Architettura cristiana ravennate – Le costruzioni centriche

Le architetture a pianta centrale, indubbiamente più varie e motivate delle basiliche, animano il solenne fermo panorama: i battisteri, i sacelli cruciformi e soprattutto i capolavori, così differenziati fra loro, di S. Vitale e del mausoleo teodoriciano.

Già abbiamo ricordato che la « Basilica Probi », la prima Cattedrale nel suburbio di Classe, aveva sicuramente un battistero, di cui però non sappiamo né la forma originaria né le trasformazioni apportatevi da Massimiano.

Del Battistero Petriano rammentammo invece il fontem tetragonum; l’edificio mire magnitudinis duplicibus muris et altis menibus sollecita soltanto il nostro desiderio di una meno vaga conoscenza. Poteva forse essere non troppo dissimile dai due celebri battisteri che cronologicamente lo comprendono, ravvicinati dalla similitudine del loro organismo.

Verosimilmente il Battistero della Cattedrale Ursiana fu costruito dallo stesso vescovo Orso nel primo trentennio del V secolo.

Pianta del Battistero degli Ortodossi. La ricostruzione delle murature esterne è in parte ipotetica

Il monumento, ottagono ed arricchito da quattro absidi all’interno, aveva un ambulacro periferico limitato al piano terreno e collegato, attraverso un portico, alla Cattedrale. Eleganza di forme, esiguità di spessori murari, rivelano notevole raffinatezza d’impianto, che dal battistero è lecito riverberare sulla sua, purtroppo distrutta, Cattedrale. Neone provvide a sostituire il soffitto ligneo con la cupola di tubi fittili e a decorarne stupendamente l’interno; in epoca seriore il battistero venne protetto con l’attuale tiburio.

Il gioco dei volumi nella parte absidale che per prospettare la Cattedrale ariana doveva forse essere il più importante

Per le proporzioni interne dobbiamo rifarci a quelle dell’impianto originario. Valutando il rinterro sopravvenuto e considerando la primitiva cornice – poi nascosta dalla volta – l’altezza del Battistero eguaglia il diametro interno, secondo un rapporto frequente in antichi edifici a pianta centrale.

Il nucleo originario del Battistero è privo di paraste esterne, il che pienamente concorda con la sua definizione esteriore, così riassuntiva e glabra da attuare – senza soluzione di continuità – il raccordo delle curve nicchie alle pareti rettilinee. L’assenza di risalti o paraste caratterizza anche gli antichi disegni dell’Ursiana: in tale coincidenza può forse cogliersi un valido spunto per ravvicinare ancor più le due fabbriche?

Copia del monumento ursiano che, nello stesso tempo, potremo definire elaborazione in chiave espressionistica, è fornita dal Battistero degli Ariani. Per quanto sia scomparsa, ad eccezione della cupola, tutta la decorazione interna, il Battistero si qualifica più chiaramente della Cattedrale ariana per l’aderenza al modello e per le accentuazioni apportatevi: richiamo in particolare l’attenzione sulla abside orientale più grande delle altre, volutamente contrapposta all’esterno ai due risaltati corpi terminali dell’ambulacro periferico (ved. le due figure supra). Alcune paraste dell’ambulacro apparivano sagomate « a libro », evidente spicciolo ricordo del S. Aquilino.

L’esame architettonico dei due monumenti va perciò condotto in forma unitaria.

Non è stato difficile ricollegare la loro planimetria ottagona con quattro nicchie semicircolari, al fortunato irraggiamento dei modelli ambrosiani del battistero di S. Tecla e della cappella di S. Aquilino. Tale acquisizione lascia ormai il compito di precisarne le differenze e le modalità di acclimatazione. Queste mi sembra che si inseriscano perfettamente nella successione delle modifiche subite dagli archetipi milanesi nel lungo percorso compiuto verso Oriente. Gli esempi aquileiesi ed adriatici, varii e significativi, lo stanno a testimoniare. Anche i più antichi denunziano una semplificazione della planimetria attraverso l’eliminazione delle nicchie rettangolari e l’alleggerimento delle sezioni resistenti che vediamo chiaramente attuata a Ravenna, specie nel Battistero della Cattedrale. I due monumenti rispondono così a quelle medesime esigenze di stringatezza messe in evidenza per le basiliche e che potevano considerarsi diffuse nell’ambiente adriatico. Rammento appena che la volumetria a prisma ottagonale dalle compatte muraglie aveva un esempio illustre: il Mausoleo di Diocleziano a Spalato.

L’ambulacro esterno – che si accompagna talvolta alla tipologia del battistero ambrosiano, come a Fréjus – si attua in forme essenziali per le evidenti necessità del rito; a Ravenna dovremmo crederlo congeniale e suscettibile di fervidi sviluppi se ci riferissimo anche all’esempio del Battistero Petriano e se volessimo estrapolare verso le complessità planimetriche del S. Vitale.

Semplici oservazioni vorrei preporre per i sacelli cruciformi di cui ci restano gli esempi della Cappella vescovile (Monasterium Sancti Andreae Apostoli) e del sacello forse dedicato al S. Lorenzo: il cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia. Per quanto riguardati nelle funzioni ben differenziate – il primo a carattere di oratorio, il secondo di sepolcro – possono venire tuttavia ravvicinati dallo stesso simbolico motivo di pianta che presentava molte tangenze e precisi collegamenti con l’architettura funeraria romana.

I costruttori ravennati non creano nuovi tipi: li affinano semplificandoli e li immergono nell’atmosfera di sogno determinata dalle presenze musive. Nel sepolcro detto di Galla Placidia sembra attuarsi – forse per l’ultima volta – il tipo del mausoleo romano a croce, accogliente monumentali sarcofagi. Nella Cappella vescovile abbiamo il vivente modello di uno: di quegli oratori privati, le cui minuscole proporzioni armonizzavano con la preziosità degli ornati e della suppellettile.

Si potrebbero citare gli esempi più variati, anche se si tratta di monumenti troppo piccoli e modesti per aver lasciato sempre una traccia. È però significativo che sulle coste adriatiche se ne rintraccino molti, forniti quasi sempre di un ambiente antistante e diversamente dedicati fin dall’origine: dal martyrium di S. Prosdocimo a Padova alla simile cappella di S. Maria Mater Domini presso la Basilica dei Ss. Felice e Fortunato a Vicenza, dal distrutto sacello cruciforme di S. Andrea a Rimini a quello di Casaranello in Puglia ed alle cappelle di S. Maria Formosa a Pola.

Non bisogna poi dimenticare la cella inferiore del Mausoleo teodoriciano e lo scomparso sacello dedicato a S. Zaccaria, pene prorsum la chiesa di S. Croce, per il quale Agnello parla di similitudinem crucis.

I rapporti in altezza, riferiti ai tre monumenti ravennati superstiti, si imperniano intorno alla proporzione quadrata delle sezioni principali (senza tener conto delle volte) con tendenza a snellirsi progressivamente.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 40-44
Vedi anche:
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Ursiana

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di Santa Croce

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di San Giovanni Evangelista

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Apostolorum (San Francesco)

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Sant’Agata Maggiore

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Anastasis Gothorum (Basilica dello Spirito Santo)

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Sant’Apollinare Nuovo

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Sant’Apollinare in Classe

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: San Michele in Africisco

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Santa Maria Maggiore e chiese minori

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (1)

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (2)

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (3)

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Ursiana

La prima grande chiesa propriamente ravennate, e sulle cui rovine risorse e permane la Cattedrale metropolitana, fu la Basilica Ursiana dal nome del fondatore vescovo Orso. La costruzione entro le mura di Ravenna, della chiesa primigenia eretta a Cattedrale dev’esser verosimilmente posta in logica connessione con il trasporto della Capitale da Milano a Ravenna.

Costruita verso la fine del IV o, più probabilmente, al principio del V secolo, era conformata a cinque navate, come le cattedrali di Roma e di Milano. Trasformazioni d’ogni genere e successivi innalzamenti dei colonnati ne mutarono l’aspetto, ma non l’organismo che sopravvisse fino al 1733, anno del deplorevole abbattimento per la successiva ricostruzione diretta dal Buonamici.

Le descrizioni di Agnello e le più antiche notizie storiche pertinenti in buon numero a questa Cattedrale, splendidissima per le decorazioni parietali e le suppellettili sacre, purtroppo nulla aggiungono di sicuro.

Per questo monumento la conoscenza della sua architettura rimane affidata ai sommari e già noti rilievi, eseguiti prima della demolizione, che ci confermano un organismo a cinque navate senza transetto e ad unica abside.

L’organismo architettonico era semplicemente proporzionato e suddiviso. Il rapporto tra la lunghezza del corpo della Cattedrale (con la naturale esclusione dell’abside) e la sua larghezza appare esattamente di una volta e mezzo, calcolandovi lo spessore dei muri. Tutta la larghezza risultava poi divisa in tre parti eguali: la mediana coincideva con lo spazio libero della navata centrale, mentre ognuna delle laterali comprendeva, oltre allo spessore del muro di ambito, i due colonnati e gli spazi delle navate laterali che appaiono di eguale ampiezza. La costruzione era conclusa da un’abside finestrata, dalla pianta circolare all’esterno e poligonale esternamente. Due belle colonne mediavano l’innesto alla navata principale della grande abside.

Questa costituisce finora l’esempio più antico della caratteristica volumetria prismatica, propria del mondo bizantino, che si affermò così decisamente a Ravenna.

I successivi innalzamenti dei colonnati in dipendenza dell’abbassamento del terreno non devono aver provocato ripercussioni sulle coperture. I ricordi delle lastre plumbee, che ancora si notavano sul tetto in demolizione ed appartenevano ad antichi rifacimenti, attestano l’originaria posizione delle travature; così pure l’esistenza dei tubi fittili nella calotta absidale conferma la pristina ossatura di quella volta. Si possono perciò tentare — sempre sulla scorta dei disegni di rilievo e delle notizie raccolte circa l’innalzamento del piancito — di precisare i rapporti degli alzati. Il più significativo è indubbiamente offerto dalla proporzione tra larghezza ed altezza delle pareti di fondo nella navata principale: assumendo la misura del rinterro prima della demolizione in m. 2,75, si trova un rapporto che si aggira intorno a 1,5.

Anche per quanto riguarda il prospetto, siamo in grado di d’are qualche sommaria indicazione, sempre sulla precedente scorta grafica.

Evocazione schematica del prospetta della Basilica Ursiana

La parte centrale risaltante sulle ali imprimeva opportunamente slancio alla larga facciata, il cui ritmo ascensionale era accompagnato dal solenne « crescendo » dei portali.

Circa l’origine del tipo architettonico non può non esser subito ricordata la Cattedrale di S. Tecla a Milano, pure a cinque navate, ma di forme più complesse anche nella sua prima stesura. Le basiliche di Nicopoli sullo Jonio offrono pure possibilità di confronti interessanti. Ma riteniamo che più vicino alle fonti palestinesi sia stata desunta questa ispirazione: lo stanno a testimoniare l’antica chiesa di Epidauro e, soprattutto, la basilica di Salamina sulla costa orientale di Cipro che si attaglia esattamente per l’assenza del transetto, il numero delle colonne e l’esistenza di aperture postiche e laterali. Soltanto le proporzioni appaiono più schiacciate e leggermente variati si rivelano i rapporti tra le navate.

Pianta della chiesa di Salamina, Cipro

Un passo oscurissimo di Agnello denuncia però chiaramente l’esistenza di un muro dove si interrompeva la decorazione sulle pareti interne della chiesa. Ricordando una di quelle superfici eguali dalla parte degli uomini e delle donne (ipsa est paries, ubi columnae sunt positae in ordinem usque ad murum de postis maiore) — lo storico ha voluto indicare le pareti interne della navata centrale e precisare, sia pure in modo inintelligibile, una particolarità di quelle pareti collegata ad un murum che non può esser certo quello di prospetto o di fondo. A che cosa può mai riferirsi la puntualizzazione di Agnello?

A parte qualche diversa interpretazione, quei grafici — la cui sostanziale concordia ne avvalora l’attendibilità — rappresentano le strutture in gran parte originarie della Cattedrale. Possiamo perciò compiervi alcune altre osservazioni.

I due disegni appaiono ben differenziati, non tanto per l’epoca in cui furono redatti — risultando eguale la misura dell’innalzamento delle colonne — quanto per la loro impostazione. Quelli del Buonamici vogliono suggerire una visione ricostruttiva, direi ideale, dell’aspetto originario: regolarità e simmetria dominano con irreale precisione. L’altro ha carattere quasi fotografico, documentando nella vita murale della chiesa una realtà vissuta.

Ed è in questo disegno di sezione che compaiono, del tutto chiuse e murate, le due ultime arcate verso l’abside, con l’indicazione di una porta immettente in ambienti secondari, assai probabilmente delimitati da un muro trasversale alle navate. Queste particolarità potrebbero richiamare alla mente il « murum » cosi mal definito nel Codice estense: si potrebbe allora avanzare — in via soltanto provvisoria — una nuova ipotesi costruttiva.

Si potrebbe forse supporre l’esistenza di un transetto, sugli esempi di Roma e di Milano, dove tutti e quattro i precedenti edifici a cinque navate erano cosi conformati. Tale transetto avrebbe occupato lo spazio delle due ultime campate, poi risolto diversamente e rinchiuso. Probabilmente il colonnato proseguiva originariamente sino all’abside di fondo, come nella più antica Cattedrale milanese e nell’altro esempio della Basilica C di Nicopoli, che potrebbero esser assai calzanti per Ravenna a causa delle simili proporzioni generali e del transetto ugualmente non sporgente sui fianchi.

Protocattedrale di Santa Tecla, Milano

A Nicopoli, in particolare, oltre all’identico proporzionamento esterno, campeggiavano nelle navate file di dodici colonne, come sarebbe avvenuto all’Ursiana, assicurando il prestigio di un numero che ritroveremo sovente nelle basiliche ravennati.

Basilica C di Nicopoli, Epiro

L’ipotesi dell’eventuale transetto dovrebbe comunque essere confortata da nuovi dati o da ritrovamenti. L’abbiamo affacciata non tanto per aprire nuove difficili prospettive di ricerca, quanto per meglio lumeggiare l’unità dell’ispirazione. Ci contentiamo perciò di acclarare che gli architetti di questa prima chiesa propriamente ravennate oltre che guardare a Milano — com’era naturale per la Cattedrale della nuova Capitale — hanno voluto direttamente rifarsi alle medesime origini orientali, specialmente greche, ben documentate nella storia ecclesiastica lombarda. Anche se l’Ursiana avesse avuto un transetto, il suo ordinamento — come abbiam veduto — sarebbe ugualmente stato più vicino alle basiliche orientali che al modello ambrosiano.

È una significativa predilezione alla semplicità più schietta che ha, comunque, determinato la scelta del tipo architettonico e che propone tutto un sostanziale indirizzo, non un inconsueto schema per le seguenti espressioni architettoniche.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 7-12