Verde Medioevo delle erbe (2)

Più di duecento anni dopo le Etymologiae d’Isidoro, Rabano Mauro, nel De universo (o De naturis rerum), torna sul tema delle erbe: XXIX libro di quest’opera sterminata. Eppure lo spazio dedicato da Rabano al De herbis aromaticis sive communibus è meno ampio di quel che ci aspetteremmo, e messo in minore relazione con le virtù terapeutiche rispetto al metodo isidoriano. Dopo aver abbondantemente copiato il testo delle Etymologiae per quel che riguarda la medicina (XVII libro, V capitolo), Rabano esamina, nel seguente libro, articolandolo in nove capitoli, la cultura agrorum. Anche qui la lezione di Isidoro si dimostra fondamentale: un registro abbreviato con le medesime notizie che, però, si fermano alle seguenti piante: il nardo, il croco, la cipride, l’issòpo, il giglio, la viola, l’edera, la mandragora, il fieno. Di tutte queste poche specie Rabano si cura di darci una valenza mistica: il nardo significa il profumo delle virtù dei santi, la passione del Signore, la Sua forza; il croco allude alla Chiesa che ci irriga col battesimo, e allude ai martiri; la cipride è l’incorruttibilità, la forza della grazia; il giglio è Cristo, il candore della castità e della verginità; la viola esprime i confessori del Signore con il corpo coperto dalle offese dei lividi; l’issòpo è l’umiltà e la penitenza, l’edera è il popolo degli ebrei, che di quando in quando fiorisce, ma non rimane mai forte nelle sue qualità; la mandragora sono i molti rimedi che procurano i santi; il fieno, così folto, maturo e vivo, ma anche esposto a marcire, dice tutta la fragilità dell’uomo, vittima d’ogni caducità. Il fieno sono gli uomini che diventano peccatori. Infine c’è il prato, dove si nutrono gli animali, e che sottintende la Chiesa che dà nutrimento spirituale. Niente di più dice Rabano, per il quale le erbe e le piante acquistano questo valore mistico in una tacita lezione di valori interiori, così lontani dalla terapia medica e così prossimi alla medicina dell’anima.

Una lettura, dunque, tutta rivolta ben oltre il quadro sperimentale. Quasi una paura che l’uomo dimentichi come gli «oggetti» della natura svolgano un loro segreto colloquio più duraturo e fondamentale dell’odore, del colore, dell’applicazione a rimedio del corpo malato. L’erba come rimedio appare un concetto pressoché estraneo all’ideologia del De universo, scritto dal famoso alunno di Alcuino. La cultura carolingia è, in questo senso, pessimo tramite, fra la tradizione medica antica e la Scuola di Salerno, dove acquistano cittadinanza piena i trattati d’Ippocrate e di Dioscuride, riversati in latino dallo straordinario lavoro esegetico di Costantino Africano.

Importante, allora, appare proprio questa funzione della medicina salernitana che nei nomi di Garioponto, con i Dinamidia, di Costantino, con il Graduum simplicium e il De simplici medicamine, di Matteo Plateario, con il Circa Instans stabilisce il reticolo di riferimento per la farmacopea salernitana interessata alle erbe. Seguendo l’eredità grecolatina di Ippocrate, Galeno e Dioscuride, il Circa Instans compila un esaurientissimo elenco di piante, riportando il sito dove trovarle, le loro proprietà, descrivendone l’aspetto e l’habitat. Il modello è nella coppia delle già ricordate opere di Costantino che contamina Ippocrate e Dioscuride; il Graduum simplicium e il De simplici medicamine sono alla base delle trattazioni sui vegetali provenienti dalla cultura fitologica salernitana; anche se questo ruolo diventa ben classificabile tenendo conto di tutta la medicina della Scuola. Non dobbiamo credere, infatti, che la «lezione» salernitana stia tutta nella farmacopea erboristica. Sarebbe giusto semmai supporre che le terapie della Scuola derivano da una somma di rimedi e di osservazioni, e che questa ampia sapienza anamnetica deriva proprio dalla precisione delle diagnosi, dalla suddivisione studiata dei sintomi, dall’uso realmente eccezionale della dieta, variata e calibrata per ogni tipo di patologia.

La seconda parte del Flos Medicinae, sorto dal lavoro di raccolta e sistemazione di Arnaldo da Villanova, sul finire del XIII secolo, è per il primo capitolo dedicata al De simplicium virtutibus: vi sono elencate novanta specie di piante d’importanza primaria nell’organizzazione della farmacopea; nel secondo capitolo leggiamo, poi, le tecniche ed i metodi di preparazione dei farmaci unitamente ai loro effetti. Questo naturalismo scientifico si armonizza con un naturalismo sperimentale che trova nell’eziologia il suo maggior fattore d’intelligenza. Dare un nome alle «cose» del corpo diventa essenziale per poter predisporre le cure adatte, riconoscendone i sintomi attraverso il trascorrere degli anni e delle generazioni. Qui sta il vero laboratorio della tradizione salernitana, non nei lunghi e assai precisi cataloghi di erbe e piante, presenti nel Circa Instans o nel Flos Medicinae. Se non avessimo una chiarissima attrezzatura eziologica non sapremmo nemmeno come utilizzare certi farmaci. Tant’è vero che il primo nucleo della cultura proveniente dalla Scuola Medica, espresso dall’anonimo Regimen Sanitatis, assegna a soli diciotto «semplici» il benefico primato della cura:

  1. malva, che favorisce il ventre
  2. menta, contro i vermi
  3. salvia, che rafforza il sistema nervoso e abbatte la febbre
  4. ruta, utilissima agli occhi, calmante per l’uomo, eccitante per la donna, che accende l’ingegno
  5. cipolla, contro la caduta dei capelli, buona per la digestione, che ravviva il colorito
  6. senape, che giova alla testa e antiveleno
  7. viola, contro il mal caduco, la crapula, gli intontimenti
  8. ortica, contro le coliti, le malattie dei polmoni, nemica dei tumori, utile contro le artrosi
  9. issòpo, che protegge i polmoni
  10. cherefolio, antidoto del cancro e astringente
  11. ènula campana, contro l’ernia
  12. pulegio, contro la podagra
  13. nasturzio, contro la caduta dei capelli e il mal di denti
  14. celidonia, che dona la vista perfino a chi è senz’occhi!
  15. salice, contro vermi, verruche, perfetto come anticoncezionale
  16. croco, epatoprotettore e ricostituente
  17. porro, che favorisce la fecondità e blocca le emottisi
  18. pepe nero, che purga le flemme, giova ai dolori d’ogni tipo, giovevole allo stomaco, alla tosse, che allontana le febbri e il freddo.

Questi sono i «semplici» per eccellenza della letteratura medica salernitana: i «semplici» che, nati dalla «semplicità» della natura, curano affezioni e proteggono la salute; i «semplici» che, nella semplice esistenza degli uomini, inibiscono il concepimento o favoriscono la fecondità, allorché di volta in volta ci siano nella vita momenti in cui desideriamo riconoscerci nel domani o giudichiamo troppo difficile il presente.

Autore: Massimo Oldoni
Pubblicazione:
Gli erbari medievali tra scienza simbolo magia
Editore
: Officina di Studi Medievali (Scrinium. Quaderni ed estratti di “Schede Medievali”, 10)
Luogo: Palermo
Anno: 1990
Pagine: 320-322
Vedi anche:
Verde Medioevo delle erbe (1)

Virtù delle erbe

Una breve ricostruzione diacronica della medicina erboristica in Occidente dovrà necessariamente prendere le mosse dalla tradizione aristotelica; è infatti con Teofrasto di Ereso, successore di Aristotele come scolarca del Liceo, che viene manifestandosi un interesse sistematico nei confronti della materia botanica, e a lui si devono i primi scritti sull’argomento giunti fino a noi; in particolare, il libro IX della Historia plantarum è senza dubbio la prima trattazione sulle piante medicinali che ci sia stata trasmessa integralmente. Essa non ebbe diffusione nel Medioevo, mentre godette di grande fortuna il De plantis, opera attribuita al maestro di Teofrasto, Aristotele, ma risalente in realtà a Nicola di Damasco (sec. I a.C.).

E nell’ambito della sistemazione teofrastea, così come di alcuni testi attribuiti a Diocle di Caristo, che compare la nozione – con ogni probabilità di origine aristotelica – di δύναμις (virtus, nel senso di “potenzialità efficace”), affermatasi poi decisamente in un’opera fondamentale per tutta la tradizione successiva: il De materia medica (Περὶ ὕλης ἰατρικῆς di Dioscoride Pedaniο di Anazarbo (sec. I d. C.). A lui si attribuisce la prima sistematica schedatura dei medicamenti “semplici”, a partire dalla loro definizione morfologica per giungere fino alle norme di preparazione e posologia dei vari rimedi (φάρμακα). Nel proemio alla sua opera – composta presumibilmente sotto il principato di Nerone (54-68 d. C.) – Dioscoride, oltre a raccontarci le motivazioni particolari del suo interesse per le piante medicinali (originario di Tarso in Cilicia, aveva a lungo viaggiato come militare in vari paesi, raccogliendo notizie e compiendo personali osservazioni), nomina alcune delle sue fonti, fra le quali spicca il nome di Crateua “il rizòtomo” (ὁ ῥιζοτόμος – il “tagliatore di radici”), vissuto nel II-I secolo a. C. e autore, a quanto sembra, del primo erbario illustrato. Il De materia medica di Dioscoride ebbe enorme diffusione e godette di indiscussa autorità per molti secoli; il materiale in esso contenuto fu dapprima ordinato alfabeticamente, ancora nel testo greco; l’opera venne poi tradotta in siriaco e in arabo, mentre già nel VI secolo se ne diffuse un’anonima traduzione latina, molto probabilmente composta in area italica, di cui rimane testimonianza nel cosiddetto Dioscorides langobardus. Sulla base di essa, e con l’apporto di svariate altre fonti, nell’XI secolo venne rielaborato (ad opera, si pensa, di Costantino Africano) un ricettario di erboristeria medica disposto in ordine alfabetico, che, ulteriormente ampliato, fu in seguito commentato da Pietro d’Abano (secc. XIII-XIV).

All’interno della tradizione letteraria latina, un ruolo di eccezionale rilievo è rivestito da Plinio il Vecchio (23ca-79 d.C.), che di Dioscoride è contemporaneo: nella sezione riservata alla medicina all’interno della sua vasta enciclopedia, infatti, una parte tratta – in maniera peraltro assai articolata – proprio i rimedi desunti dal mondo vegetale (l, XX-XVII). Non essendo Plinio un medico, il suo merito non consiste ovviamente né nell’originalità della sua trattazione, né tantomeno nell’apporto derivante da un’esperienza professionale personalmente acquisita; la sua importanza deve altresì ravvisarsi anzitutto nell’eccezionale ricchezza delle informazioni fornite, e nell’imponente mole di fonti consultate e sempre scrupolosamente indicate; in secondo luogo, nel suo straordinario Fortleben: per secoli, infatti, generazioni di dotti poterono attingere al sapere scientifico di autori greci e latini, a loro non più disponibili direttamente, soltanto attraverso gli estratti e le citazioni pliniane. Proprio sulla base dell’opera pliniana fu composta, intorno al IV secolo, la cosiddetta Medicina Plinii, sorta di prontuario medico che godette esso pure di larga fortuna e circolò anche in versioni ampliate (Physica Plinii).

Nel secolo successivo, le ricerche di Dioscoride appaiono largamente utilizzate da quello che può definirsi il massimo enciclopedista dell’antica medicina, Galeno di Pergamo (129ca-199 d.C.). Egli infatti, specie nel trattato Sulla composizione e la proprietà dei farmaci semplici (De simplicium medicamentorum temperamentis ac facultatibus) si dedicò ad un lungo e minuzioso lavoro di classificazione dei rimedi (φάρμακα) “semplici”, inquadrandoli nella teoria ippocratica dei “quattro umori”.

Tale teoria, di origine assai antica, prendeva le mosse dagli elementi-base già considerati nella prima metà del V secolo a. C. da Empedocle di Agrigento, e cioè fuoco (πῦρ), acqua (ὕδωρ), aria (ἀήρ), terra (γῆ), ai quali Zenone di Elèa (sec. V a. C.) aggiunse le cosiddette «qualità primarie»: caldo (τὸ θερμόν) / freddo (τὸ ψυχρόν), umido (τὸ ὑγρόν) / secco (τὸ ξηρόν). Nello scritto di scuola ippocratica De natura hominis (attribuito a Pòlibo, sec. V a. C.), inoltre, il numero degli umori corporei fu limitato a quattro, ed a ciascuno di essi vennero connesse due qualità naturali, in base al seguente schema:

sangue (αἷμα) <-> caldo, umido
bile gialla (χολὴ ξανθή) <-> caldo, secco
bile nera (χολὴ μέλαινα) <-> freddo, secco
muco (φλέγμα) <-> freddo, umido

Nel secolo successivo, Aristotele collegò a ciascuno dei quattro elementi due qualità primarie:

fuoco <-> caldo, secco
aria <-> caldo, umido
acqua <-> freddo, umido
terra <-> freddo, secco

Fu però Galeno, riducendo il numero delle δύναμεις a quattro “qualità primarie” (ποιότες: caldo, freddo, secco, umido), alle quali s’attribuirono gradi diversi e che a loro volta generavano diverse proprietà, che consentì un’integrazione completa del sistema delle δύναμεις con quello degli umori, paralleli, ed una loro interazione nell’ambito della prassi farmacologica.

La scala dei “gradi” (gradus), cioè i livelli d’intensità (quattro come le qualità stesse) in cui ciascuna delle “qualità” primarie (ποιότες – vires) poteva presentarsi, peraltro già presente in Galeno, pare si sia diffusa e ulteriormente specializzata soltanto in seguito, attraverso il lavoro di traduzione condotto da Costantino Africano su testi di medicina araba (in questo caso, specialmente le opere di Al-Kindi). La possibilità di disporre di griglie sempre più complesse per inquadrare e classificare le diverse patologie ed i corrispondenti rimedi contribuì in modo determinante allo sviluppo del metodo praticato e diffuso nelle scuole di medicina medievale. Di tale elaborazione risente ad esempio il De viribus herbarum di Odone di Meung, che a sua volta fu tra le fonti principali di alcuni importanti scritti della Scuola medica Salernitana, particolarmente del Circa instans.

Autore: Antonio Cacciari
Pubblicazione:
Odone di Meung – Virtù delle erbe
Editore
: Città Nuova (Minima)
Luogo: Roma
Anno: 2000
Pagine: 5-10