Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (4)

Nelle opere di tradizione giudaico-cristiana prevale invece l’aspetto allegorico. Così nel lapidario di Epifanio.
Si pensi alle dodici gemme che ornavano il pettorale di Aronne e alle pietre dell’Apocalisse: l’interpretazione allegorica tipicamente cristiana sì congiunge e si fonde con l’originario simbolismo ebraico.
Di natura morale-allegorica sono anche le osservazioni sulle virtù delle pietre contenute nel
Physiologus,
in cui i simboli della dottrina cristiana sembra si leghino alla cultura misterica greca e egiziana. I lapidari alessandrini furono trasmessi dagli arabi e dagli ebrei.

Durante il Medioevo si scrisse molto sulle pietre. Fondamentale fu la componente didattico-scientifica. Numerosi gli scritti di natura enciclopedica che trattano di pietre e minerali. Le notizie fomite da Solino
e Isidoro di Siviglia
avranno notevole diffusione. Il testo più importante, fonte di tutta la produzione lapidaria non simbolica, è il De lapidibus
di Marbodo di Rennes, in cui si congiungono tradizione scientifica e tradizione magica. Derivarono da esso innumerevoli compilazioni, volgarizzamenti e rifacimenti, in prosa e in versi, in italiano, francese, anglico, spagnolo, tutti pressoché strutturati secondo il medesimo schema compositivo, e la maggior parte con funzioni pratiche.
A Marbodo, oltre che al libro sulle gemme di Bartolomeo Anglico, si rifà l’Autore del
Lapidario Estense.

Sempre il vescovo di Rennes sembra essere la fonte di opere quali
l’
Intelligenza
e lo Speculum Maius
di Vincenzo di Beauvais.
Della natura delle pietre e delle loro proprietà medicinali e magiche trattarono anche Alberto Magno, i cui scritti ebbero una considerevole influenza, e poi ancora Cecco d’Ascoli,
Raimondo Lullo e molti altri.
Nel mondo greco-bizantino non va dimenticato il lapidario di Psello.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine
:
21-23
Vedi anche:
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (2)
Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (3)

Annunci

Magia e scienza nei lapidari antichi e medievali (1)

Eleno, il figlio di Priamo fratello gemello di Cassandra, dotato di divina sapienza profetica, esalta così il potere delle pietre in un poemetto in esametri attribuito al mitico Orfeo: i
Lithiká,
la cui data di composizione oscilla, nelle proposte degli studiosi, tra la prima metà del II e il IV secolo d.C.:

La negra terra genera agli uomini afflitti sventura,
ma anche rimedio per ogni dolore.
Produce serpenti, ma anche contro essi soccorso.
Da lei proviene la stirpe di tutte le pietre
e in esse è un potere infinito e diverso.
Tanto possono le piante, altrettanto le pietre.
Grande è la virtù di una pianta,
ma anche più grande quella di una pietra,
perché la madre terra, generandola, la dotò di una forza indistruttibile e inalterabile.
La pianta muore, fiorita per breve,
e tanto dà frutto fintanto che è viva,
se però muore, che cosa sperare più da una morta?
Fra le piante ne trovi abbondanti
così utili come nocive,
ma fra le pietre difficile trovarne dannose.
E tante sono le piante quante le pietre.

Se l’Anonimo autore del De herbis sosteneva la superiore virtù delle piante, nel prologo del De lapidibus, il libro sulle pietre più letto e popolare del Medioevo, Marbodo di Rennes vanta soprattutto l’efficacia terapeutica delle pietre (ingens est herbis virtus data, maxima gemmis). Curiosamente poi nella tradizione lapidaria alcuni testi piuttosto tardi, eredi di un sapere lontano (sovviene Gorgia col suo logos pharmakon, e i pitagorici), associavano alle virtù di erbe e pietre la virtù delle parole, sovrapponendo però in modo significativo religione e magia: è Dio che crea le pietre dotandole di straordinari poteri, laddove nel poema orfico era la terra, buia madre di tutti gli esseri, a generare piante e pietre. «Nessun uomo saggio può dubitare che Dio ha posto la virtù nelle pietre, nelle piante e nelle parole», e altrove: «La specie delle pietre è molto varia, così come è varietà nelle parole, di cui alcune portano allegria e amore e altre tristezza e odio; allegria portano lo zaffiro e il granato e una specie di diaspro; altre, come l’onice, adducono tristezza e fastidi…».
E, quale esempio della forza delle parole, si legge: «Per le virtù delle parole che dice il prete all’altare nell’ufficio della messa, l’ostia, che pare pane morto, diventa corpo vivo, e il vino, che è nel calice, diventa sangue vivo…; l’acqua e molte altre cose diventano sante per virtù delle parole, con il segno della croce».

La credenza antica nel potere delle pietre, diffusa soprattutto nelle regioni orientali, in Assiria, a Babilonia e in Egitto, associata al culto millenario di animali, alberi ed erbe, metalli e minerali, era andata riaffiorando nel mondo ellenistico e tardo ellenistico con il declinare del razionalismo in particolare nel campo delle scienze della natura. Il pensiero scientifico viveva in questo settore un periodo di stasi; l’interesse nelle ricerche veniva progressivamente modificandosi. Si aggiunga che la mentalità razionale della polis greca nemmeno nell’età classica si era estesa completamente al mondo agrario povero e superstizioso.

La scienza aristotelica, fondata sulla conoscenza per cause, era stata applicata in origine all’indagine classificatoria degli aspetti della natura organica e inorganica, con attenzione allo studio della biologia animale, all’analisi descrittiva e geografica delle piante e alla trattazione metodica della mineralogia. Il lungo frammento a noi pervenuto del Περὶ λίθων di Teofrasto (circa 314-305 a.C.) esemplifica in modo adeguato lo spirito con cui il discepolo di Aristotele affrontò l’argomento e i criteri che ispirarono la sua ricerca. Egli descriveva e classificava i minerali con metodo rigoroso in base alle loro proprietà fisiche e ne spiegava l’origine e la formazione associando alla teoria dei quattro elementi considerazioni di natura corpuscolare. Di secondaria importanza appariva l’aspetto concernente l’uso pratico delle pietre (uso in Teofrasto legato essenzialmente all’arte medica) e un atteggiamento criticamente perplesso emergeva di fronte a certe favolose virtù, come il potere attribuito allo smeraldo di colorare l’acqua di verde, o la capacità posseduta da alcune pietre di partorire.

Dopo Teofrasto e Stratone l’interesse rigorosamente scientifico per l’origine delle pietre e le loro caratteristiche si affievolisce: si diffonde una crescente predilezione per le pietre rare, specialmente singolari e mitiche, e si fa più insistente la notazione delle loro stupefacenti
energheiai.
Accanto alla tradizione scientifico-filosofica si sviluppa un ‘altra tradizione. I tre regni della natura vengono osservati, indagati e classificati con metodo e scopo diversi. Il fine è ora essenzialmente pratico, e il tratto distintivo di indagini e classificazioni è la ricerca quasi esclusiva del
thaumastòn,
di doti portentose e inconsuete. Si vogliono scoprire i poteri segreti degli esseri della natura, le proprietà e virtù occulte di piante, pietre e animali, e le relazioni che legano o oppongono esseri di uno stesso regno o di regni diversi. Piante ed erbe, pietre e animali, si pensa siano congiunti anche agli astri e alle potenze celesti da misteriose, profonde affinità.
La virtù della pietra, l’efficacia della sua azione non si fa dipendere dalle componenti naturali, ma piuttosto dalla relazione di simpatia che la lega al resto del kosmos. In ciò la differenza con la farmacologia medica di Dioscoride o Galeno.

Alla ragione si sostituisce la rivelazione. Lo anèr physikòs conosce e rivela le forze che gli esseri della natura celano in sé, le affinità recondite, le cause misteriose che producono attrazioni e ripulse. Egli è una sorta di mago. Filostrato ci racconta che Apollonio di Tiana, mago filosofo, conosceva bene i poteri della pietra dell’aquila come della panterba, che fa gonfiare la terra su cui cresce, ma fugge se la si cerca, e attira altre pietre col suo soffio.
L’«energia» insita nella pietra fa di essa un essere animato, vivente, come ogni pianta o animale. Nelle pagine dei lapidari le pietre ‘nascono ‘, ‘crescono ‘, ‘si formano, si distinguono in maschi e femmine e la descrizione dei loro rapporti avviene sovente in termini di relazioni amorose.
Vi sono pietre capaci di generare, pietre ‘incinte ‘ e pietre piene di liquido latteo, simili al seno di una giovane sposa o alla mammella di una capra feconda, pietre che vagiscono come bambini. Permane in ciò il residuo di una concezione originaria che assimilava il mondo minerale a quello degli animali e dei vegetali e applicava ad esso analoghe leggi biologiche. D’altra parte, mancando il concetto di astrazione e lo strumento di misura matematico, ci si affida a modelli organici, tendenzialmente antropomorfi. Dalla tendenza antropomorfica nasce la tendenza psicofisica: ispirazioni o inclinazioni, influenze, intenzioni, volontà delle pietre. La natura viene interpretata secondo il principio della simpatia-antipatia.
Ancora nel Medioevo le pietre saranno considerate creature vive, di sesso maschile e di sesso femminile, domestiche o selvagge.

Autore: Ludmilla Bianco
Pubblicazione:
Le pietre mirabili. Magia e scienza nei lapidari greci
Editore
: Sellerio (Il divano, 49)
Luogo: Palermo
Anno: 1992
Pagine: 9-14