Lessico iconografico-simbolico – Coppia Uomo-Donna

Coppia Uomo-Donna (LS)

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Lessico iconografico-simbolico – Serpente: i Dragoni

Serpente: i Dragoni (LS)

Bestiari del Medioevo: l’Aquila

Erede delle tradizioni antiche, il cristianesimo primitivo fa dell’aquila ora un’immagine del Dio Padre, ora un’immagine di Cristo. Nel primo caso, essa incarna la forza, la giustizia, la sovranità onnipotente di Dio. Nel secondo, richiama l’Ascensione del Salvatore e rappresenta, come il cervo e la fenice, un simbolo di resurrezione. Riprendendo Plinio, Eliano, Solino e svariate tradizioni orientali, i Padri della Chiesa citano un comportamento prodigioso dell’aquila sul quale, dopo di loro, si dilungano i bestiari. Quando si sente vecchio, il rapace è capace di rigenerarsi: anzitutto spezza contro una roccia il becco che, essendo diventato troppo lungo, gli impedisce di nutrirsi. Poi vola fino a raggiungere il sole per bruciarsi le vecchie ali e gli occhi stanchi. Infine, rianimata dalla luce e dal fuoco, l’aquila si lascia cadere dal cielo e va a tuffarsi in una fontana magica: ritrova cosi il suo vigore e la sua giovinezza. E l’immagine – cara a san Paolo – dell’uomo vecchio che si libera di tutto per diventare l’uomo nuovo. É anche una figura dei catecumeni ai quali l’acqua del battesimo conferisce nuova vita. Il Bestiaire divin di Guillaume le Clerc lo sottolinea molto bene:

L’aquila, dunque, che è capace di ringiovanire, ci offre un magnifico esempio. Come lei dovrebbe comportarsi l’uomo che vuole lasciarsi alle spalle la sua vecchia condizione per diventare un uomo nuovo. Che sia ebreo o cristiano, se gli occhi del suo cuore sono oscurati al punto da non riuscire più a distinguere il buon cammino dal cattivo, la verità dall’errore, l’uomo deve andare in cerca della sorgente viva, spirituale, vale a dire il battesimo, che vivifica e santifica … Colui che viene battezzato in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in quest’acqua limpida, potrà vedere e contemplare senza ostacoli il sole radioso, cioè Nostro Signore Gesù Cristo.

Immagine di ascesa e di resurrezione, l’aquila è anche, in modo più concreto, un uccello orgoglioso della propria nobiltà e della propria razza. Per essere sicuro che gli aquilotti siano davvero figli suoi e possiedano come lui la capacità di guardare il sole in faccia, il padre li porta vicino all’astro e li obbliga a guardarlo fisso. Riconosce come suoi discendenti quelli che riescono a sopportare la prova senza battere le palpebre. Gli altri, li rinnega: li uccide subito, oppure li lascia cadere al suolo; se tornano nel nido vicino alla madre, li caccia via.

Alcuni autori sono imbarazzati dal comportamento crudele e ingiusto del maschio dell’aquila. Lo spiegano con il fatto che un «altro uccello» (il cuculo?) ha l’abitudine di deporre le uova nel nido dell’aquila. Altri vedono nella madre degli aquilotti una femmina adultera. Ma per Guillaume le Clerc, Pierre de Beauvais e la maggior parte degli autori del XII e XIII secolo, il maschio che cerca di riconoscere i pulcini legittimi è Dio che considera come figli suoi soltanto quelli che credono in lui. Questa interpretazione dogmatica si trova di rado nei Padri della Chiesa, più aperti e portati al proselitismo; nel cuore del Medioevo, è invece il riflesso dell’attualità: le crociate e il ripiegamento su se stessa della cristianità, che inizia a farsi intollerante e aggressiva.

In realtà, la simbologia medievale dell’aquila è ambivalente. Questo rapace è visto anche come una bestia intrattabile, autoritaria, talvolta brutale, che fa paura agli altri uccelli. Non soltanto le sue grida di collera attraversano le nuvole e terrorizzano chi le sente, ma il suo aspetto è cosi maestoso, così imponente, cosi severo, che tutti ne hanno paura. Nessuna bestia osa aggredirla, anche perché, come l’orso e il leone, re degli animali, l’aquila passa per essere invincibile. Lo affermavano già Aristotele e Plinio, e i bestiari medievali riprendono questa proprietà cosi significativa. Ecco perché nel Medioevo l’aquila è quasi sempre associata all’idea di autorità e di sovranità. Di qui la sua presenza in numerose insegne del potere (scettri, globi, troni, gonfaloni, stemmi). In parecchie culture antiche, l’aquila era l’uccello degli dèi, specialmente di Zeus, poi di Giove. Con il passare dei secoli, diventa l’emblema obbligato di tutti gli imperi: romano, bizantino, carolingio, germanico, più tardi russo, austriaco, napoleonico, tedesco. Entra cosi in concorrenza con il leone, il suo rivale terrestre. Entrambi sono simbolo di forza, potenza, vittoria. Nel cuore del Medioevo, soprattutto nelle terre imperiali, il leone e l’aquila vengono contrapposti per ragioni politiche: il primo è il simbolo dei Guelfi, avversari dell’imperatore; la seconda quello dei Ghibellini, suoi partigiani.

Tuttavia, l’aquila dei bestiari non rimanda soltanto all’idea di forza fisica o politica. E anche un uccello dotato di un’intelligenza eccezionale e di uno sguardo penetrante. Vola altissimo nel cielo, segno di un pensiero superiore e di un’anima fuori del comune. Sa tutto, vede tutto – il che alla fine del Medioevo la rende un attributo della vista -, legge nel cuore degli uomini e predice il futuro. Del resto, a volte è bicefala, specie in araldica. Come già sottolinea un anonimo autore del XIV secolo, il suo nome viene usato per indicare non soltanto il guerriero vittorioso, ma anche uno spirito superiore: «E un’aquila».

Per i bestiari, l’aquila è anche mortale nemica del serpente – tema caro all’iconografia antica. Per questo, è l’immagine del bene che lotta contro il male. Come il leone, è anche simbolo di generosità perché divide le sue prede con altri animali, mentre l’avvoltoio, che si nutre di carne putrida, tiene tutto per sé.

Alcuni teologi vedono nell’aquila che cala dall’alto a caccia di prede l’immagine di Cristo, venuto sulla terra a cercare gli uomini per condurli in cielo con sé. Altri, al contrario, vedono in questo temibile uccello, dotato di un becco immenso e di artigli adunchi, divoratore di prede vive e di carogne, un’incarnazione del diavolo, «il terribile rapace di anime», come lo definisce il Bestiario Ashmole alla fine del XII secolo. Se messa in cattiva luce – cosa, del resto, non molto frequente -, l’aquila, come la maggior parte degli uccelli da preda, evoca infatti un’idea di rapacità, di voracità, di crudeltà. A ciò si aggiunge spesso un vizio tutto suo: l’orgoglio. Alla fine del Medioevo, in molte immagini tedesche, questo vizio appare personificato, e assume le sembianze di un uomo in tenuta araldica di gala, come se si accingesse a partecipare a una giostra o a un torneo: cavalca un cammello, porta un’aquila sul cimiero, stringe uno scudo con l’immagine di un leone e un’insegna raffigurante un pavone: quattro animali che sono altrettanti attributi dell’Orgoglio.

Per l’iconografia cristiana, l’aquila è anche l’emblema di Giovanni Evangelista. A questo titolo, fa parte dei quattro animali del Tetramorfo, immagine simbolica spesso rappresentata nell’alto Medioevo e in età romanica. Essa richiama le visioni bibliche di Ezechiele (1.1-28) e dell’Apocalisse (4.5-11) e si compone di quattro creature alate (uomo, bue, leone, aquila), una sorta di angeli che rappresentano quanto c’è di nobile vicino a Dio. Presto associati ai quattro evangelisti – che sono la voce del Signore -, incarnano rispettivamente Matteo, Luca, Marco Giovanni. Ma sono anche il simbolo di quattro momenti della vita di Gesù: nato uomo, sacrificato come il bue, resuscitato come il leone, salito al cielo come l’aquila.

L’aquila è anche un modello per l’uomo, come proclama alla fine del XII secolo il Bestiario d’Aberdeen: «Proprio come l’aquila che sale al cielo con il Signore e che può guardare il sole in faccia senza sbattere le palpebre, il buon cristiano deve contemplare serenamente le verità eterne nella speranza della Resurrezione».

Aquile (1240 c.ca)
Oxford, The Bodleian Library, ms. Bodley 764, f. 57v

Autore: Michel Pastoreau
Pubblicazione:
Bestiari del Medioevo
Editore
: Einaudi (Saggi, 930)
Luogo: Torino
Anno: 2012
Pagine: 168-174