Tappe della vita mistica

Tappe della vita mistica (LS)

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Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)

Delle arti liberali prima è la grammatica, seconda la retorica, terza la dialettica, quarta l’aritmetica, quinta la geometria, sesta la musica, settima l’astronomia. La grammatica prese il nome dalle lettere, come dimostra il suono derivato di quella parola. La sua definizione è la seguente: grammatica è la scienza che consente di interpretare i poeti e gli storici, nonché di scrivere e di parlare correttamente. Essa è regola, principio e fondamento delle lettere liberali.

E così conviene che la scuola del Signore la insegni, poiché in essa si fonda la scienza del corretto parlare e la regola dello scrivere. Infatti, come conoscere la forza della parola articolata o il valore delle lettere e delle sillabe, senza prima impararle attraverso la grammatica, o come apprendere a distinguere i piedi, gli accenti e l’interpunzione, senza prima acquisirne la conoscenza attraverso questa disciplina? O come conoscerà le regole delle parti di un discorso, l’ornamento delle figure retoriche, il valore dei tropi, la legge delle etimologie e la corretta ortografia, chi prima non avrà imparato l’arte grammatica?

Dunque senza colpa, anzi con lode apprende quest’arte chi in essa non ama l’inutile battaglia delle parole, ma cerca di possedere la scienza del parlare corretto e l’abilità dello scrivere. Essa è il giudice di tutti gli scrittori di libri. Dove vede un errore, lo corregge; dove sono cose ben dette, le confermerà col proprio giudizio.

Nei Libri santi s’incontrano molto spesso figure retoriche, tutte quelle descritte dalla disciplina secolare. Chiunque legge con diligenza i Libri divini troverà che i nostri autori si sono serviti anche di tropi con frequenza e abbondanza maggiori di quanto si possa stimare o credere. Di tali tropi nei Libri divini si leggono non solo esempi in generale, ma anche alcuni nomi [specifici], come allegoria, enigma, parabola. La cognizione di tutti questi argomenti è necessaria per sciogliere l’ambiguità delle Scritture, poiché, quando il senso risulta assurdo se lo si intende secondo il significato proprio delle parole, allora certamente bisogna chiedersi se ciò che non comprendiamo non sia per caso detto in questo o in quel senso traslato. In tal modo si è scoperta la maggior parte dei significati che sfuggivano.

Non è poi da sottovalutare la conoscenza delle regole metriche che si apprende attraverso l’arte grammatica, poiché il Salterio in lingua ebraica, come attesta san Gerolamo ora corre col giambo, ora risuona col metro alcaico, ora si gonfia con quello saffico, ora entra con un mezzo piede. Il Deuteronomio e il cantico di Isaia, come pure Salomone e Giobbe, scorrono in versi esametri e pentametri composti nella lingua originale, come scrivono Giuseppe e Origene.

Non bisogna pertanto disprezzare questa, che è come una regola comune ai gentili, bensì impadronirsene quanto basta, poiché con tale arte molti uomini fedeli al Vangelo scrissero libri insigni e con quel mezzo si adoperarono per piacere a Dio, come Iuvenco, Sedulio, Aratore, Alcimo, Clemente, Paolino, Fortunato e parecchi altri.

Se poi vogliamo leggere i libri dei gentili per il loro fiore di eloquenza, dobbiamo attenerci al modello [di trattamento] della donna prigioniera descritto nel Deuteronomio, il quale ricorda le disposizioni del Signore, secondo le quali, se un Israelita la voleva come moglie, doveva raderle i capelli, tagliare le unghie, togliere i peli: una volta resa pulita, essa poteva passare all’abbraccio del vincitore. Queste prescrizioni, se intese alla lettera, non sono forse ridicole? Eppure anche noi siamo soliti, ed è nostro dovere, comportarci in modo simile quando leggiamo i poeti gentili, quando ci vengono in mano i libri del sapere secolare. Se vi troviamo qualcosa di utile, lo adattiamo alla nostra dottrina, mentre i discorsi superflui sugli idoli, l’amore, la cura delle cose mondane, li dobbiamo sradicare, radere a zero e tagliarli col ferro più tagliente, come si fa con le unghie. Ma dobbiamo soprattutto evitare che questa nostra libertà sia di ostacolo ai deboli, per evitare che, vedendoci a banchetto nel tempio degli idoli, perisca un fratello, debole nel nostro sapere, ma per il quale Cristo è morto.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 193-195
Vedi anche:

Geografia e cartografia

Gli abitanti della Mesopotamia, come del resto tutti i popoli antichi, si erano a poco a poco resi conto grazie ai loro viaggi che la forma e i confini della terra corrispondevano in maniera molto imperfetta con lo schema simbolico che avevano ideato precedentemente. Ci si potrebbe aspettare che essi rivedessero lo schema primitivo nella misura in cui le esplorazioni fornivano loro gli elementi per una cartografia che chiameremmo scientifica.

Di certo degli abbozzi di carte vennero elaborate; tuttavia, il primo posto e il più nobile è rimasto alle rappresentazioni simboliche, innanzi tutto perché essendo simboliche corrispondevano ad un grado di realtà superiore, assai più importante e che non compariva nei rilievi topografici. Questa sovrana indifferenza per le proporzioni e disposizioni reali era destinata a gravare sulla cartografia fino al XIV secolo. Un notevole passo verso il rigore si deve al cronista-illustratore Mattheuw Paris, il quale, verso il 1250, disegna una carta della Gran Bretagna d’una esattezza veramente rivoluzionaria per quell’epoca.

Le proporzioni, tuttavia, non restano meno soggette alla tradizionale fantasia: «Se il foglio era piuttosto grande, tutta l’isola dovrebbe essere più lunga», spiega l’autore con noncuranza. In questo modo una carta babilonese, datata al più tardi all’epoca persiana (V-IV secolo a.C), riproducente un originale che potrebbe risalire al secondo millennio a.C., nonostante una incontestabile conoscenza delle regioni menzionate, acquisita grazie agli innumerevoli viaggi dell’epoca, continua imperturbabile a rappresentare il disco della terra, con al centro Babilonia e circondato dal Fiume Amaro.

L’orizzonte, a nord, si arresta alle montagne da cui scaturisce l’Eufrate, a sud al Golfo Persico; le città e le regioni sono di ambiente mesopotamico.

«Tale carta corrisponde abbastanza bene all’immagine del mondo abitato attestata da antichi testi dei Sumeri, per esempio l’epopea di Enmerkar. Da esso si deduce che il prototipo doveva essere antico. Al di là del Fiume Amaro figurano sette regioni rappresentate da triangoli: si potrebbe intendere sette isole, poiché il termine impiegato na-gu-u è suscettibile d’assumere tale significato, ciò che sembra porci sulla linea delle famose isole leggendarie di cui parla spesso Isaia (XL, 15; XLI, 1. 5; XLII, 4. 10. 12. ecc.) che scrive infatti in ambiente babilonese. Vi sono alcune indicazioni riguardo molte di queste regioni. Per la terza: “Dove l’uccello alato non termina il suo viaggio”. Per la quarta: “Luminosità più viva di quella del crepuscolo e delle stelle”. Per la quinta: “Dove non si scorge nulla”. “Dove il sole non può essere visto”. Per la sesta: “Dove abita un toro cornuto (liocorno) che attacca gli stranieri”. Per la settima: “Oceano celeste (che contiene) gli animali che il dio Mardouk ha creato”. Mancano le indicazioni per la prima e la seconda regione. Unger (seguito da Contenau) a ragione vede nella quinta indicazione un’allusione alla notte polare, di cui i Babilonesi avevano conoscenza indiretta. Le notizie 3 e 6 mostrano in ogni caso che si tratta di luoghi inaccessibili agli uccelli e proibiti agli uomini. La notizia 4 corrispondente al nord-ovest sembra lasciare intendere che l’isola in questione, malgrado la sua posizione nella regione di Ponente, goda di una luminosità eccezionale. È evidente che non bisogna cercare di porre queste isole nella geografia reale: rappresentano dei luoghi mitici o leggendari, estranei al continente abitato dagli uomini» (Grelot 65 e 66).

Ci premeva citare questo brano per suggerire un’idea della geografia simbolica che, sotto una forma o sotto un’altra, tutte le grandi religioni tradizionali utilizzano: essa corrisponde al bisogno innato nell’uomo di scrutare l’invisibile con l’aiuto di espressioni trasposte dal mondo visibile, d’immaginare i suoi itinerari spirituali, a partire da quelli fittizi, ma concepiti come sensibili e terreni. Sarebbe difficile illustrare in modo più eloquente il fatto che “uomo attinge allo spirituale attraverso immagini del mondo materiale circostante; e ancor di più l’altro fatto che per l’uomo religioso ogni viaggio concreto e all’apparenza profano, può essere allo stesso modo e prima di tutto un viaggio mitico, un viaggio liturgico si potrebbe dire, un viaggio che raggiunge il suo profondo significato per il riferimento consapevole verso il Grande ed Unico Viaggio dell’Uomo diretto al Soggiorno Felice. Tale concezione è profondamente radicata nei pellegrinaggi ai grandi santuari e ancor di più ai Luoghi Santi che simboleggiano la patria celeste e nelle processioni e nei giri liturgici attorno all’altare o alla chiesa che rappresentano la Gerusalemme celeste. La Bibbia ci mostra il Popolo eletto come un popolo itinerante, in marcia verso la Terra promessa, verso il nuovo Paradiso.

Il mappamondo babilonese presenta ancora un altro interesse.

Uno studio attento ci rivela la sua sostanziale identità con la carta mitica utilizzata nel Libro di Henoch (scritto ebraico la cui ultima redazione deve collocarsi prima del 50 a.C. salvo i capitoli dal 36 al 71 detti delle Parabole che facilmente potrebbero appartenere all’ambito del cristianesimo primitivo). Vi si rintraccia una divisione settenaria dello spazio e il compasso dalle quattro dimensioni, fondato sulla teoria dei quattro venti utilizzata anche dai Babilonesi.

Tutti questi elementi sopravvissero fino all’epoca romana e oltre; noi li incontreremo nelle miniature o nella scultura ed è per questo che occorre familiarizzare con essi.

Per comprenderli correttamente bisogna sapere che a lato del concetto della terra come disco circolare limitato dall’orizzonte, la Bibbia ne riflette un altro — affatto incompatibile con il primo — senza dubbio più antico, ma sempre vivo, proprio delle più antiche civiltà.

Esso dipende da quell’intuizione immediata della terra come caratterizzata dalla quaterna allo stato quasi puro ed interamente dipendente dal cielo. La terra allora diventa una grande superficie quadrata, sospesa per gli angoli come una veste; un inno accadico, ad esempio, ci descrive il dio sole che dall’alto del cielo mantiene in equilibrio i quattro angoli della terra. È questo il simbolo che Dio manderà nella visione a san Pietro per fargli comprendere che l’antica creazione soggetta alle impurità della legge è finita e che inizia l’era d’una nuova creazione in cui tutto è puro.

Il racconto si rifà al capitolo 10 degli Atti degli Apostoli: Pietro vede «il cielo aperto da cui discende qualcosa come un grande drappo trattenuto ai quattro angoli e piegato verso il sole; al di sopra di esso si trovano tutti i quadrupedi e i rettili della terra e gli uccelli del cielo» (le tre grandi classi di animali presso gli Ebrei).

Nel capitolo 38 del Libro di Giobbe l’alba scrolla i quattro angoli della terra come un volgare tappeto, per farne cadere i malvagi: l’immagine è grandiosa quanto lo spazio al di fuori di questo tappeto.

Questo insondabile abisso è uno dei più profondi misteri che i popoli della Bibbia dovettero affrontare. Solo Dio ne aveva conoscenza e padronanza: «Lo sheol è a nudo ai suoi occhi e l’abisso allo scoperto. Egli stende il settentrione sul vuoto, sospende la terra sul nulla» (Giobbe, cap. 26). Occorre considerare il terrore che genera tale connubio con la trascendenza. Tutto il reale si situa all’interno di questa piramide d’influsso divino caduta dal più alto dei cieli che s’estende fino ai confini del quadrato dell’universo che il testo chiama sia «i quattro capi della terra», (Isaia, XI, 12), sia «i quattro angoli della terra» (Ezechiele, VII, 2).

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 85-90

La cosmografia degli antichi

Una conoscenza, almeno sommaria, del modo in cui gli antichi concepivano l’universo si rende indispensabile per penetrare le loro trascrizioni iconografiche.

Per non disperderci troppo, esamineremo in particolare le concezioni dell’Antichità che sono passate nella Bibbia, che si trovano ancora nella tradizione neo-testamentaria e che riappariranno nell’arte monumentale e nell’iconografia cristiana, specialmente in quella del medioevo.

All’origine, la terra era concepita come un grande disco limitato dall’orizzonte, sotto il quale e al di là del quale si stendeva un mare infinito, l’oceano primordiale o fiume amaro (l’okeanos dei Greci).

Tale disco è inserito come in una cupola nella volta solida del firmamento, provvista di fori dai quali scorrono le acque superiori sotto forma di pioggia o di tempesta. Il trono di Dio si colloca al di sopra del firmamento, al di sopra delle acque superiori, in excelsis.

Forse perché Dio sta in alto nei cieli

e guarda il vertice delle stelle che sono in alto,

tu ripetevi: Che cosa ne sa Dio,

può forse giudicare da dietro le nubi?

Le nubi gli fanno velo ed egli non vede,

mentre cammina sulla volta dei cieli

(Giobbe, XXII, 12-14)

Vi si legge la tentazione: Dio è cosi lontano nel suo cielo, così trascendente che ignora ciò che accade sulla terra; egli si libra in un altro universo…

Il prologo del Libro di Giobbe ha risposto con anticipo: mostra Dio che dispone ogni cosa quaggiù, il bene e il male, mentre sorveglia gli uomini in tutte le loro azioni per controllare la loro fedeltà.

Al firmamento sono fissati i lumi: stelle che si muovono con lui, sole e luna che hanno il loro corso proprio. Il binomio di totalità terra-cielo è un’espressione per designare l’insieme del cosmo: la terra, cosi, viene ad opporsi e ad indicare tutto il resto, compresi il mare e gli inferi; è l’opposizione dualistica tra il quaggiù e il lassù che si ritrova dappertutto.

Lo sheol o soggiorno dei morti si situa sotto terra, in una misteriosa regione di tenebre. La divisione ternaria cielo-terra-inferi è rintracciabile in tutte le civiltà. I Soïoti d’Asia la rappresentano con tre grandi piastre sovrapposte di cui la mediana simboleggia la terra. Nella poesia islandese, la parola midgardr,
che significa «dimora di mezzo», è il nome del soggiorno degli uomini, indubbiamente perché la terra era collocata al centro del mondo.

La massa enorme di pietra e di terra non poteva evidentemente fluttuare da sola sulle acque del grande oceano ed era dunque sostenuta da pilastri. A questo punto comincia ad emergere il fatto che gli antichi concepivano la struttura del cosmo come quella di una gigantesca architettura. Questo ci prepara a capire alcuni dei loro simboli, a condizione, tuttavia, di non rovesciare il rapporto e di ricordarsi che non è l’architettura dei templi e delle case che spiega quella del cosmo ma viceversa: l’architettura dei templi e delle case acquista la sua ragion d’essere proprio dal fatto di essere una rappresentazione simbolica delle strutture cosmiche, sia statiche, sia dinamiche. La cantina delle case o semplicemente il loro suolo, la cripta delle chiese, le sale semibuie dei basamenti dei templi, sono in comunicazione con le Grandi Acque dell’Abisso e con la Grande Terra Madre.

I terremoti non saranno altro che la terrificante manifestazione della discordia e del disordine che possono nascere da lì; si tratta sia dei contraccolpi del disordine introdotto sulla superficie della terra dagli uomini, sia dei semplici interventi della divinità che crea, ricrea, agisce secondo la sua sovrana libertà.

La maggior parte degli uomini sottolineano questo aspetto del Mistero Vivente che assumono ai loro occhi le regioni inferiori, rappresentando con un animale mitico il supporto della terra: semplice espressione simbolica che denota un’intuizione profondissima. In Asia centrale e in certe zone di quella orientale, tale animale è un pesce che sostiene la crosta terrestre per impedire che s’inabissi nelle acque. Presso i popoli caucasici, parzialmente in Egitto e nelle zone d’influenza dell’Islam, a sostegno della terra si trovano i tori: il toro è universalmente riconosciuto come un simbolo in rapporto con la catena acqua-terra-fecondità-donna. Di norma il sistema è più completo: il toro reggente la terra riposa su una roccia, a sua volta sostenuta da un enorme pesce.

Rintracciamo la concezione strutturale nelle rappresentazioni che attuano un’analogia tra il supporto animale e l’architettura del mondo. Per i Teleuti dell’Aitai, la terra ha la forma di un piatto su cui grava la volta celeste. L’orizzonte segna il bordo esterno della terra; è sostenuto da quattro tori blu, in relazione con le quattro direzioni dello spazio. Diventa lecito pensare al famoso ed enigmatico Mare di bronzo che si trovava nel tempio di Gerusalemme costruito da Salomone: «Esso era interamente rotondo… e posato su dodici tori di cui tre guardano il nord, tre l’occidente, tre il sud e tre l’oriente; il Mare era su di essi e la parte posteriore del loro corpo era interamente compresa in esso» (l Re, cap. 7). Una convinzione che ha origine in India e verificata nel Tibet similmente assegna alla terra quale supporto quattro elefanti, uno per punto cardinale. Ciò è particolarmente interessante e mostra la necessità di evidenziare la struttura della quaterna orientata del cosmo con la quadruplice rappresentazione dell’elefante cosmico; cosmico perché l’animale ha la struttura di una sfera sostenuta da quattro pilastri. Tale idea ha ugualmente fatto della tartaruga l’animale sacro per un notevole numero di popoli; i Sioux e gli Huroni dell’America del nord, per esempio, hanno questo simbolo in comune con i popoli dell’Asia settentrionale e centrale.

La tartaruga naviga sulle acque primordiali, presenta quattro zampe-pilastri orientati, è quadrata nella parte inferiore mentre il suo dorso bombato simboleggia la cupola celeste o la montagna cosmica originale. Nei miti mongoli, la tartaruga dorata reca sul dorso la montagna centrale del mondo. In Asia centrale e nel Tibet, la concordanza delle rappresentazioni su questo punto è perfetta e risale ad un mito indù che fa di Visnù il fondamento della terra; in seguito questo dio verrà sostituito in tale ruolo da un Bodisatva buddista. Il mutamento è suggestivo: dimostra che nell’animale-simbolo si vedeva una presenza della divinità che conserva il mondo nell’esistenza, fuori del caos da cui l’aveva fatto emergere in virtù della sua onnipotenza.

La concezione cinese ci aiuta ad andare oltre l’immagine e a spingerci nella sostanza delle cose. Yu il Grande è insieme fondatore e demiurgo; come tale è maestro e misuratore e i suoi passi che costituiscono l’unità di misura gli servono per dividere in regioni la terra che ha iniziato a percorrere con l’intento di organizzarla.

Tale attività misuratrice realizza un’immagine ordinata del mondo; ma quale essere proveniente dal cielo gliene trasmetterà i dati? «Fu una tartaruga a portarglieli. Onnipotenti sulla terra, le tartarughe rappresentano un’immagine dell’universo. Se gli indovini possono conoscere per loro tramite le indicazioni efficaci che determinano le azioni utili, è perché esse prendono intimamente parte alla vita universale, vivendo strettamente avviluppate in un habitat formato sul modello del macrocosmo. Le loro corazze, effettivamente, quadrate in basso, si presentano rotonde in alto. Le tartarughe rappresentano così bene il mondo che compaiono necessariamente nei miti incentrati su un eroe che lavora al consolidamento dell’ordine universale… Dopo che Kouen, mostro nefando e tartaruga a tre zampe (segno di radicale imperfezione) ebbe liberato le Grandi Acque che minacciavano di sommergere cielo e terra, Yu che era suo figlio ma perfetto eroe per la virtù morale e fisica, riportò l’ordine. Seppe trovare la gloria in alcune azioni mitiche che si ricollegano al tema del mondo salvato dalle acque: una tartaruga doveva dunque comparire nella sua storia» (Granet, Il pensiero cinese , Milano, Adelphi 1971, p. 176). È ancora il vecchio tema del mondo salvato dal diluvio per l’intervento di un demiurgo buono. Quest’ultimo compie la sua opera grazie ad una rivelazione d’ordine simbolico, venuta dal cielo, che gli conferisce l’intelligenza autentica del cosmo che ha iniziato a restaurare.

Se la terra e sorretta dai suoi pilastri, lo stesso avviene per la volta celeste e per le stesse motivazioni architettoniche.

Non è forse il cielo il tetto della dimora terra, avendo appoggio sulla terra stessa? E per i nomadi, secondo la poetica espressione degli antichi Babilonesi, il cielo è la tenda del Pastore del mondo.

Il profeta Isaia dirà di Iahvè, per esprimere la sua onnipotenza creatrice: «È lui che ha disteso i cieli come un velo e che li ha spiegati come una tenda per abitarvi» (cap. 40). E per confondere Giobbe Elihu gli chiede, non senza sarcasmo, se fosse capace di collaborare con il Creatore tendendo al di sopra della terra il cielo di bronzo dell’estate: «Puoi stendere con lui la volta dei cieli, e indurirla come uno specchio di metallo fuso?» (Giobbe, cap. 37).

Nella cosmologia accadica il disco della terra è circondato da una catena di montagne, che costituiscono le colonne-supporti della cupola celeste; gli intervalli che si determinano tra di esse sono delle porte attraverso le quali gli astri fanno la loro comparsa ad un capo del cielo e scompaiono dall’altro. Le pitture egiziane assegnano al dio aria la funzione di sostenere il cielo con le sue braccia levate; tra le braccia appare talvolta il disegno di quattro pilastri come supporto del cielo.

Nella figura si riconosce, accucciato, il dio della terra Gêb che incombe sulla dea del cielo, Nout, curvata come la calotta celeste e appoggiata sui quattro punti delle braccia e delle gambe; il suo corpo è disseminato di stelle; la barca del Sole Levante sale a sinistra nel cielo stellato, quella del Sole Calante ridiscende sulla destra. Presso i Romani la funzione di tendere il drappo ricurvo del cielo è tributata al dio Coelus; questa volta simbolica separa due zone, la terrestre, inferiore e la celeste, superiore; la divinità troneggia in quest’ultima, in mezzo al firmamento. Tale iconografia è passata nell’arte cristiana dei primi secoli:

Successivamente il dio Coelus, insieme con gli ultimi resti mitologici della cultura antica, verrà abbandonato: il velo del coelum,
esso solo, invece, poiché risponde ad un simbolismo universale, attraverserà i secoli per significare sia il firmamento, sia la cupola che ne costituisce il simbolo in architettura:

sia la separazione terra-cielo, in rapporto con il velo del santuario:

sia il mondo celeste: in quest’ultimo caso, il velo è spesso incurvato verso il basso e rialzato da due angeli reggenti il personaggio che vi prende posto come in una navicella:

Normalmente sotto questa forma si rappresenta l’anima del defunto portata in cielo dagli angeli.

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 60-64