L’allegorismo enciclopedico nel Medioevo

In periodo ellenistico, tra la crisi del paganesimo, l’apparizione di nuovi culti, i primi tentativi di organizzazione teologica del cristianesimo, appaiono dei regesti del sapere naturalistico tradizionale il cui esempio principale è la Historia naturalis di Plinio. Da questa e altre fonti nascono enciclopedie, la cui caratteristica principale è la struttura a cumulo. Esse affastellano notizie su animali, erbe, pietre, paesi esotici, senza distinguere tra notizie controllabili e notizie leggendarie, e senza alcun tentativo di sistemazione rigorosa. Esempio tipico è il Physiologus,
composto in greco in ambiente siriano o egiziano tra il II e il IV secolo d.C, e poi tradotto e parafrasato in latino (oltre che in etiopico, in armeno, in siriaco). Dal Fisiologo derivano tutti i bestiari medievali e per tutta l’età media le enciclopedie si ispirarono a questa fonte.

Il Fisiologo raccoglie tutto quello che è stato detto intorno agli animali veri o presunti. Si potrebbe pensare che parli con proprietà di quelli noti al suo autore, e con incontrollata fantasia di quelli che egli ha conosciuto per sentito dire, in una parola che sia preciso circa la cornacchia e impreciso circa l’unicorno. Invece è preciso, quanto ad analisi delle proprietà, rispetto a entrambi, e inattendibile in entrambi i casi. Il Fisiologo non stabilisce differenze tra il noto e l’ignoto. Tutto è noto in quanto alcune lontane autorità ne hanno parlato, e tutto è ignoto perché fonte di meravigliose scoperte, e chiave di volta di recondite armonie.

Il Fisiologo ha una sua idea della forma del mondo, per quanto vaga: tutti gli esseri del creato parlano di Dio. Pertanto ogni animale deve essere visto, nella sua forma e nei suoi comportamenti, come simbolo di una realtà superiore.

I ricci hanno la forma di una palla e sono tutti ricoperti di aculei. Il Fisiologo ha detto del riccio che si arrampica sulla vite e va dove c’è l’uva, e getta per terra i chicchi e vi si rotola sopra, e i chicchi si conficcano nei suoi aculei, ed esso li porta ai figli lasciando il tralcio spoglio.

Perché al riccio viene attribuita questa bizzarra abitudine? Per trarne una acconcia spiegazione morale: il fedele deve rimanere aggrappato alla Vite spirituale senza permettere che lo spirito del male vi si arrampichi e Io renda spoglio di ogni grappolo.

Le altre enciclopedie posteriori che, sul modello del Fisiologo, descrivono animali reali e fantastici, complicano questo gioco di riferimenti simbolici, sino a entrare in mutua contraddizione; ma sopravvengono altre enciclopedie che non esitano a registrare sensi contraddittori. Il leone può essere sia simbolo di Gesù che simbolo del diavolo. In quanto nasconde con la coda le tracce che lascia sulla polvere per ingannare i cacciatori, è simbolo di redenzione dai peccati; in quanto risuscita col suo fiato il leoncino nato morto, entro il terzo giorno, è simbolo della risurrezione ma in quanto Sansone e Davide lottano contro un leone di cui aprono le mascelle, è simbolo della gola dell’Inferno, e il Salmo 21 canta appunto “salva me de ore leonis“.

Nel VII secolo le Etimologie di Isidoro di Siviglia appaiono suddivise in capitoli, ma il criterio che regge la suddivisione è del tutto, se non casuale, almeno occasionale. L’inizio pare ispirato alla divisione delle arti (grammatica, dialettica, retorica, matematica, musica, astronomia) ma poi segue, al di fuori del Trivio e del Quadrivio, la medicina, quindi si passa a considerare la legge e i tempi, i libri e gli uffici ecclesiastici, Dio é gli angeli, la Chiesa, le lingue, i rapporti di parentela, i vocaboli strani, l’uomo e i mostri, gli animali, le parti del mondo, gli edifici, i campi, le pietre e i metalli, l’agricoltura, la guerra e i giochi, le navi, i vestiti, gli strumenti domestici e rustici.

La divisione è chiaramente disorganica e fa venire in mente la ormai classica tassonomia impropria di Borges:

Gli animali si dividono in a) appartenenti all’imperatore, b) imbalsamati, e) addomesticati, d) maialini di latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, l) et coetera, m) che fanno l’amore, ri) che da lontano sembrano mosche…
(Emporio celeste di conoscimenti benevoli, in Altre inquisizioni)

Se le suddivisioni di Isidoro sembrano più ragionevoli di quelle di Borges, si veda poi come a loro volta si suddividono: nel capitolo su navi, edifici e vestiti appaiono paragrafi sui mosaici, e sulla pittura, mentre la parte sugli animali si divide in Bestie, Animali piccoli, Serpenti, Vermi, Pesci, Uccelli e Piccoli animali alati.

L’enciclopedia a cumulo appartiene a un’epoca che non ha ancora trovato un’immagine definitiva del mondo; per questo l’enciclopedista raccoglie, enumera, addiziona, spinto soltanto dalla curiosità e da una sorta di umiltà antiquaria.

Una seconda forma nascerà in seguito da una ipotesi più precisa, seppure del tutto astratta e teorica, sul sistema del sapere. Un modello del genere è, nel XIII secolo, il triplice Speculum maius di Vincenzo di Beauvais (Speculum doctrinale, historiale, naturale), che ha già l’organizzazione di una Summa scolastica.

Nello Speculum naturale la suddivisione non è ispirata a un criterio filosofico o a una tassonomia statica, ma a una scansione storica, che segue i giorni della creazione: primo giorno il Creatore, il mondo sensibile, la luce; secondo giorno, il firmamento e i cieli; e così via, per arrivare agli animali, alla formazione del corpo umano e alla storia dell’uomo.

Da Plinio in avanti la storia delle enciclopedie diventa, a dir poco, vertiginosa. Si potrebbero citare, dopo Plinio (II sec), il Collectanea rerum memorabilium o Polihistor di Solino (II sec), il De rebus in oriente mirabilibus (forse VIII sec), l’Epistola Alexandri (VII sec), le Etymologiae di Isidoro (VII sec), varie pagine di Beda e di Beato di Liebana (VIII sec), il De rerum naturis di Rabano Mauro (IX sec), la Cosmographia di Aethicus Ister (VIII sec), il Liber monstrorum de diversis generibus (IX sec), le varie versioni della Lettera di Prete Gianni, dagli inizi del XII secolo. In questo secolo abbiamo la versione più nota del Bestiario di Cambridge, il Didascalicon di Ugo di San Vittore, il De philosophia mundi di Guglielmo di Conches, il De imagine mundi di Onorio di Autun, il De naturis rerum di Alessandro Neckham e, a cavallo tra XII e XIII il De proprietatibus rerum
di Bartolomeo Anglico. Seguono il De natura rerum di Tommaso da Cantimpré, le opere naturalistiche di Alberto Magno, il già citato Speculum di Vincenzo di Beauvais, lo Speculorum divinorum et quorundam naturalium di Enrico Bate, molte pagine di Ruggero Bacone e di Raimondo Lullo. Per non dire del Milione di Marco Polo e delle sue filiazioni successive, come le varie versioni dei viaggi di Mandeville o il Libro piccolo di meraviglie di Jacopo di Sanseverino. Ma ancora occorrerebbe citare sia il Trésor che il Tesoretto di Brunetto Latini o La composizione del mondo di Restoro d’Arezzo.

Alcune di queste enciclopedie sono esplicitamente moraleggianti, altre offrono materia prima non moralizzata all’interprete delle Sacre Scritture. Alcune eccedono in fantasia, altre già si attengono al rispetto dell’osservazione. Tutte si ripetono e si citano a vicenda. E molte di esse nascono probabilmente proprio perché, dal versante ermeneutico, proviene una richiesta di informazioni utili per decifrare le allegorie in factis. E siccome per i medievali l’autorità ha un naso di cera e ciascun enciclopedista è nano sulle spalle degli enciclopedisti precedenti, non ci sarà difficoltà non solo a moltiplicare i significati ma gli stessi elementi dell’ammobiliamento mondano, inventando creature e proprietà che servano (a causa delle loro caratteristiche curiose, e tanto meglio se, come ricordava Dionigi, queste creature saranno difformi rispetto al significato divino che veicolano) a rendere il mondo un immenso atto di parola.

È l’atteggiamento che De Bruyne e altri autori chiameranno allegorismo universale,
e che può essere riassunto da una affermazione di Riccardo di San Vittore:

Ogni corpo visibile presenta una rassomiglianza con un bene invisibile
(Benjamin major, PL 196, col. 90: Habent corpora omnia ad invisibilia bona similitudinem)

Autore: Umberto Eco
Pubblicazione:
Arte e Bellezza nell’estetica medievale
Editore
: Bompiani (Strumenti Bompiani)
Luogo: Milano
Anno: 1994
Pagine: 83-87

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Preliminari di geografia immaginale (6)

Quali erano, in sostanza, gli elementi chiamati a comporre un’immagine della terra medievale? Essi appartenevano, come si è già avuto modo di accennare, a varie tradizioni: biblica, classica, leggendaria, contemporanea.

Un nuovo sguardo alla mappa di Hereford, stavolta rivolto alle peculiarità geografiche conchiuse dal cerchio oceanico, servirà egregiamente a questo scopo. L’imago mundi riproduce uno schema abbastanza remoto, rapportabile, più che a quello del grande codificatore Tolomeo, ai più antichi modelli di Eratostene ed Anassimandro, che già fornivano una visione circolare delle terre emerse, cinte senza soluzione di sosta dall’oceano, e che vogliono la porzione settentrionale occupata dall’Europa la quale si apre, in pieno centro, nel Mediterraneo, e già sembrano riservare alla Palestina (Gerusalemme) quel ruolo centrale che, ovviamente in base a tutt’altri presupposti, verrà conservato e sublimato dai cartografi medievali. L’Africa (Libia) costeggia a meridione il Mediterraneo per cedere immediatamente spazio alle propaggini occidentali dell’Asia minore (Etiopia), una delle tre Indie medievali, collegata, senza presenza alcuna dell’Oceano Indiano e appena leggermente separata dal resto del continente dal mare arabico, alla restante massa dell’Asia centro-orientale comprendente l’Arabia, la Persia, l’India e, più a nord (il cerchio torna a chiudersi in Europa), la Scizia.

Il modello greco ci sembra inoltre chiaramente ispirato al più antico concetto babilonese, che già presenta il motivo della tripartizione delle terre e ovviamente il nastro periferico dell’oceano.

La cartografia medievale apporta a questo schema lievi ritocchi, dei quali il più importante è senza dubbio la “fusione” della zona afro-asiatica meridionale (quella che, per intenderci, si affaccia sull’Oceano Indiano) in un’unica regione “d’India”, comprendente un'”India Maggiore”, che corrisponde grosso modo all’India odierna; un'”India Minore”, ad est della prima e a sud della grande Cina; Birmania e penisola indocinese; e un'”India Mezzana”, appunto l’Etiopia, come appena accennato.

Ulteriori novità, in base all’ampio discorso tenuto più sopra, sono rappresentate dalla collocazione del Paradiso terrestre esattamente ad est, in prossimità del sorgere del sole, e dalla vasta rete fluviale composta dai quattro fiumi (Tigri, Eufrate, Gyson e Phison) che, secondo la tradizione biblica, scendono dalla montagna dell’Eden.

Questa è l’ossatura, la pagina, che accoglie il messaggio, il Libro. Su di essa, un posto privilegiato spetta alle localizzazioni scritturali e alle tappe della Rivelazione. Si è appena detto del Paradiso terrestre e dei suoi quattro fiumi, ma, ovviamente, le regioni che maggiormente riguardano tali localizzazioni sono quelle ove si svolsero gli eventi biblici: così, se l’isola di Ophir è posta in pieno Oceano Indiano e troviamo in Scizia gli avamposti di Gog e Magog, già in Armenia scopriamo l’Archa Noe che sesesit in montibus Armenie. In Mesopotamia ci attende la Turris Babel ed in Siria un cartiglio che avverte: uxor Loth mutata in petram salis; poco vicino, Sodom c. et Gomor. La Palestina è più propriamente

la terra del messaggio evangelico, mentre nuovamente densa di citazioni bibliche è l’area che descrive l’Egitto, con il locus dicitur Moyse id est aque ortus, l’itinerario filiorum Israel per Mare Rubrum,
gli Orrea Josephi,
coi quali spesso nel Medioevo furono scambiate le piramidi.

Il repertorio leggendario, passando ad un altro livello dello spazio immaginale medievale, è desunto in gran parte dall’epica di Alessandro Magno nei paesi orientali ed in India, giunta al Medioevo grazie alla traduzione dell’Arciprete Leone, e nota a partire dall’XI secolo col nome di Historia de preliis: essa apportava preziose notizie sulla natura, sulla geografia, sulla storia e sui mirabilia di quelle remote e misteriose contrade. Si situa a ridosso del Paradiso terrestre l’Arbor sicca, che svolgerà un ruolo importante nell’immaginario esotico degli Europei, a cominciare da Marco Polo. Nell’India propriamente detta troviamo le Aree Alexandri, gli altari innalzati dal macedone, secondo la leggenda, per stabilire i confini delle sue conquiste, e poco vicino il Regnum Phori, il re indiano che cercò di bloccarne l’avanzata. Molto importante è la citazione Portee Caspie aperiuntur
itinere manufacto longo octo miliariis:
essa allude al mitico “muro” innalzato da Alessandro per bloccare l’accesso in Occidente ai popoli barbari, e destinato a confluire nell’immaginario apocalittico medievale in relazione alle profetizzate invasioni millenaristiche dei popoli demoniaci Gog e Magog.

Anche altre fonti dell’antico repertorio mitico e romanzesco apportano il loro contributo all’imago mundi cristiana: ecco in Colchide il Velus aureum;
ecco Troja civitas bellicosa;
le Insule Hesperidum,
il Laborintus id est domus Dedili,
l’Insula Calipso. Attraverso la mediazione di san Brandano, la mappa di Hereford abbraccia anche la mitologia celtica: Fortunate Insule: sex sunt: insule Sancti Brandani (ma su tutto ciò si veda l’ultimo capitolo).

Di ascendenza classica sono invece la maggior parte delle nozioni a carattere naturalis, etnologico e teratologico, risalenti, attraverso le codificazioni di Isidoro di Siviglia, Rabano Mauro, il Liber monstrorum, Aethicus Ister, direttamente a Pomponio Mela, Marziano Capella, Solino, Plinio. I popoli fantastici (gli «omini da meravigliare» di fra Giovanni da Montecorvino) si situano prevalentemente nell’India remota, aperta, come si sa, fin nell’Etiopia. Fra Cinocefali, Sciapodi, Fanesi, Antropofagi, Blemnii, ecc., trovano posto anche straordinarie nature animali (Sfingi, Manticore, la Fenice, Grifoni, Sirene, Salamandre, Elefanti) e vegetali, quali la Mandragora, erba mirabiliter virtuosa, o le Pipereas silvas.

L’elencazione si estende serrata a coprire l’Europa, dominata dal nome e dall’immagine di Roma, e là dove il vecchio continente, nonché culla di civiltà, prende a stemperarsi nei confini più settentrionali, c’è nuovamente posto per nature inquietanti quali quelle di Cinocefali e Grifoni.

Tutte queste nozioni di stampo scritturale, classico e leggendario si uniscono a localizzazioni molto più empiriche, come strade, importanti città contemporanee, porti, e notizie relative a distanze di viaggio espresse in giornate di cammino o in miglia; molto sentite sono le informazioni relative alle attività economiche, alle risorse minerarie, alle ricchezze naturali delle varie regioni, che spesso, tuttavia, scadono anch’esse nel meraviglioso e nel fantastico, come nei casi delle formiche scavatrici d’oro o dei fiumi che trasportano pietre preziose.

L’imago mundi medievale è dunque una trama di impressioni e segnali diversi, raccolti in un unico universo significante grazie alle ragioni trascendentali che ne costituiscono l’esatta dimensione.

In questo panorama colorato e proteiforme, la natura conosciutissima dell’angolo appena fuori la porta di casa si raffronta e completa con quanto appartiene agli estremi quadranti, e di cui, spesso, si conosce solo il nome. A riassumere tutto questo interviene lo schema, il simbolo della Croce, nettissima nel disegno dei mari, che abbraccia e tripartisce e che quindi, in ulteriore proiezione, può addirittura lasciare il posto all’immagine stessa del Cristo dalle braccia aperte, coesteso alla terra, col viso aureolato a sostituire il sole nascente, quasi a comporre il mondo col suo stesso corpo, portato del resto sin troppo emblematico di cosmogonie più antiche: era questa l’immagine che offriva un’altra celebre mappa medievale, quella di Hebstorf, in Germania.

Autore: Giuseppe Tardiola
Pubblicazione: Atlante fantastico del Medioevo
Editore
: De Rubeis (L’arco Muto, 1)
Luogo: Anzio
Anno: 1990
Pagine: 21-25
Vedi anche:
Preliminari di geografia immaginale (1)

Preliminari di geografia immaginale (2)
Preliminari di geografia immaginale (3)
Preliminari di geografia immaginale (4)
Preliminari di geografia immaginale (5)