Tappe della vita mistica

Tappe della vita mistica (LS)

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Lessico iconografico-simbolico – Serpente: i Dragoni

Serpente: i Dragoni (LS)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 26-27)

Più sopra abbiamo parlato abbastanza, penso, di quanto sia utile per i cattolici apprendere le sette arti liberali dei filosofi. Aggiungiamo ancora che, se coloro che sono chiamati filosofi, soprattutto i platonici, nelle loro trattazioni o scritti hanno fatto affermazioni vere e consone alla nostra fede, non solo non bisogna averne paura, ma anzi bisogna reclamarle da loro a nostro uso come da ingiusti detentori. Gli egizi non avevano soltanto idoli e carichi pesanti, che il popolo d’Israele detestava ed evitava, ma anche vasi e ornamenti d’oro, argento e vestiti, che quel popolo uscendo dall’Egitto rivendicò per sé di nascosto per farne uso migliore: non per autorità propria, ma per ordine e incarico di Dio. E gli stessi egiziani, a loro insaputa, cedettero beni di cui non facevano retto uso. Analogamente, tutte le dottrine dei gentili non comportano solo invenzioni false e superstiziose, e gravi fardelli di fatica superflua, che ciascuno di noi, uscendo dal consorzio dei gentili sotto la guida di Cristo, deve avere in abominio e schivare; ma comprendono anche le discipline liberali, di cui poco fa ci siamo occupati, più confacenti all’esigenza di verità, nonché alcuni precetti morali molto utili. Presso di loro si trovano inoltre talune verità sul culto dell’unico Dio. Tali dottrine sono come il loro oro e argento, non prodotto da essi, ma estratto come da certe miniere della divina provvidenza, che penetra dappertutto. E siccome ne abusano in modo perverso e ingiusto per il culto dei demoni, il cristiano che separa il proprio animo dalla loro misera comunità deve portargliele via per il giusto impiego nella predicazione del Vangelo. Ed anche le loro vesti, cioè le istituzioni, umane sì, ma adatte all’umana convivenza, e delle quali non possiamo fare a meno in questa vita, sarà lecito prenderle e appropriarsene, per tradurle in costume cristiano.

Cos’altro hanno fatto in realtà molti nostri buoni credenti? Non vediamo forse quanto sovraccarico di oro, argento e vesti sia uscito dall’Egitto Cipriano, soavissimo dottore e beatissimo martire? E quanto lo fossero Lattanzio, Vittorino, Ottato, Ilario e innumerevoli greci? Per primo l’aveva fatto lo stesso Mosè, fedelissimo servo di Dio, del quale fu scritto che era istruito in tutto il sapere degli egizi.

A tutti questi uomini il costume superstizioso dei gentili, soprattutto ai tempi in cui perseguitava i cristiani respingendo il giogo di Cristo, non avrebbe mai ceduto le discipline utili in suo possesso, se avesse supposto che sarebbero state rivolte a vantaggio del culto dell’unico Dio, per sradicare il vano culto degli idoli. Ma diedero oro e argento, e le loro vesti, mentre il popolo di Dio usciva dall’Egitto, senza sapere in che modo ciò che davano sarebbe stato trasformato in omaggio a Cristo. Gli avvenimenti dell’Esodo avevano senza dubbio un senso figurato per significare in anticipo tutto questo. E lo vorrei dire senza pregiudizio per un’interpretazione diversa, di valore pari o migliore.

Ma quando lo studioso di divine Scritture, così preparato, darà inizio al suo lavoro di analisi, non cessi di meditare il detto dell’Apostolo: “La scienza gonfia, la carità edifica” (1Cor 8,1). In tal modo infatti si accorge che, sebbene esca ricco dall’Egitto, non potrebbe essere salvo se non passando attraverso la Pasqua. Ma “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1Cor 5,7), e nulla tale sacrificio insegna con maggior forza ai cristiani, che ciò che Gesù stesso grida, come a gente che vede faticare in Egitto sotto il faraone: “Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete sopra di voi il mio giogo e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete pace per le vostre anime. Poiché il mio giogo è soave e il mio carico è lieve” (Mt 11,28-30).

 

Nel frattempo, chi desidera impadronirsi della scienza spirituale con intensa meditazione, deve necessariamente cercar di procurarsi, con continuo esercizio, l’abbondanza delle virtù, per non perdere i frutti della vera ricchezza, bramando di essere ricco nell’un campo e trascurando di cercare le risorse dell’altro; e affinché non gli capiti di non ottenere il vantaggio delle cose cercate, e per giunta di dover pagare per esse al Signore una penale quale ingiusto detentore.

Dice infatti la Verità in persona: “Il servo che conosce il volere del proprio padrone e non lo compie riceverà molte percosse; chi non lo conosce e non lo compie ne riceverà poche” (Lc 12,47-48). Che gioverà all’uomo ammassare ingenti ricchezze e non essere in grado di usarle? Sta molto meglio chi si accontenta della propria povertà, e trarrà gioia dal suo lavoro, di chi, pur possedendo ricchezze, passa tutta la sua vita nel bisogno, come assicura Salomone: “Un povero che basta a se stesso vai più di un borioso che manca di pane” (Pr 19,1).

Una santa semplicità giova solo a se stessa, e quanto edifica attraverso una vita meritevole, tanto nuoce se non è anche in grado di resistere ai suoi avversari. Ma tra due cose imperfette, preferisco la santa semplicità a un’eloquenza peccatrice, poiché la Sapienza afferma: “Meglio un povero che cammina nella sua semplicità che un ricco su vie perverse; chi osserva la legge è un figlio saggio” (Pr 19,1).

Perciò bisogna che chi si dedica alla sapienza si dedichi alla virtù, per poter tradurre utilmente nei fatti ciò che sapientemente comprende con la mente, e insegnare per primo con il proprio comportamento come si deve compiere qualsiasi bene che a parole ordina agli altri di fare. Così, compiendo e insegnando i precetti di Dio, sarà chiamato più grande nel regno dei cieli, non minimo, come se avesse insegnato a voce e tradotto nei fatti uno dei più piccoli comandi di Dio . “Chiunque infatti – dice il Salvatore – viene a me, ascolta le mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo che, costruendo una casa, scavò nel profondo e appoggiò le fondamenta sulla roccia. Capitò un’inondazione e la fiumana urtò quella casa, ma non riuscì a smuoverla, perché era appoggiata sulla roccia. Chi invece ascolta e non fa è simile a un uomo che costruì la sua casa sulla sabbia, senza fondamenta, e appena la piena la investì, cadde subito e fu grande la rovina di quella casa” (Mt 5,19).

Ciascun cattolico deve applicarsi con uguale impegno in tutte le virtù, per esser degno del convito dell’eterno re, essendo nobilmente ornato di dentro e di fuori, e così salire alla patria eterna portato dalla quadriga spirituale . Deve tendere alla prudenza, per provvedere con saggezza, comprendere veracemente e conservare nella memoria ciò che ha compreso. Deve [tendere] alla giustizia, per diventare religioso, pio e umile, per conservare la grazia e la punizione, l’osservanza e la verità, e custodire i patti, i giudizi equi e la legge. Deve consacrare il suo impegno alla fortezza, per acquistare nobiltà d’animo e fermezza, pazienza e perseveranza. Deve dedicarsi alla temperanza, per divenire parco, clemente e modesto, e soprattutto per essere fedele operatore di pace e carità, che è il vincolo della perfezione.

Da queste bellezze virtuose compiutamente ornato, e illuminato dalla luce della sapienza, l’uomo di Dio può svolgere il servizio di lui nel modo debito e conveniente, ed espletare degnamente nella Chiesa la funzione di oratore, il quale, secondo l’antica definizione, deve essere persona buona ed esperta nel parlare. Se questa definizione veniva realizzata dagli oratori gentili, a ben maggior ragione conviene che la osservino gli oratori di Cristo, che debbono essere maestri delle virtù non solo con i discorsi, ma anche con tutta la loro vita.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 207-210
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 21-23)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 24-25)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)

Secondo la tradizione dei maestri, la retorica è la scienza delle lettere secolari per ben parlare nelle questioni civili. Sebbene questa definizione sembri riguardare un sapere mondano, non è tuttavia estranea alla disciplina ecclesiastica. Infatti appartiene all’abilità in quest’arte tutto quanto l’oratore e il predicatore della Legge divina dice in modo chiaro e conveniente quando insegna, o produce in forma idonea ed elegante quando scrive. E non si deve certo pensare che pecchi chi impara quest’arte in età opportuna e chi si attiene alle sue regole nello scrivere o nel pronunciare un discorso; anzi compie opera buona colui che l’apprende alla perfezione, per essere idoneo a predicare la Parola di Dio.

Infatti, siccome con l’arte retorica si può sostenere sia il vero che il falso, chi oserà dire che la verità deve rimanere inerme nei suoi difensori contro la menzogna, cosicché quelli che tentano di propagandare le falsità sono capaci di rendere chi li ascolta benevolo, attento o docile con i loro preamboli, mentre questi non lo sanno fare? Quelli espongono il falso con brevità, chiarezza e verosimiglianza, mentre questi presentano la verità in modo che sia noiosa all’ascolto, difficile da comprendere, e infine non piacevole da credere? Quelli con argomenti ingannevoli combattono la verità e affermano il falso, questi sono incapaci di difendere la verità come di confutare le menzogne? Quelli, per muovere e spingere all’errore gli animi dei loro ascoltatori, con i loro discorsi li spaventano, li rattristano, li rallegrano e li esortano con ardore; questi nella difesa della verità sonnecchiano tardi e freddi? Chi è così sciocco da credere che ciò sia saggio? Se dunque l’eloquenza occupa una posizione ambivalente, dato che è molto efficace nel sostenere sia ciò che è perverso, sia ciò che è giusto, perché non viene acquisita dallo zelo dei buoni per combattere dalla parte della verità, dato che i cattivi se ne appropriano per vincere cause perverse e vane a vantaggio dell’iniquità e dell’errore?

Ma tutte quelle che sono, in questa materia, le regole e le prescrizioni, alle quali quando si aggiunge, nell’abbondanza del lessico e nell’eleganza delle parole, il che diventa solertissima dimestichezza nell’esercizio della lingua, quella che vien chiamata facondia o eloquenza: proprio queste cose devono imparare, in età adatta e conveniente, coloro che lo possono fare con rapidità, riservando allo scopo un congruo periodo di tempo. Infatti gli stessi prìncipi della romana eloquenza hanno detto senza remore che se qualcuno non è in grado di impadronirsi presto di quest’arte, non potrà farlo mai perfettamente .

Noi però non stimiamo tali argomenti fino al punto da volere che si spendano per impararli uomini di età già matura, o addirittura attempati. Basta che se ne curino gli adolescenti, e neppure tutti quelli che vogliamo erudire per l’utilità della Chiesa; bensì coloro che ancora non sono occupati da incombenze più urgenti, e senza dubbio prioritarie rispetto a questa attività. Poiché chi possiede un ingegno acuto e fervido acquisirà più facilmente eloquenza leggendo e ascoltando oratori eloquenti che inseguendo i precetti dell’eloquenza. E non mancano scritti ecclesiastici, anche fuori dal Canone, salutarmente collocati nella rocca dell’autorità, leggendo i quali una persona capace, pur se non persegue quel proposito, ma presta soltanto attenzione alle cose che vi si dicono, mentre vi attende si istruisce anche nello stile con il quale vengono espressi. Tanto meglio se vi aggiunge l’esercizio dello scrivere, comporre, e infine anche dire ciò che pensa, secondo le norme della pietà e della fede .

Ma basti quanto ora s’è detto della retorica, riservandoci di spiegare più chiaramente tra poco le sue leggi nel campo del parlare.

***

La dialettica è la disciplina razionale della ricerca, definizione e discussione, capace anche di distinguere il vero dal falso. Dunque è la disciplina delle discipline: insegna a insegnare e a imparare; in essa la ragione stessa si manifesta e rivela cos’è, cosa vuole, cosa vale. Essa sola sa di sapere, e non solo vuole, ma anche può rendere sapienti. In essa, ragionando, veniamo a conoscere ciò che siamo e da dove veniamo; per mezzo suo comprendiamo cosa sia un essere che produce un bene e cosa sia un bene prodotto, chi sia il creatore e cosa la creatura; tramite suo investighiamo la verità e scopriamo il falso; attraverso essa argomentiamo e troviamo ciò che è coerente, ciò che non lo è, e ciò che è inconciliabile in natura, quel che è vero, quel che è verisimile e quel che è totalmente falso nelle discussioni. Seguendo questa disciplina indaghiamo con sagacia ogni singolo oggetto, lo definiamo con verità e lo discutiamo con prudenza. Perciò è necessaria ai chierici la conoscenza di quest’arte nobilissima e la meditazione assidua delle sue leggi, per essere in grado di discernere tramite suo la sottile malizia degli eretici e confutare i loro velenosi discorsi con veraci conclusioni sillogistiche.

Eppure vi sono molti cosiddetti sofismi, conclusioni falsate di ragionamenti, che per lo più contraffanno quelle vere così bene da ingannare non solo i tardi, ma anche i dotati d’ingegno, se non stanno bene attenti. Un tale pose questa premessa, rivolto al suo interlocutore: “Ciò che io sono tu non sei”. Quello ne convenne. Infatti era vero in parte, oppure, nella misura in cui questi era insidioso, l’altro era ingenuo. Allora il primo aggiunse: “Ma io sono uomo”, e avendo ricevuto anche stavolta il consenso dall’altro, concluse: “Dunque tu non sei uomo”. Conclusioni di tipo capzioso, che la Scrittura, a quanto ritengo, depreca, in quel passo dove si dice: “Chi parla da sofista è odioso” (Sir 37,20).

Si può chiamare sofistico anche quel tipo di discorso che, sebbene non sia cavilloso, tuttavia ricerca gli abbellimenti verbali con più abbondanza di quanta si addice alla serietà. Vi sono però anche vere connessioni di argomentazioni che approdano a falsi giudizi, conseguenti a un errore dell’interlocutore. Tuttavia la persona buona e dotta le introduce affinché colui, dal cui errore si traggono le conseguenze, se ne vergogni e abbandoni quell’errore, perché, se volesse rimanervi, sarebbe di necessità costretto ad accettare anche affermazioni che condanna. Infatti non traeva conclusioni vere l’Apostolo, quando diceva: “Neanche Cristo è risorto”, e proseguiva: “La vostra fede è vana, ed anche la nostra predicazione è inutile” (1Cor 15,13-14). Tutto falso, perché Cristo è risorto e non era inutile la predicazione di coloro che lo annunciavano, e nemmeno la fede di chi lo aveva creduto. E se è falsa una conseguenza, necessariamente ne è falsa la premessa. E la premessa era che non si dava la risurrezione dei morti, come asserivano coloro il cui errore l’Apostolo voleva distruggere. Da quella premessa, con la quale negavano la risurrezione dei morti, necessariamente deriva che “neanche Cristo è risorto”. Ma questa conseguenza è falsa, dato che Cristo è risorto. Dunque è falsa anche la premessa, secondo la quale non si dà risurrezione dei morti: quindi esiste la risurrezione dei morti. Il tutto si può riassumere così: se non si dà risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto; ma Cristo è risorto; dunque esiste la risurrezione dei morti .

Poiché dunque sono veri i nessi non solo fra proposizioni vere, ma anche tra proposizioni false, è facile apprendere la verità delle connessioni anche in scuole estranee alla Chiesa. Ma la verità delle proposizioni occorre cercarla nei Libri santi della Chiesa. Tuttavia la verità dei nessi in se stessa non viene stabilita dagli uomini, che si limitano a riconoscerla e commentarla per poterla imparare o insegnare. Infatti è fondata sull’essenza perenne, e stabilita da Dio, delle realtà , che hanno Dio come autore.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 196-199
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)

Cosmo e Tempio

Potremmo riassumere i capitoli precedenti dicendo che il primo tempio che Dio ha dato all’uomo è l’universo; quell’universo che, nella sua realtà profonda, si presenta come una meravigliosa disposizione di simboli: l’universo è, fra i simboli, il primo e il più completo.

Il tempio tradizionale è un universo in miniatura posto alla portata dell’uomo religioso per le necessità del suo culto. E questo si considera secondo un doppio punto di vista. Innanzitutto, come immagine realistica del cosmo più o meno come viene percepito dai sensi; quest’aspetto non è mai il più profondo; qualche volta, può anche essere eliminato senza gravi inconvenienti; è l’aspetto maggiormente minacciato dai rischi di deviazione e desacralizzazione. Poi, come evocazione delle strutture del mondo e del suo mistero interiore; abbiamo visto, per esempio, che il simbolismo del centro-ombelico del mondo o quello complementare dell’asse ascensionale aprono prospettive infinite.

Il mistero che l’uomo percepisce nella contemplazione della natura non è tanto quello del cosmo in sé, quanto quello suo proprio riflesso in quello del cosmo. La funzione originale dei simboli è precisamente questa rivelazione esistenziale dell’uomo a se stesso, attraverso un’esperienza cosmologica. Questo è possibile solo perché fra il cosmo e l’uomo esistono profonde corrispondenze. È di questo che bisogna parlare, adesso. Non si tratta d’inventariare tutti i tesori di saggezza antropocosmica accumulati dalle diverse civiltà durante i millenni trascorsi … Dovremo mantenerci strettamente all’interno delle sole prospettive dei capitoli precedenti.

Ciò che dobbiamo dire, può essere organizzato intorno ad un doppio principio:

  • Sul piano delle rappresentazioni immaginarie, le strutture del mondo appaiono essere le stesse dell’uomo. A tal punto che l’Universo si presenta ed è percepito come un Corpo totale, un Tutto umanizzato: il grande Vivente, l’Uomo ideale. Al contrario, l’uomo appare come un universo ridotto: un microcosmo.
  • Il tempio, riflesso dell’universo, è costruito ad immagine dell’uomo. È in questo specchio che gli riflette la propria immagine, che l’uomo si sperimenta, e realizza la sua vocazione di tempio universale.

Ci riesce molto difficile ammettere tali cose, dato che siamo sempre stati abituati a considerare il nostro universo come diviso in singoli compartimenti. Ne è un tangibile esempio la divisione in materie distinte dei nostri programmi scolastici: fisica, geografia, storia, cosmografia, scienze naturali, grammatica, matematica … La mentalità dell’uomo che pensa al sacro procede nel modo inverso: per lui, tutto è collegato. Indissolubilmente. L’universo è la Grande Realtà omogenea, allo stesso modo del corpo umano, e questa Grande Realtà ingloba tutto il reale: mondo inanimato, animato, spirituale, trascendente. La creazione è un organismo gigante i cui elementi partecipano tutti ai comuni misteri vitali. Infatti, non sono le cose e gli esseri in se stessi a formare i fondamenti del reale, ma i misteri che agiscono in essi: infine, è la Vita che, pur manifestandosi in modo diverso qui o là, è identica e soggiacente in ogni essere vivente.

È necessario andare ancora più lontano. Il primitivo rileva la presenza della Vita e entra in contatto con essa non solo nello stesso vivente, ma in ogni simbolo del vivente. Infatti, anche nel vivente, la vita non può essere immediatamente colta: è velata dalle apparenze sensibili che trascende in tutto il suo mistero; si nasconde nel soggetto mentre vi si rivela. Per coglierla, dunque, bisognerà andare al di là dell’apparenza immediata. Questo passaggio, spesso, diventerà più facile e spontaneo, se può esser fatto con l’intermediazione di simboli molto puri. Il simbolo ha l’incomparabile privilegio di non opporre l’opacità di un sé alla percezione del significato; non è che segno, trasparenza: una finestra aperta sul mistero. La luna che cambia, volta a volta morta e rinascente, si presta ad una contemplazione quasi diretta del mistero del divenire; la spirale, a quello dell’emanazione; l’ombelico-centro, a quello dell’origine; l’asse verticale, a quello della valorizzazione e del superamento.

Un uguale ed unico mistero di vita è in atto in realtà diverse e in epoche molto differenti. Nella genesi primordiale del cosmo all’origine dei tempi: a partire dal primo punto emerso sulla superficie delle acque abissali. Nella genesi dell’umanità: a partire dalla prima coppia apparsa sulla montagna del mondo, allo stesso modo che nella rigenerazione di quell’umanità decaduta, a partire dall’arca della salvezza approdata nello stesso punto originario per un’altra, uguale partenza. Nella genesi di ogni embrione, che cresce a partire dal punto ombelico originario, allargandosi intorno in forma di croce apparsa nel circolo della posizione e del ciclo fetali. Nella costruzione di ogni edificio sacro, ripetizione cosmologica rituale dell’universo vivente, e antropologica dell’essere umano; l’edificio sacro è il luogo in cui il cosmo e l’uomo in correlazione giocano per simboli la liturgia delle loro vitali interdipendenze. Nell’edificio sacro, ove il tempo e lo spazio fenomenici sono aboliti, l’uomo partecipa alla genesi del mondo, a quella dell’umanità, a quella della sua famiglia umana, alla sua propria. Si offre all’effusione della Vita. In cambio, porta il contributo della sua partecipazione ad ognuno di questi piani esistenziali; infonde loro il senso della propria vita: trascina il tutto nella sua personale assunzione. Il tempio è una cassa di risonanza sacra di misteri impossibili da cogliere in se stessi, e ancora di più nelle loro mutue compenetrazioni.

Quando Nostro Signore chiamava il Tempio di Gerusalemme «immagine della Tenda preparata fin dalle origini» e centro vitale della religione ebraica: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo innalzerò di nuovo» (Gv. II), chiamava i suoi discepoli, e con loro tutti i credenti, ad una trasposizione simbolica. I compagni di Cristo prestano la loro voce per formulare le nostre obiezioni: «Ci sono voluti quarantasei anni per costruire il tempio, e tu, tu lo rimetterai in piedi in tre giorni?» E l’evangelista spiega il pensiero del Maestro: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo». Cristo, qui, insegna due cose. Innanzitutto, ricorda che il santuario di pietra in cui abita la divinità e in cui si lascia avvicinare, come il santuario di Gerusalemme che segnava con il dito, non è che il simbolo del tempio di carne che è l’uomo: il corpo dell’uomo è la dimora in cui abita la sua anima, quell’anima capace di culto, e che Dio, a sua volta, si propone di far diventare sua dimora. «L’uomo è una chiesa mistica. Attraverso il tempio del suo corpo, obbedisce ai comandamenti di Dio; pratica le virtù morali. Grazie al santuario della sua anima, per mezzo della ragione, s’innalza alla contemplazione di Dio, intravisto nella perfezione delle creature. Con l’altare del suo spirito, chiama in suo aiuto il silenzio della grande Voce invisibile e misteriosa della Divinità, per mezzo di un altro silenzio, questo loquace, e che si esprime attraverso innumerevoli suoni» (Massimo Confessore, Mystagogia,
IV, in PG XCI, 671). In secondo luogo, apprendiamo qui che Cristo, in quanto uomo-Dio, è l’Uomo perfetto che porta il mistero dell’uomo-tempio al suo fine ultimo. Infatti, racchiude nella sua persona di Verbo incarnato l’unico mistero della vita di cui parliamo; tutte le creature partecipano della sua pienezza, e senza di lui non sono nulla. In più, porta la realizzazione storica del mistero della venuta di Dio fra gli uomini e nelle loro anime. Non elimina nessun tempio autentico, ma li porta tutti a compimento. Rende la creazione un solo tempio, perfetto e definitivo: quello della Gerusalemme celeste, che circonda l’Agnello. «È l’immagine del Dio invisibile, il primo fra tutte le creature, poiché è in lui che sono state create tutte le cose, nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili … Tutto è stato creato da lui e per lui. E prima di tutte le cose, e ogni cosa sussiste in lui. È anche la testa del corpo, cioè della Chiesa: è il principio, il primogenito fra i morti, poiché Dio si è compiaciuto di porre in lui la pienezza e di riconciliare, per suo tramite, tutti gli esseri, sia in terra che in cielo, pacificandoli grazie al sangue della sua croce» (Ep. ai Colossesi, I). Questo testo fornisce il più profondo commento al mosaico del Laterano, con i suoi due piani della creazione naturale e della ricreazione soprannaturale salvifica attraverso la grazia.

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 247-249