Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 26-27)

Più sopra abbiamo parlato abbastanza, penso, di quanto sia utile per i cattolici apprendere le sette arti liberali dei filosofi. Aggiungiamo ancora che, se coloro che sono chiamati filosofi, soprattutto i platonici, nelle loro trattazioni o scritti hanno fatto affermazioni vere e consone alla nostra fede, non solo non bisogna averne paura, ma anzi bisogna reclamarle da loro a nostro uso come da ingiusti detentori. Gli egizi non avevano soltanto idoli e carichi pesanti, che il popolo d’Israele detestava ed evitava, ma anche vasi e ornamenti d’oro, argento e vestiti, che quel popolo uscendo dall’Egitto rivendicò per sé di nascosto per farne uso migliore: non per autorità propria, ma per ordine e incarico di Dio. E gli stessi egiziani, a loro insaputa, cedettero beni di cui non facevano retto uso. Analogamente, tutte le dottrine dei gentili non comportano solo invenzioni false e superstiziose, e gravi fardelli di fatica superflua, che ciascuno di noi, uscendo dal consorzio dei gentili sotto la guida di Cristo, deve avere in abominio e schivare; ma comprendono anche le discipline liberali, di cui poco fa ci siamo occupati, più confacenti all’esigenza di verità, nonché alcuni precetti morali molto utili. Presso di loro si trovano inoltre talune verità sul culto dell’unico Dio. Tali dottrine sono come il loro oro e argento, non prodotto da essi, ma estratto come da certe miniere della divina provvidenza, che penetra dappertutto. E siccome ne abusano in modo perverso e ingiusto per il culto dei demoni, il cristiano che separa il proprio animo dalla loro misera comunità deve portargliele via per il giusto impiego nella predicazione del Vangelo. Ed anche le loro vesti, cioè le istituzioni, umane sì, ma adatte all’umana convivenza, e delle quali non possiamo fare a meno in questa vita, sarà lecito prenderle e appropriarsene, per tradurle in costume cristiano.

Cos’altro hanno fatto in realtà molti nostri buoni credenti? Non vediamo forse quanto sovraccarico di oro, argento e vesti sia uscito dall’Egitto Cipriano, soavissimo dottore e beatissimo martire? E quanto lo fossero Lattanzio, Vittorino, Ottato, Ilario e innumerevoli greci? Per primo l’aveva fatto lo stesso Mosè, fedelissimo servo di Dio, del quale fu scritto che era istruito in tutto il sapere degli egizi.

A tutti questi uomini il costume superstizioso dei gentili, soprattutto ai tempi in cui perseguitava i cristiani respingendo il giogo di Cristo, non avrebbe mai ceduto le discipline utili in suo possesso, se avesse supposto che sarebbero state rivolte a vantaggio del culto dell’unico Dio, per sradicare il vano culto degli idoli. Ma diedero oro e argento, e le loro vesti, mentre il popolo di Dio usciva dall’Egitto, senza sapere in che modo ciò che davano sarebbe stato trasformato in omaggio a Cristo. Gli avvenimenti dell’Esodo avevano senza dubbio un senso figurato per significare in anticipo tutto questo. E lo vorrei dire senza pregiudizio per un’interpretazione diversa, di valore pari o migliore.

Ma quando lo studioso di divine Scritture, così preparato, darà inizio al suo lavoro di analisi, non cessi di meditare il detto dell’Apostolo: “La scienza gonfia, la carità edifica” (1Cor 8,1). In tal modo infatti si accorge che, sebbene esca ricco dall’Egitto, non potrebbe essere salvo se non passando attraverso la Pasqua. Ma “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1Cor 5,7), e nulla tale sacrificio insegna con maggior forza ai cristiani, che ciò che Gesù stesso grida, come a gente che vede faticare in Egitto sotto il faraone: “Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete sopra di voi il mio giogo e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete pace per le vostre anime. Poiché il mio giogo è soave e il mio carico è lieve” (Mt 11,28-30).

 

Nel frattempo, chi desidera impadronirsi della scienza spirituale con intensa meditazione, deve necessariamente cercar di procurarsi, con continuo esercizio, l’abbondanza delle virtù, per non perdere i frutti della vera ricchezza, bramando di essere ricco nell’un campo e trascurando di cercare le risorse dell’altro; e affinché non gli capiti di non ottenere il vantaggio delle cose cercate, e per giunta di dover pagare per esse al Signore una penale quale ingiusto detentore.

Dice infatti la Verità in persona: “Il servo che conosce il volere del proprio padrone e non lo compie riceverà molte percosse; chi non lo conosce e non lo compie ne riceverà poche” (Lc 12,47-48). Che gioverà all’uomo ammassare ingenti ricchezze e non essere in grado di usarle? Sta molto meglio chi si accontenta della propria povertà, e trarrà gioia dal suo lavoro, di chi, pur possedendo ricchezze, passa tutta la sua vita nel bisogno, come assicura Salomone: “Un povero che basta a se stesso vai più di un borioso che manca di pane” (Pr 19,1).

Una santa semplicità giova solo a se stessa, e quanto edifica attraverso una vita meritevole, tanto nuoce se non è anche in grado di resistere ai suoi avversari. Ma tra due cose imperfette, preferisco la santa semplicità a un’eloquenza peccatrice, poiché la Sapienza afferma: “Meglio un povero che cammina nella sua semplicità che un ricco su vie perverse; chi osserva la legge è un figlio saggio” (Pr 19,1).

Perciò bisogna che chi si dedica alla sapienza si dedichi alla virtù, per poter tradurre utilmente nei fatti ciò che sapientemente comprende con la mente, e insegnare per primo con il proprio comportamento come si deve compiere qualsiasi bene che a parole ordina agli altri di fare. Così, compiendo e insegnando i precetti di Dio, sarà chiamato più grande nel regno dei cieli, non minimo, come se avesse insegnato a voce e tradotto nei fatti uno dei più piccoli comandi di Dio . “Chiunque infatti – dice il Salvatore – viene a me, ascolta le mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo che, costruendo una casa, scavò nel profondo e appoggiò le fondamenta sulla roccia. Capitò un’inondazione e la fiumana urtò quella casa, ma non riuscì a smuoverla, perché era appoggiata sulla roccia. Chi invece ascolta e non fa è simile a un uomo che costruì la sua casa sulla sabbia, senza fondamenta, e appena la piena la investì, cadde subito e fu grande la rovina di quella casa” (Mt 5,19).

Ciascun cattolico deve applicarsi con uguale impegno in tutte le virtù, per esser degno del convito dell’eterno re, essendo nobilmente ornato di dentro e di fuori, e così salire alla patria eterna portato dalla quadriga spirituale . Deve tendere alla prudenza, per provvedere con saggezza, comprendere veracemente e conservare nella memoria ciò che ha compreso. Deve [tendere] alla giustizia, per diventare religioso, pio e umile, per conservare la grazia e la punizione, l’osservanza e la verità, e custodire i patti, i giudizi equi e la legge. Deve consacrare il suo impegno alla fortezza, per acquistare nobiltà d’animo e fermezza, pazienza e perseveranza. Deve dedicarsi alla temperanza, per divenire parco, clemente e modesto, e soprattutto per essere fedele operatore di pace e carità, che è il vincolo della perfezione.

Da queste bellezze virtuose compiutamente ornato, e illuminato dalla luce della sapienza, l’uomo di Dio può svolgere il servizio di lui nel modo debito e conveniente, ed espletare degnamente nella Chiesa la funzione di oratore, il quale, secondo l’antica definizione, deve essere persona buona ed esperta nel parlare. Se questa definizione veniva realizzata dagli oratori gentili, a ben maggior ragione conviene che la osservino gli oratori di Cristo, che debbono essere maestri delle virtù non solo con i discorsi, ma anche con tutta la loro vita.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 207-210
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 21-23)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 24-25)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 24-25)

La musica è la disciplina che tratta i numeri esprimenti i rapporti riscontrabili nei suoni, come il doppio, il triplo, il quadruplo e simili, detti in relazione a qualche cosa. Quest’arte è così nobile e utile, che chi ne è privo non può svolgere adeguatamente un incarico ecclesiastico. La pronuncia decorosa delle letture e la soave modulazione dei salmi in chiesa è regolata dalla conoscenza di questa disciplina, e per suo mezzo non solo leggiamo e cantiamo i salmi nella chiesa, ma anche compiamo in modo appropriato ogni servizio divino.

L’arte musicale permea tutti gli atti della nostra vita in questo modo. Prima di tutto se osserviamo i comandamenti del Creatore e osserviamo con mente pura le regole da lui stabilite. Tutte le nostre espressioni o le emozioni interne, accompagnate dal pulsare delle vene, si dimostrano collegate alle virtù tramite ritmi musicali armonici. Certo, la musica consiste nel saper ben modulare, e se noi pratichiamo un buon comportamento, dimostriamo di essere sempre associati a quella disciplina, mentre quando compiamo azioni inique siamo lontani dalla musica.

Anche il cielo e la terra, e tutti gli eventi che in essi si compiono per disposizione superiore, non sono estranei alle leggi della musica, dal momento che Pitagora attesta che questo mondo fu fondato tramite la musica e può essere governato per mezzo suo. Essa è fortemente compenetrata con la stessa religione cristiana, e da ciò deriva che l’ignoranza di qualche regola musicale precluda e nasconda non pochi argomenti.

Infatti qualcuno, partendo dalla differenza fra il salterio e la cetra, non senza garbo spiegò il senso di alcune figure. Non senza opportunità i dotti discutono se il salterio dalle dieci corde (Sal 33,2; 91,4) abbia un tale numero di tendini in forza di una qualche legge musicale, o, in caso contrario, per ciò stesso quel numero vada inteso in modo più sacrale: o a motivo del decalogo della Legge (il cui numero, se si indaga oltre, non si può riferire se non al Creatore e alla creatura), oppure per il numero dieci in se stesso, di cui s’è trattato prima.

Il famoso numero di quarantasei anni, relativo alla costruzione del Tempio e ricordato nel Vangelo (Gv 2,20), echeggia un non so che di musicale e, messo in rapporto alla struttura corporea del Signore, a causa della quale fu fatto il riferimento al Tempio, costringe alcuni eretici ad ammettere che il Figlio di Dio rivestì un corpo non falso, ma vero e umano. E così troviamo sia il numero che la musica in posizione onorevole in parecchi passi delle sante Scritture.

Non bisogna dar retta agli errori superstiziosi dei gentili, che favoleggiarono le nove Muse figlie di Giove e di Memoria. Li confuta Varrone, del quale non so se possa esserci presso di loro alcun più dotto o più accurato indagatore di tali argomenti. Egli dice che non so quale città – non ricordo il nome – appaltò a tre scultori tre statue di Muse ciascuno, per collocarle come dono nel tempio di Apollo. Sarebbero state scelte per l’acquisto le sculture di quell’artista che avesse prodotto le più belle. Successe che tutti quegli scultori raggiunsero nelle loro opere uguale bellezza, e tutte nove piacquero alla città, che decise di comperarle tutte per dedicarle nel tempio di Apollo. In seguito, secondo Varrone, il poeta Esiodo assegnò loro i nomi. Non dunque Giove generò le nove Muse, ma tre artefici le crearono, tre ciascuno. E quella città ne aveva ordinato tre non per averle viste in sogno, o perché tante ne fossero apparse agli occhi di qualcuno di loro, ma perché era facile riconoscere la triplice natura di ogni suono di cui sono composte le melodie. Infatti [il suono] è emesso con la voce, come fanno quelli che cantano con la gola senza strumento, o col soffio, come quello delle trombe e dei flauti, o dando un impulso, come nelle cetre, nei timpani e in qualsiasi strumento sonoro a percussione.

Ma, che le cose stiano o meno come ha riferito Varrone, noi non dobbiamo evitare la musica a motivo delle superstizioni profane, se ne possiamo ricavare qualcosa di utile per capire le sante Scritture. E nemmeno dobbiamo cadere nelle loro frivolezze teatrali, se deduciamo dalle cetre e dagli strumenti qualche elemento valido per cogliere realtà spirituali. Infatti non abbiamo dovuto trascurare l’apprendimento delle lettere perché dicono che il loro dio è Mercurio. Né dobbiamo fuggire la giustizia e la virtù perché loro hanno dedicato templi alla Giustizia e alla Virtù, e hanno preferito adorare nelle pietre sentimenti che bisogna portare nel cuore. Anzi, chiunque è vero e buon cristiano, dovunque trova la verità, deve comprendere che essa appartiene al suo Signore.

 

Rimane l’astronomia, degno argomento per persone religiose, come ha detto un tale, e grande tormento per i ricercatori minuziosi. Se la indaghiamo con mente pura e moderata, essa riempie anche i nostri sentimenti con un grande splendore, come dicono anche gli antichi. Quanto vale infatti ravvicinarsi ai cieli con la mente ed esaminare tutta quella sublime macchina con una ricerca razionale, cogliendo almeno in parte con la raffinatezza speculativa della mente ciò che arcani di tanta grandezza hanno velato? L’universo, come alcuni affermano, si muove raccolto in sferica rotondità, cosicché il cerchio della sua orbita include le diverse forme delle cose. Seneca, ragionando in sintonia con i filosofi, compose sull’argomento un libro che si intitola La forma dell’universo.

Pertanto è chiamata astronomia la legge degli astri – e di qui deriva a noi la parola – perché non possono in alcun modo stare o muoversi diversamente da come è stato stabilito dal loro Creatore, se non interviene a cambiarli la volontà divina compiendo un miracolo. Così, ad esempio, si legge che Giosuè comandò al Sole di star fermo sopra Gabaon (Gs 10,12), che ai tempi di re Ezechia il Sole tornò indietro di dieci gradi (2Re 20,11), che durante la Passione di Cristo Signore fu oscurato per tre ore (Lc 23,44-45), e simili. E si chiamano miracoli proprio perché accadono con nostra meraviglia, contro il corso consueto delle cose.

Come dicono gli astronomi, le stelle fisse nel cielo ne seguono il moto, mentre i pianeti, ossia gli astri vaganti, hanno movimenti propri, e tuttavia compiono i loro percorsi secondo una regola ben definita. Sicché l’astronomia, come già s’è detto, è la disciplina che contempla tutti i percorsi e le figure dei corpi celesti, e passa in rassegna con indagine razionale le relazioni delle stelle tra loro e con la Terra.

Vi è poi una certa differenza tra l’astronomia e l’astrologia, sebbene appartengano entrambe a una sola disciplina. Infatti l’astronomia comprende il volgersi del cielo, il sorgere, il tramontare, i movimenti degli astri e il motivo dei loro nomi. L’astrologia invece è in parte naturale, in parte superstiziosa. È naturale quando si occupa dei corsi del Sole, della Luna o delle stelle: questioni ben precise relative ai tempi. È invece superstiziosa quella perseguita dai quei matematici che traggono vaticini dalle stelle e inoltre abbinano le dodici costellazioni [dello Zodiaco] alle singole parti dell’anima e del corpo e cercano di predire, mediante il percorso degli astri, le nascite e i costumi degli uomini.

Quella parte dell’astrologia che viene praticata come ricerca naturale ed esplora con prudenza i corsi del Sole, della Luna e delle stelle, e le precise distinzioni dei tempi, deve essere appresa dal clero del Signore con studio solerte, affinché, mediante induzioni sicure delle regole ed esatte e veraci valutazioni degli argomenti, non solo indaghi con verità i passati corsi degli anni, ma anche sappia ragionare con rigore sui tempi futuri, in modo da poter stabilire l’inizio delle festività pasquali e le scadenze precise di tutte le solennità e celebrazioni che è tenuto a rispettare, ed essere in grado di indicarle debitamente al popolo perché le festeggi.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 203-206
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 21-23)

I misteri di San Miniato al Monte. ll significato dello zodiaco della navata (4)

Poiché attraverso il simbolo del Cristo-Pesci siamo saliti in cielo ed ora ne discendiamo, ossia ci incarniamo attraverso l’immagine del Toro, è naturale che questa immagine sia disposta in modo particolarmente significativo, forse in modo da metterci nuovamente in rapporto con il moto del sole.

Il mistero del Toro è legato al singolare orientamento della chiesa stessa. Durante il Medioevo quasi tutte le chiese erano orientate con l’altare verso est. S. Ambrogio ci conferma che fatto di volgersi dall’occidente verso oriente, in quanto parte del rituale, è un atto di rinuncia al Diavolo e di accettazione della luce di Cristo. Ogni giorno Cristo ‘sorge’, come il sole che sorge ad oriente.

Ora, una delle caratteristiche più straordinarie della basilica di S. Miniato è che contraddice il complesso delle norme stabilite per l’orientamento delle chiese. Non è assolutamente orientata verso est. Lo si vede facilmente se, uscendo dalla chiesa, ci si affaccia su Firenze: si noterà che tutte le altre chiese della città (il Duomo in maniera più evidente) hanno gli assi longitudinali orientati in modo del tutto diverso da S. Miniato. È chiaro comunque che, se S. Miniato fosse stata rivolta ad oriente, obbedendo alle leggi di costruzione delle chiese, il miracoloso effetto di luce sul piede di Cristo non avrebbe potuto verificarsi in nessun giorno dell’anno. E quindi possibile che l’orientamento sia stato stabilito proprio allo scopo di permettere questa magia di luce sul piede di Cristo.

Scopriamo comunque che una sorprendente deviazione nell’orientamento rende possibile anche questo importante simbolismo legato al sorgere del sole. Il fatto è che lo zodiaco è sfato orientato in modo tale che il sole si levi ogni giorno nella direzione del settore occupato dal Toro! E l’arco di 30° del Toro che ogni giorno saluta il sole nascente, perché è orientato ad est.

Come la luce dei Pesci è usata per indicare un miracolo di luce che si rinnova simbolicamente ogni anno, troviamo adesso che il sorgere del sole ogni giorno è in relazione con lo zodiaco, attraverso il segno del Toro. Il toro mancante, simbolo del Cristo-Logos, si trova proprio dove nasce il sole. E proprio qui che troviamo il ‘Toro’ mancante, risuscitato ogni giorno come il Cristo-Pesci è risuscitato ogni anno. Il sole sorge e tramonta all’interno della chiesa secondo i ritmi legati ai due importanti simboli cristiani del Toro e dei Pesci.

Sia l’orientamento dello zodiaco che quello della chiesa stessa sono in stretto rapporto con il movimento del sole. Quando l’insigne scultore Antonio Rossellino ultimò la tomba del Cardinale Principe del Portogallo a S. Miniato, doveva essere a conoscenza del nesso fra il Toro ed il sorgere del sole. Lo spigolo di questa tomba era esattamente allineato con il Toro e la direzione del sole, per cui l’artista collocò all’angolo, in modo da sfuggire ad una visione frontale, l’immagine di un toro! Si tratta di un Toro Mitriaco, sul punto di essere sgozzato.

Abbiamo così completato il ciclo di questo mistero di S. Miniato. Abbiamo cominciato dal disco solare al centro dello zodiaco, siamo stati trasportati dai Pesci nella traiettoria del sole al tramonto, e siamo stati ricondotti allo zodiaco solo per essere nuovamente proiettati al di là della chiesa verso il sorgere del sole. I Pesci ed il Toro irradiano intorno a noi il loro simbolismo solare. Se solo ci soffermiamo un poco sul prodigio di pensiero e di tecnica che hanno reso possibile questa splendida concatenazione di simboli, cominciamo a capire perché questa fosse la chiesa preferita di giganti quali Dante e Michelangelo, che sicuramente dovevano conoscerne i segreti.

Il vero mistero del Toro-Logos deve tuttavia essere ancora pienamente esplorato. Per renderci conto di un ulteriore piano simbolico dobbiamo considerare nuovamente la data dello zodiaco, chiaramente incisa sul marmo. Ricerche specifiche hanno recentemente dimostrato che nell’anno di fondazione dello zodiaco si verificò un evento celeste piuttosto unico. Il 28 Maggio 1207 ci fu un accumulo di non meno di cinque pianeti nel segno del Toro! Quel giorno il Sole, la Luna, Mercurio, Venere e Saturno si trovavano tutti nel segno del Toro, a pochi gradi di distanza l’uno dall’altro. L’oroscopo per l’alba di quel giorno indica nel Toro una situazione planetaria ripetibile solo a distanza di migliaia di anni!

Vediamo dunque che il tema del Toro non è solo legato al simbolico sorgere del sole, ma si riferisce alla stessa fondazione della chiesa. In questo simbolismo incentrato sul Toro vediamo realizzata l’armonia che gli antichi artefici ricercarono – un’armonia tra Cielo e Terra. Con fondatezza perciò lo scalpellino che incise la data definì lo zodiaco rumine cœlesti, ‘una divina immagine del Cielo’.

Incidentalmente noteremo che il simbolismo segreto espresso con tanta arte all’interno della chiesa si riflette anche all’esterno, sulla facciata che guarda su Firenze. Il simbolo dei due pesci si ritrova nel riquadro intarsiato sotto la grande croce che domina la facciata. Qui ci sono due esseri semi-umani, che si mettono ciascuno un pesce in bocca. Si tratta di un’evidente allusione all’aspetto sacramentale dell’Eucaristia, l’assorbimento del Corpo di Cristo in noi.

Anche il simbolo del Toro mancante si esprime sulla facciata. Alla sommità della chiesa, c’è su di un piano l’aquila appoggiata sopra una balla di lana, simbolo dei Lanaioli che contribuirono maggiormente alla costruzione della basilica. Si tratta naturalmente dell’aquila simbolo di S. Giovanni, parallela a quelle già trovate nel mosaico absidale e sul leggio del pulpito. Sotto, all’estremità delle due gronde, c’è da ambo le parti un essere umano, nella posizione generalmente indicata dagli storici dell’arte come l’orante. E la raffigurazione antica dell’essere umano spiritualizzato, ed è qui l’equivalente dell’essere umano alato di S. Matteo che abbiamo visto anche nel mosaico dell’abside e sul pulpito. Più in basso, alla base delle due colonnine che incorniciano la finestra quadrangolare al centro, vediamo due teste leonine. Questi sono naturalmente i leoni simbolo di S. Marco. In nessuna parte della facciata troviamo l’immagine del toro… Eppure, se la nostra interpretazione del simbolismo nascosto dell’interno è esatta, dovremmo vedere il toro come simbolo nascosto del Cristo-Logos, che ha sacrificato il proprio sangue per gli uomini. Potremmo riconoscere questo ‘Toro mancante’ nell’immagine della croce trionfante che domina la sommità della facciata. Il toro si aggiunge alle altre tre immagini per costituire la quadruplicità fissa dello zodiaco, che nella tradizione cristiana rappresenta la croce sacrificale. E qui, sulla facciata, che il simbolo dell’Incarnazione e della Redenzione (la Croce) si incontra con il simbolo dello Spirito (il Pesce) nella croce innalzata sull’immagine dei Pesci!

Abbiamo osservato tre diversi ritmi nella Chiesa, tutti legati allo zodiaco. Abbiamo per primo il ritmo quotidiano, espresso dall’orientamento del Toro verso il sorgere del sole. In secondo luogo abbiamo il ritmo annuale espresso dal culminare della luce esattamente sul piede di Cristo, e lo chiameremo il ritmo dei Pesci. Infine abbiamo i ritmi planetari, espressi dalla data dello zodiaco. Ciascuno di questi ritmi richiede la partecipazione attiva dell’essere umano: dobbiamo personalmente metterci sul sole dello zodiaco, salire i gradini, sperimentare la magia della luce solare, ritornare allo zodiaco dietro suggerimento del leone, e così di seguito. C’è una perfetta coordinazione di movimento tra gli elementi simbolici della chiesa. Il sole dello zodiaco dentro la chiesa, i raggi del sole che penetrano nella chiesa, il sorgere ed il tramontare del sole ogni giorno nel nostro sistema solare, sono tutti integrati in questo gioco di simboli, e muovendoci tra i simboli della chiesa, noi stessi facciamo eco al moto del sole. Il sole è usato per offrire una sorprendente immagine del Cristo, che domina l’interno della chiesa dal Suo trono di gloria e all’esterno regna sulla terra. E perfettamente integrato in questa armonia di interno ed esterno è l’essere umano, che porta il Cristo in sé.

Autore: Fred Gettings
Pubblicazione:
I misteri di San Miniato al Monte
Editore
Arti Grafiche
Luogo: Firenze
Anno: 1978
Vedi anche
I misteri di San Miniato al Monte. ll significato dello zodiaco della navata (1)
I misteri di San Miniato al Monte. ll significato dello zodiaco della navata (2)

I misteri di San Miniato al Monte. ll significato dello zodiaco della navata (3)

Lessico iconografico-simbolico – Natività

Natività (DI)