Note sul tempio di Gerusalemme e l’arte d’Israele

Nel tempio di Salomone, la parte da riferire al simbolismo cosmico è difficile da precisare. Gli autori meglio informati sfumano le loro affermazioni fino all’estremo. Tuttavia, si deve ammettere perlomeno che, nella misura in cui la struttura di questo tempio riproduceva quella dei templi assiro-fenici ai quali s’ispirava, rappresentava contemporaneamente il simbolismo inerente a quella struttura di cui gli Ebrei erano impregnati. Accadeva lo stesso per quanto concerneva l’arredamento e la decorazione, che più o meno avevano degli antecedenti nelle religioni naturali dello stesso ambiente. Vi esistevano dei valori umani indiscutibili, adatti ad essere assunti in un culto spiritualizzato ma non disincarnato.

Si è molto discusso sulle due colonne del Tempio di Salomone. La miglior spiegazione sembra si debba cercare nell’ordine dei riferimenti cosmici, in rapporto con l’antichissima osservazione rituale del sole nel corso dell’anno. L’osservatore si poneva al centro del luogo sacro, di fronte all’est, cioè di fronte al sol levante, su uno scranno rituale posto in un luogo preciso e invariabile. Egli seguiva gli spostamenti progressivi del sorgere del sole all’orizzonte, fra i due limiti estremi raggiunti nei solstizi d’inverno e d’estate.

Si segnavano sul terreno questi due punti essenziali con due pali, o in alcuni allineamenti preistorici in Bretagna e in Inghilterra, con due menhirs (la linea equinoziale, qui, era spesso segnata da una pietra sacra), o ancora, nei templi più elaborati, con due colonne.

Alcune di queste colonne sono state trovate da una parte e dall’altra di certi antichi templi orientati verso est, com’era quello di Gerusalemme. Il caso dei due piloni situati davanti all’entrata dei templi egizi è particolarmente interessante, poiché essi fanno corpo con l’edificio, senza tuttavia rivestire la minima funzione architettonica: a prima vista, non servono a niente. Costituiscono un precedente a molte nostre chiese dell’Occidente, nelle quali la parte occidentale, lato del portale, è sormontata da due torri-campanile la cui origine non è immediatamente chiara. Ora, questo schema dev’essere situato sulla linea evolutiva delle porte del sole dell’Antichità, così chiamate perché erano costruite in modo tale che l’osservatore rituale seduto sul suo scranno vedesse l’alzarsi del sole contro l’elemento di sinistra nel solstizio d’estate, contro quello di destra nel solstizio d’inverno; in seguito si aggiunse un portico trasversale, in modo da realizzare una porta monumentale entro la quale, ogni mattino, si alzava l’astro del giorno. Era nato l’arco di trionfo; lo si ornò sempre di più, spesso con un carro di Apollo; l’eroe che vi si faceva passare non era solamente un re-sole, ma era assimilato al dio. La linea mediana, nell’asse della porta, segnava l’est pieno, e i giorni nei quali il sole vi appariva erano gli equinozi. Notiamo infine che lo schema simbolico dell’osservazione rituale del sole è il crisma del quale dovremo riparlare.

Si è lontani dal dire che le due enigmatiche colonne di bronzo che si trovano all’entrata del tempio di Gerusalemme devono essere spiegate, in origine, da questo simbolismo; la loro funzione — se ne avevano mantenuta una nel sistema mosaico primitivo, cosa che, senza dubbio, non si saprà mai — sarebbe stata quella di fornire un grandioso quadrante solare che avrebbe dato un’espressione sensibile alle date cardinali del calendario liturgico, basato su un ciclo stagionale in rapporto con l’agricoltura e quindi con l’andirivieni del sole nel cielo. Abbiamo descrizioni precise di queste due colonne (1 Re, VII). Le loro dimensioni colossali suggeriscono l’idea del grandioso, connessa al simbolismo cosmico, che ci fa pensare alla dismisura degli Ziggurat — Montagne o degli obelischi — assi del mondo: dei fusti di m. 9 sui quali erano posti dei capitelli di m. 2,50, in tutto dei piloni di quasi m. 12 di altezza, che non sostengono nulla, anzi, isolati davanti al tempio da una patte e dall’altra della porta… La loro presenza in quel luogo si spiegherebbe abbastanza bene con il compito di fissare e proclamare il calendario delle feste che erano riservate al personale del tempio e rivestiva quindi una funzione importante. È anche possibile che questo dispositivo sia stato reimpiegato come una semplice formula architettonica tratta dai templi dell’ambiente circostante, senza rendersi conto della sua funzione simbolica originale. Il problema resta aperto.

Il famoso Mare di bronzo, la cui descrizione viene data subito dopo quella delle due colonne, non è meno enigmatico (1 Re, VII, 23 segg.). La prima cosa che colpisce, ancora una volta, è data dalle dimensioni: questa vasca di bronzo colato aveva un diametro di m. 5 e un’altezza di m. 2,50, la sua capacità era stimata in 20.000 basti, cioè circa 45.000 litri… Era posto in un luogo ben determinato, «a destra del tempio, verso sud-est». A cosa poteva servire? «Il Mare era destinato alla purificazione dei sacerdoti», ci dice un passaggio del secondo Libro delle Cronache (IV, 6); sembra che questa destinazione non sia l’originaria, ma dati ad un’epoca in cui si era perso il significato primitivo del Mare, un po’ come in molte delle nostre chiese si sono ad un certo momento trasformati in acquasantiere recipienti o oggetti che, in origine, erano tutt’altra cosa… Il meno che si può dire è che un bacino per abluzioni, il cui bordo è a più di m. 2,50 dal suolo, senza contare lo zoccolo, è perlomeno poco funzionale; che le sue dimensioni sono evidentemente simboliche, fuori misura in rapporto ad una destinazione solo pratica; che la sua forma, emisferica secondo la testimonianza di Giuseppe — «era interamente rotonda», dice il testo delle Cronache — suggerisce con sufficiente verosimiglianza un simbolismo cosmico. Si è pensato ad una variante del lago sacro dei templi egizi o ancora all’apsu di Babilonia, cioè all’abisso delle acque sotterranee su cui poggia la terra. Ci sembra più perspicace cercare nell’ambito dell’Oceano celeste. In effetti abbiamo detto che per i popoli antichi, e la Bibbia lo attesta spesso, il firmamento è una calotta solida che trattiene l’oceano celeste posto al di sopra della terra.

Sappiamo che il Mare era accuratamente orientato grazie al suo supporto formato da quattro gruppi di tre buoi, girati verso i punti cardinali. C’è da notare un’ultima indicazione: «Un cordone di trenta braccia misurava la sua circonferenza; figure di buoi la circondavano al di sotto del bordo, dieci per braccio, facendo tutto il giro del Mare, su due file; i buoi erano fusi insieme ad esso in un solo pezzo» (2 Cronache IV, 2-3). Il Mare si presenta dunque come un magnifico piano d’acqua, dall’orizzonte ben libero per la sua posizione sopraelevata, e porta sul bordo una graduazione decimale (3 x 4): questo fornisce gli elementi di base per ogni calendario stagionale. Si è portati a prendere in considerazione l’ipotesi degli esegeti i quali pensano che il Mare fosse in origine un osservatorio astrale di prima grandezza, destinato a determinare e rintracciare nel cielo i ritorni periodici dei cicli liturgici, con corrispondenze di tavole astrali, solari, lunari, grazie al gioco della doppia numerazione decimale o duodecimale.

In effetti, questo era il sistema ottico che gli antichi avevano adottato e messo a punto per la loro osservazione del firmamento. Queste osservazioni, che i sacerdoti mesopotamici, in cima ai loro ziggurat, continuavano per tutta la notte, possiamo noi stessi ripeterle senza grande difficoltà per nostro conto con un materiale pressappoco simile. Prendiamo per esempio la khabia venduta nei mercati marocchini: una grande terrina circolare, di grande apertura e poco profonda. Abbiamo cura soltanto di annerirne il fondo e di segnare sul bordo una gradazione corrispondente al sistema che utilizziamo; scegliamo una terrazza libera e collochiamo di notte la nostra vasca piena d’acqua: siamo di fronte ad uno specchio quasi perfetto. Non abbiamo altro da fare che sporgerci per seguire, come su una carta, la posizione delle costellazioni o dei pianeti riflessi sulla calma superficie dell’acqua. L’osservatore si pone in modo che la Stella Polare si trovi al centro della vasca. La rotazione della volta celeste acquista allora una sorprendente evidenza e può essere considerata come un’osservazione scientifica. Osservando, notte dopo notte, le ore e i punti del bordo graduato dove appaiono le costellazioni, e anche quelli della loro scomparsa, a poco a poco si può stabilire un calendario astronomico completo e di grande precisione. I solstizi e gli equinozi impongono in modo irresistibile il loro valore eminente di punti cardinali dell’anno. Questo materiale è utilizzabile anche di giorno, per poter rilevare agevolmente le orbite solari. In Cina e in Persia gli astronomi, per l’osservazione indiretta del cielo, si servivano anche di specchi metallici circolari, il cui bordo era diviso “in quattro, sei o otto settori, suddivisi a loro volta; tali specchi avevano il vantaggio di poter essere agevolmente puntati sulla porzione di cielo che si voleva osservare in modo particolare, evitando al massimo la deformazione delle immagini; di essere più facilmente trasportabili, e di non essere soggetti alle increspature dell’acqua.

D’altra parte, le loro dimensioni erano forzatamente ridotte, cosa che andava a svantaggio della precisione dell’osservazione. Il loro difetto più grande era quello di non dare l’elemento di base per un rilievo dell’altezza degli astri, l’orizzontale, che, al contrario, il sistema di una superficie d’acqua forniva immediatamente e con tanto più rigore quanto più il piano era vasto.

I sacerdoti del tempio di Gerusalemme, dunque, avevano a loro disposizione un materiale che molti confratelli delle altre civiltà avrebbero potuto invidiare loro. Senza dubbio, non si saprà mai in che modo se ne servirono, né in che epoca, e neppure se non si siano limitati ad adottare dalle civiltà circostanti un materiale di cui ignoravano l’uso. Resta comunque il fatto che avevano costantemente sotto gli occhi, al centro del nucleo sacro che costituiva il loro tempio, il più perfetto e più universale simbolo cosmico che gli uomini abbiano mai realizzato: un emisfero retto da una base quadrangolare, sulla quale sono segnate le cifre fondamentali dell’universo e dei suoi cicli (3×4), con il riflesso permanente del cielo in movimento. Si pensi alla bella iscrizione scolpita sulle pietre del tempio di Ramsete il (1300-1234 a.C, epoca in cui gli Ebrei sono usciti dall’Egitto); «Questo tempio è come il cielo in tutte le sue manifestazioni».

Questo splendido simbolo, percepito, dimenticato o adibito ad altro uso, era destinato a sparire. «Achaz, re di Giudea (736-716) fece scendere il Mare di bronzo dai buoi che lo sostenevano e lo pose sul pavimento di pietra» (2 Re, XVI, 17). Si ha motivo di credere che l’empio re, che del resto eliminò altri elementi dell’arredamento cultuale del tempio, cercasse in questo modo di recuperare del metallo in vista della regolazione del tributo che gli era stato imposto da Téglat-Phalasar, re dell’Assiria, il quale lo aveva appoggiato e al quale aveva già inviato come dono «l’argento e l’oro trovati nel tempio di Iahvè e i tesori del palazzo reale». In seguito, non si parlerà più del Mare di bronzo nei templi che saranno innalzati successivamente sul monte Sion, a meno che esso non sia indirettamente evocato dall’Apocalisse nella grande visione iniziale del cielo aperto: «Davanti al Trono (di Dio) vi era come un Mare trasparente simile a cristallo» (Apocalisse, IV, 6).

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 134-138