Le Muse (1)

Il Timeo platonico (riecheggiando non solo il pitagorismo ma l’intera philosophia perennis) prospetta una civiltà interamente subordinata ai criteri dell’armonia cosmica; ma ciò che nel pensiero platonico si esprime come aspirazione era una realtà concreta in diverse civiltà arcaiche come quella cinese, quella egizia e quella indiana.

In una simile concezione la musica gioca un duplice ruolo, e ciò grazie all’ambiguità propria al senso dell’udito, cui essa è legata. L’udito è senso mediatore per eccellenza poiché esso rivela la presenza fisica della Parola (del Logos): nel suono vi è quindi una duplice natura, intellettuale e fisica, e a seconda che ci si rivolga al primo o al secondo aspetto si avrà comprensione o piacere. Ai pitagorici dovette sembrare quanto mai mirabile che un ordine di natura squisitamente matematica si potesse manifestare in modo così piacevole all’orecchio: e la musica invero ha il vantaggio sulle altre arti di rivelare immediatamente ai sensi l’armonia, cioè l’ordine archetipo; ma in pari tempo il suo aspetto di allettamento sensoriale può essere talmente preponderante da obnubilare completamente l’aspetto intellettuale. Questo spiega tra l’altro il duplice atteggiamento degli studiosi antichi che trattano sempre ed esclusivamente l’aspetto teorico-armonico della musica, disinteressandosi degli aspetti pratici.

Sempre nel Timeo troviamo alcune espressioni giustificative di questa diffidenza:

Quanto c’è di utile nel suono musicale è stato dato all’udito per causa dell’armonia. E l’armonia, che ha movimenti affini ai giri dell’anima, che sono in noi, a chi con intelletto si giovi delle Muse non sembra utile, come si crede ora, a stolti piaceri, ma essa è stata data dalle Muse per comporre e rendere consono a se stesso il giro dell’anima che fosse divenuto discorde in noi.[1]

L’aspetto intellettuale deve prevalere su quello sensuale, il quale, cieco e vicino alla materia grossolana, segue facilmente la strada del disordine quando sia privo di una guida superiore.

Infatti, se la musica riflette in sé gli archetipi cosmici ‘immediatamente’ (e ciò la differenzia e la eleva sopra le altre arti), non tutte le musiche rispettano correttamente quest’ordine. Nel caso specifico della musica greca ciò è abbastanza facile da evidenziare. Si osservi la tabella:

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Ai primi quattro modi (dorio, frigio, lidio, missolidio) corrispondono tre ipomodi, posti una quinta sotto (eolio o ipodorio, ipofrigio, ipolidio): il modo ipomissolidio non ha realtà propria, corrispondendo nuovamente al dorio.

Ognuno di questi modi è posto sotto l’influsso dell’astro cui corrisponde la nota principale (nete, o prima nota), ma in realtà l’ordine esatto degli astri è dato dalla sequenza delle note centrali, mese (riquadrate). Per questo motivo il sistema perfetto (σίστεμα τέλειον) greco comprendeva due ottave da la a la, rispettando così la gerarchia planetaria[2]. Si veda la corrispondenza dei quattro tetracordi del sistema perfetto con gli elementi, e dei modi con gli astri, le Muse e gli umori:

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Si noterà come i quattro modi autentici si connettono con il Sole e i tre astri superiori, mentre i tre ipomodi lo sono con gli astri inferiori, il Sole e il modo dorio possedendo una centralità altamente simbolica. Questa situazione ha un corrispettivo nella costituzione stessa dei vari modi, come si può vedere nella prima tabella: i primi tre modi sono formati da due tetracordi simmetrici, simili nella loro disposizione intervallare: nel dorio il semitono è in terza posizione, nel frigio in seconda, nel lidio in prima (i semitoni sono segnati con crocetta nella tabella). Questa situazione di simmetria non si ripete negli ipomodi. Il modo missolidio costituisce un caso a sé, poiché il suo primo tetracordo si costruisce addirittura sulla dissonanza di tritono si-fa[3], in cui l’assenza di semitono produce una sgradevole sensazione di staticità: staticità e dissonanza che si legano bene alle particolari valenze simboliche di questo astro[4]. Quanto detto ci permette di fare luce sulle famose considerazioni contenute nella Repubblica platonica[5] circa la bontà dei diversi modi ai fini educativi: Platone esclude i modi lamentosi, cioè il missolidio (usato nei cori delle tragedie aventi questo carattere) e il sintonolidio (probabilmente un lidio di estensione acuta, usato nelle trenodie funebri); parimenti sconsiglia i modi molli e conviviali, vale a dire il lidio (e quindi presumibilmente anche l’ipolidio) e lo ionio, modi di Giove, Mercurio e Venere, connessi al piacere sensuale. Rimangono i modi dorio (solare e virile) e frigio (guerriero e marziale); nulla si dice dell’eolio-ipodorio, forse assimilato al dorio. Con considerazioni dello stesso tipo sono da condannarsi anche i generi cromatico ed enarmonico che, alterando la normale successione diatonica, finiscono per togliere ad ogni modo la sua qualità specifica ed in definitiva per omologarlo agli altri. Il discorso di Platone, prescindendo dagli aspetti speculativi della musica, si situa entro precisi limiti educativi, politici e morali, per cui in contesti diversi non si può escludere l’uso degli altri modi. Per fare un esempio concreto, la malinconia, legata ad un eccessivo influsso di Saturno, trarrebbe giovamento dall’uso dei modi lidio e ipolidio, collegati a Giove e Venere, tradizionali antagonisti del freddo astro lontano.

L’attribuzione tradizionale degli astri ai modi continua tenace fin oltre il medioevo senza più un effettivo riscontro nella realtà, perché i modi ecclesiastici sono simili solo nel nome a quelli greci. Ramis de Pareja[6] così riporta le loro qualificazioni:

I

dorio

Sole

scaccia il sonno

II

Ipodorio

Luna

induce il sonno

III

frigio

Marte

collerico e irascibile

IV

ipofrigio

Mercurio

modo degli adulatori

V

lidio

Giove

gioioso

VI

ipolidio

Venere

benefico e femminile

VII

missolidio

Saturno

melanconico

Vili

ipermissolidio

stelle fisse

la bellezza e l’armonia innate, libere da ogni qualificazione

Cornelio Agrippa così descrive la qualità di suoni propria ad ogni pianeta:

Saturno ha suoni tristi, rauchi e gravi, lenti e come raggruppati e concentrati; Marte ha suoni rudi, acuti, minacciosi, risoluti e come improntati d’ira; la Luna ha suoni misti tra gli indicati. Questi tre pianeti hanno in comune la caratteristica di possedere voci o suoni piuttosto che accordi. Gli accordi contraddistinguono invece Giove, Venere e Mercurio[7]. Giove ha accordi gravi, costanti, intensi, soavi, gai e piacevoli; il Sole accordi venerabili, forti, puri, dolci e graziosi; Venere accordi lascivi, lussuriosi, molli, voluttuosi, dissoluti e dilatati concentricamente; Mercurio accordi multipli, allegri, piacevoli per una certa vivacità.[8]

Il mito riporta figure di musicisti (come Orfeo e Amfione) capaci di muovere con la musica le cose e gli animali[9], oltre agli stessi uomini: ciò vuole in realtà sottolineare il dominio della musica sulla natura inferiore. La musica (anzi, il suono stesso) ha infatti un duplice potere: da un lato la sua potenza fascinatoria può incontrare i sensi e legare sempre più l’uomo alle forze astrali del fato e della necessità, secondo un percorso dissolutorio e discendente; d’altro canto essa può spingere la mente dell’uomo verso l’alto, sulla via della contemplazione e dell’estasi, e ciò grazie alla natura stessa dell’anima umana:

L’anima umana è composta dalla mente, mens, dalla ‘ragione’ e dall’eidolon [facoltà immaginativa]. La mente rischiara la ragione, la ragione influisce nell’eidolon e tutte e tre queste cose non formano che una sola anima. […]

L’uomo dunque, per la natura del corpo è sottoposto al fato; l’anima dell’uomo, per mezzo del suo eidolon, muove la natura nel fato, ma per mezzo della mente essa è al di sopra del fato nell’ordine della provvidenza; la ragione poi è libera per suo diritto. L’anima pertanto, per mezzo della ragione, ascende alla mente dove si riempie di luce divina; talora discende nel suo eidolon, dove è affetta dalle influenze dei corpi celesti e dalle qualità delle cose naturali ed è distratta dalle passioni e dalle occorrenze degli oggetti sensibili; talora si ripiega tutta nella ragione, sia indagando con l’argomentare le altre cose, sia contemplando se stessa.[10]

Questa ambivalenza è mitologicamente rappresentata dalla duplice schiera delle Sirene e delle Muse.


[1] Timeo, 47 c-d.

[2] Non ci deve stupire che alle sfere più alte corrispondano i suoni più gravi: occorre difatti ricordare che il suono è commisurato alla velocità dell’astro, che dalla Luna a Saturno è decrescente.

[3] Non vi è accordo tra gli studiosi se il si fosse o no alterato in modo simile al nostro bemolle per evitare il tritono.

[4] Non potendo dilungarci sul mitema di Saturno, rimandiamo al noto saggio di R. KLIBANSKY – E. PANOFSKY – F. SAXL, Saturno e la Melancolia, tr. it. Einaudi, Torino,1983.

[5] Repubblica, III, X.

[6] BARTOLOMEO RAMIS DE PAREJA, Musica practica, Bologna 1482, III, 3.

[7] La distinzione di Agrippa ha radici astrologiche: egli separa gli astri malefici (dei quali prospetta una natura dissonante) dagli altri.

[8] E. C. AGRIPPA, De occulta philosophia, II, s. I. 1533, XXVI.

[9] Di là dal fatto mitico è noto l’influsso della musica sugli esseri inferiori. Destò scalpore negli anni Settanta uno studio dedicato agli esperimenti circa gli influssi della musica sul mondo vegetale (P. TOMPKINS – CH. BIRD, The Secret Life of Plants, Harper and Row, New York 1973).

[10] AGRIPPA, De occ. phil., III, XLIII.


Autore Bruno Cerchio
Pubblicazione Il suono filosofale. Musica e alchimia
Editore Libreria Musicale Italiana (Musica Ragionata, 2)
Luogo Lucca
Anno 1993
Pagine 27-31