L’ “homo quadratus”

Il XII secolo riprendeva e unificava i temi tradizionali della teoria pitagorica dell’homo quadratus.

L’origine ne erano le dottrine di Calcidio e Macrobio, specie quest’ultimo (In Somnium Scipionis II, 12) che ricordava come Physici mundum magnum hominem et hominem brevem mundum esse dixerunt. Il cosmo come grande uomo e l’uomo come piccolo cosmo. Di qui prende la via gran parte dell’allegorismo medievale nel suo tentativo di interpretare attraverso archetipi matematici il rapporto tra microcosmo e macrocosmo. Nella teoria dell’homo quadratus il numero, principio dell’universo, viene ad assumere significati simbolici, fondati su serie di corrispondenze numeriche che sono anche corrispondenze estetiche.

Anche qui le prime sistemazioni della teoria sono di tipo musicale: otto sono i toni musicali – osserva un anonimo monaco certosino – perché quattro ne trovarono gli antichi e quattro ne aggiunsero i moderni (e si riferisce ai quattro modi autentici e ai quattro modi piagali):

[Gli antichi] infatti ragionavano in questo modo: come è nella natura così deve essere nell’arte: ma la natura in molti casi si divide in quattro parti… Quattro sono infatti le regioni del mondo, quattro gli elementi, quattro sono le qualità prime, quattro i venti principali, quattro sono le costituzioni fisiche, quattro le facoltà dell’anima e così via. Da ciò concludevano… ecc.
(Anonimo certosino, Tractatus de musica plana, ed. Coussemaker, Scriptorum de musica medii aevii nova series, II, p. 434)

Il numero quattro diviene così, in altri autori o nella credenza comune, un numero perno e risolutore, carico di determinazioni seriali. Quattro i punti cardinali, i venti principali, le fasi della luna, le stagioni, quattro il numero costitutivo del tetraedro timaico del fuoco, quattro le lettere del nome ADAM. E quattro sarà, come insegnava Vitruvio, il numero dell’uomo, poiché la larghezza dell’uomo a braccia spalancate corrisponderà alla sua altezza dando così la base e l’altezza di un quadrato ideale. Quattro sarà il numero della perfezione morale, così che tetragono sarà detto l’uomo moralmente agguerrito.

Ma l’uomo quadrato sarà insieme anche l’uomo pentagonale, perché anche il 5 è un numero pieno di arcane corrispondenze e la pentade è un’entità che simboleggia la perfezione mistica e la perfezione estetica. Cinque è il numero circolare che moltiplicato rinviene continuamente su di sé (5×5 = 25×5 = 125×5 = 625 ecc.). Cinque sono le essenze delle cose, le zone elementari, i generi viventi (uccelli, pesci, piante, animali, uomini); la pentade è matrice costruttrice di Dio e la si rinviene anche nelle Scritture (il Pentateuco, le cinque piaghe); a maggior ragione la si rinviene nell’uomo, inscrivibile in un cerchio di cui centro è l’ombelico, mentre il perimetro formato dalle linee rette che uniscono le varie estremità dà la figura di un pentagono. E basti ricordare, se non l’immagine di Villard di Honnecourt, quella notissima, ormai rinascimentale di Leonardo. La mistica di santa Hildegarda (con la sua concezione dell’anima symphonizans) si basa sulla simbologia delle proporzioni e sul fascino misterioso della pentade. A suo proposito si è parlato di senso sinfonico della natura e di esperienza dell’assoluto svolgentesi su motivo musicale. Ugo di San Vittore afferma che corpo e anima riflettono la perfezione della bellezza divina, l’uno fondandosi sulla cifra pari, imperfetta e instabile, la seconda sulla cifra dispari, determinata e perfetta; e la vita spirituale si basa su una dialettica matematica fondata sulla perfezione della decade.5

Questa estetica del numero ci chiarisce bene, oltretutto, un aspetto sul quale è sempre facile fraintendere il Medioevo: l’espressione “tetragono” per indicare la saldezza morale ci ricorda che l’armonia della honestas è allegoricamente armonia numerica e, più criticamente, proporzione dell’azione corretta al fine. Quindi in questo Medioevo sempre accusato di ridurre la bellezza a utilità o moralità, attraverso le comparazioni micro-macrocosmiche è proprio la perfezione etica quella che viene ridotta a consonanza estetica. Si potrebbe affermare che il Medioevo non tanto riduca l’estetico all’etico ma fondi piuttosto il valore morale su basi estetiche: il numero, l’ordine, la proporzione sono principi tanto ontologici quanto etici ed estetici.

Autore: Umberto Eco
Pubblicazione:
Arte e Bellezza nell’estetica medievale
Editore
: Bompiani (Strumenti Bompiani)
Luogo: Milano
Anno: 1994
Pagine: 47-49