Il microcosmo e il macrolibro (5)

In quanto figuranti le creature del mondo, per la loro connessione con le parole del testo, e per il modo come l’artefice le aveva rappresentate relativamente a tale connessione, delle creature, di tutte le creature, le immagini sensibilizzavano il significato soprasensibile. Non diversamente, del resto, si costituivano come esposizioni di una significanza soprasensibile i programmi sculturali nelle facciate e nei fianchi delle chiese (comprese le immagini teriomorfiche di cui si indignò Bernardo da Chiaravalle), o i cicli pittorici che nell’interno vi erano dipinti a fresco nelle pareti e poi, sopravvenuta l’architettura gotica, erano proiettati dalle vetrate dei finestroni. E basterà in proposito nominare l’esauriente esegesi che il Katzenellenbogen prima, o più di recente la Levis-Godechot, hanno compiuta su quei programmi figurali della cattedrale di Chartres che, probabilmente, nel mentre quel fabbricato si ricostruiva dopo l’incendio del 1134, furono veduti, almeno in corso di lavorazione, dal nostro Alano di Lilla: del quale sappiamo i contatti con la Scuola Episcopale, appunto, di Chartres, centro importante, nel dodicesimo secolo, della filosofia di indirizzo platonico.

Dal microcosmo della pagina alluminata (liber et pictura) a quello che possiamo chiamare il grande libro del cosmo, il mondo come la baudeleriana “forèt de symboles” a cui indiretto riferimento fa Eco (e per lui Guglielmo di Baskerville) nel Nome della Rosa, passando per l’altro microcosmo della cattedrale come speculum mundi, che Franco Cardini ha esaminato sotto tutti gli aspetti in uno tra i più suggestivi suoi Minima medievalia (Firenze, 1987). E diremo allora, sempre pensando alla quartina iniziale di Omnis mundi creatura, il mondo come il macrolibro, se così possiamo dire, che nell’Abbazia dei Canonici Regolari di San Vittore presso Parigi, esplicitamente teorizzò il mistico Ugo (al secolo, forse, Ermanno dei conti di Blanckenburg), filosofo vissuto nella prima metà secolo decimosecondo e non ignoto a Dante, che insieme a Illuminato e Agostino, seguaci di San Francesco, lo colloca nell’alta famiglia di cui, nel cielo del Sole, gli fa l’elenco San Bonaventura.

“Tutto questo mondo sensibile è infatti come un libro scritto dalle mani di Dio, cioè creato dalla potenza divina, e le singole creature sono come figure, non inventate dall’arbitrio dell’uomo, ma istituite dalla volontà di Dio per manifestare e indicare la sua invisibile sapienza”. È un passo, questo di Ugo da San Vittore, conosciutissimo da chiunque, in un modo o nell’altro, col pensiero del Medioevo abbia avuto a che fare. Vi salta subito agli occhi, come suol dirsi, la rispondenza al concetto ispiratore di Omnis mundi creatura, la cui redazione è forse posteriore di qualche decennio. E chi oggi lo legga per la prima volta non mancherà di ricordare la pagina del Nome della Rosa in cui il buon Adso racconta quando, tormentato dai rimorsi che certe volte si tramutano in nostalgie, dalle nostalgie che generano rimorsi, s’arrovellò ad almanaccare su come la cagione di quel suo conflitto interiore, “quella povera, lercia, impudente creatura”, col piacere intenso, peccaminoso e passeggero (cosa vile) che gli aveva dato il congiungersi a lei”, potesse accordarsi al grande disegno teofanico che regge l’universo, secondo il pensiero di Ugo che gli torna in mente quasi alla lettera, perfettamente saldato alla sentenza di Alano. “Era, ora cerco di capire, come se tutto l’universo mondo, che chiaramente è quasi un libro scritto dal dito di Dio, in cui ogni cosa ci parla dell’immensa bontà del suo creatore, in cui ogni creatura è quasi scrittura e specchio della vita e della morte, in cui la più umile rosa si fa glossa del nostro cammino terreno, tutto insomma di altro non mi parlasse se non del volto che avevo a mala pena intravisto… “.

Quello però che in questo momento ci interessa in modo particolare è l’avverbio “enim” (“infatti”), con cui Ugo della definizione del mondo come un libro significante in modo visibile la sapienza invisibile di Dio, fa una sorta di glossa esplicativa a due citazioni bibliche riguardanti la bellezza del creato: il salmo 103 (“Quam magnificata sunt opera tua, Domine ! Omnia in sapientia fecisti”) e il salmo 91, che abbiamo sentito citare dalla Matelda di Dante, personaggio che il Pascoli interpretò come simbolo della concezione tomistica dell’arte, abito operativo e virtù intellettuale al medesimo tempo:
Delectasti me Domine in factura tua, et in operibus manuum tuarum exsultabo. Quam magnificata sunt opera tua, Domine! nimis profundae factae sunt cogitationes tuae. Vir insipiens non cognoscet, et stultus non intelligit haec”. E va rilevato a questo punto come le due citazioni dai Salmi la bellezza del creato la dichiarino manifestazione della sapienza del Creatore, espressione di suoi profondi pensieri.

Appoggiandosi all’autorità del Salmista, il nostro Ugo riprende qui un tema che Basilio aveva ampiamente trattato in quel capitolo settimo della prima Omelia esamerale. Vi si legge infatti che Dio “nella sua bontà creò ciò che è utile, nella sua sapienza ciò che è bellissimo (ὡς σοφός τὸ κἁλλιστον) nella sua potenza ciò che è grandissimo”, mostrandosi quasi “come artefice che penetra la sostanza degli esseri, nell’atto di armonizzare le singole parti fra loro, e nel dare all’universo omogeneità e accordo interno e perfetta armonia” (I, 7, 5, 26-30) (meriterebbe forse una sottolineatura il fatto che Basilio, dovendo parlare delle tre qualità della creazione, utilità, bellezza, grandezza, corrispondenti ai tre attributi di Dio: bontà, sapienza, potenza adoperi il superlativo per la bellezza e per la grandezza). Ugo riprende questo tema quando all’inizio della trattazione asserisce che la grandezza delle creature rivela la potenza divina, la bellezza rivela la sapienza, e l’utilità rivela le benignità: “… Potentia creat, sapientia gubernat, benignitas conservat E ancor più significativo sarà per noi quello che si legge subito dopo, e consente un puntuale riferimento delle sentenze filosofiche di Ugo al concetto ed alla fattura di quello che nella sua interezza possiamo considerare il poemetto di Alano: “… Potentiam manifestat creaturarum immensitas, sapientiam decor, benignitatem utilitas…”.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione: Musica e architettura nel pensiero medievale
Editore: Cesare Nani
Luogo: Lipomo (Como)
Anno: 1994
Pagine: 33-36
Vedi anche:
Assunto – Il microcosmo e il macrolibro (1)
Assunto – Il microcosmo e il macrolibro (2)
Assunto – Il microcosmo e il macrolibro (3)
Assunto – Il microcosmo e il macrolibro (4)

Il microcosmo e il macrolibro (1)

“Omnis mundi creatura quasi liber et pictura nobis est in speculum…”

Quasi tutti li conoscono, questi versi che più volte sono direttamente e indirettamente citati nel Nome della Rosa. E la poesia di cui essi sono il cominciamento, tutta intera hanno potuto leggerla, trascritta dal tomo 210 della Patrologia latina, quei lettori che del romanzo di Eco abbiano voluto approfondire la comprensione leggendo la “guida alla lettura”, redatta da due studiosi tedeschi, Klaus Ickert e Ursula Schlick, che si intitola Il segreto della rosa decifrato. Ma è lecito ritenere che di Omnis mundi creatura ben pochi sapessero l’esistenza, forse i soli specialisti di letteratura latina medioevale o di filologia romanza, prima dell’anno 1946 che resterà memorabile nella storia degli studi di estetica.

Fu nel 1946, infatti, che videro la luce i monumentali Études di Edgar De Bruyne, lo scopritore dell’estetica medioevale. E nel secondo volume di quell’opera, citate in un paragrafo che scandalosamente per quella che era allora la mentalità corrente si intitola L’allegorisme universel comme valeur esthétique, lessero alcune strofe di Omnis mundi creatura gli allora giovani studiosi sino a quel giorno convinti che la riflessione filosofica sull’arte fosse nata con Baumgarten, a metà del Settecento; e che scarso interesse potevano avere le teorie elaborate in quei secoli, dal cominciare del sesto fino alla fine del quattordicesimo, che per convenzione antica e ormai non sradicarle siamo abituati a unificare sotto la denominazione di Medioevo. Tanto più che nell’euforia progressista di quel dopoguerra, davvero l’involgarito schema illuministico-evoluzionistico del medioevo come “tenebra”, “oscurità”, “barbarie”
si apprestava, come egli dice, a succhiarlo col latte della scuola elementare, il nostro Franco Cardini, nato se non sbaglio nel 1940 e oggi storico medioevale, ma non soltanto medioevale, du premier mérite.

Quanto poi ai protagonisti e promotori dei “revival” di cui parla Cardini, Umberto Eco, classe 1932, nel 1946 aveva quattordici anni; di Tolkien, tanto per restare ai nomi citati da Cardini, nessuno qui sapeva nulla, tranne pochi anglisti; e del resto The Lord of the Rings
(Il Signore degli Anelli) è del 1955. Bergman, infine, era un giovanotto meno che trentenne, nel 1946; e forse non pensava ancora che una decina d’anni dopo, al tempo del Settimo Sigillo proprio nel Medioevo o meglio, ripeto Cardini, in “una società rurale e arcaica, che si muove nell’arco delle ‘lunghe durate’ e che quindi è suscettibile, sia pure con un’operazione filologicamente non irreprensibile, di venire storicizzata secondo parametri medievali” – avrebbe scelto, citiamo ancora Cardini, “il luogo privilegiato della sua meditazione esistenziale”. Nè alcuno poteva allora pensare che con più o meno buona grazia un giorno sarebbe stato, come dire?, ricevuto in società, quello che con termine à la mode potremmo chiamare il “revisionismo storiografico” di Régine Pernoud. Nel 1946, probabilmente, la Pernoud era ancora una studentessa. E per tutte queste ragioni, penso si debba ringraziare Umberto Eco, che nella traduzione italiana di Pour en finir avec le Moyen Age (Régine Pernoud, Medioevo un secolare pregiudizio, Bompiani, 1983), se non direttamente certo indirettamente la sua parte di merito deve averla avuta.

Senza lo strepitoso e meritato successo del Nome della rosa, dubito forte, infatti, che un editore italiano avrebbe osato mandare in libreria un libro come quello, per sei anni, con tutta probabilità, rimasto in qualche cassetto, secondo l’usanza di comperare i diritti di un’opera momentaneamente scomoda per impedire che venga messa in circolazione da un concorrente più spregiudicato. E che negli “anni Settanta” vi fosse in Italia gente come la ricercatrice universitaria di cui Régine Pernoud riferisce che era convinta essere stato Galileo arso vivo nel Medioevo per aver detto che la terra era rotonda, poteva in fin dei conti far comodo, ai fini della “trasformazione progressista del senso comune”.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
Musica e architettura nel pensiero medievale
Editore
: Cesare Nani
Luogo: Lipomo (Como)
Anno: 1994
Pagine: 25-26