Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di San Giovanni Evangelista

La Basilica di S. Giovanni Evangelista fu pure voluta da Galla Placidia. Costruita tra il 423 ed il 434 in ringraziamento per uno scampato naufragio, doveva con la sua grandiosa mole, affermare anche il nuovo indirizzo dinastico e politico.

Varie sono le questioni ancora pendenti su tale edificio: dalla esistenza dell’atrio originario a quella del nartece poi conglobato nell’interno, dalla datazione dei colonnati e delle fiancate alla caratteristica abside, di evidente ricordo orientale, percorsa da una galleria a giorno e fiancheggiata dai « pastophoria ».

Tuttavia, nella sua stesura definitiva la bella chiesa presenta due serie di dodici colonne ed una planimetria allungata dovuta all’ampliamento che seguì l’abolizione del nartece.

A mio avviso, alcuni problemi potrebbero ormai risolversi, riconoscendo e precisando in questo monumento un caso tipico di « pentimento costruttivo ».

Le fasi edilizie andrebbero così puntualizzate e riassunte. Il primitivo progetto, concepito con colonnati di soli nove sostegni e limitato al muro di prospetto riemerso, ebbe iniziale applicazione con le strutture perimetrali, evidentemente conformate — nello spartito delle paraste e delle finestre — a quell’idea originaria. Idea che trovava intima unità e logico sostegno nel tipico rapporto uguale a √2, con cui giudico tracciato l’impianto originale, malgrado qualche irregolarità planimetrica, come la larghezza delle navate che si incrementa verso la zona presbiterale.

Restituzione della primitiva pianta di San Giovanni evangelista

Durante il corso dei lavori — e non dopo — intervenne uno dei non troppo rari ripensamenti, dovuti alle ragioni più varie e qui facilmente giustificabile con il desiderio di rendere più vasta e splendida la nuova chiesa per ragioni di prestigio. Mutato il progetto, la basilica fu prolungata di tre campate verso l’ingresso, abolendo il nartece, come si è potuto chiaramente constatare nelle fondazioni. Tutta la parte alta della chiesa — che, come appare logico, non doveva essere ancora costruita — si conformò alla nuova visione, fors’anche innalzandosi nelle strutture verticali; difatti in tutte e due le fiancate della nave maggiore non si è riscontrata la minima traccia di ripresa o di modifica, mentre la struttura laterizia denuncia la sua evidente contemporaneità con il resto del monumento.

Questa mia interpretazione — basata sulla successione delle fasi costruttive, che mi son permesso di definire logica — è palesemente confortata dall’uso attestato da Andrea Agnello per una chiesa ravennate praticamente coeva: la « Basilica Petriana » di Classe. Ricordando S. Pier Crisologo (429-449) muros per circuitum hedificans, sed nondum omnia complens, viene a testimoniare come delle chiese si costruissero prima i muri perimetrali e ribadisce tale preziosa informazione aggiungendo molto espressivamente che altri Vescovi « antecessori opus implere ».

Si trattò, in sostanza, di reperire solo altre quattro colonne, con capitelli e pulvini, nel corso stesso della costruzione. Non deve recare, perciò, meraviglia se nessuna sostanziale differenziazione può cogliersi in. quei pezzi scultorei, messi in opera con vario criterio, ma senza denunciare soluzioni di continuità nel loro ordinamento, e che ben convengono all’età placidiana.

Nel ricordare che l’attuale disposizione delle colonne si attaglia perfettamente all’ideazione primitiva, andrebbe riaffermata la flessibilità
tipica di un intervento innovatore su un progetto in corso di realizzazione, e non l’inevitabile cesura di una, più o meno tarda, ricostruzione.

Pianta della situazione attuale

Ed è in questa fase di tempestiva modifica dei progetti che io vedo inquadrarsi anche il saliente episodio del finestrato absidale. Sopite ormai le vecchie polemiche sull’argomento e riconosciuta coeva la sequenza delle archeggiatura a giorno, mi sembra che la discussa, più squillante soluzione si adegui chiaramente al nuovo indirizzo. Mentre la basilica oltrepassava il nartece con la prolungata teoria dei suoi colonnati, si poteva ben sentire la necessità di approfondire la visione dall’altro lato, di superare coraggiosamente, con una soluzione inconsueta e geniale, le concrete difficoltà presentate dalla costruzione in atto e di sfondare il limite — non più invalicabile — fissato dagli spessori murari. E, fors’anche, di vincere l’effetto prospettico raccordante, determinato dal leggero divaricarsi dei muri d’ambito e dei colonnati, oltre che di evitare l’aspetto tradizionale di un conchiuso catino absidale.

La visione interna si esaltava in un accentuato sviluppo verticale che lasciava, sopra l’arco trionfale, amplissimo spazio per le decorazioni. L’abside — pur assai vasta — non s’imponeva per valori architettonici: l’effetto era studiatamente correlativo ai celebri mosaici scomparsi.

All’esterno invece, il suo sfaccettato volume scatta vivacemente pure oggi, e doveva ancor più beneficiare dell’inquadratura e del contrasto offerti dalle bonarie moli degli orientali « pastophoria ».

Nel S. Giovanni possiamo per la prima volta ammirare la tipica stesura dei fianchi con le finestre intervallate, nelle navatelle, da paraste e da arconi nella nave principale. In quest’ultima, l’inserzione di due arcate cieche alle estremità abbassa il numero delle finestre da 13 a 11.

Geometrico della fiancata riportata al primitivo livello

In ogni modo, pur attraverso il suo travaglio, il S. Giovanni Evangelista — preceduto da un atrio — assurse ad assoluti valori d’arte e le generazioni seguenti, con vivo e più volte rinnovato interesse, guardarono alla basilica placidiana come ad un archetipo.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 14-18
Vedi anche:
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Ursiana

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di Santa Croce

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