Preliminari di geografia immaginale (6)

Quali erano, in sostanza, gli elementi chiamati a comporre un’immagine della terra medievale? Essi appartenevano, come si è già avuto modo di accennare, a varie tradizioni: biblica, classica, leggendaria, contemporanea.

Un nuovo sguardo alla mappa di Hereford, stavolta rivolto alle peculiarità geografiche conchiuse dal cerchio oceanico, servirà egregiamente a questo scopo. L’imago mundi riproduce uno schema abbastanza remoto, rapportabile, più che a quello del grande codificatore Tolomeo, ai più antichi modelli di Eratostene ed Anassimandro, che già fornivano una visione circolare delle terre emerse, cinte senza soluzione di sosta dall’oceano, e che vogliono la porzione settentrionale occupata dall’Europa la quale si apre, in pieno centro, nel Mediterraneo, e già sembrano riservare alla Palestina (Gerusalemme) quel ruolo centrale che, ovviamente in base a tutt’altri presupposti, verrà conservato e sublimato dai cartografi medievali. L’Africa (Libia) costeggia a meridione il Mediterraneo per cedere immediatamente spazio alle propaggini occidentali dell’Asia minore (Etiopia), una delle tre Indie medievali, collegata, senza presenza alcuna dell’Oceano Indiano e appena leggermente separata dal resto del continente dal mare arabico, alla restante massa dell’Asia centro-orientale comprendente l’Arabia, la Persia, l’India e, più a nord (il cerchio torna a chiudersi in Europa), la Scizia.

Il modello greco ci sembra inoltre chiaramente ispirato al più antico concetto babilonese, che già presenta il motivo della tripartizione delle terre e ovviamente il nastro periferico dell’oceano.

La cartografia medievale apporta a questo schema lievi ritocchi, dei quali il più importante è senza dubbio la “fusione” della zona afro-asiatica meridionale (quella che, per intenderci, si affaccia sull’Oceano Indiano) in un’unica regione “d’India”, comprendente un'”India Maggiore”, che corrisponde grosso modo all’India odierna; un'”India Minore”, ad est della prima e a sud della grande Cina; Birmania e penisola indocinese; e un'”India Mezzana”, appunto l’Etiopia, come appena accennato.

Ulteriori novità, in base all’ampio discorso tenuto più sopra, sono rappresentate dalla collocazione del Paradiso terrestre esattamente ad est, in prossimità del sorgere del sole, e dalla vasta rete fluviale composta dai quattro fiumi (Tigri, Eufrate, Gyson e Phison) che, secondo la tradizione biblica, scendono dalla montagna dell’Eden.

Questa è l’ossatura, la pagina, che accoglie il messaggio, il Libro. Su di essa, un posto privilegiato spetta alle localizzazioni scritturali e alle tappe della Rivelazione. Si è appena detto del Paradiso terrestre e dei suoi quattro fiumi, ma, ovviamente, le regioni che maggiormente riguardano tali localizzazioni sono quelle ove si svolsero gli eventi biblici: così, se l’isola di Ophir è posta in pieno Oceano Indiano e troviamo in Scizia gli avamposti di Gog e Magog, già in Armenia scopriamo l’Archa Noe che sesesit in montibus Armenie. In Mesopotamia ci attende la Turris Babel ed in Siria un cartiglio che avverte: uxor Loth mutata in petram salis; poco vicino, Sodom c. et Gomor. La Palestina è più propriamente

la terra del messaggio evangelico, mentre nuovamente densa di citazioni bibliche è l’area che descrive l’Egitto, con il locus dicitur Moyse id est aque ortus, l’itinerario filiorum Israel per Mare Rubrum,
gli Orrea Josephi,
coi quali spesso nel Medioevo furono scambiate le piramidi.

Il repertorio leggendario, passando ad un altro livello dello spazio immaginale medievale, è desunto in gran parte dall’epica di Alessandro Magno nei paesi orientali ed in India, giunta al Medioevo grazie alla traduzione dell’Arciprete Leone, e nota a partire dall’XI secolo col nome di Historia de preliis: essa apportava preziose notizie sulla natura, sulla geografia, sulla storia e sui mirabilia di quelle remote e misteriose contrade. Si situa a ridosso del Paradiso terrestre l’Arbor sicca, che svolgerà un ruolo importante nell’immaginario esotico degli Europei, a cominciare da Marco Polo. Nell’India propriamente detta troviamo le Aree Alexandri, gli altari innalzati dal macedone, secondo la leggenda, per stabilire i confini delle sue conquiste, e poco vicino il Regnum Phori, il re indiano che cercò di bloccarne l’avanzata. Molto importante è la citazione Portee Caspie aperiuntur
itinere manufacto longo octo miliariis:
essa allude al mitico “muro” innalzato da Alessandro per bloccare l’accesso in Occidente ai popoli barbari, e destinato a confluire nell’immaginario apocalittico medievale in relazione alle profetizzate invasioni millenaristiche dei popoli demoniaci Gog e Magog.

Anche altre fonti dell’antico repertorio mitico e romanzesco apportano il loro contributo all’imago mundi cristiana: ecco in Colchide il Velus aureum;
ecco Troja civitas bellicosa;
le Insule Hesperidum,
il Laborintus id est domus Dedili,
l’Insula Calipso. Attraverso la mediazione di san Brandano, la mappa di Hereford abbraccia anche la mitologia celtica: Fortunate Insule: sex sunt: insule Sancti Brandani (ma su tutto ciò si veda l’ultimo capitolo).

Di ascendenza classica sono invece la maggior parte delle nozioni a carattere naturalis, etnologico e teratologico, risalenti, attraverso le codificazioni di Isidoro di Siviglia, Rabano Mauro, il Liber monstrorum, Aethicus Ister, direttamente a Pomponio Mela, Marziano Capella, Solino, Plinio. I popoli fantastici (gli «omini da meravigliare» di fra Giovanni da Montecorvino) si situano prevalentemente nell’India remota, aperta, come si sa, fin nell’Etiopia. Fra Cinocefali, Sciapodi, Fanesi, Antropofagi, Blemnii, ecc., trovano posto anche straordinarie nature animali (Sfingi, Manticore, la Fenice, Grifoni, Sirene, Salamandre, Elefanti) e vegetali, quali la Mandragora, erba mirabiliter virtuosa, o le Pipereas silvas.

L’elencazione si estende serrata a coprire l’Europa, dominata dal nome e dall’immagine di Roma, e là dove il vecchio continente, nonché culla di civiltà, prende a stemperarsi nei confini più settentrionali, c’è nuovamente posto per nature inquietanti quali quelle di Cinocefali e Grifoni.

Tutte queste nozioni di stampo scritturale, classico e leggendario si uniscono a localizzazioni molto più empiriche, come strade, importanti città contemporanee, porti, e notizie relative a distanze di viaggio espresse in giornate di cammino o in miglia; molto sentite sono le informazioni relative alle attività economiche, alle risorse minerarie, alle ricchezze naturali delle varie regioni, che spesso, tuttavia, scadono anch’esse nel meraviglioso e nel fantastico, come nei casi delle formiche scavatrici d’oro o dei fiumi che trasportano pietre preziose.

L’imago mundi medievale è dunque una trama di impressioni e segnali diversi, raccolti in un unico universo significante grazie alle ragioni trascendentali che ne costituiscono l’esatta dimensione.

In questo panorama colorato e proteiforme, la natura conosciutissima dell’angolo appena fuori la porta di casa si raffronta e completa con quanto appartiene agli estremi quadranti, e di cui, spesso, si conosce solo il nome. A riassumere tutto questo interviene lo schema, il simbolo della Croce, nettissima nel disegno dei mari, che abbraccia e tripartisce e che quindi, in ulteriore proiezione, può addirittura lasciare il posto all’immagine stessa del Cristo dalle braccia aperte, coesteso alla terra, col viso aureolato a sostituire il sole nascente, quasi a comporre il mondo col suo stesso corpo, portato del resto sin troppo emblematico di cosmogonie più antiche: era questa l’immagine che offriva un’altra celebre mappa medievale, quella di Hebstorf, in Germania.

Autore: Giuseppe Tardiola
Pubblicazione: Atlante fantastico del Medioevo
Editore
: De Rubeis (L’arco Muto, 1)
Luogo: Anzio
Anno: 1990
Pagine: 21-25
Vedi anche:
Preliminari di geografia immaginale (1)

Preliminari di geografia immaginale (2)
Preliminari di geografia immaginale (3)
Preliminari di geografia immaginale (4)
Preliminari di geografia immaginale (5)

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Preliminari di geografia immaginale (2)

Quella che giustamente è ritenuta la più celebre e maggiormente compiuta imago mundi medievale è la mappa di Hereford, in Gran Bretagna, la quale – dipinta da Riccardo di Haldingham fra il 1276 ed il 1283 – riproduce il mondo come lo si conosceva all’epoca. Essa fonda la sua rappresentazione su tutta una serie di nozioni, bibliche (come, per quanto ci riguarda, Gog e Magog e il Paradiso terrestre), classiche (Orosio, Solino, Marziano Capella), leggendarie (romanzo di Alessandro), ma anche coeve, come è chiaro dall’importanza che in essa assumono le località commerciali più frequentate del vicino Levante. Come la leggenda di san Brandano, essa costituisce un sunto, ovvero un repertorio esemplare, di ogni tradizione gnoseologica.

Hereford Mappa Mundi

Hereford, Cattedrale

Il disco raffigurante l’orbis terrarum, tradizionalmente tripartito dallo schema della croce (T) inserito nel cerchio uroborico rappresentato dall’Oceano, è dominato dalla figura di Cristo in gloria affiancato da angeli, alcuni dei quali reggono i simboli della Redenzione (fra cui la croce), altri soffiano nelle trombe apocalittiche, mentre gli ultimi due, alla destra e alla sinistra del Giudice, conducono, come da Scrittura, chi i beati in Paradiso, chi i dannati, strettamente incatenati, all’Inferno. Al centro della scena, proprio sotto la figura di Cristo, Maria chiede pietà per tutto il genere umano in un simbolico gesto di sottomissione.

La scena del Giudizio universale domina così l’imago mundi e ogni cosa questa contenga: essa serve di monito all’osservatore affinché comprenda come quanto oggi sta sotto i suoi piedi e può essere dominato dal raggio della sua esperienza ha un senso solo se inquadrato nella più ampia e significativa visione che lo sovrasta, che in sé abbraccia e riassume il brulicante e icastico mondo sottostante.

Detto questo, però, non si è ancora giunti nel cuore della questione e cioè la specificità geografica di terre “fantastiche”, di luoghi che, è quasi inutile sottolinearlo, non sono mai apparsi sulla superficie della terra e che gli stessi medievali, pur fermamente convinti della loro esistenza non hanno mai trovato da alcuna parte, malgrado spedizioni e ricerche di ogni tipo: «Delli omini da meravigliare, cioè chontrafatti da gli altri, e delli animali, e del paradizo terestro, mouto adimandai e cierchai; alcuna chosa trovar none potti» scriveva affranto fra Giovanni da Montecorvino, dalla Cina, sul finire del XIII secolo, e ciò riesce a mostrare più di tanti discorsi la tenace e per un lettore moderno ingenua fede dell’europeo medievale nell’esotismo fantastico e visionario.

Ma il mondo immaginale, aldilà di ogni cosa, era solo una categoria culturale del più generale alveo visionistico: quando si parla di sapienza medievale non si deve intendere un Hintergrund culturale rigorosamente frazionato in branche e discipline (umanistiche e scientifiche, ad esempio), secondo il nostro metodo tassonomico positivo. Rimontante ad un’unica verità, ogni espressione culturale parla qui lo stesso linguaggio, e pertanto la disposizione geografica del mondo deriva dagli stessi presupposti ideologici e intellettuali che ordinano e dispongono, ad esempio, le verità teologiche e che catalogano la naturalis historia, sospesa costantemente fra realtà, miracolo e magia. Le basi visionistiche e “fantastiche” di questa geografia vanno ricercate pertanto nel più ampio panorama psico-ideologico di quei secoli, come aspetto specifico di quella mentalità visionaria ed a-razionale che ne è poi la caratteristica saliente.

Alla base di un simile e per noi oggi difficilmente comprensibile straniamento di piani e prospettive c’è in realtà la semplice convinzione che «in un miracolo, nella violazione del corso naturale delle cose, nulla vi è di inverosimile: se il mondo terreno viene a contatto con quello ultra-terreno, possono accadere i fatti più inattesi e straordinari».

E la società in questione era pienamente convinta della realtà di questo “contatto”. Si può dire anzi che il rapportare ogni tipo di esperienza terrena a un suo modello sovrastrutturale fosse in ultima analisi lesola possibilità di riscatto semantico che ad essa pertenesse.

Autore: Giuseppe Tardiola
Pubblicazione:
Atlante fantastico del Medioevo
Editore: De Rubeis (L’arco Muto, 1)
Luogo: Anzio
Anno: 1990
Pagine: 15-17
Vedi anche:
Preliminari di geografia immaginale (1)