Preliminari di geografia immaginale (2)

Quella che giustamente è ritenuta la più celebre e maggiormente compiuta imago mundi medievale è la mappa di Hereford, in Gran Bretagna, la quale – dipinta da Riccardo di Haldingham fra il 1276 ed il 1283 – riproduce il mondo come lo si conosceva all’epoca. Essa fonda la sua rappresentazione su tutta una serie di nozioni, bibliche (come, per quanto ci riguarda, Gog e Magog e il Paradiso terrestre), classiche (Orosio, Solino, Marziano Capella), leggendarie (romanzo di Alessandro), ma anche coeve, come è chiaro dall’importanza che in essa assumono le località commerciali più frequentate del vicino Levante. Come la leggenda di san Brandano, essa costituisce un sunto, ovvero un repertorio esemplare, di ogni tradizione gnoseologica.

Hereford Mappa Mundi

Hereford, Cattedrale

Il disco raffigurante l’orbis terrarum, tradizionalmente tripartito dallo schema della croce (T) inserito nel cerchio uroborico rappresentato dall’Oceano, è dominato dalla figura di Cristo in gloria affiancato da angeli, alcuni dei quali reggono i simboli della Redenzione (fra cui la croce), altri soffiano nelle trombe apocalittiche, mentre gli ultimi due, alla destra e alla sinistra del Giudice, conducono, come da Scrittura, chi i beati in Paradiso, chi i dannati, strettamente incatenati, all’Inferno. Al centro della scena, proprio sotto la figura di Cristo, Maria chiede pietà per tutto il genere umano in un simbolico gesto di sottomissione.

La scena del Giudizio universale domina così l’imago mundi e ogni cosa questa contenga: essa serve di monito all’osservatore affinché comprenda come quanto oggi sta sotto i suoi piedi e può essere dominato dal raggio della sua esperienza ha un senso solo se inquadrato nella più ampia e significativa visione che lo sovrasta, che in sé abbraccia e riassume il brulicante e icastico mondo sottostante.

Detto questo, però, non si è ancora giunti nel cuore della questione e cioè la specificità geografica di terre “fantastiche”, di luoghi che, è quasi inutile sottolinearlo, non sono mai apparsi sulla superficie della terra e che gli stessi medievali, pur fermamente convinti della loro esistenza non hanno mai trovato da alcuna parte, malgrado spedizioni e ricerche di ogni tipo: «Delli omini da meravigliare, cioè chontrafatti da gli altri, e delli animali, e del paradizo terestro, mouto adimandai e cierchai; alcuna chosa trovar none potti» scriveva affranto fra Giovanni da Montecorvino, dalla Cina, sul finire del XIII secolo, e ciò riesce a mostrare più di tanti discorsi la tenace e per un lettore moderno ingenua fede dell’europeo medievale nell’esotismo fantastico e visionario.

Ma il mondo immaginale, aldilà di ogni cosa, era solo una categoria culturale del più generale alveo visionistico: quando si parla di sapienza medievale non si deve intendere un Hintergrund culturale rigorosamente frazionato in branche e discipline (umanistiche e scientifiche, ad esempio), secondo il nostro metodo tassonomico positivo. Rimontante ad un’unica verità, ogni espressione culturale parla qui lo stesso linguaggio, e pertanto la disposizione geografica del mondo deriva dagli stessi presupposti ideologici e intellettuali che ordinano e dispongono, ad esempio, le verità teologiche e che catalogano la naturalis historia, sospesa costantemente fra realtà, miracolo e magia. Le basi visionistiche e “fantastiche” di questa geografia vanno ricercate pertanto nel più ampio panorama psico-ideologico di quei secoli, come aspetto specifico di quella mentalità visionaria ed a-razionale che ne è poi la caratteristica saliente.

Alla base di un simile e per noi oggi difficilmente comprensibile straniamento di piani e prospettive c’è in realtà la semplice convinzione che «in un miracolo, nella violazione del corso naturale delle cose, nulla vi è di inverosimile: se il mondo terreno viene a contatto con quello ultra-terreno, possono accadere i fatti più inattesi e straordinari».

E la società in questione era pienamente convinta della realtà di questo “contatto”. Si può dire anzi che il rapportare ogni tipo di esperienza terrena a un suo modello sovrastrutturale fosse in ultima analisi lesola possibilità di riscatto semantico che ad essa pertenesse.

Autore: Giuseppe Tardiola
Pubblicazione:
Atlante fantastico del Medioevo
Editore: De Rubeis (L’arco Muto, 1)
Luogo: Anzio
Anno: 1990
Pagine: 15-17
Vedi anche:
Preliminari di geografia immaginale (1)

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