Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (5)

Scorrendo le pagine dei lapidari colpisce il gran numero e la varietà di pietre: limpidi cristalli e smeraldi verdi come l’erba del prato, lapislazzuli, diamanti, pietre colore del fuoco, nere o lucenti, variopinte come la pietra arcobaleno, il pancro, la pavonia, o grigie come cenere o pelle dì vipera. Alcune racchiudono in sé piccole stelle, altre alberelli fitti di rami come un giardino fiorito. Ci sono pietre di forma rotondeggiante o del tutto simili al corno del cervo, ora levigate ora scabre, dure, compatte, con venature cilestrine o bianche o sfumanti nel giallo, color miele o di cera, pietre che profumano di mirra o di narciso, pietre astrologiche. L’agata rossa e le sue varietà, soprattutto quella fulva come pelle di leone, l’opale, il topazio ricorrono sovente.

Vi sono pietre dalle virtù talismaniche e taumaturgiche di tradizione assai remota. Così il corallo, potente filatterio rosso sangue, o la galattite, la pietra del latte usata ancora oggi dalle donne greche di Melo e di Creta durante l’allattamento.
II cristallo, il corno di cervo, talune pietre efficaci contro i serpenti, compaiono solo nel Lapidario Orfico e nella sua epitome, mentre il gruppo delle onici si trova esclusivamente nel Libro di Socrate e Dionigi. Le pietre «favolose» sono presenti in quest’ultimo e nel lapidario latino. Alcune di esse, la chelidonia, la pietra del falco, della rana, del gallo o della tartaruga sono tratte da animali, altre derivano le loro speciali facoltà dal colore, dalla forma o dall’odore.

Molteplici e diverse le virtù. Le pietre guariscono, leniscono, allontanano i mali, procurano dei benefici. Esse agiscono sugli dei come sulla natura: influiscono sui fenomeni celesti, le piogge, la grandine, i fulmini, i venti e le tempeste sul mare, sulla crescita delle piante; operano sul corpo e sulla psiche di colui che le porta come su coloro con i quali egli viene in contatto. Così il diaspro, di un delicato verde primaverile, ottiene dagli dei pioggia abbondante sui campi riarsi; la licnite allontana la grandine, l’agata arborea produce un ricco raccolto; il berillo trasparente, colore del mare, se vi è inciso Poseidone, protegge dai pericoli del naufragio, e il corallo, appeso con pelle di foca all’albero maestro della nave, si oppone ai venti, e offre resistenza ai flutti agitati dalla tempesta.

Vi sono pietre che giovano alla salute in senso generale, come l’agata, e pietre che possiedono proprietà medicinali specifiche, come l’opale, ottima per curare o prevenire le malattie degli occhi, in grado di ridare acutezza alla vista, ma pure di rendere invisibili i ladri (nel Medioevo è simbolo anche di astuzia). La falsa agata e lo zaffiro sono eccellenti contro le febbri cicliche; il diaspro è adatto per l’epilessia; il corallo utile per la milza e le emorragie. Per l’udito va bene la pietra dei serpenti o ofite; per chi soffre di reni c’è il cristallo; per le cefalee la corsite e ancora l’ofite; per il fegato il berillo; per qualsiasi tipo di dolore l’ostrite. Altre pietre si rivelano particolarmente efficaci in caso di avvelenamento o di morsicature di rettili. Troviamo anche pietre profetiche come la siderite, l’ossidiana, la pietra della tartaruga, la ieracite; pietre che assicurano successo e fortuna nelle relazioni interindividuali, negli affari e nei commerci (smeraldi e topazi), nei tribunali, nei viaggi, in politica, nei rapporti sociali e familiari, in amore, nelle relazioni con i superiori. Altre ottengono il favore dei potenti, allontanandone la collera, e consentono di portare a felice compimento tutto quel che si intraprende; rendono eloquenti, simpatici, graditi. Così chi desidera essere un buon parlatore, porti l’agata o il magnete; gli atleti, i sovrani, gli ambasciatori abbiano con sé la pietra del gallo; per la pace in famiglia, un matrimonio saldo e duraturo, si può sempre ricorrere al magnete. Se uno schiavo desidera la libertà porti lo smeraldo, se si cerca un tesoro, la pietra giusta è quella della talpa, mentre nei viaggi, contro briganti e malintenzionati, non va dimenticato il corallo. La pietra di mirra rende la donna affascinante; ma per l’amore sono perfette anche l’agata (se la possiedi nessuno ti opporrà un rifiuto), la saurite, la pietra della rana, nonché il magnete.

Qualche pietra viene usata per arrecare il male, come la terribile pietra della vendetta, la pietra media; certune servono per evocare le ombre, come il diadoco; la pietra dell’upupa fa apparire di giorno, come se si fosse nelle tenebre, visioni spaventose di fantasmi (per cui non la si usi mai prima di coricarsi).

Per le loro virtù segrete le pietre sono amiche care alle donne, compagne preziose e ministre fedeli nei momenti più importanti della vita. Alcune fanno della donna una creatura incantevole, altre le donano la fecondità, la proteggono mentre è incinta o durante l’allattamento, l’assistono e soccorrono nel parto (numerose sono le pietre del buon parto), agevolandolo e alleviandone il dolore, guariscono dai disturbi mestruali. Pietra pettegola e un po’ maliziosa, amica-nemica, proprio come accade talora nella vita, il magnete rivela al marito l’infedeltà della sposa. Cercheremo successivamente di riassumere in una tavola sintetica le diverse funzioni delle pietre. Quanto alla natura degli effetti, distinguere il naturale dal soprannaturale non sempre è agevole. I nessi tra medicina, mineralogia e magia sono stretti. Considerazioni di natura mineralogica e medico-terapeutica si associano a considerazioni magico-taumaturgiche, simpatetiche, e magico-analogiche. Ordini differenti di categorie sono accostati senza distinzioni di gerarchie. Manca ogni intento di inserire le informazioni sulle singole pietre in un discorso organico, ampio e articolato.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine
:
23-27
Vedi anche:
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (2)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (3)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (4)

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Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (6)

L’uso dei minerali è vario. Spesso le pietre vanno tritate, ridotte in polvere, mescolate con qualche emolliente o solvente (olio o acqua ad es.) e applicate localmente o internamente: possono essere bevute con acqua, vino miele o latte, portate, appoggiate, tenute in mano, legate intorno al collo, al braccio o alla gamba, ai fianchi o poste sotto la lingua. In qualche caso sono utili le fumigazioni o le unzioni. Consacrazione e incisione rendono poi la pietra più potente nei suoi effetti. Le pietre medicinali vengono per lo più tritate e spalmate, o tritate e bevute, ingerite o applicate; solo sporadicamente basta tenerle legate o sospese sulla parte malata per ottenere la guarigione. Invece per difendersi dai malefici e dai pericoli di varia specie, per sedurre, o per ottenere la vittoria, o dei sostanziosi guadagni, è sufficiente di solito portare su di sé la pietra. Lo stesso dicasi nel caso in cui si aspiri ad ottenere virtù come la bellezza, l’eloquenza, l’amabilità, l’accortezza. Anelli, bracciali e collane (la pietra forata e infilata in un filo di seta colorato o in un pelo di asino, o in un filo di lana di pecora gravida) compaiono con una certa frequenza.

I nostri testi hanno il pregio di esemplificare per molti aspetti il carattere proprio del genere lapidario: ripetitività e variazione in primo luogo. La natura ripetitiva nel contenuto come nei modi della descrizione è tratto peculiare dei lapidari, e può forse disturbare e un po’ tediare il lettore. Va compresa tuttavia nel suo significato. Quasi mai infatti si tratta di una ripetizione meccanica. Certo le affinità colpiscono più delle differenze, almeno inizialmente, e dalla lettura sembra quasi trasparire la forma archetipa del genere. A ben guardare, però, ci si accorge che ogni opera è diversa dall’altra con caratteristiche sue proprie.

Nel poemetto dello Ps. Orfeo, ad esempio, l’ispirazione mitico-religiosa si fonde con l’elemento magico- medicale; ed il rapporto simpatetico che sì stabilisce tra l’uomo, gli animali, le piante e i minerali, sembra trovare fondamento nel loro comune carattere di nati, generati dalla terra madre. Di qui le interrelazioni: il sostrato religioso (terra-Helios-serpenti) conferisce al lapidario una sua propria fisionomia che si riflette anche nei modi della descrizione delle pietre. La rapida consultazione, la lettura casuale ed episodica del testo, è in questo caso impossibile: la parte litica si inserisce in una tessitura complessa. I Kerygmata, l’epitome in prosa del
Lapidario Orfico,
compilata in epoca medievale, ricalca poi fedelmente la fonte, anche se l’autore, forse un cristiano bizantino, non manca talora di prendere le distanze da quanto viene notando. Diverso, più apertamente magico, come vedremo, lo spirito del lapidario latino di Damigeron-Evax, traduzione del V-VI sec. d.C. di un originale greco di età alessandrina, probabile fonte anche dello Ps. Orfeo. Pietre incastonate in oro o argento, intagliate con figure di dei, serpenti o scarabei sono invece ciò che resta impresso nella memoria leggendo il Libro di Socrate e Dionigi, verosimilmente redatto in Egitto in epoca imperiale e aggregatosi agli altri testi nella tradizione manoscritta. Trasparenti acque marine, distese di cielo, turbini di vento e fragore di flutti sono infine le immagini evocate dalle pietre nel tardo, breve ma splendido Lapidario Nautico dello Ps. Astrampsychos.

Nei Lithiká si individua un sostrato arcaico fortemente caratterizzato, che ci riporta ad una realtà di tipo agrario in cui uomini e animali sono strettamente congiunti. Si pensi alla delicata analogia donna-capretta a proposito della galattite. La vita dei campi, la semina, l’aratura, il raccolto, le greggi, le piante come la vite e l’olivo, hanno una importanza rilevante. Quasi tutte le pietre usate nei sacrifici agli dei per impetrarne la benevolenza sono pietre agrarie: servono a ottenere la pioggia o ad allontanare la grandine, la tempesta e tutte le calamità che possono abbattersi sui campi, danneggiandone il raccolto. Nei Lithiká non si fa invece parola di commerci, affari, tribunali e processi, relazioni sociali, tutte cose che occupano maggiore spazio nei Kerygmata, e che acquisteranno grande rilievo poi nel Socrate-Dionigi e nel Damigeron-Evax. I più frequenti rapporti interpersonali cui si fa cenno sono legati alla famiglia; tuttavia la galattite fa acquistare onori presso nobili sovrani e le pietre auree rendono venerabili e magnifici.

Una mentalità francamente magica sembra caratterizzare in modo precipuo, come si è già accennato, il lapidario latino: credenze e pratiche superstiziose, pregiudizi e paure ne riempiono le pagine. Qui è Dio che ha creato le pietre e ne fa dono agli uomini (ma qualche volta si dice anche la natura). Vengono ampiamente sottolineati gli effetti psicologici delle pietre sul portatore (ciò che è del tutto assente invece nel poemetto). Nel Liber di Socrate e Dionigi emerge poi un gusto e una sensibilità particolare nel descrivere le pietre, soprattutto i loro colori: il giallo nelle sue varie tonalità, dal miele all’oro al bruno, i rossi, infuocati, violacei o chiari, i blu, i verdi giallastri, i grigi: una straordinaria varietà di colori dispiegata innanzi ai nostri occhi. Quanto alle indicazioni sul modo di usare le pietre, esse sono in genere precise ma non numerose nel Poemetto; conformi ai caratteri delle incisioni nel Socrate- Dionigi, ampie e dettagliate soprattutto nel testo latino. Compare di frequente la prescrizione di conservarsi casti nel portare le pietre, che sarà motivo ricorrente nei lapidari medievali. Così nel Lapidario Estense troveremo la raccomandazione di portare ogni pietra ‘saviamente’, «…e coloro che possiedono le pietre sì guardino dal fare cosa per la quale esse possano perdere la virtù; e quando proprio la vogliono fare, le mettano in disparte, finché non abbiano compiuto quel fatto, e poi le riprendano».

Un modo, come si vede, ancora più savio.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine
:
27-31
Vedi anche:
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (2)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (3)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (4)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (5)

Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (4)

Nelle opere di tradizione giudaico-cristiana prevale invece l’aspetto allegorico. Così nel lapidario di Epifanio.
Si pensi alle dodici gemme che ornavano il pettorale di Aronne e alle pietre dell’Apocalisse: l’interpretazione allegorica tipicamente cristiana sì congiunge e si fonde con l’originario simbolismo ebraico.
Di natura morale-allegorica sono anche le osservazioni sulle virtù delle pietre contenute nel
Physiologus,
in cui i simboli della dottrina cristiana sembra si leghino alla cultura misterica greca e egiziana. I lapidari alessandrini furono trasmessi dagli arabi e dagli ebrei.

Durante il Medioevo si scrisse molto sulle pietre. Fondamentale fu la componente didattico-scientifica. Numerosi gli scritti di natura enciclopedica che trattano di pietre e minerali. Le notizie fomite da Solino
e Isidoro di Siviglia
avranno notevole diffusione. Il testo più importante, fonte di tutta la produzione lapidaria non simbolica, è il De lapidibus
di Marbodo di Rennes, in cui si congiungono tradizione scientifica e tradizione magica. Derivarono da esso innumerevoli compilazioni, volgarizzamenti e rifacimenti, in prosa e in versi, in italiano, francese, anglico, spagnolo, tutti pressoché strutturati secondo il medesimo schema compositivo, e la maggior parte con funzioni pratiche.
A Marbodo, oltre che al libro sulle gemme di Bartolomeo Anglico, si rifà l’Autore del
Lapidario Estense.

Sempre il vescovo di Rennes sembra essere la fonte di opere quali
l’
Intelligenza
e lo Speculum Maius
di Vincenzo di Beauvais.
Della natura delle pietre e delle loro proprietà medicinali e magiche trattarono anche Alberto Magno, i cui scritti ebbero una considerevole influenza, e poi ancora Cecco d’Ascoli,
Raimondo Lullo e molti altri.
Nel mondo greco-bizantino non va dimenticato il lapidario di Psello.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine
:
21-23
Vedi anche:
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (2)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (3)

Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (3)

I testi antichi sono in massima parte perduti, e quelli pervenuti sono quasi tutti anonimi o semplici attribuzioni. In genere ci troviamo di fronte a compilazioni. Ogni lapidario attinge descrizioni e notizie dai lapidari precedenti. Seguendo una tecnica compositiva di tipo aperto, i dati raccolti dalle fonti, «smontati» dal contesto originario, vengono vanamente ricomposti e integrati tra loro. L’autore ora rielabora il materiale della tradizione, arricchendolo con bizzarra e scrupolosa fantasia, ora lo abbrevia e lo riassume in modo quasi letterale, limitandosi ad aggiunte o variazioni minime, degne tuttavia di attenzione, perché rivelatrici di orientamenti culturali legati ai tempi, ai luoghi e al pubblico, oltre che agli interessi propri di chi scrive. La tradizione è insomma una sorta di serbatoio cui si attinge in modo diligente e sistematico, disordinato e caotico, meccanico o fantasioso.

Il sapere dei lapidari risulta così un sapere statico in sé compiuto. Può essere riassunto, integrato, arricchito o esteso, ma non è suscettibile di progresso: la fissità dello schema compositivo ne è la naturale conseguenza. In generale alla descrizione (nome – solitamente legato alle caratteristiche della pietra -, natura, forma e colore, dimensioni, richiamo alle origini, localizzazione) segue l’elenco delle proprietà della pietra e le indicazioni e prescrizioni relative all’uso. In alcuni casi ci si limita a indicarne le virtù, in altri si mette in rilievo il rapporto con le stelle o si danno spiegazioni diffuse e dettagliate sulla preparazione e il modo di portare i vari amuleti. Il modello base del libro lapidario resterà sostanzialmente immutato fino al Rinascimento: gli scrittori del 400 e del 500 nel modo di organizzare la materia non differiscono poi molto da quelli medievali o ellenistici.

Genere letterario a sé stante, i Lapidari sono documento di un atteggiamento mentale e psicologico particolare. Vi si fondono insieme serietà e spregiudicatezza. Ordine e metodo, spirito di osservazione, tendenza all’analisi e alla descrizione; esigenza di stabilire connessioni o di precisare le coordinate geografiche e temporali convivono con gusto ingenuo e un po’ intellettualistico del meraviglioso e del fantastico, con propensione al favoloso e sorprendente. Le singole voci riassumono spesso un massimo di precisione e un massimo di indeterminatezza. I contenuti sono il prodotto curioso di un lungo processo di sedimentazione e contaminazione: nozioni naturali e mineralogiche insieme con nozioni medico-terapeutiche e con un sapere magico-religioso e astrologico : il fondersi di elementi di tradizione orientale e di cultura greca.

Per tale motivo la lettura dei lapidari risulta stimolante, in quanto investe una pluralità di aspetti. Ci fornisce diverse possibilità interpretative sia sul piano sociologico-economico e antropologico, sia su quello filosofico, scientifico, artistico o letterario. Emergono schemi di comportamento, categorie mentali, modi di comunicazione, e individuarne i referenti teorici e culturali può rivelarsi oltremodo istruttivo.

Il panorama della letteratura lapidaria antica è infatti quanto mai vario. Il materiale superstite consente di individuare alcuni orientamenti fondamentali di natura diversa, che però non si escludono tra loro, anzi spesso di fatto si sovrappongono. Diremo in modo sommario: ad un filone scientifico, mineralogico e medico, si affiancano un filone magico-astrologico e uno più specificatamente allegorico.

Le pagine di Sotaco, di Senocrate di Efeso, di Plinio il Vecchio, così ricco quest’ultimo di riferimenti a fonti greche e orientali, pur indulgendo al gusto dell’epoca che inclinava ai ‘mirabilia, ai ‘thaumàsia‘, non cessano di essere minuziosamente descrittive e particolareggiate, ispirandosi ancora a un rigoroso metodo classificatorio. Viceversa a Magi e Caldei e in generale alla tradizione orientale, sembrano fare capo i lapidari attribuiti a Zoroastro e Ostanes e gli innumerevoli altri scritti di impronta chiaramente magica, dei cui contenuti con tutta probabilità si fece mediatore nel mondo occidentale Bolo di Mende, detto il Democriteo. A siffatta corrente di ispirazione magica si ricongiungono il De fluviis dello Ps. Plutarco e i Kyranides, dove emerge con particolare rilievo il motivo delle corrispondenze.

Strettamente connessi ai lapidari magici sono quelli astrologici. Chi porta la pietra posta sotto la protezione di un pianeta, se ne assicura il favore. Le pietre, infatti, come del resto anche le piante e gli animali, dipendono dagli astri. L’astrologia trovava applicazione anche nell’arte della medicina. Ogni parte del corpo è posta sotto l’influsso di una stella: se un organo si ammala, si può fare ricorso alle piante e alle pietre astrali con cure di tipo omeopatico o allopatico. Inoltre chi porti la pietra recante l’incisione delle figure corrispondenti all’astro, ne vedrà potenziati gli effetti. Esistono liste di pietre corrispondenti ai pianeti e ai dodici segni dello zodiaco; parecchi poi sono i testi associati ai decani.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine
:
18-21
Vedi anche:
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (2)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)

Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (2)

In Grecia la fiducia nella magia, sia pure come extrema ratio, negli alexipharmaka (talismani) e nei periapta (amuleti), non era mai del tutto scomparsa neppure nei coltivatissimi ambienti dei filosofi, dei letterati, dei politici dell’età classica. Durante la peste Pericle non rinuncia a portare al collo un amuleto, e Socrate nel
Carmide
non mancava di suggerire a un amasio un calmante contro il mal di testa. Alcune erbe venivano raccolte, preparate e usate come talismani e amuleti ed erano in molti a credere nei loro effetti miracolosi. Presso gli scrittori di medicina se ne discute l’efficacia e se alcuni li rifiutano, c’è anche chi, come Rufo, li annovera tra i «rimedi naturali» o chi, come Sorano, osserva: «Alcuni sostengono che certe cose sono efficaci per antipatia, come la calamita e la pietra di Assia e il caglio di lepre e alcuni altri amuleti ai quali noi non prestiamo attenzione. Ma non se ne deve vietare l’uso perché, se anche l’amuleto non ha effetto diretto, la speranza può rendere il paziente più sereno». I bambini romani portavano al collo amuleti di corallo, d’ambra e di malachite, e i popoli orientali amarono molto il diaspro. Se la fibula di Cuma con pendaglio di corallo è testimonianza significativa della Magna Grecia, si pensi in tempi assai più recenti ai cornetti di corallo comuni nella tradizione popolare meridionale, alla «manuzza» etc. Nel libro di Plinio dedicato alle pietre leggiamo: «La maestà della natura si concentra nelle gemme in uno spazio ristretto, e molti pensano che in nessun altro aspetto essa sia più degna di ammirazione… basta, per una contemplazione suprema e assoluta della natura, una sola gemma qualunque». In Alcifrone Megara suggerisce all’amica Bacchis il corallo come strumento di seduzione.
II Medioevo considerò alcune pietre con l’immagine di Cristo o dei santi come dotate di speciali virtù curative. Il diamante scaccia le paure e difende dai malefici, combatte i vizi e la pazzia; perle, smeraldi, rubini, opali sono ricchi di significati religiosi e simbolici. L’autore del
Lapidario Estense
ci racconta che Federico II aveva molte pietre e molte ne portava con sé. E aggiunge che l’imperatore gliele mostrava, chiedendogli: «Sono buone?», ed egli, da esperto conoscitore, gliene indicava le proprietà, gli spiegava il modo più opportuno di portarle perché non perdessero le loro virtù, e conclude: «e come io gli dicevo, egli credeva e così faceva». Osserva poi che re, baroni e prelati portavano con sé pietre, sia per star bene sia per ragioni dì prestigio, non pietre come l’onice o il cristallo, ma rubini, zaffiri e smeraldi, e tutti traevano esempio dai potenti…

I libri intorno alle pietre e ai loro poteri terapeutici e talismanici conobbero grande fortuna dall’Ellenismo al Medioevo e oltre. Sopravvivono in pieno Rinascimento. Di pietre scrive Marsilio Vicino nella
Theologia Platonica; lo
Speculum Lapidum
del Lunardi, dedicato a Cesare Borgia, viene pubblicato a Venezia nel 1502;
sempre a Venezia vedono la luce nel 1565 i libri di Ludovico Dolce «Sulle diverse sorti delle gemme che produce la natura».
«Contra nimici malefici e venefici, donna porti al collo li coralli…», suggeriva il Ripa nella sua
Iconologia;
e ancora il Lomazzo scrive dei «significati» delle pietre preziose e delle proprietà dei colori in relazione alla costituzione delle gemme;
né vanno dimenticate le indicazioni di Agrippa di Nettesheim su come «preparare» pietre e anelli, e gli studi di mineralogia e medicina di Paracelso. Delle pietre subirono il fascino Goethe e persino Claudel.

Ogni frequentatore di musei non avrà mancato di notare quante volte (per certi artisti regolarmente) la figura del Gesù bambino nelle braccia della Madre porti al collo, e/o al braccio, talvolta alla caviglia, una collana o un rametto di corallo. Tale motivo iconografico cominciò a diffondersi in Italia con la scuola toscana e con quella umbra. Anche l’opale, il cristallo     di rocca, gli smeraldi, le perle e numerose altre pietre preziose compaiono sovente con funzione simbolica nelle raffigurazioni pittoriche. Solo con il nascere e l’affermarsi della scienza moderna tanto interesse sembra cominci a venir meno. Le gemme continueranno ad esercitare fascino e attrattiva, ma i loro poteri, ricondotti sostanzialmente alla sfera del magico e dell’esoterico, verranno considerati forme di superstizione popolare, scienza degradata.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine
:
14-18
Vedi anche:
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)

Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)

Eleno, il figlio di Priamo fratello gemello di Cassandra, dotato di divina sapienza profetica, esalta così il potere delle pietre in un poemetto in esametri attribuito al mitico Orfeo: i
Lithiká,
la cui data di composizione oscilla, nelle proposte degli studiosi, tra la prima metà del II e il IV secolo d.C.:

La negra terra genera agli uomini afflitti sventura,
ma anche rimedio per ogni dolore.
Produce serpenti, ma anche contro essi soccorso.
Da lei proviene la stirpe di tutte le pietre
e in esse è un potere infinito e diverso.
Tanto possono le piante, altrettanto le pietre.
Grande è la virtù di una pianta,
ma anche più grande quella di una pietra,
perché la madre terra, generandola, la dotò di una forza indistruttibile e inalterabile.
La pianta muore, fiorita per breve,
e tanto dà frutto fintanto che è viva,
se però muore, che cosa sperare più da una morta?
Fra le piante ne trovi abbondanti
così utili come nocive,
ma fra le pietre difficile trovarne dannose.
E tante sono le piante quante le pietre.

Se l’Anonimo autore del De herbis sosteneva la superiore virtù delle piante, nel prologo del De lapidibus, il libro sulle pietre più letto e popolare del Medioevo, Marbodo di Rennes vanta soprattutto l’efficacia terapeutica delle pietre (ingens est herbis virtus data, maxima gemmis). Curiosamente poi nella tradizione lapidaria alcuni testi piuttosto tardi, eredi di un sapere lontano (sovviene Gorgia col suo logos pharmakon, e i pitagorici), associavano alle virtù di erbe e pietre la virtù delle parole, sovrapponendo però in modo significativo religione e magia: è Dio che crea le pietre dotandole di straordinari poteri, laddove nel poema orfico era la terra, buia madre di tutti gli esseri, a generare piante e pietre. «Nessun uomo saggio può dubitare che Dio ha posto la virtù nelle pietre, nelle piante e nelle parole», e altrove: «La specie delle pietre è molto varia, così come è varietà nelle parole, di cui alcune portano allegria e amore e altre tristezza e odio; allegria portano lo zaffiro e il granato e una specie di diaspro; altre, come l’onice, adducono tristezza e fastidi…».
E, quale esempio della forza delle parole, si legge: «Per le virtù delle parole che dice il prete all’altare nell’ufficio della messa, l’ostia, che pare pane morto, diventa corpo vivo, e il vino, che è nel calice, diventa sangue vivo…; l’acqua e molte altre cose diventano sante per virtù delle parole, con il segno della croce».

La credenza antica nel potere delle pietre, diffusa soprattutto nelle regioni orientali, in Assiria, a Babilonia e in Egitto, associata al culto millenario di animali, alberi ed erbe, metalli e minerali, era andata riaffiorando nel mondo ellenistico e tardo ellenistico con il declinare del razionalismo in particolare nel campo delle scienze della natura. Il pensiero scientifico viveva in questo settore un periodo di stasi; l’interesse nelle ricerche veniva progressivamente modificandosi. Si aggiunga che la mentalità razionale della polis greca nemmeno nell’età classica si era estesa completamente al mondo agrario povero e superstizioso.

La scienza aristotelica, fondata sulla conoscenza per cause, era stata applicata in origine all’indagine classificatoria degli aspetti della natura organica e inorganica, con attenzione allo studio della biologia animale, all’analisi descrittiva e geografica delle piante e alla trattazione metodica della mineralogia. Il lungo frammento a noi pervenuto del Περὶ λίθων di Teofrasto (circa 314-305 a.C.) esemplifica in modo adeguato lo spirito con cui il discepolo di Aristotele affrontò l’argomento e i criteri che ispirarono la sua ricerca. Egli descriveva e classificava i minerali con metodo rigoroso in base alle loro proprietà fisiche e ne spiegava l’origine e la formazione associando alla teoria dei quattro elementi considerazioni di natura corpuscolare. Di secondaria importanza appariva l’aspetto concernente l’uso pratico delle pietre (uso in Teofrasto legato essenzialmente all’arte medica) e un atteggiamento criticamente perplesso emergeva di fronte a certe favolose virtù, come il potere attribuito allo smeraldo di colorare l’acqua di verde, o la capacità posseduta da alcune pietre di partorire.

Dopo Teofrasto e Stratone l’interesse rigorosamente scientifico per l’origine delle pietre e le loro caratteristiche si affievolisce: si diffonde una crescente predilezione per le pietre rare, specialmente singolari e mitiche, e si fa più insistente la notazione delle loro stupefacenti
energheiai.
Accanto alla tradizione scientifico-filosofica si sviluppa un ‘altra tradizione. I tre regni della natura vengono osservati, indagati e classificati con metodo e scopo diversi. Il fine è ora essenzialmente pratico, e il tratto distintivo di indagini e classificazioni è la ricerca quasi esclusiva del
thaumastòn,
di doti portentose e inconsuete. Si vogliono scoprire i poteri segreti degli esseri della natura, le proprietà e virtù occulte di piante, pietre e animali, e le relazioni che legano o oppongono esseri di uno stesso regno o di regni diversi. Piante ed erbe, pietre e animali, si pensa siano congiunti anche agli astri e alle potenze celesti da misteriose, profonde affinità.
La virtù della pietra, l’efficacia della sua azione non si fa dipendere dalle componenti naturali, ma piuttosto dalla relazione di simpatia che la lega al resto del kosmos. In ciò la differenza con la farmacologia medica di Dioscoride o Galeno.

Alla ragione si sostituisce la rivelazione. Lo anèr physikòs conosce e rivela le forze che gli esseri della natura celano in sé, le affinità recondite, le cause misteriose che producono attrazioni e ripulse. Egli è una sorta di mago. Filostrato ci racconta che Apollonio di Tiana, mago filosofo, conosceva bene i poteri della pietra dell’aquila come della panterba, che fa gonfiare la terra su cui cresce, ma fugge se la si cerca, e attira altre pietre col suo soffio.
L’«energia» insita nella pietra fa di essa un essere animato, vivente, come ogni pianta o animale. Nelle pagine dei lapidari le pietre ‘nascono ‘, ‘crescono ‘, ‘si formano, si distinguono in maschi e femmine e la descrizione dei loro rapporti avviene sovente in termini di relazioni amorose.
Vi sono pietre capaci di generare, pietre ‘incinte ‘ e pietre piene di liquido latteo, simili al seno di una giovane sposa o alla mammella di una capra feconda, pietre che vagiscono come bambini. Permane in ciò il residuo di una concezione originaria che assimilava il mondo minerale a quello degli animali e dei vegetali e applicava ad esso analoghe leggi biologiche. D’altra parte, mancando il concetto di astrazione e lo strumento di misura matematico, ci si affida a modelli organici, tendenzialmente antropomorfi. Dalla tendenza antropomorfica nasce la tendenza psicofisica: ispirazioni o inclinazioni, influenze, intenzioni, volontà delle pietre. La natura viene interpretata secondo il principio della simpatia-antipatia.
Ancora nel Medioevo le pietre saranno considerate creature vive, di sesso maschile e di sesso femminile, domestiche o selvagge.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine: 9-14