I bestiari: manoscritti miniati

I manoscritti di bestiari, aviari, enciclopedie o parti di enciclopedie che il Medioevo ci ha tramandato non sono ancora stati studiati, catalogati, né semplicemente individuati tutti. Talvolta, nelle piccole biblioteche sono custodite ricchezze insospettabili. Inoltre, in certe biblioteche private – spagnole, scozzesi, portoghesi, scandinave – restano tesori tutti da scoprire. Allo stato attuale delle conoscenze, è quindi difficile farsi un’idea precisa della percentuale dei manoscritti miniati rispetto al numero complessivo di bestiari e testi affini esistenti. Si tratta, comunque, di una proporzione sicuramente elevata: in base a una ricerca condotta nelle biblioteche pubbliche inglesi e scozzesi, rappresenterebbe circa il 60-65 per cento, almeno per quel che riguarda il XII e XIII secolo. In sostanza, ed è una cifra considerevole, due manoscritti su tre sono accompagnati da immagini, a volte lussuose, spesso di grandi dimensioni, almeno quelle relative alle specie principali: il leone, l’aquila, il drago e alcune altre. E davvero il sintomo di un modo nuovo di guardare al mondo animale.

La produzione di bestiari miniati raggiunge il suo apogeo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIV. Prima del 1170/80 questo genere non si era ancora nettamente distinto da altre categorie di libri similari; dopo il 1320/30, entra in una fase di netto declino. Ma, ovviamente, esistono bestiari precedenti e successivi, tanto che è quasi impossibile separare il «bestiario» dal «manoscritto di bestiario». Troppi testi, a un titolo o a un altro, nell’insieme o solo per alcune parti, rientrano nella categoria dei «libri di bestie». Abbiamo già parlato delle enciclopedie, la cui sezione zoologica è spesso molto sviluppata: rifiutarsi di considerarla come un bestiario sarebbe assurdo. Anche alcune opere dedicate alle «meraviglie dell’Oriente» – particolarmente numerose intorno agli anni 1100/50 – parlano di animali e, come i bestiari, attingono largamente agli autori antichi, come Plinio, Eliano, Solino. Vanno tenute presente.

Allo stesso modo, bisogna assolutamente annoverare tra i «bestiari» i manoscritti che parlano solo di alcune categorie di animali: aviari e «volucrari» per quanto riguarda gli uccelli, «libri di pesci» (libri piscium), «libri di serpenti» (libri serpentium), «libri di mostri» (libri monstrorum). Sono questi i criteri con cui tali opere venivano catalogate nelle biblioteche del Medioevo, anziché sotto il termine più impreciso di «bestiario» (bestiarium). Questi cataloghi ci aiutano a valutare la proporzione delle opere e dei manoscritti andati perduti in rapporto a quelli sopravvissuti. Anche in questo caso, la percentuale è considerevole: fra i manoscritti miniati inglesi del XIII secolo, per esempio, solo il 10 per cento sembra essere arrivato fino a noi.

Lo studio dei cataloghi di biblioteche – relativamente rari -, nonché quello dei marchi di proprietà presenti nei manoscritti conservati, ci permettono peraltro di individuare meglio il pubblico dei bestiari miniati. I manoscritti di lusso vengono ordinati anzitutto dai vescovi e dalle comunità ecclesiastiche; più tardi da re, regine, principesse e grandi signori.

Il bestiario è un’opera di prestigio, per certe categorie possederla è una scelta obbligata. I manoscritti più modesti sono destinati a un pubblico più vario, anche se in maggioranza costituito da vescovi, monaci, comunità monastiche o religiose. Nel XIII secolo ogni biblioteca episcopale, canonicale o monastica si fa un dovere di custodire almeno un bestiario e un’enciclopedia. Il legame con la predicazione è evidente; non solo in Inghilterra, ma anche sul continente. Al contrario del luogo comune, legato allo squilibrio tra i lavori condotti in Gran Bretagna e quelli svolti negli altri paesi europei, i bestiari miniati non furono una specialità inglese. Anzi. In questo campo, tuttavia, le nostre conoscenze restano lacunose; impossibile proporre cifre precise.

Alcuni bestiari miniati comprendono una gran quantità di immagini; altri, solo qualcuna. La scelta degli animali che hanno diritto a una miniatura è sempre istruttiva e rispecchia al tempo stesso una tradizione, un’ideologia e un elemento legato all’attualità. Alcuni animali sono imprescindibili (il leone, il drago, la colomba), altri dipendono dalle esigenze del committente, dalle sue ambizioni o funzioni, dalla storia della sua famiglia o del suo ordine, dai suoi emblemi e dai suoi stemmi, dalla leggenda di questo o quel santo al quale riserva un culto particolare; oppure riflettono una contingenza che oggi ci sfugge. Certe scene, tuttavia, sono quasi sempre presenti, tratte dalla Genesi e dalle tradizioni che vi si ricollegano: la creazione dei quadrupedi, quella degli uccelli e dei pesci e, soprattutto, Adamo che dà il nome a ciascuna specie animale. Il tema del nome, infatti, occupa uno spazio fondamentale nei bestiari, che propongono etimologie attinte per lo più da Isidoro di Siviglia. Di qui, l’importanza dell’immagine di Adamo che dà il nome agli animali.

Per il sapere medievale, la verità di esseri e cose va spesso cercata nelle parole: ricostruendo la storia di ogni vocabolo, ritrovandone l’origine, si può accedere alla verità ultima dell’essere, o dell’oggetto che la parola designa, arrivando così a comprendere la sua senefiance. Ma l’etimologia medievale non è l’etimologia moderna. Le leggi della fonetica erano sconosciute all’epoca, e l’idea di un rapporto di filiazione tra il greco e il latino emergerà chiaramente solo nel Seicento. Per questo i nostri autori cercano nella stessa lingua latina l’origine di una parola latina, partendo dal presupposto che l’ordine dei segni sia identico all’ordine delle cose: di qui, certe etimologie che vanno a cozzare contro le nostre conoscenze e la nostra concezione della lingua. Quel che i linguisti moderni chiamano «arbitrarietà del segno» è estraneo alla cultura medievale: tutto ha una motivazione, anche a costo di ricorrere a quelli che oggi ci sembrano fragili virtuosismi verbali. La volpe, per esempio, prende il suo nome latino (vulpes) dal fatto che non cammina diritto, ma «fa giravolte con i piedi» (volutans pedibus). Lo storico non deve ironizzare su queste «false» etimologie; al contrario, deve considerarle come documenti di storia culturale a pieno titolo… e ricordarsi che quanto oggi ci sembra scientificamente assodato sulla base delle nostre conoscenze etimologiche tra qualche secolo farà senz’altro sorridere i filologi del futuro.

Autore: Michel Pastoreau
Pubblicazione:
Bestiari del Medioevo
Editore
: Einaudi (Saggi, 930)
Luogo: Torino
Anno: 2011
Pagine: 26-31
Vedi anche:
Zoologia medievale (1)
Zoologia medievale (2)
I bestiari: testi e immagini
I bestiari: evoluzione di un genere

I bestiari in volgare

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Bestiari del Medioevo: l’Aquila

Erede delle tradizioni antiche, il cristianesimo primitivo fa dell’aquila ora un’immagine del Dio Padre, ora un’immagine di Cristo. Nel primo caso, essa incarna la forza, la giustizia, la sovranità onnipotente di Dio. Nel secondo, richiama l’Ascensione del Salvatore e rappresenta, come il cervo e la fenice, un simbolo di resurrezione. Riprendendo Plinio, Eliano, Solino e svariate tradizioni orientali, i Padri della Chiesa citano un comportamento prodigioso dell’aquila sul quale, dopo di loro, si dilungano i bestiari. Quando si sente vecchio, il rapace è capace di rigenerarsi: anzitutto spezza contro una roccia il becco che, essendo diventato troppo lungo, gli impedisce di nutrirsi. Poi vola fino a raggiungere il sole per bruciarsi le vecchie ali e gli occhi stanchi. Infine, rianimata dalla luce e dal fuoco, l’aquila si lascia cadere dal cielo e va a tuffarsi in una fontana magica: ritrova cosi il suo vigore e la sua giovinezza. E l’immagine – cara a san Paolo – dell’uomo vecchio che si libera di tutto per diventare l’uomo nuovo. É anche una figura dei catecumeni ai quali l’acqua del battesimo conferisce nuova vita. Il Bestiaire divin di Guillaume le Clerc lo sottolinea molto bene:

L’aquila, dunque, che è capace di ringiovanire, ci offre un magnifico esempio. Come lei dovrebbe comportarsi l’uomo che vuole lasciarsi alle spalle la sua vecchia condizione per diventare un uomo nuovo. Che sia ebreo o cristiano, se gli occhi del suo cuore sono oscurati al punto da non riuscire più a distinguere il buon cammino dal cattivo, la verità dall’errore, l’uomo deve andare in cerca della sorgente viva, spirituale, vale a dire il battesimo, che vivifica e santifica … Colui che viene battezzato in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in quest’acqua limpida, potrà vedere e contemplare senza ostacoli il sole radioso, cioè Nostro Signore Gesù Cristo.

Immagine di ascesa e di resurrezione, l’aquila è anche, in modo più concreto, un uccello orgoglioso della propria nobiltà e della propria razza. Per essere sicuro che gli aquilotti siano davvero figli suoi e possiedano come lui la capacità di guardare il sole in faccia, il padre li porta vicino all’astro e li obbliga a guardarlo fisso. Riconosce come suoi discendenti quelli che riescono a sopportare la prova senza battere le palpebre. Gli altri, li rinnega: li uccide subito, oppure li lascia cadere al suolo; se tornano nel nido vicino alla madre, li caccia via.

Alcuni autori sono imbarazzati dal comportamento crudele e ingiusto del maschio dell’aquila. Lo spiegano con il fatto che un «altro uccello» (il cuculo?) ha l’abitudine di deporre le uova nel nido dell’aquila. Altri vedono nella madre degli aquilotti una femmina adultera. Ma per Guillaume le Clerc, Pierre de Beauvais e la maggior parte degli autori del XII e XIII secolo, il maschio che cerca di riconoscere i pulcini legittimi è Dio che considera come figli suoi soltanto quelli che credono in lui. Questa interpretazione dogmatica si trova di rado nei Padri della Chiesa, più aperti e portati al proselitismo; nel cuore del Medioevo, è invece il riflesso dell’attualità: le crociate e il ripiegamento su se stessa della cristianità, che inizia a farsi intollerante e aggressiva.

In realtà, la simbologia medievale dell’aquila è ambivalente. Questo rapace è visto anche come una bestia intrattabile, autoritaria, talvolta brutale, che fa paura agli altri uccelli. Non soltanto le sue grida di collera attraversano le nuvole e terrorizzano chi le sente, ma il suo aspetto è cosi maestoso, così imponente, cosi severo, che tutti ne hanno paura. Nessuna bestia osa aggredirla, anche perché, come l’orso e il leone, re degli animali, l’aquila passa per essere invincibile. Lo affermavano già Aristotele e Plinio, e i bestiari medievali riprendono questa proprietà cosi significativa. Ecco perché nel Medioevo l’aquila è quasi sempre associata all’idea di autorità e di sovranità. Di qui la sua presenza in numerose insegne del potere (scettri, globi, troni, gonfaloni, stemmi). In parecchie culture antiche, l’aquila era l’uccello degli dèi, specialmente di Zeus, poi di Giove. Con il passare dei secoli, diventa l’emblema obbligato di tutti gli imperi: romano, bizantino, carolingio, germanico, più tardi russo, austriaco, napoleonico, tedesco. Entra cosi in concorrenza con il leone, il suo rivale terrestre. Entrambi sono simbolo di forza, potenza, vittoria. Nel cuore del Medioevo, soprattutto nelle terre imperiali, il leone e l’aquila vengono contrapposti per ragioni politiche: il primo è il simbolo dei Guelfi, avversari dell’imperatore; la seconda quello dei Ghibellini, suoi partigiani.

Tuttavia, l’aquila dei bestiari non rimanda soltanto all’idea di forza fisica o politica. E anche un uccello dotato di un’intelligenza eccezionale e di uno sguardo penetrante. Vola altissimo nel cielo, segno di un pensiero superiore e di un’anima fuori del comune. Sa tutto, vede tutto – il che alla fine del Medioevo la rende un attributo della vista -, legge nel cuore degli uomini e predice il futuro. Del resto, a volte è bicefala, specie in araldica. Come già sottolinea un anonimo autore del XIV secolo, il suo nome viene usato per indicare non soltanto il guerriero vittorioso, ma anche uno spirito superiore: «E un’aquila».

Per i bestiari, l’aquila è anche mortale nemica del serpente – tema caro all’iconografia antica. Per questo, è l’immagine del bene che lotta contro il male. Come il leone, è anche simbolo di generosità perché divide le sue prede con altri animali, mentre l’avvoltoio, che si nutre di carne putrida, tiene tutto per sé.

Alcuni teologi vedono nell’aquila che cala dall’alto a caccia di prede l’immagine di Cristo, venuto sulla terra a cercare gli uomini per condurli in cielo con sé. Altri, al contrario, vedono in questo temibile uccello, dotato di un becco immenso e di artigli adunchi, divoratore di prede vive e di carogne, un’incarnazione del diavolo, «il terribile rapace di anime», come lo definisce il Bestiario Ashmole alla fine del XII secolo. Se messa in cattiva luce – cosa, del resto, non molto frequente -, l’aquila, come la maggior parte degli uccelli da preda, evoca infatti un’idea di rapacità, di voracità, di crudeltà. A ciò si aggiunge spesso un vizio tutto suo: l’orgoglio. Alla fine del Medioevo, in molte immagini tedesche, questo vizio appare personificato, e assume le sembianze di un uomo in tenuta araldica di gala, come se si accingesse a partecipare a una giostra o a un torneo: cavalca un cammello, porta un’aquila sul cimiero, stringe uno scudo con l’immagine di un leone e un’insegna raffigurante un pavone: quattro animali che sono altrettanti attributi dell’Orgoglio.

Per l’iconografia cristiana, l’aquila è anche l’emblema di Giovanni Evangelista. A questo titolo, fa parte dei quattro animali del Tetramorfo, immagine simbolica spesso rappresentata nell’alto Medioevo e in età romanica. Essa richiama le visioni bibliche di Ezechiele (1.1-28) e dell’Apocalisse (4.5-11) e si compone di quattro creature alate (uomo, bue, leone, aquila), una sorta di angeli che rappresentano quanto c’è di nobile vicino a Dio. Presto associati ai quattro evangelisti – che sono la voce del Signore -, incarnano rispettivamente Matteo, Luca, Marco Giovanni. Ma sono anche il simbolo di quattro momenti della vita di Gesù: nato uomo, sacrificato come il bue, resuscitato come il leone, salito al cielo come l’aquila.

L’aquila è anche un modello per l’uomo, come proclama alla fine del XII secolo il Bestiario d’Aberdeen: «Proprio come l’aquila che sale al cielo con il Signore e che può guardare il sole in faccia senza sbattere le palpebre, il buon cristiano deve contemplare serenamente le verità eterne nella speranza della Resurrezione».

Aquile (1240 c.ca)
Oxford, The Bodleian Library, ms. Bodley 764, f. 57v

Autore: Michel Pastoreau
Pubblicazione:
Bestiari del Medioevo
Editore
: Einaudi (Saggi, 930)
Luogo: Torino
Anno: 2012
Pagine: 168-174