Il microcosmo e il macrolibro (3)

Noi, qui, stiamo tentando una interpretazione filosofica; e dal punto di vista speculativo, questo del giardino che non sfiorisce è un tema che sempre attesta una diretta o indiretta ispirazione platonica. Di Alano sappiamo infatti che a quanto sembra passò per la Scuola Episcopale di Chartres, ove si leggeva e commentava il Timeo. Al pari poi di tutti i pensatori medievali, sicuramente dovette egli conoscere le opere dello pseudo-Dionigi Areopagita, fonte primaria del platonismo medioevale, commentate anche dai filosofi di indirizzo aristotelico. E ancora il Bossuat riferisce che tra i manoscritti dell’Anticlaudianus, uno se ne conserva alla Bibliothèque Nationale di Parigi, recante in margine una glossa molto lunga con rinvii a Platone e al De Caelesti Hierarchia dello pseudo-Dionigi.

Va ricordato in proposito che di circa un secolo posteriore alla presumibile data di composizione degli scritti dello pseudo-Dionigi è una fra le più antiche attestazioni di quello che potremmo chiamare il platonismo artistico ricorrente in tutti i secoli raggruppati sotto la generica denominazione di Medioevo: il poema encomiastico in cui Paolo Silenziario, autore di epigrammi amorosi tramandati dall’Antologia Palatina e alto dignitario della corte di Giustiniano, a metà circa del secolo sesto celebrò la Basilica di Santa Sofia, di fondazione costantiniana e allora per volontà dell’Imperatore ricostruita dagli architetti Antemio e Antonio: un manufatto che tutte riassume in immagine le bellezze della creazione, e per il modo come le raffigura tra loro coordinandole, in certa guisa le interpreta mettendo in evidenza come esse siano a lor volta immagine mondana della imperitura bellezza sopramondana.

A fatica — egli dice — riesce a volger lo sguardo all’insù ogni mortale che contempli il cielo splendente, simile a un prato ove le stelle danzino in cerchio. E allo stesso modo quando uno varca la soglia di questo luogo sacro, certo non penserà a volgere indietro i suoi passi, ma con occhio ammaliato farà circolare e ricircolar tutt’intorno il proprio sguardo.

Ricorrente motivo d’ispirazione platonica, anche questo. E si pensi al Canto Trentesimoprimo del Paradiso:

su per la viva luce passeggiando, / menava io li occhi per li gradi, / mo su, mo giù e mo recirculando …

Ma seguitiamo a riassumere l’eulogica descrizione che di Santa Sofia ha lasciato il poeta bizantino:

al cielo splendente — egli dice — assomiglia la cupola tutto abbracciarne col proprio giro; e nella sua sommità iscrissero gli artefici la Croce della Redenzione. Ma ci vorrebbe il dire sonante di Omero per inneggiare ai marmorei prati che si estendono nelle pareti e nel pavimento del consacrato edificio.

E su questo motivo tornerà, a mezzo il secolo decimosecondo, un monaco siciliano grecofono (le ricerche di Benedetto Patera hanno appurato che si chiamava Filagato da Cerami) che era predicatore alla Corte di Ruggero II il Normanno, re di Sicilia.

Nell’omelia pronunciata il 29 giugno 1140, durante una funzione nella da poco inaugurata Cappella Palatina di Palermo, della quale egli tesseva le lodi, venuto a parlare del pavimento, con palese reminiscenza del poema di Paolo Silenziario dice Filagato che:

“adorno com’è di variopinti tasselli marmorei, somiglia ad un prato nella stagione primaverile: con questa differenza, però che scolorano i fiori dei prati, e appassiscono; mentre questi qui non appassiscono e nemmeno scolorano, ma duran perpetui, perpetua serbando la loro fioritura immortale …”.

E non è chi non veda l’affinità concettuale tra questo squarcio oratorio del monaco basiliano di Sicilia e i versi, redatti una quarantina di anni dopo, in cui Alano descriverà la inalterabile vegetazione che per tutti i mesi dell’anno verdeggia e fiorisce intorno al castello ove abita la personificazione fantastica dell’idea di Natura in sé, la Natura non soggetta alla varietà dei climi, al mutamento delle stagioni, all’alternante Fortuna sorella del Caso, cui non possono sottrarsi le vegetazioni di questo nostro mondo:

“… Hunc florem non urit hyems, non decoquit estas. / Non ibi bacchantis Boree furit ira nec illic / Fulminat aura Nothi, nec spicula grandinis instant. / Quicquid depascit oculos vel inebriat aures, / Seducit gustum, nares suspendit odore, / Demulcet tactu, retinet locus iste locorum …”.
(Anticlaudianus, I, vv. 68-73).

Bellezze prodotte dall’artificio umano, quelle degli edifici consacrati che encomiasticamente avevan descritti Paolo e Filagato. E se lodandole nella sua prosa omiletica, intendeva Filagato esortare i suoi ascoltatori, tutti uomini del Palazzo, ad imitare l’esempio di devozione e di sapienza dato dal Re, che aveva voluto si costruisse una così bella immagine del mondo creato da Dio (“… tutto lampeggiante d’oro, rassomiglia il soffitto al cielo quando, limpida l’aria, risplende di stelle che danzano in coro …”: evidente anche qui la pregressa lettura del poema su Santa Sofia), in versi che voleva sfolgorassero come gli addobbi e i paludamenti della Corte in cui era poeta cesareo allo scopo di magnificare il potere e la figura del Committente di Santa Sofia, con insistenza aveva Paolo sottolineata la somiglianza tra la bellezza microcosmica della Basilica e le meraviglie del Macrocosmo che è la Creazione.

Intendimento del Silenziario (non era, questo, un nome, ma il titolo della carica che Paolo rivestiva a Palazzo) è difatti presumibile fosse una glorificazione di Giustiniano: che nella committenza di opera così meravigliosa, in sé compendiarne tutte le bellezze di cui è bello il creato, aveva proclamato con i fatti essere la potestà imperiale voluta da quella divina e di essa imitatrice. Tanto è vero che con le sue opere si accresceva la bellezza del mondo creato da Dio, quella bellezza di cui era stato cantore il Salmista: “Delectasti me Domine in factura tua, et in operibus manuum tuarum exultabo …” (Ps. XCI, 5).

Ricordato da Dante, che lo fa citare da Matelda come fondamento teorico della bellezza, naturale e insieme soprannaturale, di cui egli gode nell’Eden fiorente in vetta al monte Purgatorio:

“Voi siete nuovi e forse pereti io rido, / cominciò ella, in questo luogo eletto / a l’umana natura per suo nido, / maravigliando tienvi alcun sospetto; / ma luce rende il salmo Delectasti, / che puote disnebbiar vostro intelletto …”.
(Purg., XXVIII, 76-81)

Quel salmo novantesimoprimo, che è una fonte dell’estetica medioevale in quanto estetica a un tempo della natura e dell’arte (della natura come arte divina e dell’arte umana come un análogon microcosmico della natura), lo sapeva forse a memoria Paolo Silenziario. E a maggior ragione, data la sua condizione di ecclesiastico doveva conoscerlo bene quel Filagato che re Ruggero, uomo di non poca cultura (“re filosofo” lo chiamò il grande-storico Michele Amari) aveva eletto a suo predicatore di corte.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
Musica e architettura nel pensiero medievale
Editore
: Cesare Nani
Luogo: Lipomo (Como)
Anno: 1994
Pagine: 29-32
Vedi anche:
Il microcosmo e il macrolibro (1)
Il microcosmo e il macrolibro (2)

Il microcosmo e il macrolibro (2)

Ho parlato di fascino, ricordando “omnis mundi creatura”, soprattutto in quanto ammirevole esempio di quella che con Dante chiameremo “fabricatio verborum harmonizatorum”. Per le rime, diciamo, che fonicamente congiungendo le desinenze di vocaboli aventi diversa e talora opposta significazione, sensibilizzano l’unità di quei due concetti, anticipando e ulteriorizzando rispetto alla discorsività razionale (creatura-pictura = Creaturapictura). E per certi versi di due parole che differiscono nella sola iniziale, ma nello stesso suono hanno significato contrario come contrarii sono nascita e morte, li unificano temporalmente nell’unità fonica dei due vocaboli, l’un l’altro specchiantisi: “oriendo moriens”.

Simultaneità dei due eventi, il nascere e il morire, significata dalla specularità delle sillabe che li designano e suona ammonimento ineludibile sulla caducità del nostro essere al mondo: quella caducità che poco prima era stata significata dall’unione di due concetti opposti nella quasi identità fonica dei vocaboli che li significano e pur essi fra loro differiscono solo per l’iniziale mortis e sortis “nostrae vitae, nostrae mortis / nostri status, nostrae sortis”. E poi, quell’insistito ripetersi, con significati opposti, della sillaba fio, che da floret a effloret, passando per defloratus, flos tramuta in inquietante sensazione acustica la fugacità, simbolo di quanto effimera sia la nostra esistenza, della vita della rosa “quae dum primo mane floret / defloratus flos effloret“.

O ancora: i ricorrenti, gravi rintocchi dell’avverbio bisillabo mane, “al mattino”: che momentaneamente si combina nella rima col genitivo “humanae” della nostra vita, ma verrà tosto respinto dal “sic aetatis ver humanae / juventutis primo mane / refiorescit paululum. / Mane tamen hoc excludit / vitae vesper dum concludit / vitale crepusculum …”.

Ma non ci attarderemo in una lettura critica minuta, sarebbe intempestiva, del resto, e qui fuori luogo, di tutta intera la Sequenza della Rosa. E nemmeno ci intratterremo più dello stretto necessario sulla figura del suo presumibile autore, Alano di Lilla.

Basterà ricordare che oltre a varie trattazioni speculative egli scrisse due romanzi filosofici esemplati sul De consolatione philosophiae di Boezio: il De planctu Naturae e l’Anticlaudianus (databile intomo al 1180): ove in meditante e maestosa andatura di esametri, anziché nel drammatico incalzare degli ottonari a rima accoppiata con cui hanno inizio tutte le strofe di Omnis mundi creatura e con meno serrato e meno frequente gioco di allitterazioni, la davvero ridente e fuggitiva vita dei fiori è pur sempre poetata come “fidele signaculum”. Non della condizione mortale di noi uomini, bensì dell’alterna vicenda cui inevitabilmente è esposto tutto ciò che soggiace alla volubile signoria della Fortuna e del Caso.

Così nell’isola ove la Fortuna ha dimora, i fiori animati dal soave aleggiar degli Zefiri subitamente li fa sfiorire l’infuriante Borea: Dum leni Zephirus inspirat singula flatu, / Sed cito deflorat flores et gramina saevius / Deperdit Boreas ubi, dum flos incipit esse, / explicit et florum momento fallitur etas …”. E nel bosco definito ambiguo, un albero rimane sterile nel mentre un altro fruttifica; si allegra questo di fronde nel mentre l’altro piange la non frondosa sua orfanezza; se uno verdeggia, molti ingialliscono; e quando alcuni si infiorano certi altri sfioriscono: “Hic nemus ambiguum diversaque nascitur arbor: / Ista manet sterilis, hec fructum parturit; illa / Fronde nova gaudet, hec frondibus orfana plorat; / Una viret, plures arescunt, unaque fioret, / Efflorent alie …” (Anticlaudianus, ed. Bossuat, VII, vv. 413-422).

Ma non così nei giardini attornianti la reggia ove risiede la Natura incorrotta. Compaiono, sì, nei versi che li descrivono, gli stessi vocaboli che fanno la tragica suggestività di Omnis mundi creatura, ed ugualmente si contrappongono: ma con minore concitazione di ritmo; e con qualche sostituzione che in certo modo li sdrammatizza: “nascendo moriens”, anziché “oriendo moriens” attenua la forza allitterativa che qui si affida solo alla desinenza dei gerundi; e la specularità è più concettuale che fonica: meno conturbante, perciò, alla lettura. E delle rose della terra apprendiamo, inclusi come sono, i versi che le rammemorano, nella descrizione celebrativa di quel luogo ove sempiternamente è stagione di fiori, di fronde e di frutti, che la passeggera loro bellezza è vera e propria mimesi, nel senso platonico, della imperitura bellezza di cui esse sono quaggiù messaggere.

E la bellezza di un luogo a noi remoto, “locus secretus”, “locus locorum”: il luogo di tutti i luoghi:
in cui rivestendosi di una delicata pelurie di fiori, (“pubescens tenera lanugineflorum“), costellata di fulgidi ornamenti, la terra imporporata dalle rose si adopera far di se stessa una novella immagine del cielo. Qui non subitamente svanisce la leggiadria del fiore appena sbocciato, del fiore che nasce morente, come la rosa, fanciulla al mattino, che al tramonto, già vecchia, declina: sempre invece conservando lassù il gioioso suo aspetto, in perpetuo la rosa ingiovanisce in grazia di quella eterna primavera:non ibi nascentis expirat gracia floris / Nascendo moriens; nec enim rosa mane puella / Vesper languet anus, sed vultu semper eodem / Gaudens, eterni iuvenescit munere veris …(I, vv. 61-67).

Nel suo profondo e dottissimo studio su Letteratura europea e latinità medioevale (Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, 1948), Ernst Robert Curtius ribadiva l’ipotesi, da lui in precedenza formulata, che l’Anticlaudianus di Alano sia stato una fonte diretta della Commedia: ed effettivamente, per non parlar della peregrinazione oltremondana di “Prudenza” o della descrizione dell’Empireo, già fa pensare al ventottesimo Canto del Purgatorio il paesaggio che attornia la Reggia della Natura, con il suo giardino di eterna primavera. Un paesaggio archetipale e topico, peraltro: che a leggerne tutta intera la descrizione, vi si potrebbe identificare un antecedente iconografico del tardogotico Giardino di Paradiso, anonimo dipinto del Quattrocento renano, oggi nello Stadel Institut di Francoforte: un quadro dove ogni creatura del mondo, ogni fiore, ogni pianta, è figurata come liber et speculum di un significato sopramondano, con facili rimandi al Mariale
di Alberto Magno.

Luogo nella terra dunque ma non più luogo della terra; luogo mondano e sopramondano ad un tempo, quel paesaggio poetato negli esametri di Alano certamente rammemora a noi la risposta di Matelda: “Quelli ch’anticamente poetaro / l’età dell’oro e suo stato felice, / forse in Parnaso esto loco sognaro. // Qui fu innocente l’umana radice; / qui primavera sempre e ogne frutto; / nèttare è questo di che ciascun dice” (vv. 139-144). E anche il Bossuat nella Introduzione alla edizione critica dell’Anticlaudianus (1955), dichiara vrai semblable l’ipotesi che Dante, scrivendo la Commedia, si sia ricordato di Alano.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
Musica e architettura nel pensiero medievale
Editore
: Cesare Nani
Luogo: Lipomo (Como)
Anno: 1994
Pagine: 27-29
Vedi anche:
Il microcosmo e il macrolibro (1)