Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (2)

In Grecia la fiducia nella magia, sia pure come extrema ratio, negli alexipharmaka (talismani) e nei periapta (amuleti), non era mai del tutto scomparsa neppure nei coltivatissimi ambienti dei filosofi, dei letterati, dei politici dell’età classica. Durante la peste Pericle non rinuncia a portare al collo un amuleto, e Socrate nel
Carmide
non mancava di suggerire a un amasio un calmante contro il mal di testa. Alcune erbe venivano raccolte, preparate e usate come talismani e amuleti ed erano in molti a credere nei loro effetti miracolosi. Presso gli scrittori di medicina se ne discute l’efficacia e se alcuni li rifiutano, c’è anche chi, come Rufo, li annovera tra i «rimedi naturali» o chi, come Sorano, osserva: «Alcuni sostengono che certe cose sono efficaci per antipatia, come la calamita e la pietra di Assia e il caglio di lepre e alcuni altri amuleti ai quali noi non prestiamo attenzione. Ma non se ne deve vietare l’uso perché, se anche l’amuleto non ha effetto diretto, la speranza può rendere il paziente più sereno». I bambini romani portavano al collo amuleti di corallo, d’ambra e di malachite, e i popoli orientali amarono molto il diaspro. Se la fibula di Cuma con pendaglio di corallo è testimonianza significativa della Magna Grecia, si pensi in tempi assai più recenti ai cornetti di corallo comuni nella tradizione popolare meridionale, alla «manuzza» etc. Nel libro di Plinio dedicato alle pietre leggiamo: «La maestà della natura si concentra nelle gemme in uno spazio ristretto, e molti pensano che in nessun altro aspetto essa sia più degna di ammirazione… basta, per una contemplazione suprema e assoluta della natura, una sola gemma qualunque». In Alcifrone Megara suggerisce all’amica Bacchis il corallo come strumento di seduzione.
II Medioevo considerò alcune pietre con l’immagine di Cristo o dei santi come dotate di speciali virtù curative. Il diamante scaccia le paure e difende dai malefici, combatte i vizi e la pazzia; perle, smeraldi, rubini, opali sono ricchi di significati religiosi e simbolici. L’autore del
Lapidario Estense
ci racconta che Federico II aveva molte pietre e molte ne portava con sé. E aggiunge che l’imperatore gliele mostrava, chiedendogli: «Sono buone?», ed egli, da esperto conoscitore, gliene indicava le proprietà, gli spiegava il modo più opportuno di portarle perché non perdessero le loro virtù, e conclude: «e come io gli dicevo, egli credeva e così faceva». Osserva poi che re, baroni e prelati portavano con sé pietre, sia per star bene sia per ragioni dì prestigio, non pietre come l’onice o il cristallo, ma rubini, zaffiri e smeraldi, e tutti traevano esempio dai potenti…

I libri intorno alle pietre e ai loro poteri terapeutici e talismanici conobbero grande fortuna dall’Ellenismo al Medioevo e oltre. Sopravvivono in pieno Rinascimento. Di pietre scrive Marsilio Vicino nella
Theologia Platonica; lo
Speculum Lapidum
del Lunardi, dedicato a Cesare Borgia, viene pubblicato a Venezia nel 1502;
sempre a Venezia vedono la luce nel 1565 i libri di Ludovico Dolce «Sulle diverse sorti delle gemme che produce la natura».
«Contra nimici malefici e venefici, donna porti al collo li coralli…», suggeriva il Ripa nella sua
Iconologia;
e ancora il Lomazzo scrive dei «significati» delle pietre preziose e delle proprietà dei colori in relazione alla costituzione delle gemme;
né vanno dimenticate le indicazioni di Agrippa di Nettesheim su come «preparare» pietre e anelli, e gli studi di mineralogia e medicina di Paracelso. Delle pietre subirono il fascino Goethe e persino Claudel.

Ogni frequentatore di musei non avrà mancato di notare quante volte (per certi artisti regolarmente) la figura del Gesù bambino nelle braccia della Madre porti al collo, e/o al braccio, talvolta alla caviglia, una collana o un rametto di corallo. Tale motivo iconografico cominciò a diffondersi in Italia con la scuola toscana e con quella umbra. Anche l’opale, il cristallo     di rocca, gli smeraldi, le perle e numerose altre pietre preziose compaiono sovente con funzione simbolica nelle raffigurazioni pittoriche. Solo con il nascere e l’affermarsi della scienza moderna tanto interesse sembra cominci a venir meno. Le gemme continueranno ad esercitare fascino e attrattiva, ma i loro poteri, ricondotti sostanzialmente alla sfera del magico e dell’esoterico, verranno considerati forme di superstizione popolare, scienza degradata.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine
:
14-18
Vedi anche:
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)

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Physiologus (1)

Nell’antico simbolismo degli animali, e non solo entro i limiti dell’Occidente cristiano, coesistono due punti di vista diversi, in apparenza contraddittori : secondo il primo gli animali, creature inferiori all’uomo e a lui soggette, si delineano come una rappresentazione dei vizi e degli atti peccaminosi da cui l’uomo deve rifuggire se vuole elevarsi dalla « bestialitade » alla dignità del suo rango; secondo l’altro, sono invece gli esseri più aderenti alla norma naturale che governa il cosmo, e divengono quindi per l’uomo, oltre che esempi di virtù e di obbedienza, specchi purissimi della Volontà divina.
È ovvio che il primo aspetto consegue dal tradizionale ordinamento gerarchico delle creature: tra gli esseri terrestri, l’uomo occupa il grado più elevato, dinanzi alle bestie, alle piante e alle pietre. Queste rappresentano così degli aspetti sempre meno nobili, sempre più difettosi della creazione, e si possono considerare, in tale prospettiva, come ‘ prove ‘ o ‘ abbozzi ‘ delle qualità che nell’uomo raggiungono la loro perfezione : è l’uomo il ‘ lapidario ‘, l’ ‘ erbario ‘ e il ‘ bestiario ‘ per eccellenza. Dai discorsi di Buddha fino ai trattati e ai sermoni medievali, gli animali, in particolare, sono i simboli di coloro che hanno sviluppato soltanto le tendenze inferiori della propria anima, venendo meno al loro compito spirituale: all’inizio del Protreptico, Clemente Alessandrino (II sec.) inchioda in un catalogo che anticipa quasi i ‘ bestiari moralizzati ‘ « le fiere più selvagge di tutte, che sono gli uomini: quegli uccelli che sono i frivoli, quei serpenti che sono gli ingannatori, quei leoni che sono i violenti, quei maiali che sono i lussuriosi, quei lupi che sono i rapaci » (I, 4, 1). Di qui anche l’interpretazione allegorica del dominio, sanzionato nei primi capi della Bibbia, dell’uomo sugli animali, assimilati dai Padri della Chiesa, Origene per esempio, alle « malae cogitationes » o alle passioni carnali, e dagli gnostici alle potenze inferiori del cosmo.
Ma se, come osserva Titus Burckhardt nel suo commento a Ibn ‘Arabî, « l’uomo è superiore all’animale per la sua partecipazione attiva all’Intelligenza, l’animale è dal suo lato superiore all’uomo per la sua natura primordiale, cioè per la sua fedeltà alla propria norma cosmica ». Rovesciando l’ordinamento abituale, aveva infatti scritto Ibn ‘Arabi: « Non c’è creatura superiore al minerale, poi al vegetale, secondo i suoi gradi e i suoi ordini : e, in questa gerarchia, l’animale vien dopo la pianta: ognuno conosce il suo creatore per intuizione diretta e per segni evidenti, mentre l’uomo è condizionato dalla ragione, dal pensiero e dal dogma della sua credenza ». Allo stesso modo, sant’Ambrogio nel suo Hexaemeron, commento ai sei giorni della creazione, descrive i pesci come esemplari degli uccelli, gli uccelli degli animali terrestri e questi ultimi dell’uomo, secondo l’ordine in cui li enuncia il Genesi, in quanto nelle creature più tardive riesce sempre più offuscata l’originaria impronta divina: così, ad esempio, il volo è concepito come un’imitazione della tecnica natatoria propria ai pesci, e le nazioni umane come copie sbiadite delle società in cui si uniscono alcuni uccelli o quadrupedi. La caduta originale ha poi cancellato nell’uomo il ricordo delle norme e dei costumi primordiali, le cui tracce ormai sopravvivono, segretamente, solo nelle proprietà degli animali, come delle piante e delle pietre. Su tali princìpi si fonda la simbologia dei ‘ bestiari ‘ in cui gli animali raffigurano non soltanto i vizi umani, ma gli stessi insegnamenti, morali o spirituali, della dottrina cristiana.
Queste due prospettive non sono però contraddittorie, ma si inscrivono in una precisa concezione del simbolismo tradizionale: quella, enunciata anche nelle celebri parole di san Paolo : « videmus nunc per speculum in aenigmate… », dell’analogia inversa, in base alla quale l’interiore e il superiore si riflettono, specularmente appunto, nell’esteriore e nell’inferiore. Ne consegue che nelle creature che presentano il massimo di ‘ esteriorità ‘ in quanto pure forme, come gli animali, o pure sostanze, come le pietre, trovano, più che nell’uomo, la loro compiuta rappresentazione gli esseri in cui prevale l’ ‘ interiorità ‘ o l’ ‘ essenzialità ‘, cioè, oltre all’uomo medesimo, gli angeli e la divinità. Ogni bestia, pianta o minerale, creature « periferiche » rispetto all’uomo, come scrive Schuon, « risulta passivamente legata e anzi identificata ad una certa conoscenza che le è imposta dalla sua natura e che determina essenzialmente la sua forma. In altri termini, la forma di un essere ‘ periferico ‘, sia esso un animale, un vegetale o un minerale, rivela tutto ciò che quest’essere conosce, e si identifica in qualche modo a questa conoscenza; si può quindi affermare che la forma di un determinato essere indica realmente il suo stato o ‘ sogno ‘ contemplativo » . È questo rapimento in cui la natura sogna del Regno dei Cieli che viene descritto nel Physiologus.

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione: Il Fisiologo
Editore: Adelphi (Piccola Biblioteca Adelphi, 22)
Luogo: Milano
Anno: 2011
Pagine: 11-14