divisa a due piani nel deambulatorio periferico, va più precisamente riguardato come una elaborazione del S. Lorenzo di Milano; impiantato su un quadrato di base, anziché su otto lati, è questo l’unico edificio di data anteriore che può oggi essergli confrontato. Il paragone, quanto mai evidente nella strutturazione, verrebbe, a mio avviso, rafforzato dalle supposte analogie funzionali.

Oltre questa vistosa ascendenza, l’organismo del S. Vitale trova notevoli similitudini e precisa contemporaneità nella chiesa del Ss. Sergio e Bacco a Costantinopoli, che puntualizza gli ultimi sviluppi di un lungo processo evolutivo avvenuti nell’ambito della corte bizantina.

Ma non e solo la provenienza dello schema – che in questa caso le circostanze indicano in Costantinopoli – a caratterizzare un’opera architettonica; sono le risultanze visive e la propria inconfondibile figuratività. Per il S. Vitale è soprattutto l’interpretazione degli alzati a veramente qualificare l’opera d’arte.

Parallelo grafico tra le sezioni dei Ss. Sergio e Bacco e di S. Vitale.
Triangoli equilateri proporzionano il complesso vitaliano nei rilevanti episodi ed incidenze spaziali,
compresi i loggiati

 

L’interiore forma ettagona è qui chiaramente estrinsecata con un ben più ricco gioco di volumi, connaturale, del resto, alle maggiori dimensioni. L’alta
cupola emisferica raccordata da nicchie, contribuisce ad imprimere all’interno quella diversa, più vigorosa stesura del testo architettonico che è indubbio appannaggio del S. Vitale e che è – in effetti – determinata dal limpido ardito proporzionamento delle sue membrature.

Così in forza di irrefrenabili impulsi, il monumento ravennate si differenzia in maniera sostanziale, emancipandosi da pedisseque soggezioni orientali ed eleva a vera gloria artistica uno schema costruttivo, con la creazione di un autentico capolavoro. Distaccandosi nobilmente dal supposto gemello, i paragoni con la chiesa dei Santi Sergio e Bacco divengono improponibili, per quanto riguarda i valori architettonici: resta solo in comune il canovaccio di una rara trama, la nuda similitudine di un soggetto costruttivo.

È facile ammettere che provenga dal Bosforo il materiale marmoreo, impareggiabilmente scolpito, dei sostegni e delle decorazioni; ma è anche altrettanto facile e doveroso riconoscere che tutte le colonne monolitiche a pian terreno sono state collocate in opera allungandone il fusto in modo notevole e significativo.

Ogni colonna poggia difatti su un rocchio di marmo appositamente aggiunto e su una insolita base a gradini, più alta delle normali.

L’architetto latino si rivela compiutamente in questo episodio. La spregiudicata modifica attesta non tanto libertà d’azione ed originalità interpretativa nei confronti del prezioso materiale giunto da lontano, quanto una spontanea efficace reazione a moduli e proporzioni di marca bizantina non congeniali al gusto italiano e che altrove – in paesi di meno alto potenziale architettonico – sarebbero riusciti graditi o ritenuti accettabili.

Sono queste sentite esigenze di sciolta eleganza e di acuita snellezza a rivelare lo spirito della nuova architettura italiana, le cui tendenze al verticalismo erano già emerse a Milano ed a Ravenna e che ora raggiungono una suprema affermazione.

Malgrado che l’interno risulti chiaramente proporzionato, nelle sue essenziali scansioni, secondo lo schema tradizionale del triangolo equilatero, tuttavia nel vano centrale l’aspirazione verso l’alto appare ben più decisa. L’elastica dilatazione dello spazio interno, determinata dal sistema dei pervii nicchioni, collabora nel suggerire e imporre il predominante verticalismo del tempio.

Gli archi costantemente sovrapposti – per le ancora inappagate esigenze di slanciato proporzionamento – alle prolungate colonne, preludono alle altissime, nicchie inquadranti i trifori, dove si accentua il rapporto tra altezza e larghezza raggiungendo valori unici, quasi incredibili, rivelando più che una tensione, addirittura uno spasimo verso l’alto.

In un così eccitato clima di rapporti e sotto il corrusco velame degli stupendi mosaici, non meraviglia scorgere le proporzioni spigliatissime dell’arcone principale e dell’abside, che pur sminuiscono gradualmente quella eccezionale dei nicchioni. Però dall’alta tribuna di fronte al santuario – che dobbiamo considerare il punto di visuale più importante – quel senso di esasperato verticalismo pare attenuarsi.

All’esterno risponde lo snello spartito determinato da semplici paraste e da sobri contrafforti, attraversati solo da una cornice demandante i solai interni. Imprimono slancio e vigore alle grandi pareti dell’ottagono, qui proporzionate secondo il quadrato, come pure le facce del tiburio; queste sono prive di paraste per lasciarne in risalto l’essenza geometrica, credo anche per attrazione verso i simili prismi terminali dei Battisteri ravennati.

La semplice orditura cede il posto nella zona absidale ad una accesa fantasia volumetrica per l’incalzare delle masse prorompenti da una pianta a ventaglio e per il frammentato accavallarsi dei tetti. Cubi, cilindri e prismi si giustappongono nella comune essenzialità costruttiva, si compenetrano in un gioco che prima fiancheggia l’emergente abside e poi la sormonta, culminando nel timpano proteso ai lati, quasi a rilanciare – sventagliando verso il cielo – tanti dinamici impulsi.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine:  44-48
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Architettura cristiana ravennate – Le costruzioni centriche

Architettura cristiana ravennate – Le costruzioni centriche

Le architetture a pianta centrale, indubbiamente più varie e motivate delle basiliche, animano il solenne fermo panorama: i battisteri, i sacelli cruciformi e soprattutto i capolavori, così differenziati fra loro, di S. Vitale e del mausoleo teodoriciano.

Già abbiamo ricordato che la « Basilica Probi », la prima Cattedrale nel suburbio di Classe, aveva sicuramente un battistero, di cui però non sappiamo né la forma originaria né le trasformazioni apportatevi da Massimiano.

Del Battistero Petriano rammentammo invece il fontem tetragonum; l’edificio mire magnitudinis duplicibus muris et altis menibus sollecita soltanto il nostro desiderio di una meno vaga conoscenza. Poteva forse essere non troppo dissimile dai due celebri battisteri che cronologicamente lo comprendono, ravvicinati dalla similitudine del loro organismo.

Verosimilmente il Battistero della Cattedrale Ursiana fu costruito dallo stesso vescovo Orso nel primo trentennio del V secolo.

Pianta del Battistero degli Ortodossi. La ricostruzione delle murature esterne è in parte ipotetica

Il monumento, ottagono ed arricchito da quattro absidi all’interno, aveva un ambulacro periferico limitato al piano terreno e collegato, attraverso un portico, alla Cattedrale. Eleganza di forme, esiguità di spessori murari, rivelano notevole raffinatezza d’impianto, che dal battistero è lecito riverberare sulla sua, purtroppo distrutta, Cattedrale. Neone provvide a sostituire il soffitto ligneo con la cupola di tubi fittili e a decorarne stupendamente l’interno; in epoca seriore il battistero venne protetto con l’attuale tiburio.

Il gioco dei volumi nella parte absidale che per prospettare la Cattedrale ariana doveva forse essere il più importante

Per le proporzioni interne dobbiamo rifarci a quelle dell’impianto originario. Valutando il rinterro sopravvenuto e considerando la primitiva cornice – poi nascosta dalla volta – l’altezza del Battistero eguaglia il diametro interno, secondo un rapporto frequente in antichi edifici a pianta centrale.

Il nucleo originario del Battistero è privo di paraste esterne, il che pienamente concorda con la sua definizione esteriore, così riassuntiva e glabra da attuare – senza soluzione di continuità – il raccordo delle curve nicchie alle pareti rettilinee. L’assenza di risalti o paraste caratterizza anche gli antichi disegni dell’Ursiana: in tale coincidenza può forse cogliersi un valido spunto per ravvicinare ancor più le due fabbriche?

Copia del monumento ursiano che, nello stesso tempo, potremo definire elaborazione in chiave espressionistica, è fornita dal Battistero degli Ariani. Per quanto sia scomparsa, ad eccezione della cupola, tutta la decorazione interna, il Battistero si qualifica più chiaramente della Cattedrale ariana per l’aderenza al modello e per le accentuazioni apportatevi: richiamo in particolare l’attenzione sulla abside orientale più grande delle altre, volutamente contrapposta all’esterno ai due risaltati corpi terminali dell’ambulacro periferico (ved. le due figure supra). Alcune paraste dell’ambulacro apparivano sagomate « a libro », evidente spicciolo ricordo del S. Aquilino.

L’esame architettonico dei due monumenti va perciò condotto in forma unitaria.

Non è stato difficile ricollegare la loro planimetria ottagona con quattro nicchie semicircolari, al fortunato irraggiamento dei modelli ambrosiani del battistero di S. Tecla e della cappella di S. Aquilino. Tale acquisizione lascia ormai il compito di precisarne le differenze e le modalità di acclimatazione. Queste mi sembra che si inseriscano perfettamente nella successione delle modifiche subite dagli archetipi milanesi nel lungo percorso compiuto verso Oriente. Gli esempi aquileiesi ed adriatici, varii e significativi, lo stanno a testimoniare. Anche i più antichi denunziano una semplificazione della planimetria attraverso l’eliminazione delle nicchie rettangolari e l’alleggerimento delle sezioni resistenti che vediamo chiaramente attuata a Ravenna, specie nel Battistero della Cattedrale. I due monumenti rispondono così a quelle medesime esigenze di stringatezza messe in evidenza per le basiliche e che potevano considerarsi diffuse nell’ambiente adriatico. Rammento appena che la volumetria a prisma ottagonale dalle compatte muraglie aveva un esempio illustre: il Mausoleo di Diocleziano a Spalato.

L’ambulacro esterno – che si accompagna talvolta alla tipologia del battistero ambrosiano, come a Fréjus – si attua in forme essenziali per le evidenti necessità del rito; a Ravenna dovremmo crederlo congeniale e suscettibile di fervidi sviluppi se ci riferissimo anche all’esempio del Battistero Petriano e se volessimo estrapolare verso le complessità planimetriche del S. Vitale.

Semplici oservazioni vorrei preporre per i sacelli cruciformi di cui ci restano gli esempi della Cappella vescovile (Monasterium Sancti Andreae Apostoli) e del sacello forse dedicato al S. Lorenzo: il cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia. Per quanto riguardati nelle funzioni ben differenziate – il primo a carattere di oratorio, il secondo di sepolcro – possono venire tuttavia ravvicinati dallo stesso simbolico motivo di pianta che presentava molte tangenze e precisi collegamenti con l’architettura funeraria romana.

I costruttori ravennati non creano nuovi tipi: li affinano semplificandoli e li immergono nell’atmosfera di sogno determinata dalle presenze musive. Nel sepolcro detto di Galla Placidia sembra attuarsi – forse per l’ultima volta – il tipo del mausoleo romano a croce, accogliente monumentali sarcofagi. Nella Cappella vescovile abbiamo il vivente modello di uno: di quegli oratori privati, le cui minuscole proporzioni armonizzavano con la preziosità degli ornati e della suppellettile.

Si potrebbero citare gli esempi più variati, anche se si tratta di monumenti troppo piccoli e modesti per aver lasciato sempre una traccia. È però significativo che sulle coste adriatiche se ne rintraccino molti, forniti quasi sempre di un ambiente antistante e diversamente dedicati fin dall’origine: dal martyrium di S. Prosdocimo a Padova alla simile cappella di S. Maria Mater Domini presso la Basilica dei Ss. Felice e Fortunato a Vicenza, dal distrutto sacello cruciforme di S. Andrea a Rimini a quello di Casaranello in Puglia ed alle cappelle di S. Maria Formosa a Pola.

Non bisogna poi dimenticare la cella inferiore del Mausoleo teodoriciano e lo scomparso sacello dedicato a S. Zaccaria, pene prorsum la chiesa di S. Croce, per il quale Agnello parla di similitudinem crucis.

I rapporti in altezza, riferiti ai tre monumenti ravennati superstiti, si imperniano intorno alla proporzione quadrata delle sezioni principali (senza tener conto delle volte) con tendenza a snellirsi progressivamente.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 40-44
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Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Ursiana

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di Santa Croce

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Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (3)

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (3)

Alla conclusa unità del corpo della chiesa aderisce la zona absidale. Questa — non compresa, come appare logico, nel proporzionamento del blocco principale — costituisce non un’aggiunta, ma sempre un episodio, sia pure un saliente episodio. È comunque la parte più complessa dal punto di vista esecutivo, dove veniva richiesto speciale magistero murario per strutture poligonali ed in curva, per grandi archi e volte. Non ho bisogno di rammentare l’origine bizantina delle absidi definite poligonalmente all’esterno ed attraversate da finestre, come si riscontrano sempre a Ravenna, talvolta fiancheggiate da pastophoria pure all’uso orientale. Si deve, se mai, rilevare che la moda di tali absidi viene direttamente importata da Bisanzio, oltrepassando la Grecia dove l’adozione sporadica è limitata alle sole isole anatoliche.

Le particolarità rilevate nelle absidi ravennati portano a modificare l’apparente indipendenza dall’Oriente bizantino prima affermata, in riferimento alla sobria organizzazione del corpo principale della chiesa. Sembra quasi che, per un principio programmatico, si sia voluto giustapporre allo schema basilicale romano una zona absidale di dichiarato gusto bizantino.

Il già noto fenomeno del graduale approfondimento dello spazio riservato al presbiterio si attua anche nelle basiliche ravennati. Salvo l’abside di S. Apollinare in Classe dove l’aspirazione classica ne modera il valore, tutte le altre hanno un accentuato e assai simile rapporto tra larghezza e profondità dell’area absidale.

 

Altri elementi tipicamente bizantini sono dati dalla decorazione interiore e particolarmente dai marmi colorati quasi tutti importati dall’Oriente. Per quanto quest’argomento comprenda anche gli ornati degli edifici a pianta centrale, credo che non si debbano spendere molte parole per mettere in evidenza l’origine e la lavorazione costantinopolitana dei vari capitelli che ammiriamo a Ravenna. Analogie storiche, la presenza di lettere e sigle di marmorari e di monogrammi greci lo confermano apertamente.

Forse quasi solo gli amboni — collocati sull’asse della chiesa in mezzo alla navata — vanno riguardati un prodotto d’arte locale, rispondendo ad una necessità di predicazione che intendeva ugualmente rivolgersi alle due parti in cui, secondo i sessi, era diviso il pubblico dei fedeli.

Il prezioso materiale decorativo — formato da innumeri colonne con basi e capitelli, dai rivestimenti marmorei, dai pulvini, dalle recinzioni presbiteriali e dalle transenne più varie — veniva impiegato nelle basiliche secondo una visione che potremo definire se non proprio romana, certo profondamente latina, come vedremo a proposito del S. Vitale.

Si potrebbe dire in conclusione che gli edifici basilicali si rivelano pressoché equidistanti dagli esempi di Roma e di Bisanzio. La loro larga fioritura va spiegata non tanto con fenomeni di rapido incremento urbano, quanto con indirizzi imputabili ad una vera politica edilizia. Tuttavia l’architettura ravennate ha una sua propria avvincente unità che non scaturisce dalla geopolitica delle derivazioni e dall’alchimia dei compromessi.

È la luce — mi sembra — che sublima una esemplare coerenza di moventi e di risultanze e che assicura tale unità. A Ravenna la luce penetra dalle absidi, inonda le navate laterali: è la protagonista della visione architettonica.

Ben più che a Roma — dove la luce, sia pure abbondante, penetra e scende quasi solo dall’alto — tutto lo spazio interno si qualifica in aspetti più limpidi e lievi, facendo attenuare e tacere contrasti di luci e di ombre. Nelle basiliche ravennati non si guarda in alto per esaltarsi alla luce; questa prorompe dalle grandi finestre delle navatelle e dell’abside, gioca liberamente sui colonnati, sembra anzi raccogliersi in basso per poter lievitare tutta l’architettura in una ariosa, felice visione. Le superfici interne, largamente partecipi di una luminosità marina, erano fatte per vivere e fiorire nella magia dei mosaici.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 37-39
Vedi anche:
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Ursiana

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di Santa Croce
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di San Giovanni Evangelista
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Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Sant’Apollinare in Classe
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Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Santa Maria Maggiore e chiese minori
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (1)
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (2)

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (2)

Per quanto concerne la suddivisione in navate del corpo della chiesa, precisiamo che — pur attuandosi variamente a Ravenna — le ripartizioni rispecchiano la naturale tendenza dei secoli V e VI verso un maggior sviluppo della nave centrale.

Le tappe di questo fenomeno non seguono rigorosamente la cronologia degli edifici, ma l’andamento generale vi si adegua.

Riferendoci alle chiese a tre navate, da principio la nave principale presenta larghezza minore della somma delle altre due (N < 2n), come a S. Giovanni Evangelista e a S. Francesco. Poi il rapporto praticamente si uguaglia in S. Agata (N = 2n); sminuisce nello Spirito Santo ed in S. Apollinare Nuovo, dove si concreta in una espressione complessa (N = 2 (n + m). Finalmente la basilica classense — per lo spirito chiarificatore che l’informa — ritorna alla proporzione più semplice, affermando l’ampiezza della navata centrale doppia di quella delle navatelle.

La frequenza dei colonnati interni a dodici sostegni merita pure di esser subito rilevata per la nota analogia con il numero degli Apostoli. La predilezione per le colonne corinzie, per il loro simbolico numero e la costante sequenza dei pulvini e degli archi laterizi che le sormontano puntualizza un comune carattere che imprime a queste espressioni ravennati indiscutibile unità e logica compositiva. Gli architravi, orizzontalmente gettati tra colonna e colonna, sono sconosciuti a Ravenna, fors’anche per l’assenza di marmi e di pietre nella regione attigua; ma non esistono certo analoghe ragioni pratiche, ad esempio, per giustificare l’ostracismo date ai capitelli ionici.

La sequenza delle archeggiature si attua con ritmo pressoché uguale, fissato nel rapporto tra altezza totale ed interasse di ogni arcata che si aggira sul valore di 2.

Dai valori sopra riportati si possono trarre alcune deduzioni, con l’affermare, prima di tutto, la validità del rapporto istituito. Evidentemente i costruttori paleocristiani, invece di riferirsi all’altezza totale, in sommità della curva, si basavano, nello studio del progetto, su questi più concreti elementi di alzato e di pianta.

Notiamo poi che, per l’interasse, ricorre spesso la misura intorno a m 3,20, e proprio negli edifici apparentati dalle ricerche prospettiche emerse dalle planimetrie studiate. La registriamo, non potendo non rilevare ogni significativa comunanza che attesti continuità in filoni di attività architettoniche che, in questo caso, assumono semplici tradizionali espressioni.

Dovrebbe colpire invece la mancata correlazione fra la postura delle colonne interne e la scansione delle arcate o delle paraste esteriori. Ma tale indipendenza non è casuale o soltanto legata a specifiche esigenze compositive; dobbiamo supporre che anche il numero delle archeggiature esterne avesse qualche significato se ne vediamo fregiare in numero di nove le antiche fiancate del primo S. Giovanni Evangelista, di S. Apollinare Nuovo e della Cattedrale ariana. Non devo certo insistere sull’importanza che si annetteva, anche in campo religioso, alla ricerca di questo numero. Sarà invece più originale — e direi più divertente — scorgere come si sia invece voluto sfuggire un altro numero.

A tal proposito, mi sembra illuminante l’esempio di S. Apollinare in Classe. La logica planimetrica di quel monumento era riuscita ad assicurare una esatta rispondenza fra i sostegni interni e le paraste esterne. Ma l’architetto — per aprire dodici finestre sui fianchi — ne ha evitato a terreno la tredicesima, ponendo, all’inizio delle due fiancate, una originale insolita nicchia in corrispondenza dell’intercolunnio più vicino al prospetto.

Così pure è avvenuto superiormente, dove — salvo il divagante motivo delle nicchie che ha dato molto a pensare — una arcata risulta ugualmente cieca. Anche in S. Giovanni Evangelista ed in S. Apollinare Nuovo si è pure coscienziosamente evitato il numero di tredici, fatale in una disposizione interna a dodici colonne. La totale coincidenza è impressionante e le soluzioni dissimmetriche adottate non rivelano certo esigenze architettoniche.

Ma il discorso sulle arcate presuppone l’altro sulla presenza delle paraste, iniziato da tempo per la architettura tardo-romana e paleocristiana. L’animazione delle superfici esterne è attuati con semplice ritmo, dalle paraste e dai pilastri murari ai quali può anche affidarsi un preciso compito di resistenza nodale od un generico scopo di irrigidimento.

L’architettura paleocristiana milanese aveva già saputo, con tali mezzi di modulazione, imprimere alle pareti l’aspirazione ad un verticalismo prima non sentito.

Ravenna non esita, facilitata probabilmente dalle tradizioni locali e dall’ambiente adriatico, a far proprio un tale linguaggio, moderandone qualche slancio e dimensionandone classicamente gli accenti. La sua architettura laterizia — scandita nella successioni delle arcate incornicianti i finestroni — appare sobria e semplicissima in tutto il corpo prismatico della chiesa, che solo eccezionalmente doveva esser decorato sulla fronte. Lo scrigno di fantasiose bellezze e di rutilanti tesori era semplice, modesto nella sua povera essenza di terracotta: le sue forme sembrano desunte dall’edilizia domestica ed utilitaria. È soprattutto il metro delle realizzazioni, in confronto della scala umana, ad offrire la misura, il tono monumentale di questi sacri edifici.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 34-37
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Nell’accingerci a trarre qualche conclusione dall’analisi compiuta sugli edifici a pianta longitudinale, dobbiamo innanzitutto riconoscere in tutte le espressioni basilicali il comune anelito ad una semplicità d’impostazione architettonica che ci sorprende ad attrae.

L’univoca scelta ddl’elementare impianto planimetrico denuncia, meglio di ogni altro argomento, l’adesione più convinta alla tradizione architettonica cristiana incentrata su Roma. Nello spartito generale — dall’atrio fino all’abside esclusa — i caratteri romani sono certo evidenti e ben più marcati a Ravenna che nella edilizia sacra della precedente capitale lombarda, come pure della vicina Dalmazia ed in Grecia. Anche il gusto per l’unitaria ampiezza degli spazi interni, l’assenza del transetto e delle conseguenti « navate avvolgenti », delle gallerie superiori, degli endonarteci e di soluzioni comunque ricercate e complesse, confermano fedeltà alle origini cristiane e fermezza di ideali artistici.

Questa esemplare stabilità programmatica — non scossa e forse nemmeno scalfita dalle contrastate vicende e traversie politiche, di cui Ravenna subì i più forti contraccolpi — deve commuoverci per la fede che certo l’animò e la sorresse. Ravenna non soltanto rifiuta, per la tipologia basilicale, un allineamento con l’Oriente e con Bisanzio in particolare; ma si mostra refrattaria nell’accogliere alcuna delle tanto variate esperienze lombarde, suscitate dall’attivismo architettonico di S. Ambrogio, ed assai poco sensibile alle lusinghe dei mondo adriatico e ionico.

 

Siffatta limpida, indiscutibile visione di fondo si precisa a Ravenna, ma non si irrigidisce, attraverso l’uso di schemi proporzionali ora rintracciati. Mentre il rapporto più frequente, posto a base delle costruzioni chiesastiche, è di una volta mezzo tra lunghezza e larghezza, anche gli altri riscontrati (√2, √3 ed il numero d’oro) rispondono ad affermate consuetudini di modulazione classica.

Le modalità applicative di tali semplici proporzionamenti meritano particolare attenzione. Qualunque sia il rapporto, lo schema proporzionale in questi monumenti ravennati non riguarda — più o meno studiatamente — aspetti o particolarità dell’edificio, ma la costruzione nel suo complesso, non concerne lo spazio interno, ma le dimensioni esteriori comprensive degli spessori murari; in sostanza prende in considerazione il volume della fabbrica con esclusione della parte absidale. Ciò attesta la concretezza degli architetti che consideravano l’edificio nella sua unità e si preoccupavano di poterne indicare preventivamente sul terreno i punti e gli allineamenti estremi.

Che queste mie osservazioni — cui sono pervenuto soltanto attraverso il concorde esame dei dati monumentali — siano sicuramente fondate, dando peso e valore a tutta la fioritura delle basiliche ravennati, è confermato in pieno dal citato passo di Agnello (Liber Pontificalis, ed. Testi Rasponi, p. 71,5-8; 77,3-6) in cui si indicano due successive fasi nella costruzione di una basilica. La fabbrica veniva iniziata, difatti, dai muri perimetrali per poi essere completata nelle suddivisioni interne; anzi il protostorico, per il secondo tempo impiega addirittura il verbo implere.

Tale unico metodo di ideazione e di lavoro indica perciò lo schietto desiderio dei costruttori di dar ordine ed unità alle loro semplici fabbriche, direi agli stessi cantieri, più che rivelare particolare gusto per raffinati accordi o per le pure ricerche teoriche.

Per le strutture in elevato, la proporzione tra l’altezza e la larghezza della nave centrale — predominante per chi entri in chiesa o ne esca — si attua in diverse, ma non abnormi soluzioni. A parte l’esempio dello Spirito Santo, il rapporto è abbastanza alto (1,6) in S. Giovanni Evangelista e tende a diminuire gradatamente, attraverso S. Agata e S. Apollinare Nuovo — imperniati ambedue su √2 come le loro piante lo sono nel numero d’oro — per giungere alla basilica classense che prende il valore maggiormente beante di 1,33, di indubbio gusto classico.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 31-34
Vedi anche:
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