Fondamenti dell’arte cristiana (1)

Il cristianesimo ha rivelato i suoi misteri in seno a un mondo caotico e profano: esso «risplendeva nelle tenebre» e non poté mai trasformare interamente l’ambiente in cui si diffuse. Per tale ragione l’arte cristiana, se confrontata con quella delle civiltà millenarie dell’Oriente, è stranamente discontinua nel suo stile e nella sua qualità spirituale. Diremo a suo tempo come l’arte musulmana non abbia potuto realizzare una certa omogeneità formale se non rifiutando in blocco l’eredità artistica del mondo greco-romano, almeno nel campo della pittura e della scultura. Per il cristianesimo le cose si presentavano diversamente: il pensiero cristiano, con il suo orientamento soteriologico, esigeva un’arte figurativa. Il cristianesimo, dunque, non poté prescindere dall’eredità artistica dell’antichità. Assumendola, incorporò taluni germi di naturalismo, nel senso antispirituale del termine, e, nonostante il lungo processo di assimilazione subito da quell’eredità nel corso dei secoli, il suo latente naturalismo non mancò di riemergere ogni volta che la coscienza spirituale declinava; e questo molto prima del Rinascimento, che ruppe definitivamente con la tradizione. Mentre l’arte delle civiltà tradizionali dell’Oriente in realtà non si scinde mai in arte sacra e in arte profana – poiché i modelli sacri determinano persino l’arte popolare – il mondo cristiano ha sempre conosciuto, accanto a un’arte sacra nel significato rigoroso del termine, un’arte religiosa dalle forme più o meno «mondane».

L’arte di ispirazione autenticamente cristiana deriva dalle immagini, di origine miracolosa, del Cristo e della Vergine. Essa si accompagna alle tradizioni artigianali, che sono cristiane per adozione, è vero, ma che nondimeno hanno un carattere sacro, in quanto i loro metodi di creazione sono veicolo di una saggezza primordiale che spontaneamente corrisponde alle verità spirituali del cristianesimo. Soltanto queste due correnti, arte tradizionale delle icone e artigianato tradizionale, meritano, nella civiltà cristiana, la denominazione di arte sacra.

La tradizione dell’immagine sacra, della «vera icona» è di natura teologica e ha un’origine storica e miracolosa a un tempo, conforme alla natura particolare del cristianesimo; ne riparleremo. Non fa meraviglia che la filiazione di quest’arte si perda per noi nell’oscurità dell’epoca precostantiniana, poiché tante altre tradizioni riconosciute come apostoliche si perdono anch’esse nella relativa oscurità delle loro origini. Ci fu senza dubbio, nei primi secoli del cristianesimo, una certa riserva nei confronti dell’arte figurativa, condizionata dall’influsso giudaico e, insieme, dal contrasto con il paganesimo antico; per tutto il tempo che la tradizione orale fu ancora viva e il cristianesimo non si fu manifestato in piena luce, la figurazione artistica delle verità cristiane non poté avere che una parte assai contingente e sporadica. Ma più tardi, quando la libertà sociale da un lato e le esigenze della collettività dall’altro favorirono l’arte religiosa o la resero addirittura necessaria, sarebbe stato veramente strano che la tradizione, con tutto il suo vigore spirituale, non avesse fornito a tale possibilità di manifestazione tutto lo spirito di cui normalmente essa poteva farsi portatrice.

Quanto alla tradizione artigianale, le cui radici sono precristiane, essa è anzitutto cosmologica, perché l’opera artigianale imita praticamente la formazione del cosmo dal caos. La sua visione delle cose non si riallaccia quindi immediatamente alla rivelazione del Cristo, il cui linguaggio è estraneo a una qualsiasi cosmologia. L’integrazione del simbolismo artigianale nel cristianesimo costituiva nondimeno una necessità vitale, in quanto la Chiesa aveva bisogno delle arti plastiche per rivestirsi di forme visibili e non poteva appropriarsi dei mestieri senza tener conto delle possibilità spirituali che essi implicano. D’altronde, nell’economia psichica e spirituale della «città» cristiana, il simbolismo artigianale era un fattore di equilibrio, perché compensava per così dire la pressione unilaterale dell’etica cristiana, profondamente ascetica, manifestando le verità divine sotto un aspetto non morale e in ogni caso non volontaristico: al discorso che insiste su ciò che bisogna fare per divenire santi, esso oppone una visione del cosmo che è santo per la sua bellezza; mediante l’ambiente che esso crea, fa partecipare naturalmente e quasi involontariamente gli uomini al mondo della santità. Il cristianesimo, spogliando il retaggio artigianale dei caratteri fittizi di cui l’aveva rivestito il naturalismo greco-romano ebbro di glorie umane, ne liberò per ciò stesso quegli elementi perenni che sono espressione delle leggi cosmiche.

Il punto di sutura fra la tradizione puramente cristiana, di natura teologica, e la cosmologia precristiana è chiaramente indicato nelle catacombe dai simboli del Cristo, in particolare dal monogramma costituito da una ruota a sei o otto raggi. Questo monogramma, il cui uso è antichissimo, è formato dalle lettere greche X e P (chi e ro), o da sole o combinate con una croce. Allorché tale segno è inscritto in un cerchio, la forma della ruota cosmica è evidente; ma a volte è sostituito dalla semplice croce inscritta nel cerchio. La natura solare del cerchio è indubbia: in certe iscrizioni cristiane delle catacombe il cerchio stesso è fornito di raggi disposti a forma di mano, elemento derivato dagli emblemi solari dell’antico Egitto. Il monogramma innestato nella croce si collega inoltre, attraverso l’ansa della P che orna l’asse verticale come un astro culminante, alla croce ansata, Yankh egizio.

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Tre diverse forme del monogramma di Cristo nelle catacombe (secondo Oskar Beyer)

Il cerchio che racchiude il segno non è altro che l’orbita solare, divisa dai due assi del cielo. La ruota a sei raggi assomiglia alla croce a tre dimensioni proiettata su un piano; la ruota a otto raggi, formata dal monogramma e dalla croce combinate insieme, è analoga alla «rosa dei venti», che è lo schema dei quattro punti cardinali e dei quattro punti intermedi del cielo.

Non bisogna mai dimenticare che per gli uomini dell’antichità e del Medioevo lo spazio fisico, considerato nella sua totalità, è sempre l’oggettivazione dello «spazio spirituale»; infatti, la sua omogeneità logica risiede tanto nello spirito conoscente quanto nella realtà fisica.

Molto spesso il monogramma del Cristo è collocato tra le due lettere alfa e omega, simboleggianti il principio e la fine.

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Iscrizione paleocristiana delle catacombe con il monogramma del Cristo
tra l’
alfa e l’omega. Il cerchio solare del monogramma è fornito di «mani di luce»,
secondo un modello egizio (secondo Oskar Beyer)

La combinazione della croce, del monogramma e del cerchio designa il Cristo come sintesi spirituale dell’universo. Egli è tutto: è il principio, la fine o il mezzo atemporale. E il «sole vittorioso» e «invincibile» (sol invictus). La sua croce regge il cosmo, e lo giudica. Nella festa ortodossa dell’Esaltazione della Croce la liturgia celebra il potere universale della croce, che fa «rifiorire la vita incorruttibile, comunica alle creature la deificazione e schiaccia definitivamente il demonio». Quindi il monogramma è anche segno di vittoria: l’imperatore Costantino, il cui ruolo di monarca supremo doveva esso stesso simboleggiare il sol invictus, pose questo segno sul suo vessillo, significando con ciò che il senso cosmico dell’impero romano si compiva nel Cristo. Anche nella liturgia il Cristo è paragonato al sol invictus, e l’orientamento dell’altare conferma tale assimilazione. Come molti misteri antichi, la liturgia rievoca il dramma del sacrificio divino in conformità con il significato generale delle regioni dello spazio e delle misure cicliche del tempo. L’immagine cosmica del Verbo è il sole.

L’integrazione di tradizioni artigianali – di ispirazione cosmologica – nel cristianesimo era stata provvidenzialmente preparata dall’istituzione del calendario solare per opera di Giulio Cesare – che si era ispirato alla scienza egizia – e dalla trasposizione di questo calendario e delle principali feste solari nell’anno liturgico cristiano. Bisogna sempre tener presente che il riferimento ai cicli cosmici è fondamentale per le tradizioni artigianali e per l’architettura in specie. Questa si manifesta infatti come una vera «cristallizzazione» dei cicli celesti. Il significato delle direzioni dello spazio non può dissociarsi da quello delle fasi del ciclo solare: questo è un principio comune così all’architettura arcaica come alla liturgia.

Ritroveremo nell’architettura cristiana lo schema fondamentale della croce inscritta nel cerchio. E assai indicativo il fatto che tale schema sia a un tempo il simbolo del Cristo e la sintesi del cosmo: il cerchio rappresenta la totalità dello spazio, quindi la totalità dell’esistenza, nonché il ciclo celeste, le cui divisioni naturali, indicate dalla croce degli assi cardinali, sono proiettate nella forma rettangolare del tempio. La pianta della chiesa sottolinea la forma della croce, il che corrisponde non solo al senso specificamente cristiano di tale figura, ma altresì alla sua funzione cosmologica nell’architettura precristiana: la croce degli assi cardinali è l’elemento mediatore tra il cerchio del cielo e il quadrato della terra. Ora, la prospettiva cristiana contempla per prima cosa la funzione del mediatore divino.


Autore Titus Burckhardt
Pubblicazione L’arte sacra in Oriente e Occidente
Editore Rusconi
Luogo Milano
Anno 19902
Pagine 41-45