Le idee estetiche e il gusto dell’abate Suger. La monarchia come centro di irradiazione artistica

Quali fossero gli orientamenti estetici dell’abate Suger, possiamo desumerlo dal Liber de rebus in administratione sua gestis e dal Libellus de consacratione ecclesia Sancti Dionysii: il primo, nel riferire la ricostruzione della basilica di San Dionigi (la cui figura, come è noto, si voleva coincidesse con quella dello pseudo-Areopagita) espone i principii ai quali si ispirava la politica artistica dell’abate, e dunque la sua critica in azione, della quale rende conto in maniera minuziosa; il secondo, con la descrizione in esso contenuta della vecchia basilica, è un esempio di critica verbalizzata, che insieme alla pagina di Rodulfus Glaber ci aiuta a ricostruire l’atteggiamento della critica del secolo XII nei confronti dell’arte dei secoli precedenti. Il difetto principale che Suger trova nella vecchia basilica è la sua piccolezza, che era causa di non pochi inconvenienti, per l’accalcarsi dei fedeli, molti dei quali erano costretti a rimanere fuori delle porte: un difetto, dunque, riguardante la funzionalità dell’edificio, in relazione all’aumento di popolazione. Questa piccolezza, osserva Suger, era comune a quasi tutte le chiese dell’epoca, ed egli non esclude che avesse una sua precisa motivazione estetica: « …quod forsitan tunc temporis in primitiva Ecclesia nulla adhuc aut major aut æqualis existeret, aut quod brevior fulgorantis auro, et splendore gemmarum propinquitati arridentium oculorum acutius delectabiliusque refundendo, ultra satis quam si maior fabricaretur irradiaret… ». Piccolezza come un modo di far irradiare la venustas; e Suger, che non intendeva rinunziare a quella venustas sacrificandola ad una bellezza della pura composizione spaziale, ma intendeva anzi accentuarla, non poteva non porsi il problema critico della conservazione dello antico e della sua incorporazione nel nuovo senza stridori e senza disarmonie: « …In augendis siquidem hujusmodi, apprime de convenientia et cohærentia antiqui et novi operis sollicitus… »; nel Liber: « …reservata tamen quantacumque portione de parietibus antiquis, … ut et antiquæ consecrationis reverentia, et moderno operi juxta tenorem coeptum congrua cohaerentia servaretur… ». E lo stesso concetto viene esposto nei versicoli dettati dallo stesso Suger: «Pars nova posterior dum jungitur anteriori, – Aula micat medio clarificata suo – Claret enim claris quod dare concopulatur -, Et quod perfundit lux nova, claret opus… ».

Suger predispone piani per successivi ampliamenti e modifiche, fossero essi richiesti da necessità pratiche o estetiche, in guisa tale che non ne venisse incrinata l’armonia dell’edificio da lui costruito perseguendo una coerenza formale dell’antico e del nuovo.

Proporzionale alla grandezza della nuova chiesa doveva essere l’accrescimento della venustas, che in primo luogo doveva essere bellezza della decorazione pittorica, nella quale Suger assegna una parte decisiva al colore e all’oro: «ascitis melioribus quos invenire potui de diversis partibus pictoribus, eos aptari et honeste depingi tam auro quam preciosis coloribus devote fecimus… ». Accanto alle pitture, elemento fondamentale della venustas erano le sculture, le gemme, gli smalti: «Tabulis etiam cupreis fusilibus et deauratis, atque politis lapidibus impactis propter interiores lapideas voltas, … circumcingi fecimus… ; pretiosarum margaritarum gemmarumque copiam… , præparando, artifices peritiores de diversis partibus convocavimus, qui et diligenter et morose fabricando crucem venerabilem ipsarum ammiratione gemmarum retro attollerent, et ante… Salvatoris imaginem in recordatione passionis ejus… ostentarent… Pedem vero quatuor Evangelistis comptum, et columnam, cui sancta insidet imago, subtilissimo opere smaltitam, et Salvatoris historiam cum antiquæ legis allegoriarum testimoniis designatis, et capitello superiore mortem Domini cum suis imaginibus… per plures aurifabros Lotharingos habere potuimus… ».

Lo spazio della nuova chiesa, concepita secondo la metafisica della luce, poneva dei problemi di illuminazione che dovevano essere risolti in accordo con la decorazione pittorica e con l’impiego dell’oro e delle gemme: fra le pitture e le finestre, Suger si rende conto che non poteva esservi soluzione di continuità, e che la luce doveva far tutt’uno con le gemme e i colori: «Vitrearum etiam novarum preclaram varietatem… tam superius quam inferius, Magistrorum multorum de diversis nationibus manu exquisita depingi fecimus… ». L’interno, nel quale trovano applicazione e sviluppo i concetti critici contenuti nella Schedula di Teofilo, richiedeva una corrispondente venustas dell’esterno: « …in amplificatone corporis ecclesiæ, et introitus et valvarum triplicatione, turrium altarum et honestarum erectione, instanter desudavimus… » e le porte si richiede che abbiano una loro venustas, corrispondente a quella dell’interno e della facciata: «Valvas… principales, accitis fusoribus et electis sculptoribus, in quibus passio Salvatoris et resurrectio, vel
ascensio continetur, multis expensis, multo sumptu in earum deauratione, ut nobili porticui conveniebat, ereximus… ».

I versi che Suger dettò per la porta, sono indicativi, per il fondamento filosofico della sua azione artistica, fondamento che si riconosce facilmente essere quello areopagitico-scotiano, omnia quae sunt lumina sunt, e della bellezza visibile come immagine della bellezza invisibile: «Portarum quisquis attollere quæris honorem, aurum nec sumptus, operis mirare laborem, | Nobile claret opus, sed opus quod nobile claret | Clarificet mentes, ut eant per lumina vera ad verum lumen, ubi Christus janua vera. | Quale sit intus in his determinat aurea porta: | Mens hebes ad verum per materialia surgit; et demersa prius hac visa luce resurgit». Su questi concetti, del resto, Suger ritorna più di una volta nel rendere conto della sua opera e nel giustificarla: « …Unde, cum ex dilectione decoris domus Dei aliquando multicolor gemmarum speciositas ab exintrinsecis me curis devocaret, sanctarum etiam diversitatem virtutum, de materialibus ad immaterialia transferendo, honesta meditatio insistere persuaderet videor videre me quasi sub aliqua extranea orbis terrarum plaga, quæ nec tota sit in terrarum fæce, nec tota in coeli puritate, demorari, ab hac etiam inferiori ad illam superiorem anagogico more Deo donante posse transferri… ». Nel Libellus, in cui è evidente una intenzione autoapologetica, Suger così si esprime a proposito della propria opera, concludendo con una invocazione a Gesù: «Quæ sacramentali sanctissimi Chrismatis delibutione et sanctissimæ Eucharestiæ susceptione materialia immaterialibus, corporalia spiritualibus, humana divinis uniformiter concopulas sacramentaliter reformas ad suum puriores principium; his et hujusmodi benedictionibus visibilibus invisibiliter rerestauras, etiam praesentem in regnum coeleste mirabiliter trasformas… »;
mentre nei versi dedicatorii di un calice ribadisce il concetto della venustas come requisito necessario per il culto: «Dum libare Deo gemmis debemus et auro, | Hoc ego Suggerius offero vas Domino».

L’orientamento artistico di Suger è dunque diverso da quello di san Bernardo, anche perché altra e diversa è la visione politico-religiosa che in esso si esprime. Mentre l’architettura e la venustas delle abbazie cistercensi erano destinate a frati viventi fuori dal contatto con la società profana, la basilica di San Dionigi si apriva a gran folla di fedeli, e dunque richiedeva quegli ornamenti corporali che lo stesso Bernardo (il quale intrattenne con Suger rapporti di amicizia) riteneva necessari per eccitare la devozione carnalis populi.

E bisogna aggiungere che Saint-Denis era anche il centro ideologico di quella monarchia capetingia della quale l’abate Suger fu sostenitore convinto. L’orientamento critico di Suger non esprimeva in sé lo spirito di un ordine religioso, né quello del papato o dell’impero, bensì quello della monarchia nazionale di Francia che nella bellezza delle chiese vedeva il segno visibile della propria potenza e della propria sacralità e della propria rivendicazione della eredità di Carlo Magno.
Il richiamo che Suger fa alla bellezza di Santa Sofia e di altre chiese bizantine, delle quali gli era giunta notizia – «Conferre consuevi cum Hierosolymitanis et gratantissime addiscere, quibus Constantinopolitanæ patuerant gazæ et Santcæ Sophiæ ornamenta, utrum ad comparationem illorum hæc aliquid valere deberent… » – vuol essere interpretato, appunto, in questo spirito: quello che per la monarchia giustinianea era stata Santa Sofia, monumento insieme religioso e politico, egli vuole che Saint-Denis sia per la monarchia francese. Oltre alla politica artistica dei Papi, degli imperatori, degli ordini religiosi, si affaccia, nel secolo XII, quella dei re: che avrà orientamenti critici propri, e varierà a seconda delle culture artistiche e religiose o filosofiche locali. Come si può vedere dai resoconti dei cronisti, biografi, viaggiatori, a proposito del regno normanno in Sicilia.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
La critica d’arte nel pensiero medievale
Editore: Il Saggiatore
Luogo: Milano
Anno: 1961
Pagine: 109-112

Gli ordini religiosi portatori di idee estetiche: Cluny e Cîteaux

Papato e impero non erano i soli centri culturali dell’epoca: una terza potenza, quella degli ordini monastici, aveva preso coscienza di sé, e questa coscienza di sé si esprime nei resoconti storico-apologetici redatti dai propri membri. In questi resoconti, l’azione artistica degli ordini monastici, e quindi il comportamento critico dei loro abati, o dei vescovi ad essi vicini, non manca di avere spesso un rilievo tale da permetterci una ricognizione del gusto cosi dei biografi come dei personaggi biografati. Il sentimento della novità portata dal fiorire ed espandersi dell’architettura all’inizio del secolo undecimo trova espressione nella pagina del monaco cluniacense Rodulfus Glaber, autore di cinque libri Historiarum sui temporis (dove risulta chiaro il proposito di glorificare l’ordine di Cluny) dei quali un intero capitolo, il quarto del libro terzo, si intitola, appunto, De innovatione ecclesiarum in toto orbe, ed esordisce con alcune frasi diventate obbligatorie quando si vuole parlare della cosiddetta «rinascita dell’anno mille». «Igitur infra supradictum millesimum tertio jam fere imminente anno, contigit in universo pene terrarum orbe, præcipue tamen in Italia, et in Galliis, innovari ecclesiarum basilicas, licet plæreque decenter locatæ minime indiguissent. Aemulabatur tamen, quæque gens Christicolarum adversus alteram decentiore frui. Erat enim instar ac si mundus ipse excutiendo semet, rejecta vetustate, passim candidam ecclesiarum vestem indueret. Tunc denique episcopalium sedium ecclesias pene universas, ac cœtera quæque diversorum sanctorum monasteria, seu minora villarum oratoria, in meliora quique permutavere fideles …».

Traspare in questa pagina (e nei più dettagliati racconti di rinnovamento artistico che lo stesso autore fa nella Vita Sancti Guillelmi abbatis Divionensis, soprattutto a proposito del restauro della chiesa di San Benigno in Digione) una consapevolezza del rinnovamento come mutazione e progresso del gusto («in meliora quique permutavere fideles»), che portava a rifare anche quegli edifizi i quali, per essere in buone condizioni, non avevano bisogno di restauro: «licet plæreque decenter locatæ minime indiguissent.» Tale consapevolezza viene accentuata dal modo come lo scrittore insiste sulla bianchezza delle nuove chiese: «Candidato, ut diximus, in novatis ecclesiarum basilicis universo mundo» cosi si legge nel capitolo sesto del libro IV Historiarum sui temporis. Candore, è una evidente metafora alla quale Glaber ricorre per sottolineare la nuova bellezza che il nuovo modo di costruire aveva portato nel mondo, a suo parere quasi fulmineamente. L’apologia di un ordine religioso si tramuta in apologia di un gusto, di un comportamento critico, del quale quell’ordine si considerava portatore: e questo intendimento apologetico, istituzionale e artistico a un tempo, risulta in modo ancora più circostanziato nella Jotsaldi monachi sancti Odilonis cluniacensis abbatis V vita, scritta intorno alla metà del secolo XI.

Qui il sentimento della rinascita artistica si presenta addirittura come sentimento di una rinascente antichità romana: viene dato risalto al fatto che l’abate Oddone faceva venire colonne romane e le adoperava (come già le aveva adoperate Carlo Magno) quale materiale per le nuove costruzioni; e di Sant’Odilone stesso il biografo si compiace di raccontare che egli soleva paragonare la propria opera al rinnovamento urbanistico di Augusto.

Nel capitolo XIII del libro I della vita di Sant’Odilone si legge infatti: « …fuerunt in eo … gloriosa studia in ædificiis sanctorum locorum construendis, renovandis, et ornamentis undecunque acquirendis. Demonstrat hoc Cluniacus suus principalis locus, in cunctis ædificiis interius et exterius, præter parietes ecclesiæ, ab ipso studiose renovatus, et ornamentis multipliciter adornatus: ubi etiam in novissimis suis claustrum construxit, columnis marmoreis ex ultimis partibus illius provinciæ … advectis mirabiliter decoratum: de quo solitus erat gloriari … invenisse se ligneum et relinquere marmoreum, ad exemplum Octaviani Caesaris, quem describunt historiæ Romam invertisse lateritiam et reliquisse marmoream. Incœpit etiam cyborium super altare Sancti Petri, cuius columnas vestivit ex argento cum nigello, pulchro opere decoratas… ». Quasi contemporanea a queste celebrazioni dei fasti politico-artistici dell’ordine cluniacense è quella dei Benedettini di Montecassino, contenuta nella Chronica Monasterii Cassinensis: dove il richiamo a Roma si accompagna alla concezione di Costantinopoli erede e continuatrice della civiltà artistica romana. Questi principii presiedettero all’azione critica dell’abate Desiderio, del quale la Chronica narra che «Romani profectus est…, columnas bases ac lilia, nec non et diversorum colorum marmora abundanter coëmit … Legatos interea Costantinopolim ad locandos artifices destinat, peritos utique in arte musiaria et quadrataria ex quibus videlicet alii absidem et arcum atque vestibulum maioris basilicae musivo comerent, alii vero totius ecclesiae pavimentum diversorum lapidum varietate consternerent. Quarum artium tunc ei destinati magistri cuius perfectionis extiterint, in eorum est operibus estimari, cum et in musivo animatas fere autumet se quisque figuras et quæque virentia cernere, et in marmoribus omnigenum colorum flores pulchra putet diversitate vernare ut non lapidibus sed floribus solum vernare putes… ». Gli stessi concetti emergono nel Carmen in laudem Desiderii abbatis Cassinensis: « …Ratio nequit intima reri, nequit hos labiumque fateri, | Sacra vascula quanta paravit, quibus et lapidum decoravit. | Ibi sardius et chrisoprassus nitet ac speciosa smaragdus | Simul emicat his amethistus, radiat preciosa jacynthus. Varias quoque Grecia vestes dedit artificesque scientes; | Tribuit sua marmora Roma, quibus est domus ista decora… ».

Le rivalità che dovevano insorgere fra i vari ordini religiosi, rivalità di potenza politica, non potevano a lungo andare non interferire nelle rispettive preferenze artistiche. Di un contrasto di questo genere il conflitto fra cluniacensi e cistercensi è uno fra gli esempi più vistosi; e non è improbabile che alle sue origini per quanto riguarda l’arte, stesse una circostanza economica.

La povertà iniziale dell’ordine di Cîteaux gli impediva infatti di gareggiare con il ricchissimo ordine cluniacense, del quale per altro non vennero in un primo tempo abbandonati gli orientamenti estetici: tanto è vero che la Bibbia di santo Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux, era riccamente figurata e variopinta, non diversa da quelle dei cluniacensi. Ma i monaci di Cîteaux compresero subito che se volevano competere con i loro rivali di Cluny nella potenza politica dovevano scegliersi un campo d’azione nel quale la povertà in cui versavano non fosse loro di ostacolo. Se l’ordine di Cluny era legato alle città rinascenti (ed ai pellegrinaggi), e nelle città e presso le città edificava i suoi monasteri e le sue chiese, un ordine nuovo avrebbe potuto affermarsi ed acquistare potere facendo leva sulle campagne, soprattutto attraverso la restituzione ad un possibile insediamento umano delle località incolte e malsane: da qui il ritorno alla regola benedettina nella sua formulazione originaria, «rectitudinem regulæ supra cunctum vitæ suæ tenorem ducentes… ». Le costruzioni erette da questi monaci pionieri e bonificatori non potevano non risentire di una penuria di mezzi e della necessità di impiegare le proprie energie in lavori di più immediato rendimento: costruzioni rozze ed informi, sino a quando un pensatore dotato di acuta sensibilità artistica, quale fu, malgrado le apparenze, Bernardo da Chiaravalle, si rese conto che anche le condizioni di vita e di lavoro dei cistercensi potevano trovare una propria espressione artistica; e che nel perseguimento consapevole di questo nuovo indirizzo d’arte l’ordine di Cîteaux poteva emanciparsi dalla condizione d’inferiorità nella quale era condannato a trovarsi, rispetto all’ordine cluniacense qualora non avesse contrapposto un proprio indirizzo estetico a quello seguito da quest’ultimo.

Sotto questa luce bisogna leggere il famoso capitolo XII della Apologia ad Guillelmum Sancti Theodorici abbatem, dove Bernardo si mostra osservatore attento di quell’arte cluniacense contro la quale polemizza: «Omitto oratoriorum immensas altitudines, immoderatas longitudines, supervacuas latitudines, sumptuosas depolitiones, curiosas depictiones: quae dum orantium in se retorquent aspectum, impediunt et affectum … in sancto quid facit aurum? … Nos vero qui jam de populo exivimus; qui mundi quæque pretiosa ac speciosa pro Christo reliquimus; qui omnia pulchre lucentia, canore mulcentia, suave olentia, dulce sapientia, tactu placentia, cuncta denique oblectamenta corporea arbitrati sumus uti stercora, ut Christum luchrifaciamus … quem, inquam, ex his fructum requirimus? … Auro tectis reliquiis saginantur hoculi, et loculi aperiuntur. Ostenditur pulcherrima forma sancti vel sanctæ alicujus et eo creditur sanctior, quo coloratior … et magis mirantur pulchra, quam venerantur sacra … Cernimus et pro candelabris arbores quasdam erectas, multo aeris pondere, miro artificis opere fabricatas … Fulget ecclesia in parietibus, et in pauperibus eget. Suos lapides induit auro, et suos filios nudos deserit … Cæterum, in claustris coram legentibus fratribus quid facit illa ridicula monstruositas, mira quædam deformis formositas, ac formosa deformitas? quid ibi immundæ simiæ? quid feri leones? quid monstruosi centauri? quid semihomines? quid inaculosæ tigrides? quid milites pugnantes? quid venatores tubicinantes? Videas sub uno capite multa corpora, et rursus in uno corpore capita multa. Cernitur hic in quadrupede cauda serpentis, illinc in pisce caput quadrupedis. Ibi bestia praefert equum, capra trahens retro dimidiam; hic cornutum animal æquum gestat posterius… ». Non si poteva formulare una più aderente ricostruzione del gusto romanico-cluniacense (ispirato dalla filosofia dello pseudo-Areopagita e dal principio di Scoto Eriugena «omnia quæ sunt lumina sunt») di questa che in pari tempo vuole essere una invettiva contro il programma artistico e l’orientamento critico di Sant’Oddone di Cluny, quale risulta dalla biografia scritta dal monaco Jotsaldo; e l’entusiasmo di Rodulfus Glaber si è qui convertito in indignazione, che peraltro procede più minutamente nella descrizione degli oggetti artistici di quanto non facesse il cluniacense Glaber, nel narrare, anche singolarmente, la ricostruzione delle chiese ad opera dei suoi confratelli.

Che la condanna pronunciata da Bernardo non fosse un rifiuto critico totale, risulta dal contesto stesso dell’Apologia: l’arte che egli così minuziosamente descrive, è da lui ammessa, ma nelle chiese vescovili, non nelle chiese abbaziali: «Et quidem alia causa est episcoporum, alia monachorum. Scimus namque, quod illi sapientibus et insipientibus debitores cum sint, carnalis populi devotionem, quia spiritualibus non possunt, corporalibus excitant ornamentis … patiamur et hæc fieri in ecclesia; quia etsi noxia sunt vanis et avaris, non tamen simplicibus et devotis… ».

L’arte praticata dai cluniacensi va bene in città, lungo le strade dei pellegrinaggi, dove convengono gli uomini indotti e carnali, ai quali sono necessarie quelle che lo pseudo-Areopagita aveva chiamato immagini dissimili. Ma il problema di Bernardo è quello di fissare i principii ai quali deve ispirarsi la critica in azione di un ordine le cui chiese, costruite lontano dalle città e dalle strade dei pellegrinaggi, in luoghi boscosi e paludosi, non hanno nessuno spazio per i fedeli, per il popolo carnale: sono destinate esclusivamente ai monaci, e vanno edificate con estrema economia di mezzi e materiali, tenendo presente che il convento e la chiesa e l’officina fanno tutt’uno. È necessario che queste chiese e conventi e officine non abbiano alcuna bellezza, o non si tratta invece di definire criticamente la bellezza propria di questi luoghi, di investigarne i princìpi speculativi, da tali princìpi ricavando un programma di critica artistica? È quello che Bernardo farà nei Sermones super Cantica Canticorum, posteriori di circa un decennio alla Apologia (furono incominciati nel 1135, lo stesso anno in cui venne intrapresa la costruzione dell’abbazia cistercense di Fontenay) dove egli enuncia una estetica della rationalis species, della spiritualis effigies, che coincide con la struttura stessa dell’edificio: venustas, per riprendere i concetti di Isidoro da Siviglia, immedesimata nella dispositio e nella constructio, invece che aggiunta ad esse come un terzo elemento. Nigra sum sed formosa: la formositas perseguita da Bernardo (sviluppando sul piano estetico la prescrizione benedettina relativa al vestiario: «Jam quod supra fuerit, superfluum est, et amputari debet») è una bellezza non sensuale, ma razionale: bellezza di spazi e di volumi e rapporti formali nei quali la forma si identifica alla funzione, invece di sovrapporsi ad essa e di mascherarla. Solo per gli uomini carnali le bellezze sensibili sono apparizioni di Dio ed a lui riconducono, come volevano l’Areopagita e Scoto Eriugena; per gli uomini spirituali, la bellezza che conduce a Dio è quella che parla non al senso, ma alla anima, e non può essere altro che una bellezza razionale.

Il mistico Bernardo, sul terreno estetico-critico, si incontra col razionalista Abelardo, che nella epistola VIII ad Eloisam sosteneva dover essere gli ornamenti dell’oratorio munda magis quam pretiosa, aggiungendo non doversi ammettere immagini scolpite, né pitture sugli altari, tranne, se proprio lo si desideri, l’immagine di Cristo dipinto sopra la croce di legno.

L’atteggiamento critico di san Bernardo fece scuola nell’ambito del suo ordine, e, limitatamente, fuori di questo. Cistercense, e discepolo di Bernardo, è il beato Aelredus Rievallensis autore di uno Speculum Charitatis dove le opinioni di Bernardo sono quasi parafrasate. E di critici che possano essere contrapposti a San Bernardo stando sullo stesso piano, fra i suoi contemporanei, non vi sono, forse, che l’abate Suger di Saint Denis, Ugo da San Vittore, e l’abate Roberto di Sant’Eriberto, autore di un trattato De Divinis Officiis, nel cui capitolo ventesimoterzo (De ornatu altaris et templi), libro II, il lusso delle chiese viene apologizzato in termini che riflettono, ancora una volta, la stretta relazione in cui l’esperienza estetica e la esperienza ascetica stavano per questi pensatori medioevali: « …cultus tamen exterior in vasis sacris, in apparatu altaris, et ministrorum ejus, semper quidem sancta, sed pro dierum vel temporum diversa ratione interdum splendidior est. Auro et argento, lapidibus pretiosis, pro posse fidelium singulis in locis splendet festiva devotio… ».

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
La critica d’arte nel pensiero medievale
Editore: Il Saggiatore
Luogo: Milano
Anno: 1961
Pagine: 93-102

Le idee estetiche di Carlo Magno e della sua corte

Alla polemica sulle immagini non rimase estraneo Carlo Magno, il quale prese esplicita posizione contro l’iconoclastia e l’idolatria insieme, preoccupandosi, nella «Praefatio» ai Libri Carolini, di stabilire una netta distinzione tra l’immagine e l’idolo: che fra loro differiscono quanto la rappresentazione di altro, e l’abbellimento di un luogo, differiscono da oggetti che non rappresentano né adornano, ma nella loro bruta materialità si impongono all’adorazione delle genti: «Alterius et longe alterius definitionis est idolum alterius imago: cum videlicet istae ad ornamentum vel ad res gestas monstrandas fiant, illud autem nunquam nisi ad miserorum animas sacrilego ritu et vana superstitione inliciendas : et imago ad aliquid, idolum ad se ipsum dicatur …».
Sulla base di queste premesse, l’orientamento critico che emerge dai Libri Carolini riprende ed accentua l’ostilità, già latente in Isidoro di Siviglia, verso le immagini arbitrarie, gli sbrigliamenti della fantasia, che dovevano caratterizzare l’arte irlandese-merovingica. Il capitolo XXIII della parte seconda batte sulla verosimiglianza, e quindi sulla imitazione; l’arte gradita all’ambiente carolingio è icastica, non fantastica: «… Picturæ interea ars cum ob hoc inoleverit, ut rerum in veritate gestarum memoriam aspicientibus deferret, et ex mendacio ad veritatem recolendam mentes promoveret, versa vice interdum pro veritate ad mendacia cogitanda sensus promovet, et non solum illa quæ aut sunt aut fuerunt aut fieri possunt, sed etiam ea quæ nec sunt, nec fuerunt, nec fieri possunt visibus defert. Mendacium enim aut de his est qua: non sunt, sed fieri possunt, aut de his quæ nec sunt nec fieri possunt… Nam dum dicat non contraire pictores Scripturis, et multa a pictoribus pingantur quae Scripturæ divinæ tacent, et ab hominibus non solum a doctis, sed etiam ab indoctis falsissima esse comprobentur, quis non ejus dictum ridiculosissimus vel potius falsissimus esse fateatur? Nonne Divinis Scripturis contraire noscuntur, cum abyssum figuram hominis fingunt habere …? Nonne Divinis Scripturis eos contraire haud dubium est, cum tellurem in figura humana modo aridam sterilemve, modo fructibus affluentem depingunt? Nonne divinis Scripturis eos contraire manifestum est, cum flumineos amnes in figuris hominum aut situlis aquas fundere, aut alios in alios confluere depingunt? Nonne cum solem et lunam et cœtera cœli ornamenta figuras hominum, et capita radiis succincta habere fingunt? … Nonne cum duodecim ventis singulis singulas formas pro qualitate virium attribuunt, aut mensibus singulis pro qualitate temporum quid unusquisque deferat, quibusdam nudas, quibusdam seminudas, quibusdam etiam indutas diversis vestibus dant…?…Pictores igitur rerum gestarum historias ad memoriam reducere quodammodo valent …». Se la giustificazione religiosa delle immagini risiede nel ricordare i fatti accaduti, esse non possono raffigurare se non le cose quæ sunt, e in tanto vengono tenute in onore in quanto abbandonano ogni tendenza affabulatrice, fantasiosa: l’immagine è rappresentazione d’altro (ad res gestas mostrandas) ed a questo altro deve mantenersi fedele. Il gusto carolingio è realistico e classicistico, e la sua insistenza sulla immagine come rappresentazione (veridica) di altro, se da un lato lo associa alla difesa che Gregorio II e Adriano I avevano fatta delle immagini contro gli iconoclasti, appellandosi, appunto, alla illustratività delle immagini stesse, da un altro lato sembra collocarlo al polo opposto di quella tendenza a dimostrare le cose invisibili per mezzo delle visibili che negli stessi anni induceva Adriano I a parlare di rapimento spirituale al cospetto dei dipinti. Per i compilatori dei Libri Carolini, e dunque per la cultura gravitante attorno alla corte di Carlo, non si poteva pensare a un rapimento spirituale prossimo all’adorazione: le immagini ricordano e abbelliscono, e in relazione a questi scopi vuole essere giudicata la loro qualità; tutto ciò che spinge la fantasia oltre i limiti del reale è mendacio e dunque non abbellisce nemmeno, secondo questi fautori dell’equazione bellezza-veridicità. «Nam dum nos nihil in imaginibus spernamus præter adorationem, … in basilicis sanctorum imagines non ad adorandum, sed ad memoriam rerum gestarum et venustatem parietum habere permittimus …». Fra l’imperatore, e il suo ambiente, e papa Adriano I, non doveva sussistere piena consonanza di gusti: fra la memoria rerum gestarum e la venustas parietum, di origine isidoriana, del cap. XVI (parte II) dei Libri Carolini, e l’ut mens nostra rapiatur spirituali affectu della lettera a Costantino e Irene corre una distanza che indizia propensione, nel pontefice, verso quella pittura fantastica cui l’ambiente imperiale si mostrava ostile, tacciandola di mendacio, di incitamento all’idolatria.
Da questa preoccupazione di escludere ogni possibile idolatria, che implicitamente condanna anche il rapimento della mente a cui Adriano I indulgeva, e pone un freno alla fantasia, deriva, nell’estetica carolingia, un interesse per la qualità individuale delle immagini come ulteriore distinzione dell’immagine dall’idolo, il quale rimane al di qua di ogni giudizio estetico : «Nam cum imagines plerumque secundum ingenium artificum fiant, ut modo sint formosæ, modo deformes, nonnunquam pulchræ, aliquando etiam foedæ, quædam illis quorum sunt simillimæ, quædam vero dissimiles, quædam novitate fulgentes, quædam etiam vetustate fatescentes, quærendum est quæ earum sint honorabiliores, utrum eæ quæ pretiosiores, an eæ quæ viliores esse noscuntur, quoniam si pretiosiores plus habent honoris, operis in eis causa vel materiarum qualitas habet venerationem, non fervor devotionis …». Proprio perché l’unica giustificazione delle immagini risiede nella memoria rerum gestarum e nella venustas parietum, l’unico onore che ad esse si deve è quello meritato dalla loro qualità: l’apprezzamento estetico prende il posto dell’adorazione idolatrica, e la stessa limitazione del gusto carolingio in un senso mimetico-realistico (che peraltro non escludeva i soggetti allegorici, come risulta dalle descrizioni di Turpino, in De gestis Caroli Magni, e da qualche carme di Teodulfo d’Orléans) contribuisce alla eliminazione definitiva del feticismo che intorbidava il giudizio e spesso metteva in ombra la schietta valutazione estetica. A questa esplicita consapevolezza di un valore proprio dell’arte, a cui Carlo Magno e la sua cerchia pervennero al contatto del conflitto fra iconolatria e iconoclastia, e che di tale conflitto si può considerare un risultato importante, seppure indiretto, si deve anche la ricezione dell’antico (sia pure, come osserva il De Bruyne, fatta «avec une sensibilité nouvelle, toute fraîche et nordique») nell’ambiente carolingio.

Il trasporto da Ravenna ad Aquisgrana della statua di Teodorico, ricordato in un passo della cronaca di Agnello (e si può aggiungere il trasporto da Roma ad Aquisgrana, di una scultura bronzea gallo-romana, avvenuto anch’esso per ordine di Carlo Magno) è pure un gesto emblematico, per chi di Carlo Magno e della sua corte voglia ricostruire la critica in azione. A questi gesti va ricollegato l’impiego di materiali tratti dalle fabbriche antiche ormai in rovina (da Verdun, Treviri, Colonia, Aquisgrana stessa; e da Roma, da Ravenna) che Carlo Magno seguita a praticare, non solo per motivi economici, ma per effetto di una scelta estetica e ideologica: comportamento critico. Come già in età costantiniana, nella costruzione della Chiesa del Laterano, si era voluto, adoperando colonne e capitelli di costruzioni pagane, «far rifluire nelle nuove costruzioni la forza e la gloria delle antiche», del culto pagano facendo come terreno per il nuovo culto e battezzandone, per così dire, le forme artistiche; così in Carlo Magno l’impiego del materiale antico era riconoscimento della sua qualità artistica, e rinnovamento di questa come corrispondente estetico della politico-religiosa rinascita Imperii Romani. Da qui la dichiarata volontà di rifarsi a Vitruvio, dei cui testi Eginardo si costituisce esegeta: «Misi igitur tibi verba et nomina obscura ex libris Vitruvii, quæ ad præsens occurrere poterant, ut eorum notitiam ibidem perquireres». Come ha di recente osservato Ernest Gall, «la sontuosa costruzione della Cappella Palatina di Aquisgrana, con le sue ben rispondenti proporzioni, mostra come Carlo Magno … intendesse assicurare il suo proprio posto nella vita culturale del suo tempo, quale rappresentante della antica tradizione architettonica …».
Da questo consapevole ritorno alle concezioni del mondo antico deriva anche l’attenuarsi, nelle descrizioni di età carolingia, della ammirazione per le materie belle e luminose, per i colori vivaci ; e un accresciuto interesse alla bellezza prodotta dagli artisti, interesse che nei tituli di Venanzio Fortunato era stato solo sporadico. «Est mihi vas aliquod signis insigne vetustis … quo cœlata patent scelerum vestigia Caci …». E la novità dell’orientamento critico si fa palese a chi raffronti i tituli dell’epoca merovingia con questi versi di Sedulio Scotto: «Haec domus est Domini vitreis oculata fenestris, | Quam Phebus lustrat radiis et crine sereno. | Nam quintu decimis Maii sacrata kalendis | Abbicat in specie, picto micat ipsa decore».
Sedulio Scotto e Teodulfo d’Orléans appartengono alla generazione di Rabano Mauro, il quale rinnova l’impegno enciclopedico di Isidoro di Siviglia, appropriandosi, non di rado, secondo un diffuso costume medioevale, dei concetti e delle definizioni contenute nelle Etimologie di quest’ultimo. Ma più che nei libri De Universo, o nel commento in Ecclesiasticum – dove peraltro si trova un giudizio sull’artista «qui studiose nocte dieque, in opere suo laborat, ut signacula sculpet et hominis imaginem arte gemmaria formet», che viene eletto a simbolo dei predicatori informanti a virtù l’anima dell’uomo – l’atteggiamento di Rabano verso le opere di arte si può cogliere del carme XXX, ad Bonosum, dove viene enunciata la supremazia della letteratura sulla pittura: «… Plus quia gramma valet quam vana in imagine forma, | Plusque animæ decoris præstat quam falsa colorum | Pictura ostentans rerum non rite figuras | … Illa oculis tantum pauca solamina præstat, | Hæc facie verum monstrat… | Illa recens pascit visum, gravat atque vetusta, | Deficiet propere veri et non fide sequestra est …». Echeggia in questi versi l’insegnamento di Alcuino, che nel dialogo sulla Grammatica aveva ammonito: «Quanto melius est interius ornare, quam exterius, animam perpetuam splendore polire»; ma in essi si riflette anche la malinconia del carme XXIV, indirizzato allo stesso Bonoso, dove Rabano Mauro lamenta la precarietà delle bellezze terrene, in modi che richiamano ancora Alcuino («Quid pulchrius luce? et haec tenebris succedentibus obfuscatur. Quid floribus venustius æstatis? qui tamen hiemalibus frigoribus pereunt …»), ma anche i poeti dell’età merovingia, e quel Formæ vero nitor ut rapidus est del Boezio onnipresente nella cultura medioevale.
«Aestas clara micat, autumnus conferet umbras. | Ver floret gemmis, has fera tollit hiemis …». Così Rabano Mauro: perisce la bellezza dei fiori («Canescunt violæ, lilia fusca cadunt …») ; anche la pittura sbiadisce col tempo: quando è fresca, essa diletta gli occhi, una volta invecchiata li affligge. Meglio la letteratura che parla direttamente all’anima, non ai sensi, e per questo mostra senz’altro la verità. Ricompare qui il lamento per la caducità del mondo sensibile, ed echeggia da lontano, attraverso Boezio, la platonica superiorità dell’intelligibile; ma quello che interessa dal punto di vista della critica d’arte, è il riferimento all’alterazione dei dipinti a causa dell’azione distruttrice del tempo.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
La critica d’arte nel pensiero medievale
Editore
: Il Saggiatore
Luogo: Milano
Anno: 1961
Pagine: 61-66

La concezione carolingia del canto gregoriano

In età carolingia, con l’avvio della riforma liturgica voluta da Carlo Magno, il canto sacro, da modalità di intonazione della preghiera legata al pluralismo dei riti delle singole comunità cristiane e a tradizioni locali, divenne linguaggio universale della Chiesa, che l’autorità imperiale tutelava e amministrava attraverso le gerarchie ecclesiastiche. Così, la riflessione teorico-musicale rinacque nell’età carolingia, dopo la sua eclisse in età patristica, anche per supplire alla necessità di legittimare l’ordine universale del mondo, che, adesso, si incarnava nell’ideale di universalitas attribuita al canto liturgico dell’impero carolingio, il canto gregoriano.

Che il canto gregoriano si sia storicamente sviluppato per iniziativa del potere politico è confermato dall”Admonitio generalis (MGH, Capitularia regum Francorum I, 22, 80), nella quale Carlo Magno prescrive per tutto il clero l’uso del cantus romanus (il repertorio della Chiesa di Roma portato oltralpe), in forza dell’autorità dei patti già intercorsi fra suo padre Pipino e il papa. Il profondo significato teologico e politico di questo evento è anzitutto testimoniato dalla propaganda che lo accompagnò, la quale mirava a stabilire l’origine divina e “rivelata” delle formule melodiche del nuovo canto. Questa tradizione si originò proprio all’interno della corte imperiale e fu tramandata in forma letteraria da un intellettuale dell’elite palatina, Paolo Diacono, e in forma iconografica da un cospicuo gruppo di illustrazioni presenti in manoscritti che datano dal IX al XIII secolo. Il canto gregoriano sarebbe stato trasmesso direttamente dallo Spirito Santo a papa Gregorio Magno (m. 604), insigne riformatore liturgico e Padre di massima autorità per la cultura cristiana occidentale. Nella tradizione iconografica, il papa stesso, nascosto dietro una tenda, detta a un monaco le formule melodiche che gli vengono suggerite dalla colomba divina e che il monaco a sua volta mette per iscritto.

La realtà storica dell’evoluzione e affermazione del canto gregoriano fu ovviamente diversa, ed è oggi ancora in buona parte avvolta nell’oscurità; tuttavia è palese che il nuovo repertorio di canti fu frutto della volontà imperiale di uniformare le melodie e i testi liturgici sul modello, in realtà, della tradizione gallicana locale, sulla quale influì (o aveva influito, secondo modalità ancora non sufficientemente chiarite) la tradizione melodica dell’antico canto della Chiesa romana, sviluppato nel VII-VIII secolo.

Comunque sia stato prodotto e trasmesso, la leggenda dell’origine del nuovo repertorio franco-romano – come i musicologi tendono a chiamare il canto gregoriano – rende esemplare la modalità stessa nella quale si delineò il rapporto fra la prassi musicale e la teoria che ben presto vi si accompagnò. Riassumiamo questo nesso in cinque punti fondamentali:

  1. il nuovo canto va imposto a tutte le chiese e ai monasteri dell’impero perché è canto divino;
  2. la sua autorevolezza è giustificata dal fatto che è stato trasmesso direttamente dall’auctoritas di papa Gregorio Magno, riformatore della Chiesa;
  3. il canto gregoriano è segno concreto dell’armonia universale realizzata sulla terra attraverso la mediazione sacerdotale (rappresentata dal papa), la quale interpreta e annuncia la parola di Dio alla cristianità;
  4. il canto liturgico, in forza della sua divinità, deve essere trasmesso nell’integrità della sua originaria formulazione, e dunque necessita di essere scritto, affinché venga praticato universalmente e uniformemente;
  5. il compito della trasmissione è affidato al monaco amanuense, che nell’organizzazione gerarchica della società e della Chiesa detiene il ruolo di “diffusore” della conoscenza attraverso la scrittura.

È facile intuire come queste preoccupazioni portarono a una vera e propria rivoluzione nella concezione della musica e nella sua teorizzazione. L’imposizione del nuovo canto fece sì che una musica viva e concreta divenisse oggetto di attenzione speculativa, perché argomentare sul canto gregoriano non significava solo giustificarne l’autorità, quanto anche indagare le modalità della sua effettiva organizzazione melodica, che la necessità di trasmissione obbligava a restituire in forma scritta. Con l’affermarsi del canto gregoriano, il recupero della scrittura musicale alfabetica trasmessa da Boezio e il suo graduale abbinamento con quella neumatica, presente in nuce e in varie tipologie fin dall’VII secolo, divennero, almeno nei presupposti teorici, l’unico mezzo per trasmettere fedelmente il repertorio. Ma per rendere possibile tale abbinamento era prima necessario elaborare un’idea del movimento melodico come successione di altezze vocali determinate e misurabili; occorreva, cioè, matematizzare il flusso sonoro della voce. Ciò che a noi sembra scontato, ovvero che ogni suono musicale corrisponde a un’altezza determinata rappresentabile in segni grafici, fu in realtà una conquista complessa, grazie alla quale la musica occidentale acquisì una dimensione teorica imprescindibile dalla prassi e dalla notazione. Come la scrittura minuscola carolina uniformò le grafie degli scriptoria monastici consentendo la circolazione dei manoscritti e facilitandone la lettura, così la scrittura della musica, gradualmente formalizzata nei trattati musicali, consentì la circolazione del repertorio liturgico in tutta l’Europa, trasmettendo insieme a esso i principi teorici che ne avevano reso possibile la codifica. Senza tema di eccessi, possiamo dire che questa non facile operazione segnò l’atto di nascita della cultura musicale occidentale.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 116-118

La concezione carolingia della musica

Quando Carlo Magno salì al trono, volse la politica paterna nel grandioso progetto di una renovatio imperii consacrata dal capo della Chiesa, un evento politico e culturale di enorme portata, nel quale una tendenza storiografica oggi dibattuta ha visto l’atto di nascita dell’Europa moderna.

Il programma promosso da Carlo e comunemente definito “rinascita carolingia” si configurò come un evento che affiancava l’impegno pedagogico alla riorganizzazione politica, sociale ed economica del nuovo impero cristiano, il quale arrivò a estendersi su tutta l’Europa centrale. Per redigere il suo programma, Carlo, semianalfabeta, aveva bisogno di un uomo di grande cultura e autorità, qualità che spiccavano nella figura di Alcuino di York, monaco inglese che il sovrano conobbe a Pavia nel 781, e al quale affidò la sorte culturale del regno. Alcuino redasse numerosi manuali e insegnò ai funzionari, ma non fu solo maestro; anzi, fu soprattutto un infaticabile promotore culturale: attivò una vasta circolazione di testi nei monasteri, nelle scuole affiancate alle più importanti cattedrali e nella scuola del palazzo reale di Aquisgrana, la schola palatina,
dove egli stesso rimase per quasi tutto il resto della sua vita; fondò, inoltre, numerosi scriptoria,
le biblioteche monastiche impegnate nella conservazione e copiatura dei codici. La cultura monastica occupata nei secoli precedenti a salvare il patrimonio culturale del passato – tanta parte in questo processo lo ebbe proprio il monachesimo inglese e irlandese, di cui Alcuino era figlio – era adesso chiamata a un compito forse ancora
più arduo: assicurare il successo del progetto politico-culturale di Carlo.

«Includere e citare», come afferma Kurt Flasch (Introduzione alla filosofia medievale, Torino 2002, p. 5), sono i termini nei quali possiamo riassumere l’essenza della civiltà carolingia.

  • Includere: il programma culturale promosso dall’élite intellettuale della corte palatina, sotto la guida di Alcuino, mirava a recuperare la tradizione erudita classica della romanità imperiale, ponendola in una linea di continuità con la sapienza biblica cristiana trasmessa dai Padri. La coesione delle due radici culturali del nuovo impero, romanitas e christianitas,
    confermava la razionalità dell’operazione politica compiuta da Carlo.
  • Citare: il recupero del passato non era solo in funzione della conservazione politico-amministrativa interna, garantita da un’adeguata preparazione intellettuale dei funzionari e della gerarchia ecclesiastica, ma doveva anche essere manifestazione esteriore dell’autorevolezza del nuovo potere attraverso l’imitazione dell’unica autorità diretta continuatrice dell’impero romano, cioè l’impero d’Oriente.

La dignità del nuovo contesto cristiano-germanico era nella dimostrazione che i Franchi proteggevano e portavano avanti l’eredità del passato, avendola fatta propria non da usurpatori, ma da legittimi eredi. Grazie a questa acuta strategia politica e culturale Carlo potè utilizzare i simboli dell’impero bizantino, ma avanzando la pretesa della propria distinzione e auctoritas.

L’attività didattica che si delinea nelle scuole carolingie ha dunque una componente rilevante nella ripresa della tradizione enciclopedica tardoantica, che però, per la necessità di un’erudizione più pragmatica e accessibile, rinuncia alla trattazione sistematica, e interiorizza il modello pedagogico di Cassiodoro e di Isidoro. Un catalogo dell’XI secolo della biblioteca della cattedrale di Puy attribuisce ad Alcuino un’opera «De dialectica, rethorica, musica, arithmetica, geometria, astronomia». Il testo, che non ci è giunto, sembrerebbe un manuale sulle arti liberali, con l’esclusione della grammatica, la quale, come già in Isidoro, era lo strumento metodologico per la trattazione di tutte le discipline. Ciò che Alcuino si proponeva di fare è ben espresso in una delle sue lettere a Carlo: edificare in Francia una nuova Atene, superiore all’antica «perché quella senza altro insegnamento che le discipline di Platone ha brillato della scienza delle sette arti, ma questa supera in dignità tutta la sapienza di questo mondo, perché è, in più, arricchita della pienezza dei sette doni dello spirito santo» (Ep. 86; PL 100, col. 282).

Anche la musica è intesa a palazzo, così come in ogni vescovado e monastero, secondo i dettami dell’Epistola de litteris colendis e dell’Epistola generalis di Carlo (MGH, Capitularia regum Francorum I, 29, p. e 30, p. 80), come una disciplina da insegnare insieme alle altre arti del quadrivio; del resto, pure il sovrano si faceva istruire nel computo e nell’astronomia da Alcuino. Ma per quanto concerne la musica, un poema, attribuito ad Alcuino, che illustra gli usi della vita di corte, ribadisce: «Il maestro cantore Idito istruiva i ragazzi nel canto sacro affinché cantassero con piena voce i dolci suoni e imparassero che la musica sta nei versi, nei numeri e nel ritmo» (MGH, Poetarum latinorum I, 26, 246). Idito a parte, che forse indica solo una tipologia ideale di maestro di musica, è innegabile che le tre classiche partizioni nelle quali la disciplina era suddivisa nella tarda Antichità (nell’ordine qui dato: metrica, armonica e ritmica) costituiscono tre prospettive ancora attuali di approccio alla musica, intesa come arte del canto. In effetti, anche se è sempre ben presente in età carolingia l’idea che la musica fosse una scienza, è avvertito con chiarezza che il canto, ovviamente quello liturgico, è musica, perciò rientra nel quadro della nuova cultura enciclopedica quale “oggetto” specifico di questa disciplina. Questa inclusione determina delle difficoltà, che restano irrisolte: mentre nelle opere enciclopediche e nelle sezioni teoriche dei primi trattati musicali il canto liturgico è considerato oggetto della scienza musicale, il primo approccio verso una sua codificazione è pratico, e non si inquadra nel contesto disciplinare. Parimenti, le parole che definiscono il canto o la modalità del cantare nelle opere enciclopediche e nella primissima trattatistica musicale sono desunte dalla Bibbia, più che dalla prassi canora coeva, ed entrano nella trattazione musicale secondo il principio che la conoscenza di un “oggetto” sta nel significato delle parole che lo designano, o che ne descrivono gli attributi, come in Isidoro. Questo significato è appunto illuminato dalla Bibbia, che volge la descrizione del mondo in interpretazione morale e spirituale.

Un esempio eloquente in tal senso è il De naturis rerum,
o De universo, opera del più prestigioso allievo di Alcuino, Rabano Mauro, monaco del monastero di Fulda intorno alla metà del IX secolo. In questa enciclopedia dei saperi, destinata a durevole fortuna, il fondamento metodologico che rende coerente la raccolta di dati è quello del rapporto diretto fra il “nome” e la “cosa” che il nome designa. Soffermiamoci sulla musica, riconosciuta da Rabano fra le discipline ancelle della filosofia, la quale è identificata con la sapienza cristiana, ed è dunque anche valore morale e corretta conduzione della vita. La sezione musicale del De universo organizza gli argomenti proprio in virtù dell’elevazione spirituale dell’uomo, resa possibile dalla lettura biblico-simbolica delle “cose” su cui verte la disciplina, fra le quali assumono rilievo anche gli strumenti musicali. Sono gli strumenti biblici, e non quelli reali, esclusi da ogni pratica liturgica, ad alimentare il catalogo di Rabano, e l’interesse verso di loro sta tutto nella natura simbolica della peculiare “voce” di ciascuno. Prendiamo ad esempio il salterio:

Il salterio, nome greco per il nabulum degli ebrei e il laudatorium dei latini, di cui il Salmo afferma exsurge psalterium et cithara (Salmo 54) a differenza della cetra ha forma di trapezio e ha dieci corde […]. Il salterio viene popolarmente chiamato così prendendo il nome dal cantare (psallere)
che si eleva dagli inferi ai cieli attraverso il movimento della mano, la quale suona le corde dal basso in alto, mentre il coro risponde alla sua voce (PL 18, 4, coll. 496-500).

L’idea platonica di “armonia cosmica”, simboleggiata dal salterio che lega terra e cielo nell’accordo delle sue corde risuonanti, ha un equivalente nel canto corale di lode a Dio; non un canto “del cuore”, ma “del coro”, della chiesa. Come abbiamo già osservato, i Padri, Agostino e lo stesso Boezio impiegarono i concetti di “ordine”, “misura” e “armonia musicale” quali modalità di lettura unitaria del creato e dell’uomo.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 113-116

Fondamenti dell’arte cristiana (5)

La tradizione dell’immagine sacra si ricollega a prototipi determinati, in un certo senso storici. Presuppone una dottrina, vale a dire una definizione dogmatica dell’immagine sacra, nonché un metodo artistico che permetta di riprodurre i prototipi in maniera conforme al loro significato. Il metodo artistico presuppone a sua volta una disciplina spirituale.

Fra i vari prototipi generalmente trasmessi nell’arte cristiana, il più importante è l’immagine acheiropóietos («non fatta da mano d’uomo») del Cristo sul Mandilion: il Cristo avrebbe donato la sua immagine, miracolosamente impressa su un pezzo di stoffa, al messaggero del re di Edessa, Abgar, che gli aveva chiesto il suo ritratto. Il Mandilion fu conservato a Costantinopoli fino alla sua scomparsa nel sacco della città per opera dei crociati latini.

Un altro prototipo, non meno importante, è l’immagine della Vergine attribuita a san Luca; è conservata in numerose riproduzioni bizantine.

Anche la cristianità latina possiede modelli consacrati dalla tradizione, quali il «Volto Santo» di Lucca, che è un crocifisso scolpito in legno, di stile siriaco, e attribuito dalla leggenda a Nicodemo, discepolo del Cristo.

Tali attribuzioni non possono naturalmente essere provate storicamente; forse non bisogna prenderle alla lettera ma interpretarle come titoli che mettono istantaneamente a fuoco le fonti tradizionali a cui si richiamano. Per quel che concerne l’immagine tradizionale del Cristo, mille anni di arte cristiana la confermano: argomento potente a favore della sua autenticità poiché, a meno di voler negare ogni realtà a quest’ordine di cose, si deve ammettere che lo Spirito presente nell’insieme della tradizione non avrebbe tardato molto a eliminare una falsa definizione fisica del Salvatore. Le rappresentazioni del Cristo su certi sarcofagi della Roma decadente non provano affatto il contrario, come non lo provano le immagini naturalistiche del Rinascimento: queste non sono più nella tradizione cristiana e quelle non ci sono ancora. Facciamo osservare che l’impronta conservata sulla Sacra Sindone di Torino, i cui tratti sono stati resi pienamente visibili solo dai mezzi odierni di investigazione, assomiglia in modo impressionante, sotto il profilo dei particolari caratteristici, all’immagine acheiropóietos.

Ciò che abbiamo detto dell’icona tradizionale del Salvatore è ugualmente valido per l’icona della Vergine attribuita a san Luca. Ma altri modelli di icona – come quello della «Vergine del Segno», che rappresenta la Santa Vergine nell’atteggiamento dell’orante con il medaglione del Cristo Emanuele sul petto; come pure le composizioni figurative che un tempo decoravano le pareti della chiesa della Natività di Bethleem -, in assenza di ogni tradizione che possa stabilire la loro origine, si impongono per la loro qualità spirituale e l’evidente simbolismo che si fan garanti della loro origine «celeste». Alcune varianti di tali prototipi sono state per così dire «canonizzate» nella Chiesa greco-ortodossa, in seguito a miracoli operati per loro mediazione oppure a causa della loro perfezione dottrinale e spirituale. Esse sono divenute a loro volta prototipi di icone.

È assai significativo per l’arte cristiana, e dal punto di vista cristiano in generale, che queste immagini sacre abbiano un’origine miracolosa, dunque misteriosa e storica a un tempo. Ciò, d’altra parte, rende molto complessa la relazione tra l’icona e il suo prototipo: da un Iato, l’immagine miracolosa del Cristo o della Vergine sta all’opera d’arte come l’originale sta alla copia; dall’altro, il ritratto miracoloso non è che un riflesso o un simbolo di un archetipo eterno, cioè della vera natura del Cristo o di sua madre. La posizione dell’arte è qui rigorosamente parallela a quella della fede; infatti, la fede cristiana praticamente si aggancia a un evento storico ben preciso: la discesa del Verbo divino sulla terra sotto la forma di Gesù, benché essa possegga, essenzialmente, anche una dimensione non storica. Ciò che contraddistingue la fede non è forse il suo assenso a realtà eterne, di cui l’evento storico è una delle espressioni? Nella misura in cui la coscienza spirituale si indebolisce e l’enfasi della fede punta più sulla storicità che non sulla qualità spirituale dell’evento miracoloso, la mentalità religiosa si distoglie dagli «archetipi» eterni e si concentra sulle contingenze della storia, che ormai saranno concepite in maniera «naturalistica», quanto dire nella maniera più accessibile alla sentimentalità collettiva.

L’arte dominata dalla coscienza spirituale tende a semplificare i tratti dell’immagine sacra, riducendoli ai loro caratteri essenziali; il che non implica affatto, come pretende qualcuno, un irrigidimento dell’espressione artistica. La visione interiore, orientata sul suo archetipo celeste, comunicherà sempre all’opera la sua forza di penetrazione serena e compiuta. Per contro, nelle epoche di decadenza spirituale l’elemento naturalistico riemerge inevitabilmente; esso, d’altronde, era latente nell’eredità greca della pittura occidentale, e le sue «spinte» contro l’unità dello stile cristiano si sono fatte sentire ben prima del Rinascimento. Il pericolo del «naturalismo», o quello di una esagerazione arbitraria dello stile intesa a sostituire gli imponderabili spirituali del prototipo con tratti puramente soggettivi, era tanto più reale in quanto le passioni collettive, represse dal carattere inalterabile delle tradizioni scritturali, trovavano uno sbocco nell’arte. Ciò significa che l’arte cristiana è cosa estremamente fragile e non può esser mantenuta integra se non con infinite precauzioni. Quando essa si corrompe, gli idoli che essa crea agiscono a loro volta influenzando in definitiva, e con danno rilevante, la mentalità collettiva. Quindi, né gli avversari dell’immagine religiosa, né i suoi fautori saranno mai a corto di argomenti validi, perché l’immagine è buona per un verso e cattiva per l’altro. Comunque sia, un’arte sacra non può esser salvaguardata senza regole formali e senza la coscienza dottrinale di coloro che la controllano e la ispirano. Di conseguenza, la responsabilità grava sul clero, o che l’artista sia un semplice artigiano o che sia un uomo di genio.

Il mondo bizantino divenne cosciente di tutto quello che implica la pittura sacra soltanto in seguito alle dispute tra gli iconoclasti e gli iconoduli; in gran parte anche per l’avvicinarsi minaccioso dell’Islam: infatti l’atteggiamento intransigente dell’Islam nei confronti delle immagini esigeva, da parte della comunità cristiana in pericolo, una giustificazione quasi metafisica dell’immagine sacra, tanto più che un simile atteggiamento poteva esser convalidato, agli occhi di molti cristiani, dal Decalogo. Ci si ricordò allora che la venerazione dell’immagine del Cristo non soltanto è lecita ma è anche la patente testimonianza di quello che è il dogma più squisitamente cristiano: l’incarnazione del Verbo. Se nella sua essenza trascendente Dio non può essere rappresentato, la natura umana di Gesù, che egli riceve da sua madre, non si sottrae alla figurazione. Ora, la forma umana del Cristo è misteriosamente unita alla sua essenza divina, malgrado la distinzione delle due «nature». E ciò giustifica la venerazione della sua immagine.

A prima vista, tale apologia dell’icona verte sulla sua esistenza e non sulla sua forma. Ma l’argomento dell’incarnazione contiene in germe una dottrina del simbolo, che deciderà di tutto l’orientamento dell’arte: il Verbo non è unicamente la Parola, eterna e temporale insieme, di Dio; è anche l’immagine, come scrive san Paolo: «Questi è immagine d’Iddio invisibile, primogenito avanti ogni creatura». Egli, dunque, riflette Dio a tutti i livelli di manifestazione. L’immagine sacra del Cristo è così un’ultima proiezione della discesa del Verbo divino sulla terra.

Il secondo concilio di Nicea (787) fissò la giustificazione dell’icona sotto forma di una preghiera rivolta alla Vergine come colei che, essendo la sostanza o supporto dell’incarnazione del Verbo, è anche la vera causa della sua figurazione: «Il Verbo indefinibile (aperígraphos) del Padre si è lui stesso definito (periegraphe) divenendo carne attraverso te, Genitrice di Dio. E reintegrando l’immagine (di Dio) contaminata (dal peccato originale) nella sua forma primitiva, egli la compenetrò di bellezza divina. Confessando questo, noi lo imitiamo nelle nostre opere e nelle nostre parole».

Il principio del simbolismo era già stato dimostrato da Dionigi Areopagita: «La tradizione sacerdotale, così come gli oracoli divini, adombra ciò che è intelligibile sotto ciò che è materiale, e ciò che trascende tutti gli esseri sotto il velo di questi medesimi. Dona forma e figura a ciò che non ha né forma né figura e, attraverso la varietà e la materialità di tali emblemi, rende molteplice e composto ciò che in sé è eminentemente semplice e incorporeo». Il simbolo, egli spiega, ha due facce. Per un verso, è insufficiente rispetto al suo archetipo trascendente, al punto da esserne separato da tutto l’abisso che divide il mondo terrestre dal mondo divino; per l’altro, partecipa della natura del suo modello, perché l’inferiore ha avuto origine dal superiore. In Dio, infatti, sussistono i tipi eterni di tutti gli esseri, e tutti sono compenetrati dall’Essere e dalla Luce divini. «Vediamo dunque», scrive ancora Dionigi, «che senza alcuna stonatura possono attribuirsi delle figure agli esseri celesti, anche ricavandole dalle parti più vili della materia, perché la materia stessa, avendo ricevuto il suo sussistere dalla Bellezza assoluta, conserva, grazie alla sua ordinata composizione materiale, qualche traccia della bellezza intellettuale. Sicché è possibile, con la mediazione della materia, innalzarsi agli archetipi immateriali, avendo cura tuttavia, come si è detto, di prendere le metafore nella loro stessa dissomiglianza, cioè non considerandole sempre nell’identica maniera, ma rispettando la distanza che separa l’intelligibile dal sensibile e dandone definizioni che si addicano a ciascuna delle loro modalità specifiche». Ma il duplice aspetto del simbolo altro non è in definitiva se non la duplice natura della forma aristotelica, del sigillo qualitativo di un essere o di una cosa; la forma, infatti, è sempre un limite e insieme è espressione di un’essenza, e quest’essenza è un raggio del Verbo eterno, archetipo supremo di ogni forma e, pertanto, di ogni simbolo, così come viene indicato dalle parole di san Ieroteo, il grande sconosciuto che Dionigi cita nel suo libro sui Nomi divini: «…Forma informante in tutto ciò che è informe, in quanto è principio formale, essa (la natura divina del Cristo) è nondimeno informe in tutto ciò che ha forma, in quanto trascende ogni forma…». Ecco l’ontologia del Verbo nel suo aspetto universale. L’aspetto particolare e per così dire personale della medesima legge divina è l’incarnazione, mediante la quale «il Verbo indefinibile del Padre si è lui stesso definito». Cosa che Ieroteo esprime in questi termini: «Avendo accondisceso per amore dell’uomo ad assumerne la natura, essendosi veramente incarnato… (il Verbo) ha peraltro conservato in tale stato il suo carattere meraviglioso e sopraessenziale… Nel seno stesso della nostra natura è rimasto meraviglioso e sopraessenziale nella nostra essenza, contenendo in sé eminentemente tutto quel che ci appartiene e che proviene da noi, al di là di noi stessi».

Secondo questa visione spirituale, la partecipazione della forma umana del Cristo alla sua essenza divina è come il «tipo» di ogni simbolismo. L’incarnazione presuppone il legame ontologico che unisce ogni forma al suo archetipo eterno, e al tempo stesso lo garantisce. Rimaneva solo da applicare tale dottrina alla natura dell’immagine sacra, e lo fecero i grandi apologisti dell’icona, specie san Giovanni Damasceno, a cui si ispirò il secondo concilio di Nicea, e Teodoro Studita, che assicurò la vittoria definitiva sopra gli iconoclasti.

Nei Libri Carolini Carlo Magno reagì contro le formulazioni iconodule del concilio di Nicea, indubbiamente perché temeva una nuova idolatria presso gli occidentali, meno contemplativi dei cristiani d’Oriente. Egli voleva proporre all’arte una funzione più didattica che non sacramentale. A partire da questo momento la mistica dell’icona divenne più o meno esoterica in Occidente, rimase invece canonica in Oriente, dove per altro era sostenuta dal monachesimo. La trasmissione di modelli sacri continuò in Occidente sino al Rinascimento, e ancor oggi le più celebri immagini miracolose venerate nella Chiesa cattolica sono icone di stile bizantino. All’influenza disgregatrice del Rinascimento la Chiesa romana non seppe opporre alcuna dottrina dell’immagine, mentre nella Chiesa greco-ortodossa la tradizione dell’icona si perpetuò – anche se affievolita – fino all’epoca moderna.


Autore Titus Burckhardt
Pubblicazione L’arte sacra in Oriente e Occidente
Editore Rusconi
Luogo Milano
Anno 19902
Pagine 62-68