Le Proporzioni nelle Basiliche Paleocristiane dell’Alto Adriatico (2)

Risultano ben più lunghe e più complesse le vicende che caratterizzarono l’evolversi delle forme architettoniche nelle altre basiliche paleo-cristiane altoadriatiche a tre navi, in cui però senza dubbio si deve riconoscere una maggiore autonomia sia nella sperimentazione sia nell’invenzione, col rischio di cadute in ripetizioni impersonali ma anche con la possibilità o con la capacità di rinnovamenti, di ricuperi o anche di anticipazioni, come del resto è stato dimostrato a proposito della basilica gradese di santa Maria delle Grazie.

Anche in questo ampio settore si avvertono gli effetti di suggerimenti più autorevoli e prestigiosi ma si tratta d’incidenze quasi soltanto marginali e non già d’importazioni massicce e fondamentali, come invece si deve notare a proposito della basilica ravennate di san Michele in Africisco. Soltanto la basilica classense di sant’Apollinare rappresenta un’operazione molto significativa per effetto d’un’interpretazione e d’un adattamento a schemi costantinopolitani su un tronco però squisitamente occidentale; inversa invece deve dirsi l’operazione che riguardò san Vitale.

Considerando i rapporti fra le parti nelle basiliche trinavate del settore nord-occidentale dell’arco altoadriatico, da Ravenna a Pola, si ottiene una tabella che offre moltissimi spunti o motivi di studio e che aiuta spesso a ribadire ma talora anche a correggere la cronologia normalmente accettata e seguita dai più e delineata quasi sempre col suffragio di altri dati (archeologici, epigrafici, storici ecc.), per l’evidenza emergente d’un’evoluzione graduale e continua.

Si esclude dal quadro, esce cioè da una serie «ragionevole», la basilica gradese di Piazza della Corte (seconda fase), che fu costretta a destreggiarsi in un sito angusto e condizionato dalle murature della basilica mononavata precedente, segno indubbio che negli altri casi, più «liberi», era scelto e rispettato uno schema fondato su proporzionamenti cari e canonici. In questa basilica gradese, attribuita al vescovo Macedonio (539-557) e quindi risalente all’epoca centrale del regno di Giustiniano, appare anomalo il rapporto B/E (lunghezza e larghezza della navata centrale), mentre è strano quello fra lunghezza e larghezza complessive, a meno che, con una certa arditezza, non si voglia accostarlo a quello ben più meditato e colto di sant’Apollinare in Classe; ma è strano, anzi unico, il numero delle colonne (otto) e solo il rapporto E/e (larghezza della navata centrale e d’una navatella) può inserirsi meno disagevolmente nelle formule in uso fra quinto e sesto secolo, potendosi e dovendosi ammettere che sull’ampiezza della navata centrale preesistente fossero scelte le misure per le navatelle, che tuttavia si richiamano a criteri ormai «superati», prossimi piuttosto a quelli preferiti nel quarto o quinto secolo (dalla post-teodoriana settentrionale di Aquileia al duomo di Pola e alla prefrugiferiana di Trieste o al sant’Apollinare Nuovo di Ravenna), che non a quelli scelti e graditi nel pieno secolo sesto, se si esclude, come pare che si debba, il primo gruppo, quello delle basiliche aventi pianta molto accorciata

Ravenna, S. Spirito: sezione longitudinale

Prendendo in considerazione anzitutto il rapporto fra lunghezza e larghezza interne (B/A), si nota come nel quarto secolo e fino agli inizi del quinto fosse preferita la radice quadrata di cinque: appare «canonica» la post-teodoriana meridionale o cromaziana di Aquileia, mentre qualche eccesso denunciano la post-teodoriana settentrionale e il duomo di Pola. Dalla metà del quinto secolo si scese invece alla radice quadrata di tre, quasi senza tentazioni da parte del rapporto 1:2: la basilica di san Giovanni Evangelista di Ravenna, la prefrugiferiana di Trieste e la preeufrasiana di Parenzo possono indicare una fase di transizione, mentre sant’ApoIlinare in Classe, con un precorrimento nella basilica di santa Maria Formosa a Pola, scende a un rapporto molto basso, quasi per attrazione della spazialità così dilatata di cui si è parlato sopra a proposito di san Giovanni di Studio.

Parenzo: pianta della basilica eufrasiana e banco presbiteriale della basilica preeufrasiana

E’ curioso e istruttivo che sant’Eufemia di Grado, pur essendo l’ultima basilica paleocristiana altoadriatica (579), si allinea su modelli del quinto secolo: è certo infatti che l’architetto del patriarca Elia riutilizzò nella costruzione della nuova cattedrale i muri perimetrali d’una basilica che ragionevolmente si pensa iniziata ma non conclusa nella seconda metà del quinto secolo, dopo la devastazione attilana e il contemporaneo ritirarsi degli aquileiesi a Grado: il ritmo delle paraste che ne scandiva l’esterno fu disinvoltamente trascurato e anzi nelle stesse pareti furono aperte delle finestre che finirono per scontrarsi altrettanto disinvoltamente con il ritmo dei colonnati esterni, oltre che con le originarie paraste, «modellate» nelle murature che non le prevedevano, secondo una consuetudine che si deve far risalire alle sedi episcopali aquileiesi. Troppi elementi inducono quindi a situare le proporzioni originarie della basilica gradese accanto a quelle di alcune basiliche altoadriatiche sorte fra la fine del secolo quarto e la prima metà del quinto, come la basilica di Concordia o la preeufrasiana di Parenzo.

Meritano poi particolare attenzione i rapporti fra la larghezza complessiva interna e la distanza dalla facciata all’altare o al banco presbiteriale o, quando c’è, all’arco «trionfale» che delimita il presbiterio verso occidente: gli esemplari più istruttivi, come il duomo di Pola e le basiliche di Concordia e di Brioni, fanno vedere come alla 3, preparazione o anticipazione d’una «moda» più tarda, si giungesse per tempo, «fermando» l’asse longitudinale all’altare o al banco presbiteriale, quale alternativa dunque rispetto all’abside, che invece appariva canonica altrove e principalmente a Ravenna.

Da questi indizi si dovrebbe ricavare una volta di più l’esistenza di un banco presbiteriale anche nella post-teodoriana sud o cromaziana di Aquileia,
dove anzi si dovrebbe ammettere qualcosa come un arco «trionfale» su pilastri o su pilastri e colonne, in corrispondenza dell’undicesimo paio di colonne, come lascia ben capire il duomo di Pola.

Questo calcolo dovrebbe permettere anche di riconoscere meglio dove si alzavano absidi interne o banchi presbiteriali di notevole peso architettonico e dove, come nella preeufrasiana e nella prefrugiferiana, si conservano invece proporzioni legate ad una spazialità più antica, quasi derivata o elaborata sulla base delle aule teodoriane aquileiesi.


Autore:
Sergio Tavano
Periodico: Quaderni giuliani di storia
Anno
: 1982
Numero: 3
Pagine: 10-17
Vedi anche:
Le Proporzioni nelle Basiliche Paleocristiane dell’Alto Adriatico (1)