Le melodie liturgiche nei chiostri di San Cugat e di Gerona (2)

Nei chiostri catalani di San Cugat (piccolo paese nei dintorni di Barcellona) e di Gerona, costruiti verso la fine del XII secolo, si trova una serie di capitelli con figure di animali. Vi sono poi numerosi altri capitelli con raffigurazioni di motivi biblici, storici o puramente ornamentali. Tra gli animali – la cui stilizzazione presenta una profonda analogia con i modelli bizantini arcaici, con i bestiari e i manoscritti spagnoli di Beato – si possono distinguere, in linea di massima, due gruppi: il primo comprende gli esseri fantastici; il secondo una serie di animali, più o meno stilizzati, la cui interpretazione zoologica di solito non lascia dubbi (bue, leone, aquila, gallo, uccelli canterini). Tra gli animali fantastici si trovano alcuni esseri del tutto indefinibili, per lo più animali giganteschi e ‘pavoni’, i cui piedi talvolta sono a forma di ferro di cavallo e la cui coda e la cui testa assomigliano al corpo e alla testa di un serpente:

San Cugat des Vallés: l’animale fantastico ‘pavone’

Simili figure di ‘pavone’ compaiono anche nell’arte indiana (Sanci), in un Evangeliario armeno del XII secolo
e nella ceramica spagnola del XII-XIV secolo.
La figura del ‘pavone’, strana e costantemente mutevole, sembra doversi attribuire al fatto che questo singolare essere dalla testa di serpente e con coda spiraliforme simile a un ventaglio o ampiamente dispiegantesi, corrisponde all’uccello del tuono, l’animale più importante dell’antica mitologia naturale. Esso evidentemente assume il ruolo della fenice, del fagiano, della pernice e dell’uccello rapace appartenente al dio del tuono e della primavera, il cui grido sull’albero della vita rinnova la vita ogni anno. Il serpente, talvolta compenetrato nell’animale, corrisponde all’elemento fuoco (lampo), il fruscio delle ali al tuono.

Il tentativo di interpretare, secondo il modello indiano, come simboli di suoni gli animali raffigurati nei chiostri romanici incontra una prima difficoltà: gallo, leone ed aquila non sono menzionati da Sarngadeva. Consideriamo quindi gallo e leone = tigre, aquila = elefante, poiché nella mitologia gallo e leone sono animali solari e ignei, mentre elefante ed aquila, con il loro grido acuto e stridulo, sono considerati gli animali bellicosi della ‘Montagna Sacra’. L’elefante, spesso rappresentato nella mitologia indiana con le ali, è ritenuto nel sistema musicale ‘colui che è seduto in alto’, attribuzione che si addice all’aquila non meno che all’animale di Indra. Le stesse concordanze si trovano anche nelle corrispondenze di animali e di suoni, tramandate da A. Kircher (leo = gallus; elephas = aquila). Più difficile si configura l’interpretazione tonale degli animali fantastici, il cui numero tuttavia è molto limitato. Alcune delle loro corrispondenze sonore poterono infatti essere scoperte dopo che la trascrizione musicale era già stata risolta con l’aiuto dei rimanenti simboli musicali. In tal modo risultò che animali dallo stesso significato tonale si assomigliano anche morfologicamente. I tre giganteschi animali fantastici (San Cugat, capitelli 48 e 55, Gerona, capitello 10), che divorano una vittima, simboleggiano sempre il suono fa. Ugualmente risuona il fa nei leoni rampanti con lunghe barbe (simboli del fuoco) delle colonne 17 e 40 di San Cugat. Ma anche l’uccello dal petto nudo e dalle ali robuste che compare a Gerona (capitello 16) sembra rappresentare la nota fa. La sua posizione nel corso dell’anno (Acquario) induce a considerare questo animale un uccello riferito all’anima.

Si potrebbero interpretare i tre animali fantastici, modellati in modo del tutto diverso, delle colonne 30 e 33 di San Cugat e 26 di Gerona, come simboli dei suoni che si trovano tra gli elementi aria e fuoco o tra aria e terra. Su entrambi i capitelli 30 e 33 vi è un uccello dal corpo molto magro, dalle gambe estremamente lunghe e dalla testa simile a quella di un uomo. Il capitello 26 riproduce il corpo, slanciato ed alato, di un mammifero la cui testa di uccello ha orecchie molto lunghe. La trascrizione musicale dimostra però che questi animali non rappresentano affatto suoni, ma sono segni di interpunzione. Essi indicano pause.

Rimane ancora da trattare il rapporto tra leone e bue. Solitamente il leone è considerato simbolo del sole trionfante, della luce del giorno e del valore. La sua sostanza risuona nella nota fa. Per contro il toro sacrificale e il bue simboleggiano la notte, l’umiltà e il lutto, la rinuncia e l’abnegazione,
e il suono mi. La lotta, veramente classica nella scultura romanica, tra il leone e il bue o il toro, rende visibile la tensione acustica dell’intervallo di semitono fa-mi, cioè la lotta primaverile tra estate e inverno (giorno e notte). Ancora oggi la forma musicale della lotta primaverile rivive nella Spagna meridionale, quando gli Andalusi, nella notte del Venerdì Santo, celebrano il sacrificio di Cristo. Con mani contratte viene ‘scagliata’ la saëta (sagitta) (disparar una saëta) quando passa la processione funebre, mentre con il falsetto acuto ci si muove attorno al semitono centrale.

In antitesi con la lotta primaverile in cui il leone solare (fa) vince il toro notturno o il bue (mi) è la disputa serotino-autunnale. Al calare della notte l’animale solare è vinto dal toro notturno. Perciò il leone stanco emette la nota mi, suono della sottomissione, mentre il toro possente fa udire il vittorioso fa. Non l’animale in sé, ma il ritmo alterno della sua forza manifestata corrisponde al suo valore sonoro. La nota fa è l’urlo di vittoria dell’immolatore; nella nota mi si esprime il lamento dell’immolato. Per questo motivo anche i giganteschi animali fantastici che dilaniano una vittima potrebbero appartenere alla nota fa e l’agnello (San Cugat, capitello 67) alla nota mi. L’opinione che il suono inferiore di un intervallo di semitono sia una ‘nota di compianto’ (nel presente caso, dunque, mi) è documentata ancora nel XIII secolo.
Sul mutevole significato del valore simbolico di uno stesso animale hanno già richiamato l’attenzione A. de Gubernatis
e C. Hentze.
L’interdipendenza tra leone e bue o toro corrisponde però al ritmo alternato cui è sottoposta la forza dualistica del mondo nel corso del tempo. L’equilibrio delle forze è espresso dalla nota del pavone re. Nei chiostri catalani i due tipi di leoni si possono distinguere molto chiaramente gli uni dagli altri. Il leone vittorioso incede altero, attacca e vince il bue inseguito. Il leone vinto giace a terra, viene trafitto da un cavaliere con la lancia o domato da Sansone.

Quale risultato finale di queste considerazioni otteniamo le seguenti equivalenze:

Autore: Marius Schneider
Pubblicazione:
Pietre che cantano
Editore
: Guanda (Biblioteca della Fenice)
Luogo: Parma
Anno: 1998
Pagine: 30-33
Vedi anche:
Le melodie liturgiche nei chiostri di San Cugat e di Gerona (1)

L’armonia delle sfere (2)

Partiamo dall’ipotesi che le bestie, il cui valore di simboli musicali, in base al trattato di musica dello scrittore indoiranico Shamgadeva, corrispondano anche a uno zodiaco musicale. A tal fine si possono d’acchito utilizzare soltanto il Toro, il Leone ed i Pesci con le loro note corrispondenti: mi, fa e si. Il pavone (re) dovrebbe rientrare nel quadro, dato che potrebbe corrispondere, in base alla sua situazione mitologica « fra cielo e terra », ad uno degli equinozi (dunque o all’Ariete o alla Bilancia).

Proviamo ad allineare in ima serie musicale coerente queste tre o quattro note e ne risulterà un’unica possibilità, cioè la serie cromatica che si ripartisce nei tre gruppi consueti dell’astrologia:

  1. do, re bem., re, mi bem. = Ariete, Cancro, Bilancia, Capricorno (segni cardinali);
  2. mi, fa, fa diesis, sol = Toro, Leone, Scorpione, Acquario (segni fissi);
  3. la bem., la, si bem., si = Gemelli, Vergine, Sagittario, Pesci (segni mobili).

A questa prima ipotesi se ne aggiunge una seconda. Poniamo che ogni pianeta suoni come il segno zodiacale nel quale ha la sua casa astrologica principale; ne risulta:

  • Sole = Leone = fa,
  • Luna = Cancro = re bem.,
  • Saturno = Capricorno = mi bem.; e Acquario = sol,
  • Giove = Sagittario = si bem.; e Pesci = si,
  • Marte = Ariete = do; e Scorpione = fa diesis,
  • Venere = Toro = mi; e Bilancia = re o Vergine = la,
  • Mercurio — Gemelli = la bem.; e Bilancia = re o Vergine = la.

E adesso, in base a queste due ipotesi, proviamo a ricostruire il cosiddetto albero planetario, e otterremo la seguente, singolare serie di note:

  • estate: re bem., fa, la.
  • autunno: re, fa diesis, si bem.
  • inverno: mi bem., sol, si.
  • primavera: do, mi, la bem.


Questa serie incongrua di note può essere sorta da una serie di armoniche o ipertoni che ha inizio dal re bem., cioè nel segno del Cancro (solstizio d’estate) ma che fu oscurata dal suo inserimento tardo nel sistema delle sette note.


Nei miti della creazione vigenti presso le culture megalitiche e specie in quello indiano arcaico, il soffio dello Spirito primordiale corrisponde alla nota « re bemolle », e genera l’uovo d’oro duale. Così produsse qualcosa più grande di se stesso: « la creazione è una supercreazione di Brâhma, perché egli generò gli dèi come più grandi (di sé medesimo) e perché, lui mortale, generò gli Immortali; perciò si chiama supercreazione».

Anche il dio Thot egizio si spaventa dinanzi a ciascuno dei nuovi esseri che chiama in vita nel corso del tempo della creazione, perché gli appaiono più grandi e maggiori di lui.

Con la voce duale di Brâhma (terza armonica) in cui ogni forza è racchiusa, il Creatore chiama però il cosmo dalla tenebra della notte della creazione alla sua prima esistenza di sogno. L’uovo cosmico o la caverna (la cassa di risonanza primigenia) diventa la luna primordiale (quarta armonica), cioè la prima forza del cosmo, dalla cui divisione nascono cielo e terra. In mezzo a questo primo giorno, fra il cielo virile e la terra femminile, si alza il sole primordiale debole di luce, risonante (quinta armonica). Così ha termine il cosiddetto «ordine preterrestre ».

Nell’ordine odierno, che ha inizio dopo il trapasso dalla sesta alla decima armonica (mondo intermedio o sfera del culto), si rigenerano gli astri antichi e risorgono inoltre nuovi pianeti, la cui distanza dal sole attuale (ventesima armonica) si accorcia progressivamente da Saturno a Mercurio. Per portare a buon fine questo parallelo fra ipertoni e distanze fra gli astri, abbiamo dovuto però spostare Mercurio al suo posto astronomicamente giusto fra Sole (20) e Venere (17), mentre la tradizione antica lo situava per lo più fra Marte e Venere.

Se si paragonano le note dei pianeti che abbiamo trovato in base alle nostre ipotetiche note zodiacali, si dimostra che corrispondono a una serie di ipertoni in cui le ripetizioni di note (i numeri pari) a volte cadono, quando non si tratta di rinascite astrali delle stelle primordiali.

Verosimilmente la serie degli ipertoni da 1 a 20 costituisce la forma elementare della musica delle sfere, in cui ogni pianeta ha una sola sede specifica. La seconda sede (evidentemente già prendendo in considerazione una scala diatonica con la caratteristica nota di trapasso si-si bemolle) appare soltanto in un sistema più complesso tra il 21° ed il 28° ipertono.

L’obiezione che in un tempo così remoto non si conoscesse la serie degli ipertoni è così infondata che i primitivi Boscimani del Sudafrica conoscono questo fenomeno in base all’arco assai esattamente e lo sanno sfruttare musicalmente in pieno. Ma anche gli antichi dovettero conoscere questi ipertoni ed è possibile che le 28 note della tabella qui riportata corrispondano al sistema di 28 note, di cui Nicomaco dice (nel frammento 5) che con essa ci si era allontanati dall’armonia dell’universo per seguire la fisica di Pitagora e di Platone.

Ma il rapporto Venere-Mercurio rappresenta una vera difficoltà, Mercurio essendo stato scoperto soltanto tardi e perciò aggiunto successivamente al sistema. Nel mondo antico Venere è l’incarnazione del dualismo e di regola ha perciò due aspetti: come stella vespertina e stella mattutina. La stella mattutina è vigile, casta, guerriera; la stella vespertina è il simulacro astrale della vita erotica. Ma più tardi questo dualismo sarà rappresentato planetariamente in due modi diversi, intellettualmente dal mutevole Mercurio e psichicamente-fisicamente attraverso Venere e la coppia Venere-Marte.

Astrologicamente si attribuiscono alla stella vespertina le note la bemolle e re, alla stella mattutina la e mi. Le loro sedi maggiori dovettero essere originariamente re e mi, poiché mi, la stella mattutina, può valere come nota di trapasso al sole (fa) e la stella vespertina (re) come nota di trapasso verso la luna (re bemolle). Venere assunse la nota la soltanto con l’introduzione della seconda sede. Il suo carattere dualistico può essere espresso nell’albero planetario attraverso la formula:

Nella misura in cui però Mercurio, protettore dei Gemelli, acquista nella mitologia il ruolo del principio spirituale, dell’araldo e ambasciatore degli dèi, egli pare a poco a poco reprimere la Venere del tempo primordiale o del periodo intermedio (la bemolle) e con ciò avocare a sé medesimo anche due dei suoi segni (la bemolle e re). La dimora astrologica in la (invece che in re) è un dato posteriore. Comunque questo potè avvenire nell’antichità poiché gli antichi, come tosto vedremo, avevano attribuito la nota la alla Luna, così vicina astrologicamente a Venere.

Autore: Marius Schneider
Pubblicazione:
Il significato della musica
Editore
: Rusconi (Problemi Attuali)
Luogo: Milano
Anno: 1996
Pagine: 207-214
Vedi anche:
L’armonia delle sfere (1)