Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 24-25)

La musica è la disciplina che tratta i numeri esprimenti i rapporti riscontrabili nei suoni, come il doppio, il triplo, il quadruplo e simili, detti in relazione a qualche cosa. Quest’arte è così nobile e utile, che chi ne è privo non può svolgere adeguatamente un incarico ecclesiastico. La pronuncia decorosa delle letture e la soave modulazione dei salmi in chiesa è regolata dalla conoscenza di questa disciplina, e per suo mezzo non solo leggiamo e cantiamo i salmi nella chiesa, ma anche compiamo in modo appropriato ogni servizio divino.

L’arte musicale permea tutti gli atti della nostra vita in questo modo. Prima di tutto se osserviamo i comandamenti del Creatore e osserviamo con mente pura le regole da lui stabilite. Tutte le nostre espressioni o le emozioni interne, accompagnate dal pulsare delle vene, si dimostrano collegate alle virtù tramite ritmi musicali armonici. Certo, la musica consiste nel saper ben modulare, e se noi pratichiamo un buon comportamento, dimostriamo di essere sempre associati a quella disciplina, mentre quando compiamo azioni inique siamo lontani dalla musica.

Anche il cielo e la terra, e tutti gli eventi che in essi si compiono per disposizione superiore, non sono estranei alle leggi della musica, dal momento che Pitagora attesta che questo mondo fu fondato tramite la musica e può essere governato per mezzo suo. Essa è fortemente compenetrata con la stessa religione cristiana, e da ciò deriva che l’ignoranza di qualche regola musicale precluda e nasconda non pochi argomenti.

Infatti qualcuno, partendo dalla differenza fra il salterio e la cetra, non senza garbo spiegò il senso di alcune figure. Non senza opportunità i dotti discutono se il salterio dalle dieci corde (Sal 33,2; 91,4) abbia un tale numero di tendini in forza di una qualche legge musicale, o, in caso contrario, per ciò stesso quel numero vada inteso in modo più sacrale: o a motivo del decalogo della Legge (il cui numero, se si indaga oltre, non si può riferire se non al Creatore e alla creatura), oppure per il numero dieci in se stesso, di cui s’è trattato prima.

Il famoso numero di quarantasei anni, relativo alla costruzione del Tempio e ricordato nel Vangelo (Gv 2,20), echeggia un non so che di musicale e, messo in rapporto alla struttura corporea del Signore, a causa della quale fu fatto il riferimento al Tempio, costringe alcuni eretici ad ammettere che il Figlio di Dio rivestì un corpo non falso, ma vero e umano. E così troviamo sia il numero che la musica in posizione onorevole in parecchi passi delle sante Scritture.

Non bisogna dar retta agli errori superstiziosi dei gentili, che favoleggiarono le nove Muse figlie di Giove e di Memoria. Li confuta Varrone, del quale non so se possa esserci presso di loro alcun più dotto o più accurato indagatore di tali argomenti. Egli dice che non so quale città – non ricordo il nome – appaltò a tre scultori tre statue di Muse ciascuno, per collocarle come dono nel tempio di Apollo. Sarebbero state scelte per l’acquisto le sculture di quell’artista che avesse prodotto le più belle. Successe che tutti quegli scultori raggiunsero nelle loro opere uguale bellezza, e tutte nove piacquero alla città, che decise di comperarle tutte per dedicarle nel tempio di Apollo. In seguito, secondo Varrone, il poeta Esiodo assegnò loro i nomi. Non dunque Giove generò le nove Muse, ma tre artefici le crearono, tre ciascuno. E quella città ne aveva ordinato tre non per averle viste in sogno, o perché tante ne fossero apparse agli occhi di qualcuno di loro, ma perché era facile riconoscere la triplice natura di ogni suono di cui sono composte le melodie. Infatti [il suono] è emesso con la voce, come fanno quelli che cantano con la gola senza strumento, o col soffio, come quello delle trombe e dei flauti, o dando un impulso, come nelle cetre, nei timpani e in qualsiasi strumento sonoro a percussione.

Ma, che le cose stiano o meno come ha riferito Varrone, noi non dobbiamo evitare la musica a motivo delle superstizioni profane, se ne possiamo ricavare qualcosa di utile per capire le sante Scritture. E nemmeno dobbiamo cadere nelle loro frivolezze teatrali, se deduciamo dalle cetre e dagli strumenti qualche elemento valido per cogliere realtà spirituali. Infatti non abbiamo dovuto trascurare l’apprendimento delle lettere perché dicono che il loro dio è Mercurio. Né dobbiamo fuggire la giustizia e la virtù perché loro hanno dedicato templi alla Giustizia e alla Virtù, e hanno preferito adorare nelle pietre sentimenti che bisogna portare nel cuore. Anzi, chiunque è vero e buon cristiano, dovunque trova la verità, deve comprendere che essa appartiene al suo Signore.

 

Rimane l’astronomia, degno argomento per persone religiose, come ha detto un tale, e grande tormento per i ricercatori minuziosi. Se la indaghiamo con mente pura e moderata, essa riempie anche i nostri sentimenti con un grande splendore, come dicono anche gli antichi. Quanto vale infatti ravvicinarsi ai cieli con la mente ed esaminare tutta quella sublime macchina con una ricerca razionale, cogliendo almeno in parte con la raffinatezza speculativa della mente ciò che arcani di tanta grandezza hanno velato? L’universo, come alcuni affermano, si muove raccolto in sferica rotondità, cosicché il cerchio della sua orbita include le diverse forme delle cose. Seneca, ragionando in sintonia con i filosofi, compose sull’argomento un libro che si intitola La forma dell’universo.

Pertanto è chiamata astronomia la legge degli astri – e di qui deriva a noi la parola – perché non possono in alcun modo stare o muoversi diversamente da come è stato stabilito dal loro Creatore, se non interviene a cambiarli la volontà divina compiendo un miracolo. Così, ad esempio, si legge che Giosuè comandò al Sole di star fermo sopra Gabaon (Gs 10,12), che ai tempi di re Ezechia il Sole tornò indietro di dieci gradi (2Re 20,11), che durante la Passione di Cristo Signore fu oscurato per tre ore (Lc 23,44-45), e simili. E si chiamano miracoli proprio perché accadono con nostra meraviglia, contro il corso consueto delle cose.

Come dicono gli astronomi, le stelle fisse nel cielo ne seguono il moto, mentre i pianeti, ossia gli astri vaganti, hanno movimenti propri, e tuttavia compiono i loro percorsi secondo una regola ben definita. Sicché l’astronomia, come già s’è detto, è la disciplina che contempla tutti i percorsi e le figure dei corpi celesti, e passa in rassegna con indagine razionale le relazioni delle stelle tra loro e con la Terra.

Vi è poi una certa differenza tra l’astronomia e l’astrologia, sebbene appartengano entrambe a una sola disciplina. Infatti l’astronomia comprende il volgersi del cielo, il sorgere, il tramontare, i movimenti degli astri e il motivo dei loro nomi. L’astrologia invece è in parte naturale, in parte superstiziosa. È naturale quando si occupa dei corsi del Sole, della Luna o delle stelle: questioni ben precise relative ai tempi. È invece superstiziosa quella perseguita dai quei matematici che traggono vaticini dalle stelle e inoltre abbinano le dodici costellazioni [dello Zodiaco] alle singole parti dell’anima e del corpo e cercano di predire, mediante il percorso degli astri, le nascite e i costumi degli uomini.

Quella parte dell’astrologia che viene praticata come ricerca naturale ed esplora con prudenza i corsi del Sole, della Luna e delle stelle, e le precise distinzioni dei tempi, deve essere appresa dal clero del Signore con studio solerte, affinché, mediante induzioni sicure delle regole ed esatte e veraci valutazioni degli argomenti, non solo indaghi con verità i passati corsi degli anni, ma anche sappia ragionare con rigore sui tempi futuri, in modo da poter stabilire l’inizio delle festività pasquali e le scadenze precise di tutte le solennità e celebrazioni che è tenuto a rispettare, ed essere in grado di indicarle debitamente al popolo perché le festeggi.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 203-206
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 21-23)

Divina dispositio – L’ordine del creato: essenze, idee, numeri, intelligenze

Due opere del corpus pseudo-dionisiano, la Gerarchia celeste e la Gerarchia ecclesiastica, influenzano la prospettiva teologica dell’intero Medioevo proponendo una descrizione dell’universo creato come ordinata distribuzione discensiva di gradi dell’esistenza dalla potenza creatrice. Nove schiere angeliche trasmettono agli uomini le inesauribili verità dei segreti divini, recepite per primi dai vescovi, capi della gerarchia terrena e da essi diffuse, ma con sempre maggiore dispersione, ai successivi gradi della scala sacerdotale. Tre «operazioni gerarchiche» affidate, lungo l’ordinamento cosmico così ricostruito, a ciascuna intelligenza (angelica e poi umana) presiedono al doppio processo della distribuzione e poi della riconduzione sacrale dell’essere al suo principio divino: la purificazione (liberazione da contatti immondi con la materialità del molteplice), l’illuminazione (azione di induzione conoscitiva, che orienta i gradi inferiori verso la bellezza e la maggiore somiglianza con il divino di quelli superiori) e la perfezione (conduzione ad atto di tutte le potenzialità creaturali, verso l’universale assimilazione e unione con Dio).

Anche in questo caso la fortuna del pensiero teologico dello pseudo-Dionigi introduce nel mondo di pensiero cristiano una tematica neoplatonica: la teoria del descensus gerarchico del molteplice dall’Uno, principio della consonante perfezione dell’intero cosmo creato. Rispetto però alla concezione neoplatonica, il Cristianesimo aggiunge anche qui un elemento nuovo, mutuato dalla fede: la nozione di creazione dal nulla, inconcepibile per la filosofia pagana in base al principio logico secondo cui dal nulla non può scaturire qualcosa («ex nihilo nihil fit»). Questa novità apre per la metafisica dei Cristiani un inatteso e ricchissimo panorama speculativo, con esiti determinanti per l’intera concezione della realtà finita e della sua storia.

L’idea della creazione ex nihilo si traduce in effetti per gli intellettuali credenti in un efficace completamento teoretico della derivazione di tutte le cose dall’Uno, in quanto assicura l’inalterabile perfezione del Principio nel suo dare origine al molteplice, in base a un atto creativo liberamente portato ad effetto in un istante senza tempo. La dipendenza del creato da una libera scelta divina implica inoltre che la sua esistenza come derivato non sia né eterna, né necessitata, e consente di ritenere sempre possibile che da un momento determinato della storia la derivazione degli effetti dal Principio possa convertirsi in un universale ritorno. L’escatologia cristiana ricomprende dunque e perfeziona la dialettica neoplatonica dei due momenti di discesa (próodos) e conversione (epistrophé) come fasi di un processo universale, ossia non soltanto di ordine etico-conoscitivo e riservato al solo sapiente, ma realmente partecipato da tutti i molteplici effetti della Causa prima. Tutto questo consente infine di spiegare, sconfiggendo le tentazioni dualiste, la presenza del male nel creato non come una sussistenza reale, ma come una riduzione della perfezione divina lungo i gradi della derivazione dell’essere; tutto ciò che è creato ex nihilo da un Dio buono è infatti un bene, anche se imperfetto. Esposta da Dionigi nel quarto capitolo dei Nomi divini (attingendo al De malorum subsistentia di Proclo), questa considerazione ottimistica del cosmo si ricongiunge nell’Occidente latino con i suoi presupposti plotiniani disseminati nell’opera di Agostino e orienta l’intera storia del pensiero religioso medievale.

Il rapporto tra Dio e la sua creazione si risolve dunque, grazie alla armonica confluenza di agostinismo e areopagitismo, in una compiuta metafisica dell’ordine, che si connette direttamente con l’immagine teologica del Lógos introdotta dal Prologo del quarto Vangelo: l’esistere di tutte le creature viene fatto dipendere, fuori del tempo, dall’atto di conoscenza con cui il Verbo, principio di intelligenza creatrice, le progetta eternamente nelle sue idee, modelli eterni di tutto ciò che è stato, è e sarà; e poi dall’atto di amore volontario con cui lo Spirito Santo le porta efficacemente all’esistenza. Alla perfezione formale di quest’opera, vagamente assimilabile a quella della conoscenza matematica umana, alludono le parole, frequentemente ricordate dai teologi medievali, che pronuncia, parlando di sé, la Sapienza divina, ossia il Verbo medesimo: “hai disposto tutte le cose secondo misura, e numero, e peso (omnia in mensura et numero et pondere disposuisti)” (Sap 11,21).

Fondandosi sul duplice rivelarsi di Dio con la comunicazione profetica della sua parola (scriptum) e con l’ordinamento sapienziale della creazione (natura), la teologia medievale sarà non solo riflessione sul testo sacro ma anche descrizione della divina dispositio dell’universo (diakósmesis), nelle cui pieghe l’idea platonico-intellettualistica dell’ordine e degli esemplari ideali eterni si sposa con caratteri tipici della religiosità orientale, come giustizia, predestinazione, provvidenza, legge e governo divini. La dottrina cristiana dell’esemplarismo diventerà così uno dei capisaldi del pensiero teologico occidentale, trasmettendosi dalla Patristica al Medioevo con il contributo di molteplici fonti filosofiche e sapienziali, provenienti, nel corso dei secoli, dalle direzioni più svariate: dal platonismo tardo-pagano al mondo bizantino, al pensiero islamico e ebraico.

In una delle epistole a Lucilio, la cinquantottesima, Seneca presenta al mondo culturale latino la dottrina platonica delle idee descrivendone la discesa gerarchica dalla più universale, l’ousía o sostanza, attraverso una articolazione successiva di generi e specie, ossia di estensioni di realtà immutabili sempre più circoscritte e determinate, fino alla produzione di individui molteplici, sottoposti all’accidentalità e al mutamento. Porfirio di Tiro, diretto discepolo di Plotino, ha poi schematizzato in uno snello opuscolo introduttivo alla logica aristotelica, intitolato appunto Isagoge (o Introductio) e diffuso nel Medioevo come premessa ai testi dell’Organon, la struttura formale di tale discesa metafisica del reale, descrivendone la ramificazione in generi e specie non solo nell’ambito della sostanza ma in ognuna delle dieci categorie, lungo uno schema che fu noto agli autori più recenti con il nome di «albero di Porfirio» e che contribuì a imprimere nella mentalità teologica occidentale l’idea della doppia scalarità, ascendente e discendente, nella derivazione dell’essere da Dio.

Nel secolo IV il filosofo iberico Calcidio, probabilmente un convertito al Cristianesimo, ha tradotto in latino e ha commentato seguendo questa medesima impostazione la prima parte del Timeo: grazie al suo commento questo dialogo di Platone, il solo che sia stato ampiamente divulgato in traduzione latina nel Medioevo, ha assicurato al mondo cristiano l’acquisizione di una compiuta visione cosmologica che ha potuto fungere da adeguato supporto alla dottrina metafisica dell’ordine. I tre princìpi platonici, il demiurgo, gli esemplari e la materia, assumono le forme familiari per i Cristiani dei tre fondamenti della metafisica cristiana: Dio Padre, il Lógos e le creature. Il governo divino assicurato dall’anima universale che dà vita al mondo si traduce nella universale presenza vivificante dello Spirito santo. Dalle idee divine scaturiscono le forme, inferiori, species o formae nativae, che si congiungono alla materia, dando origine agli individui. Il meccanicismo dei quattro elementi primordiali (acqua, aria, terra e fuoco) e delle combinazioni delle loro rispettive qualità (caldo, freddo, umidità, aridità), che spiega in Platone l’articolazione dei mutamenti visibili, si innesta sulla trama creazionistica ordita dalla provvidenza divina. La conoscibilità naturale dell’ordine del cosmo invita gli esseri intelligenti a ripercorrere inversamente la struttura piramidale della realtà, fino a ritrovare nella vera scienza, al di là delle species nativae, l’intelligenza diretta delle idee divine.

Pochi anni più tardi l’erudito pagano Macrobio compone il Commentum in somnium Scipionis, un altro testo destinato ad avere grande diffusione nel Medioevo come veicolo dell’idea teologica dell’ordine: un commento alla parte conclusiva del De republica ciceroniano, contenente il racconto di un sogno metafisico sulla metempsicosi universale compiuto dal personaggio del giovane Scipione, nel cui sviluppo Macrobio vede un paradigma della vicenda individuale dell’anima, che decade da una perfezione conoscitiva originaria e quindi risale, lungo una ascesi purificatrice dell’intelligenza che conosce e studia l’organizzazione della natura, alla contemplazione del principio universale da cui è scaturito il cosmo con le sue leggi.

Il neoplatonismo arabo, in particolare la dottrina cosmologico-metafisica di Avicenna, e il platonismo ebraico di Avicebron, contribuiranno più tardi ad arricchire variamente questo complesso sistema di descrizioni dell’ordine cosmico che consolidano entro la comune cornice della teologia cristiana della storia la sintesi di quelli che, con espressione particolarmente acuta, sono stati definiti i «platonismi comunicanti» del pensiero medievale. Fondandosi sulla comune piattaforma della dottrina della dispositio divina, tutte le successive proposte di costruzione di un’ontologia, una fisica, una metafisica, una psicologia e una gnoseologia cristiane hanno così portato avanti le diverse metamorfosi di una unitaria sintesi di rivelazione e scienza, nella quale il racconto dei sei giorni della creazione (o esamerone) si concilia e si confonde con l’organizzazione della realtà narrata dal Timeo.


Autore Giulio d’Onofrio
Pubblicazione Storia della Teologia, II – Età Medievale
Editore Piemme
Luogo Casale Monferrato
Anno 2003
Pagine 19-22