Misura e manifestazione

L’associazione più sovente stabilita con la materia è quella che la ricollega a mater, e ciò in effetti è ben appropriato alla sostanza in quanto principio passivo, o simbolicamente «femminile»: si può dire che Prakriti svolge una funzione «materna» in rap­porto alla manifestazione, così come Purusha svolge una funzione «paterna»; e ciò si verifica ugualmente a tutti i livelli in cui si può esaminare analogicamente una correlazione tra essenza e sostanza[1]. D’altra parte è anche possibile ricollegare lo stesso termine materia al verbo latino metiri, «misurare»; ma dire «misura» equivale a introdurre una determina­zione, e ciò non è più applicabile all’assoluta indeterminazione della sostanza universale o della materia prima, ma deve piutto­sto riferirsi a qualche altro significato più ristretto.

«Per tutto ciò che può essere concepito o percepito (nel mondo manifestato)» come dice a questo proposito Ananda K. Coomara­swamy «il sanscrito ha soltanto l’espressione nama‑rupa, i cui due termini corrispondono all’“intelligibile” e al «sensibile» (considerati come due aspetti complementari rispettivamente ri­ferentisi all’essenza e alla sostanza delle cose)[2]. È vero che il termine mâtrâ, letteralmente «misura», è l’equivalente etimolo­gico di materia; ma quanto è «misurato» a questo modo non è la «materia» dei fisici, bensì le possibilità di manifestazione ine­renti allo spirito (Atma[3]. Tale idea di «misura», posta così in rapporto diretto con la stessa manifestazione, è molto importante, e ben lungi dall’appartenere esclusivamente alla sola tradizione indù che Coomaraswamy ha qui particolarmente in vista; si può dire, in effetti, che essa, in una forma o in un’altra, è ritrovabile in tutte le dottrine tradizionali.

Intesa alla lettera, la misura si riferisce principalmente all’àm­bito della quantità continua, cioè, nel modo più diretto, alle cose che hanno carattere spaziale (dal momento che il tempo stesso, benché ugualmente continuo, è misurabile solo indiret­tamente, riferendolo in qualche modo allo spazio tramite il mo­vimento che stabilisce una relazione tra l’uno e l’altro); ciò equi­vale a dire che la misura si riferisce, in definitiva, sia alla stessa estensione, sia a quel che si è convenuto chiamare «materia cor­porea» in ragione del carattere estensivo da questa necessariamente posseduto, il che d’altronde non vuole affatto dire che la sua natura, come pretende Cartesio, si riduca puramente e sem­plicemente all’estensione. Nel primo caso la misura è più propria­mente «geometrica»; nel secondo la si potrebbe piuttosto defi­nire «fisica», nel senso ordinario del termine; ma in realtà que­sto secondo caso è riconducibile al primo, poiché è in quanto si situano nell’estensione e ne occupano una certa porzione definita che i corpi sono immediatamente misurabili, mentre le altre loro proprietà non sono suscettibili di misura se non quando si possa riferirle in qualche modo all’estensione. Qui, come avevamo previsto, siamo ben lontani dalla materia prima, poiché questa, nella sua assoluta «indistinzione», non può minimamente esse­re misurata né servire a misurare alcunché; ma è doveroso chie­dersi se tale nozione di misura non sia più o meno strettamente legata a ciò che costituisce la materia secunda del nostro mondo, ed in effetti questo legame esiste proprio per il fatto che essa è signata quantitate. Infatti, se la misura riguarda direttamente l’estensione e quanto in essa contenuto, ciò è reso possibile dal­l’aspetto quantitativo di questa estensione; ma la quantità conti­nua, come abbiamo spiegato, è in se stessa solo un modo derivato dalla quantità, cioè non è propriamente quantità se non per par­tecipazione alla quantità pura, la quale ultima, dal canto suo, è inerente alla materia secunda del mondo corporeo; e aggiungia­mo ancora che, siccome il continuo non è la quantità pura, la misura presenta sempre delle imperfezioni nella sua espressione numerica, poiché la discontinuità del numero ne rende impossi­bile una adeguata applicazione alla determinazione delle gran­dezze continue. È ben vero che il numero è la base di ogni misura, ma, finché si considera il numero soltanto, non si può parlare di misura, essendo questa l’applicazione del numero a qualcos’al­tro; applicazione che è sempre possibile entro certi limiti, quelli cioè della «inadeguatezza» che abbiamo segnalato per tutto quanto soggiace alla condizione quantitativa, o, in altri termini, per tutto quanto appartiene all’àmbito della manifestazione cor­porea. Soltanto, e ritorniamo così all’idea espressa da A.K. Coomaraswamy, bisogna sottolineare come, in realtà e malgrado certi abusi del linguaggio ordinario, la quantità non sia ciò che è mi­surato, bensì, al contrario, ciò per cui le cose sono misurate; e si può dire inoltre che la misura è, in rapporto al numero, in senso inversamente analogico, ciò che la manifestazione è in rapporto al suo principio essenziale.

Orbene, è chiaro che per estendere l’idea di misura al di là del mondo corporeo bisogna farne una trasposizione analogica: essendo lo spazio il luogo di manifestazione delle possibilità d’or­dine corporeo, ci si potrà servire di esso per rappresentare tutto l’àmbito della manifestazione universale, il quale diversamente non sarebbe «rappresentabile»; e l’idea di misura, applicata a quest’ultimo, viene così ad appartenere essenzialmente a quel sim­bolismo spaziale di cui tanto spesso abbiamo dato degli esempi. In fondo, la misura è allora un’«assegnazione» od una «de­terminazione», necessariamente inerente ad ogni manifestazione in qualsiasi ordine o modo; tale determinazione è naturalmente conforme alle condizioni di ogni stato di esistenza, e si identifica persino, in un certo senso, a queste stesse condizioni; essa è vera­mente quantitativa solo nel nostro mondo, poiché la quantità, come d’altronde lo spazio e il tempo, non è in definitiva se non una delle condizioni speciali dell’esistenza corporea. Ma vi è, in tutti i mondi, una determinazione che può essere simboleggiata, a nostro uso, da quella determinazione quantitativa che è la mi­sura, in quanto questa corrisponde ad essa, tenendo conto della differenza delle condizioni; e si può dire che è proprio mediante tale determinazione che questi mondi, con tutto il loro contenu­to, sono realizzati o «attualizzati» come tali, poiché essa è una cosa sola con il processo stesso della manifestazione. Coomara­swamy osserva che «il concetto platonico e neo‑platonico di «misura» (μέτρον) concorda con il concetto indiano: il «non­-misurato» è ciò che ancora non è stato definito; il «misurato» è il contenuto definito o finito del «cosmo», cioè dell’universo «or­dinato»; il «non misurabile» è l’infinito, origine ad un tempo dell’indefinito e del finito, che non viene infirmato dalla defini­zione del definibile», cioè dalla realizzazione delle possibilità di manifestazione che esso porta in sé.

Si vede qui che l’idea di misura è intimamente connessa con quella di «ordine» (in sanscrito rita), riferentesi alla produzione dell’universo manifestato, poiché, secondo il significato etimolo­gico del termine grecο κόσμος si tratta nella fattispecie della produzione dell’«ordine» a partire dal «caos»; quest’ultimo è l’in­definito nel senso platonico, mentre il «cosmo» è il definito[4]. Questa produzione è anche assimilata, da tutte le tradizioni, ad un’«illuminazione» (il fiat lux della Genesi), mentre il «caos» è simbolicamente identificato con le «tenebre»: si tratta della potenzialità a partire dalla quale si «attualizzerà» la mani­festazione, cioè, in definitiva, il lato sostanziale del mondo descritto anche come il polo tenebroso dell’esistenza, mentre l’es­senza ne è il polo luminoso, poiché è la sua influenza ad illu­minare effettivamente questo «caos» per ricavarne il «cosmo»; ciò è d’altronde in accordo con i diversi significati impliciti nel termine sanscrito srishti, che designa la produzione della manife­stazione, e che contiene ad un tempo le idee di «espressione», di «concezione» e di «irraggiamento luminoso»[5]. I raggi so­lari fanno apparire le cose da essi rischiarate, le rendono visibili, e simbolicamente si può dire che le «manifestano»; se si con­sidera un punto centrale nello spazio ed i raggi emanati da esso, si potrà del pari affermare che questi raggi «realizzano» lo spa­zio facendolo passare dalla virtualità all’attualità, e che la loro effettiva estensione è, in ogni istante, la misura dello spazio realizzato. Questi raggi corrispondono alle direzioni dello spazio propriamente detto (direzioni che spesso sono rappresentate me­diante il simbolismo dei «capelli», riferibile anche ai raggi so­lari); lo spazio è definito e misurato dalla croce a tre dimensioni, e, nel simbolismo tradizionale dei «sette raggi solari», questa croce è formata da sei di tali raggi opposti a due a due, mentre il «settimo raggio», quello che passa attraverso la «porta so­lare», non può essere graficamente rappresentato se non dal centro stesso. Tutto ciò dunque è perfettamente coerente e si con­catena nel modo più rigoroso; e aggiungeremo ancora che, nella tradizione indù, i «tre passi» di Vishnu, di cui è ben noto il carattere «solare», misurano i «tre mondi», cioè «effettua­no» la totalità della manifestazione universale. È noto d’altronde che i tre elementi costitutivi del monosillabo sacro Om sono designati con il termine mâtrâ, e ciò sta ad indicare che essi rappresentano anche la misura rispettiva dei «tre mondi»; median­te la meditazione di questi mâtrâ l’essere realizza in sé gli stati o gradi corrispondenti dell’esistenza universale, e diventa così egli stesso la «misura di tutte le cose»[6].

Il termine sanscrito mâtrâ equivale esattamente all’ebraico middah; orbene, nella Cabbala, le middoth sono assimilate agli attributi divini, ed è detto che attraverso di esse Dio ha creato i mondi, il che inoltre viene messo in rapporto con il simbolismo del punto centrale e delle direzioni dello spazio[7]. A questo pro­posito si può rammentare anche la parola biblica secondo cui Dio ha «disposto tutte le cose in misura, numero e peso»[8]; tale enumerazione, manifestamente riferibile ai diversi modi di essere della quantità, è come tale applicabile letteralmente al solo mon­do corporeo, ma vi si può vedere, mediante un’appropriata tra­sposizione, anche un’espressione dell’«ordine universale». Non diversamente accade per i numeri pitagorici; ma fra tutti i modi d’essere della quantità, è l’estensione, cioè quello a cui propria­mente corrisponde la misura, ad essere più spesso e più diretta­mente messa in rapporto con il processo stesso della manifesta­zione, e ciò proprio in virtù di una certa predominanza naturale del simbolismo spaziale a tale proposito, predominanza derivante dal fatto che è lo spazio che costituisce il «campo» (nel senso del sanscrito Kshetra) in cui si sviluppa la manifestazione corporea, necessariamente presa come simbolo di tutta la manifestazione universale.

L’idea di misura comporta immediatamente l’idea di «geome­tria», non soltanto perché, come abbiamo già visto, ogni misura è essenzialmente «geometrica», ma perché la geometria si può definire come la scienza stessa della misura; è evidente che qui si tratta di una geometria intesa anzitutto in quel senso sim­bolico ed iniziatico, di cui la geometria profana non è più che un semplice vestigio degenerato, vestigio privo del significato profondo che essa aveva all’origine, e che è ormai interamente perduto per i matematici moderni. È essenzialmente su questo che si basano tutte le concezioni che assimilano l’attività di­vina, in quanto produttrice e ordinatrice dei mondi, alla «geometria», e di conseguenza all’«architettura» che ne è insepa­rabile[9]; ed è noto che queste concezioni sono state conservate e trasmesse in maniera ininterrotta a cominciare dal Pitagorismo (che d’altronde era già un «adattamento» e non una vera e propria «origine») per giungere fino a ciò che ancora sussiste delle organizzazioni iniziatiche occidentali, per poco che que­ste ultime ne siano coscienti. A ciò in particolare si riferisco­no le parole di Platone: «Dio geometrizza sempre» (ἀεὶ ὁ Θεὸς γεωμέτρει), parole a cui si riferiva l’iscrizione che si dice egli avesse fatto porre sulla porta della sua scuo­la: «Nessuno entri qui che non sia geometra», il che impli­cava che il suo insegnamento, almeno nel suo aspetto esoterico, non poteva essere veramente ed effettivamente compreso se non attraverso un’«imitazione» della stessa attività divina. Se ne trova come un’ultima eco nella filosofia moderna (almeno quanto alla data, ma in realtà per reazione alle idee specificamente moderne) con Leibniz, quando questi afferma che «mentre Dio cal­cola ed esercita la sua riflessione (cioè stabilisce dei piani), il mondo si effettua» (dum Deus calculat et cogitationem exercet, fit mundus); ma per gli antichi ciò aveva un significato ben diver­samente preciso, poiché, nella tradizione greca, il «Dio geome­tra» era propriamente l’Apollo iperboreo, il che ci riconduce ancora al simbolismo «solare», ed in pari tempo ad una derivazione assai diretta dalla tradizione primordiale[10].


[1] Ciò si accorda con il significato originale del termine ὕλη da noi indi­cato in precedenza: il vegetale è per così dire la «madre» del frutto che da esso nasce e che esso nutre della sua sostanza, ma che non si sviluppa e non matura se non per l’influenza vivificante del sole, il quale in certo qual modo viene ad esserne il «padre»; per conseguenza il frutto stesso è simbolica­mente assimilabile al sole per «coessenzialità»

[2] I due termini «intelligibile» e «sensibile» adoperati correlativamente sono propri del linguaggio platonico; si sa che il «mondo intelligibile» è per Platone l’àmbito delle «idee» o degli «archetipi», i quali, come ab­biamo già visto, sono effettivamente le essenze nel vero significato della parola; e, in rapporto a questo mondo intelligibile, il mondo sensibile, àmbi­to degli elementi corporei o di quanto procede dalle loro combinazioni, sta dal lato sostanziale della manifestazione.

[3] Notes on the Katha‑Upanishad, 2a parte

[4] Il termine sanscrito rita è apparentato, attraverso la sua stessa radice, al latino ordo, e non è neanche il caso di fare osservare che lo è ancor più strettamente al termine «rito»; etimologicamente il rito è quanto viene compiuto conformemente all’«ordine», e che per conseguenza imita, o ripro­duce al suo livello, il processo stesso della manifestazione; è per questo che, in una civiltà strettamente tradizionale, qualsiasi atto riveste un carattere essenzialmente rituale.

[5] Cfr. A.K. Coomaraswamy, Notes on the Katha‑Upanishad, cit.

[6] Cfr. R. Guénon, L’Homme et son devenir selon le Védanta, Paris, 1925 (trad. it.: L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, Torino, 1965), cap. XVII.

[7] Cfr. Le Symbolisme de la Croix, cit., cap. IV

[8] Sapienza, XI, 20: «Omnia in mensura, numero et pondere disposuisti».

[9] Il termine arabo hindesah, il cui primo significato è quello di misura, serve a designare contemporaneamente sia la geometria sia l’architettura, quest’ultima essendo in definitiva un’applicazione della prima.

[10] A.K. Coomaraswamy ci ha segnalato un curioso disegno simbolico di Wil­liam Blake, raffigurante il «Vecchio dei Giorni» che appare nell’orbita solare da cui tende verso l’esterno un compasso che tiene in mano; l’immagine si direbbe un’illustrazione delle parole del Rig Veda (VIII, 25, 18): «Con il suo raggio ha misurato (o determinato) i confini del Cielo e della Terra» (si noti che tra i simboli di certi gradi massonici si trova un compasso la cui testa è costituita da un sole radiante). Si tratta manifestamente di una raffigu­razione di quell’aspetto del Principio che le iniziazioni occidentali chiamano il «Grande Architetto dell’Universo», il quale diventa anche, in certi casi, il «Grande Geometra dell’Universo», e che è identico al Vishwakarma della tradizione indù, lo «Spirito della Costruzione Universale»; i suoi rappre­sentanti terrestri, cioè coloro che in qualche modo «incarnano» questo Spi­rito nei confronti delle diverse forme tradizionali, sono quelli che più in­dietro abbiamo designato, appunto per questa ragione, come i «Grandi Architetti d’Oriente e d’Occidente»


Autore René Guénon
Pubblicazione Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi
Editore Adelphi (Il Ramo d’Oro, 8)
Luogo Milano
Anno 1989
Pagine 29-35
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