La concezione dell’arte di Meister Eckhart (1)

«Docti rationem artis intelligunt, indocti voluptatem» (Quintiliano, IX, 4).

Ogni parola o passo inscritto in virgolette è di Eckhart, con frequente ricorso a parole sue anche quando ciò non è indicato espressamente con un riferimento specifico. In parentesi gli equivalenti sanscriti ogniqualvolta essi servivano a chiarire o a meglio precisare il significato dei termini stessi. I passi citati sono tratti da Meister Eckhart, 2 voll., Londra 1924-1931, trad. di C. de B. Evans dalla edizione tedesca delle opere di Eckhart curata da Franz Pfeiffer nel 18574, 1924. A meno di ulteriore indicazione, i riferimenti di pagina sono quelli del primo volume; tali riferimenti sono contrassegnati dalla sigla M.E. (= Meister Eckhart). Per la traduzione italiana dei passi di Eckhart si è tenuto conto della versione antologica, con testo originale a fronte, curata da Giuseppe Faggin, Maestro Eckhart, La nascita eterna, Sansoni, Firenze 1974.

Esiste un’acuta e molto valida teoria estetica negli scritti dei filosofi scolastici, che pure non hanno composto alcun trattato specifico intitolato «Filosofia dell’Arte»…[1] E non v’è dubbio che i Sermoni di Meister Eckhart[2], che ben potrebbero definirsi una Upanishad europea, sono tra quegli scritti di gran lunga i più profondi e dotati di significato universale, sia per vigore di affermazione che per chiarezza di pensiero. La superiorità di Eckhart non è quella tipica del genio; ciò che colpisce nel suo pensiero non è l’individualità o l’originalità, ma solo una grande energia e forza volitiva che gli consentono di riassumere e concentrare in un’esposizione coerente e organica la spiritualità europea al suo massimo grado di tensione. La sua devozione al tema è totale e la qualità dello stile è creata dai suoi allenati poteri mentali; d’altronde, come egli stesso dichiara a proposito del pittore di ritratti, «non è lui a rivelarci le cose»;[3] «Ciò che dico è dentro di me… come dono di Dio ».[4]

La concreta analogia tra la forma mentis di Eckhart e quella che è stata a lungo consueta in India dovrebbe renderne facile la comprensione al seguace del Vedânta o del buddismo mahāyāna, mentre richiederebbe uno sforzo molto maggiore da parte del cristiano protestante o del moderno filosofo. Per i lettori europei una minima conoscenza della teologia cristiana e del pensiero scolastico deve essere data per scontata.

L’intera concezione della vita umana, nel suo dinamismo e nella sua realizzazione, è in Eckhart estetica: suo motivo dominante è quello dell’uomo come artista, in analogia con «l’Artista Supremo», e la sua idea del «bene sovrano» e della «delizia immutabile» è quella di un’arte giunta a perfezione.[5] L’arte è religione, la religione è arte, il loro non è un semplice rapporto ma un’identità, e nessuno può addentrarsi nella teologia senza averne esperienza. La Trinità, ad esempio, è variamente definita «“relazione” di Dio nell’unità»,[6] «parola articolata»,[7] «determinata da nozioni formali»,[8] «simmetria in sublime lucidità»[9]. Eckhart non scrive un trattato sulle arti, per quanto dimostri di conoscerle bene, ma sermoni sull’arte di conoscere Dio. L’ignoranza è «assenza di conoscenza… stupidità».[10]

La conoscenza è triplice:

  1. dei particolari e differenziali, cioè sensibile, empirica, letterale, indicativa (saṁvyavahārika-pratyakṣa);
  2. degli universali, cioè razionale o intellettiva, allegorica, convenzionale (parokṣha);
  3. dell’identità, cioè senza la mediazione d’immagini, trascendentale, anagogica (aparokṣa = paramârthika-pratyakṣa).[11]

La conoscenza dei primi due tipi è relativa (avidyā), quella del terzo è immediata e assoluta (vidyā), esprimibile solo in termini di negazione.

Per chiarire il suo pensiero, Eckhart si riferisce costantemente alla pratica delle singole arti, all’arte nell’artista e al loro perfezionamento. La comprensione si dà attraverso la percezione, che può essere visiva o uditiva, ma che in entrambi i casi è un processo estetico. Ad esempio: «Vedo i gigli nel campo, la bellezza e vivacità dei colori, le loro foglie ad una ad una»,[12] come li vede un qualsiasi animale. Questo è il semplice riconoscere e godere le «creature in quanto tali», «così come sono naturalmente», apprezzabili rispetto alla loro funzione. Ma «il mio uomo interiore gode delle cose non in quanto creature ma come doni di Dio»,[13] ossia come immagini intelligibili, con una connotazione di speciale privilegio. «Di più, il mio “uomo nell’anima” non le assapora come dono di Dio ma come eternità. Anche così, tutte le creature annunciano Dio».[14] «Il mio esistere è come il profumo di un fiore»,[15] è come la risonanza del pensiero, è suggestione (dhvani), pura fragranza (rasa). In sintesi, le tre funzioni estetiche della denotazione, connotazione e implicanza, che corrispondono alla percezione, alla interpretazione e alla comprensione intuitiva.

L’anima dispone di due potenti facoltà, intelletto e volontà, che si esprimono nella visione e nell’amore e che possono creativamente esercitarsi all’esterno e interiormente.[16] La via dell’uomo è quella in cui le cose esistono come immagini intelligibili e come mezzi di comprensione e comunicazione, sia concettualmente che nell’immaginazione. È in questa condizione che le cose sono colte nella loro incomprensibile molteplicità e devono essere realizzate in un’unità comprensibile; qui se ne apprendono gli usi e poi si impara a rinunciarvi: «Per trovare l’essenza autentica delle cose tutte le somiglianze vanno infrante, riconoscendo nell’immediato il remoto»;[17] ma tale infrangersi e rinunciare è anche l’essenza dell’arte che, senza attaccamento ed in completo disinteresse, contempla il creato non nella sua apparenza ma nella sua realtà.[18]

L’intelletto e la volontà si estrinsecano nella sfera delle varie professioni, quali quelle dell’artista, dello studioso, del sacerdote, e nella condotta, indipendentemente dalle capacità specifiche. L’artista non è un tipo particolare di uomo bensì ogni uomo è un tipo speciale di artista. Se le professioni («saper fare questo o quello»)[19] corrispondono ad altrettante discipline, la condotta («essere con l’altro e aiutarlo»)[20] è un altro tipo di disciplina, comune a tutti. Ogni attività comporta una sequenza, che vorremmo chiamare estetica, e che va dalla posizione di un problema, alla sua esecuzione e soluzione. Indipendentemente dai mezzi a disposizione, chiunque agisce si comporta allo stesso modo: la sua volontà obbedisce all’intelletto, sia che debba costruire una casa o che studi matematica, assolva un dovere o compia una buona azione.

La mentalità moderna ha sostituito a tale divisione del lavoro un sistema di differenziazione che separa gli uomini in caste. Coloro che ne hanno tratto più danno sono gli artisti professionisti e la gente comune. L’artista (volendolo ancora chiamare tale) è danneggiato dall’isolamento in cui opera e dall’alterigia che esso gli procura, nonché dalla evirazione della sua arte, ritenuta un’esperienza non più intellettuale ma di pura sensazione; d’altro canto, il lavoratore (al quale si nega ormai la qualifica di artista) subisce il danno di essere asservito a una produzione brutale, in una società che valuta la merce più degli uomini. Tutti indistintamente hanno perso da quando l’arte ha cessato di essere il modello di ogni attività per divenire un lusso, sì che la maggioranza degli uomini si è abituata a vivere forzatamente nello squallore e nel disordine, al punto da non esserne più consapevole. Gli unici che oggi sopravvivono come artisti, nel senso scolastico e gotico del termine, sono gli scienziati, i chirurghi, gli ingegneri, e le uniche botteghe operanti sono i laboratori scientifici.


[1] J. Maritain, Art et Scholastique, Parigi 1920 e 1947.

[2] Il pensiero di Eckhart rivela una sorprendente affinità con quello indiano, e sia interi passi sia numerose singole frasi sembrano una diretta traduzione dal sanscrito. Si confrontino a questo riguardo R. Otto, Mysticism East and West, New York 1931, e il mio New Approach to the Vedas, Londra 1931. Con ciò non si vuole suggerire, ovviamente, la effettiva presenza di elementi indiani negli scritti di Eckhart benché, peraltro, ne esista qualche traccia nella tradizione europea attraverso fonti neoplatoniche e arabe. Ma ciò che le analogie dimostrano non è la reciproca influenza dei diversi sistemi di pensiero, bensì la coerenza della tradizione metafisica nel mondo e in ogni tempo.

[3] M.E., 37.

[4] M.E., 143.

[5] In questo senso, l’erede più diretto e naturale di Eckhart è Blake; si mediti sulle seguenti espressioni: “Gesù e i suoi discepoli furono tutti artisti”; “la lode è la pratica dell’arte”; “Israele liberato dall’Egitto è arte liberata dalla natura e dall’imitazione”; “il corpo eterno dell’uomo è l’immaginazione”; “le divinità della Grecia e dell’Egitto furono diagrammi matematici”; “l’eternità ama i prodotti del tempo”; “l’uomo non ha un corpo distinto dall’anima”; “se le porte della percezione si schiudessero, tutte le cose apparirebbero all’uomo come sono, infinite”; “nell’eternità tutto è visione”.

[6] Cfr. tridhā, samhitā nelle Upaniṣad, p. es. Bṛhadāraṇyaka Up., I, 2, 3 e Taittirĩya Up. I, 3, 1-3.

[7] M.E., 369.

[8] M.E., 268.

[9] M.E., 366.

[10] M.E., 13.

[11] M.E., 13; 32; 87-88; 166; 228; II, 183, ecc.

[12] M.E., 143.

[13] Ivi.

[14] Ivi.

[15] M.E., 284.

[16] M.E., 166.

[17] M.E., 259.

[18] Tutti i riti, culti e sacramenti (pūjā, yajña, saṁskāra) sono arte. Per la transustanziazione, cfr. M.E., 87, 477: «Il sacramento nutre come qualsiasi altro cibo. Ma non ha nulla della natura del pane» (477), così come le altre opere d’arte, pur potendo dilettare i sensi, vanno prese in un senso diverso, allegorico o anagogico. Secondo la prospettiva cattolica, benché l’uomo possa essere attirato verso un’opera d’arte (p. es., la Scrittura) causa voluptatis, è opportuno che egli proceda a rationem artis intelligere. Cfr. Lankâvatāra Sūtra, II, 118, 119, dove si dice che se un dipinto è a colori «per attrarre karṣaṇa) lo spettatore», il vero quadro non è nei colori (range na citram) ma esiste come arte nell’artista, nonché nello spettatore che si sforza di capirlo.

[19] M.E., 16.

[20] Ivi.


Autore Ananda Kentish Coomaraswamy
Pubblicazione La trasfigurazione della natura nell’arte
Editore Rusconi (Problemi attuali)
Luogo Milano
Anno 19902
Pagine 58-62