Valori spaziali nella basilica Eufrasiana di Parenzo

A Parenzo gli scavi condotti negli ultimi cent’anni hanno messo in luce una serie di edifici precristiani e cristiani nella zona della basilica eufrasiana. Il succedersi di questi edifici testimonia nella comunità cristiana parentina, tra IV e VI secolo, l’evoluzione del concetto spaziale architettonico. Questa evoluzione non può essere stata determinata solo da esigenze di culto e di capienza, ma probabilmente fu motivata dalla volontà di introdurre anche a Parenzo i nuovi orientamenti formali.

In questi due secoli infatti nella zona della basilica si sono succeduti tre diversi complessi cultuali: nel terzo quarto del IV secolo al posto di una precedente casa romana – che forse fu adibita a domus ecclesiae – fu impostato un impianto ad aule parallele, di semplice forma rettangolare, l’una adiacente all’altra, che chiaramente seguono il modello proposto da Aquileia. In seguito, nella prima metà del V secolo, una delle due aule venne ampliata e suddivisa in tre navate. Anche questa volta il modello assunto fu quello aquileiese, un’aula cioè senza abside, ma con un banco presbiteriale nella navata centrale, come ritorna più volte in basiliche dell’arco altoadriatico.

Un’ulteriore ricostruzione fu voluta dal vescovo Eufrasio alla metà del VI secolo. Sorse così la basilica «eufrasiana» a tre navate e tre absidi. Questa volta il modello non venne più da Aquileia, ma da Ravenna; modello, che impostosi già nel V secolo, si diffuse da li soprattutto nel VI secolo e che fu applicato a Parenzo con particolare attenzione anche ai valori proporzionali. L’architetto della basilica eufrasiana infatti adottò in ogni rapporto valori simili ed equivalenti a quelli che regolano le basiliche ravennati di San Giovanni Evangelista, Sant’Agata, Sant’Apollinare Nuovo e Sant’Apollinare in Classe. La basilica parentina mostra intatte queste proporzioni sia nelle strutture della pianta che in quelle dell’alzato.

L’analisi comparata delle misure ha evidenziato l’attento lavoro dell’architetto che ha voluto dare all’edificio proporzioni armoniche derivate dalla scelta di precisi rapporti. La scelta di ogni misura infatti non è casuale, ma è dettata da esigenze proporzionali.

Ad esempio nella delimitazione del rettangolo base l’architetto ha riutilizzato le fondamenta dell’edificio precedente, quello della basilica preeufrasiana, solo su tre lati però (i longitudinali Nord e Sud e quello di facciata). Ha mantenuto cioè la larghezza preeufrasiana che era fissata in m. 18,6 – misura equivalente a 60 piedi bizantini della lunghezza di 31 centimetri – mentre ha ridotto di 4 metri la misura della lunghezza. Una scelta molto strana questa e in contrasto con quanto afferma il vescovo Eufrasio nell’iscrizione dedicatoria in cui definisce l’edificio precedente «exiguum».

L’architetto deve essere stato libero nella sua scelta; infatti nulla gli impediva di allungare ulteriormente il suo edificio verso Est o semplicemente di inserire l’abside nella vecchia testata orientale. Fissò invece la lunghezza in 31,10 metri, misura corrispondente esattamente a 100 piedi bizantini. Introdusse cioè una misura che proporzionata alla larghezza crea nel rettangolo base dell’edificio un rapporto di 1,6…, prossimo al valore aureo di 1,618. Egli dimostrò così la sua originalità. Abbandonata infatti una proporzione che, molto probabilmente riteneva sorpassata, accolse il nuovo orientamento e il nuovo gusto di Ravenna impostosi nel VI secolo.

La sezione aurea corrisponde alla suddivisione di un segmento in modo tale che la parte maggiore sia proporzionale a quella minore, come l’intero segmento è proporzionale alla parte maggiore. Tale suddivisione fu molto usata dai greci, che del rettangolo avente per lato un segmento e la sua proporzione aurea (rettangolo aureo) fecero uno dei canoni estetici fondamentali. Essi ritenevano infatti che questa figura fosse gradita all’intelletto e che la sua proporzione fosse naturalmente piacevole.

Nella sensibilità spaziale paleocristiana altoadriatica tra IV e VI secolo si può individuare una chiara evoluzione.
Qui infatti i primi esempi di aule per il culto cristiano mostrano piante molto allungate che superano il rapporto di 1:2, per arrivare a quello di 1:2,23 che corrisponde alla √5. Nel corso del V secolo, poi, il rapporto tra lunghezza e larghezza si stabilizza sul 2 o poco meno, per continuare a scendere nel VI secolo fino a diventare prossimo alla √3 (pari a 1,73) e al numero d’oro (pari a 1,618).

La scelta di precise proporzioni, come metodo chiave nell’ideare gli edifici, «indica lo schietto desiderio dei costruttori di dare ordine e unità alle loro semplici fabbriche», come afferma Guglielmo De Angelis D’Ossat, in Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana (p. 33). E quest’ordine si ritrova soprattutto nei precisi rapporti che regolano le misure interne. Infatti, per quanto riguarda l’architettura paleocristiana altoadriatica sembrano molto più importanti i valori interni dello spazio fruibile e visibile, piuttosto che quelli esterni, quasi sempre poco godibili per l’addossarsi alla basilica di una pluralità di ambienti (nartece, prothesis e diaconicon) e locali annessi (atrio, battistero, episcopio, martyrion, …) che nascondono e tolgono alle proporzioni dell’edificio esterno chiarezza e unità.

Dato che, ad esempio, come si è visto, la larghezza e la lunghezza interne della basilica eufrasiana tradotte in piedi danno semplici valori decimali, mentre quelle esterne risultano rispettivamente di 64 e 109 piedi, è molto più probabile che l’architetto abbia valutato principalmente le misure interne.

I valori decimali prescelti per le misure interne (60 e 100) sono inoltre facilmente scomponibili cd i loro comuni sottomultipli, il 10 e il 5, sono multipli a loro volta delle altre più importanti lunghezze dell’edificio, sia in pianta che in alzato (interasse 10 piedi, larghezza navata centrale 30 piedi, larghezza navata laterale 15 piedi, larghezza abside 25 piedi, altezza navata centrale 45 piedi…).

La presenza dello stesso multiplo è evidente soprattutto nella precisa scelta dell’architetto nel determinare le altezze.

Possiamo ipotizzare il metodo seguito dall’architetto. Egli avendo avuto a sua disposizione delle colonne già pronte, con un’altezza predeterminata di 12 piedi circa, vi sovrappose, seguendo la moda ravennate, un capitello – anche questo arrivato già pronto dall’Oriente – e un pulvino. Solo quest’ultimo è di probabile esecuzione locale ed ha uno spessore maggiore o minore in modo da uniformare le altezze delle colonne. L’architetto ottenne così un’altezza complessiva di 15 piedi, o di 3 moduli di 5 piedi. Sul pulvino impostò poi un arco a tutto sesto con breve peduccio, in modo da fissarne la chiave di volta a un’altezza di 20 piedi dal pavimento, cioè 4 moduli di 5 piedi. Proporzionò in tal modo queste misure all’intercolumnio che era ampio da asse ad asse delle colonne 10 piedi, o 2 moduli. Infatti l’altezza dell’arco sta all’interasse come 2:1 e l’altezza della colonna, più capitello e pulvino, sta a sua volta all’interasse come 1,5:1. Ma anche il modulo colonna sembra sia stato scelto dall’architetto per armonizzare le altre altezze della basilica, come appare nell’altezza della navata centrale che è esattamente il triplo della colonna più capitello e pulvino.

L’analisi delle più importanti misure di lunghezza, larghezza ed altezza ha rivelato il ripetersi di un’unità di misura – il piede bizantino di 31 centimetri – e di un’unità di modulazione – il numero 10 e la sua metà. Appare così evidente una chiara coordinazione nelle proporzioni dell’intero edificio. Una coordinazione che sembra derivare da un progetto su griglia modulare a maglie quadrate. In base a tale griglia l’architetto avrebbe proporzionato sia le misure fondamentali sia le loro suddivisioni, fino nei più piccoli particolari. Questo modo di operare gli permise di ottenere un’uniformità di proporzioni e un ordine di progettazione che armonizzano perfettamente l’interno dell’edificio eufrasiano. Ed è interessante notare che un uomo di grande sensibilità quale fu Silvio Benco sentì che l’interno sembrava «dettato da una logica superiore».

Un’analisi che sovrapponga ai piani della basilica un simile reticolato (con maglie quadrate di 5 piedi di lato) mostra quest’ordine compositivo che regola sia l’edificio basilicale sia l’intero complesso. Salvo lievi errori – che non superano d’altronde i 10 centimetri, dovuti certamente all’esecuzione del progetto – la griglia sottolinea molti degli allineamenti più importanti della pianta (larghezza, lunghezza, asse longitudinale mediano, asse longitudinale dei colonnati, interassi, profondità e larghezza dell’abside, ecc.) e delle sezioni longitudinale e trasversale (altezza, altezza della colonna più capitello e pulvino, altezza dell’arco, …).

Questo studio grafico ha voluto mettere in luce l’unità metodologica nel progetto della basilica parentina. Unità modulare che, se non erro, ancora era rimasta in ombra benché fosse stata rilevata analiticamente la presenza di valori singoli – di volta in volta diversi – nei rapporti tra le misure. La griglia sovrapposta ai piani della basilica eufrasiana vuole mettere in evidenza l’unicità del metodo di progettazione che l’architetto applicò segnando gli allineamenti su di un reticolato probabilmente molto simile a quello proposto.

Un ulteriore accrescimento delle nostre conoscenze sul modo di operare degli architetti paleocristiani potrà venire dallo studio delle proporzioni degli altri edifici dell’arco altoadriatico e dalla ricerca di una conferma generalizzata sulla validità del «discorso» modulare.

Autore: Marzia Vidulli Torlo
Periodico:
Atti e memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria
Anno
: 1983
Numero: 83
Pagine: 129-135