Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)

Secondo la tradizione dei maestri, la retorica è la scienza delle lettere secolari per ben parlare nelle questioni civili. Sebbene questa definizione sembri riguardare un sapere mondano, non è tuttavia estranea alla disciplina ecclesiastica. Infatti appartiene all’abilità in quest’arte tutto quanto l’oratore e il predicatore della Legge divina dice in modo chiaro e conveniente quando insegna, o produce in forma idonea ed elegante quando scrive. E non si deve certo pensare che pecchi chi impara quest’arte in età opportuna e chi si attiene alle sue regole nello scrivere o nel pronunciare un discorso; anzi compie opera buona colui che l’apprende alla perfezione, per essere idoneo a predicare la Parola di Dio.

Infatti, siccome con l’arte retorica si può sostenere sia il vero che il falso, chi oserà dire che la verità deve rimanere inerme nei suoi difensori contro la menzogna, cosicché quelli che tentano di propagandare le falsità sono capaci di rendere chi li ascolta benevolo, attento o docile con i loro preamboli, mentre questi non lo sanno fare? Quelli espongono il falso con brevità, chiarezza e verosimiglianza, mentre questi presentano la verità in modo che sia noiosa all’ascolto, difficile da comprendere, e infine non piacevole da credere? Quelli con argomenti ingannevoli combattono la verità e affermano il falso, questi sono incapaci di difendere la verità come di confutare le menzogne? Quelli, per muovere e spingere all’errore gli animi dei loro ascoltatori, con i loro discorsi li spaventano, li rattristano, li rallegrano e li esortano con ardore; questi nella difesa della verità sonnecchiano tardi e freddi? Chi è così sciocco da credere che ciò sia saggio? Se dunque l’eloquenza occupa una posizione ambivalente, dato che è molto efficace nel sostenere sia ciò che è perverso, sia ciò che è giusto, perché non viene acquisita dallo zelo dei buoni per combattere dalla parte della verità, dato che i cattivi se ne appropriano per vincere cause perverse e vane a vantaggio dell’iniquità e dell’errore?

Ma tutte quelle che sono, in questa materia, le regole e le prescrizioni, alle quali quando si aggiunge, nell’abbondanza del lessico e nell’eleganza delle parole, il che diventa solertissima dimestichezza nell’esercizio della lingua, quella che vien chiamata facondia o eloquenza: proprio queste cose devono imparare, in età adatta e conveniente, coloro che lo possono fare con rapidità, riservando allo scopo un congruo periodo di tempo. Infatti gli stessi prìncipi della romana eloquenza hanno detto senza remore che se qualcuno non è in grado di impadronirsi presto di quest’arte, non potrà farlo mai perfettamente .

Noi però non stimiamo tali argomenti fino al punto da volere che si spendano per impararli uomini di età già matura, o addirittura attempati. Basta che se ne curino gli adolescenti, e neppure tutti quelli che vogliamo erudire per l’utilità della Chiesa; bensì coloro che ancora non sono occupati da incombenze più urgenti, e senza dubbio prioritarie rispetto a questa attività. Poiché chi possiede un ingegno acuto e fervido acquisirà più facilmente eloquenza leggendo e ascoltando oratori eloquenti che inseguendo i precetti dell’eloquenza. E non mancano scritti ecclesiastici, anche fuori dal Canone, salutarmente collocati nella rocca dell’autorità, leggendo i quali una persona capace, pur se non persegue quel proposito, ma presta soltanto attenzione alle cose che vi si dicono, mentre vi attende si istruisce anche nello stile con il quale vengono espressi. Tanto meglio se vi aggiunge l’esercizio dello scrivere, comporre, e infine anche dire ciò che pensa, secondo le norme della pietà e della fede .

Ma basti quanto ora s’è detto della retorica, riservandoci di spiegare più chiaramente tra poco le sue leggi nel campo del parlare.

***

La dialettica è la disciplina razionale della ricerca, definizione e discussione, capace anche di distinguere il vero dal falso. Dunque è la disciplina delle discipline: insegna a insegnare e a imparare; in essa la ragione stessa si manifesta e rivela cos’è, cosa vuole, cosa vale. Essa sola sa di sapere, e non solo vuole, ma anche può rendere sapienti. In essa, ragionando, veniamo a conoscere ciò che siamo e da dove veniamo; per mezzo suo comprendiamo cosa sia un essere che produce un bene e cosa sia un bene prodotto, chi sia il creatore e cosa la creatura; tramite suo investighiamo la verità e scopriamo il falso; attraverso essa argomentiamo e troviamo ciò che è coerente, ciò che non lo è, e ciò che è inconciliabile in natura, quel che è vero, quel che è verisimile e quel che è totalmente falso nelle discussioni. Seguendo questa disciplina indaghiamo con sagacia ogni singolo oggetto, lo definiamo con verità e lo discutiamo con prudenza. Perciò è necessaria ai chierici la conoscenza di quest’arte nobilissima e la meditazione assidua delle sue leggi, per essere in grado di discernere tramite suo la sottile malizia degli eretici e confutare i loro velenosi discorsi con veraci conclusioni sillogistiche.

Eppure vi sono molti cosiddetti sofismi, conclusioni falsate di ragionamenti, che per lo più contraffanno quelle vere così bene da ingannare non solo i tardi, ma anche i dotati d’ingegno, se non stanno bene attenti. Un tale pose questa premessa, rivolto al suo interlocutore: “Ciò che io sono tu non sei”. Quello ne convenne. Infatti era vero in parte, oppure, nella misura in cui questi era insidioso, l’altro era ingenuo. Allora il primo aggiunse: “Ma io sono uomo”, e avendo ricevuto anche stavolta il consenso dall’altro, concluse: “Dunque tu non sei uomo”. Conclusioni di tipo capzioso, che la Scrittura, a quanto ritengo, depreca, in quel passo dove si dice: “Chi parla da sofista è odioso” (Sir 37,20).

Si può chiamare sofistico anche quel tipo di discorso che, sebbene non sia cavilloso, tuttavia ricerca gli abbellimenti verbali con più abbondanza di quanta si addice alla serietà. Vi sono però anche vere connessioni di argomentazioni che approdano a falsi giudizi, conseguenti a un errore dell’interlocutore. Tuttavia la persona buona e dotta le introduce affinché colui, dal cui errore si traggono le conseguenze, se ne vergogni e abbandoni quell’errore, perché, se volesse rimanervi, sarebbe di necessità costretto ad accettare anche affermazioni che condanna. Infatti non traeva conclusioni vere l’Apostolo, quando diceva: “Neanche Cristo è risorto”, e proseguiva: “La vostra fede è vana, ed anche la nostra predicazione è inutile” (1Cor 15,13-14). Tutto falso, perché Cristo è risorto e non era inutile la predicazione di coloro che lo annunciavano, e nemmeno la fede di chi lo aveva creduto. E se è falsa una conseguenza, necessariamente ne è falsa la premessa. E la premessa era che non si dava la risurrezione dei morti, come asserivano coloro il cui errore l’Apostolo voleva distruggere. Da quella premessa, con la quale negavano la risurrezione dei morti, necessariamente deriva che “neanche Cristo è risorto”. Ma questa conseguenza è falsa, dato che Cristo è risorto. Dunque è falsa anche la premessa, secondo la quale non si dà risurrezione dei morti: quindi esiste la risurrezione dei morti. Il tutto si può riassumere così: se non si dà risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto; ma Cristo è risorto; dunque esiste la risurrezione dei morti .

Poiché dunque sono veri i nessi non solo fra proposizioni vere, ma anche tra proposizioni false, è facile apprendere la verità delle connessioni anche in scuole estranee alla Chiesa. Ma la verità delle proposizioni occorre cercarla nei Libri santi della Chiesa. Tuttavia la verità dei nessi in se stessa non viene stabilita dagli uomini, che si limitano a riconoscerla e commentarla per poterla imparare o insegnare. Infatti è fondata sull’essenza perenne, e stabilita da Dio, delle realtà , che hanno Dio come autore.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 196-199
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)

Aritmologia, aritmetica e logistica

L’aritmetica fu talvolta distinta in arte del numero (aritmetica) e arte del calcolo (logistica): le valutazioni aritmologiche dei numeri si accompagnavano a quelle scientifiche. Qualsiasi considerazione aritmologica dei numeri, infatti, deve ba­sarsi su un minimo di previa, pura considerazione aritmetica, suscettibile di essere poi usata in chiave simbolica. L’aritmologia, dunque, richiede sempre un certo studio dei numeri, sia dei singoli numeri in se stessi, sia delle relazioni che intercorrono tra di loro. Tutto può essere letto simbolicamente dal singolo numero, al rapporto tra numeri, alla proporzione, purché presentino certe caratteristiche. Quello che si chiede al simbolo, infatti, è di possedere uno o più tratti essenziali del simbolizzato. Questa somiglianza mette in moto il processo, in quanto fa scattare una relazione tra oggetti apparente­mente lontani. L’analogia tra i due piani rende il primo idoneo a rappresentare sinteti­camente il secondo[1]. Se si volesse analizzare la relazione che intercorre tra il simboli­smo dei numeri, che non era sentito come una disciplina a se stante, e le parti in cui effettivamente si distingueva l’aritmetica antica, cioè teoria dei numeri e logistica, si ricaverebbe che all’epoca di Platone l’aritmologia si collega sia all’arte del numero, l’aritmetica, che all’arte del calcolo, la logistica, ma nella loro versione teoretica. La base scientifica su cui essa si fonda, infatti, non è quella di cui si valgono i mercanti, ‘i più’, come dice Platone, ma è quella che conosce i numeri per fini teoretici, che studia le proprietà aritmetiche, le relazioni tra i numeri, e i loro rapporti reciproci. Successiva­mente, invece, all’epoca dei commentatori di Platone l’aritmologia si pone esclusivamente sul versante dell’aritmetica, poiché essa è diventata la scienza delle cose intelligi­bili ed eterne, vale a dire teoria dei numeri vera e propria, mentre la logistica si è ridotta ad arte pratica applicata agli oggetti sensibili.

Nell’antichità il termine aritmetica racchiudeva anche quella che oggi si definisce aritmologia, poiché essa si mescolava con i suoi mysteria alla ‘vera scienza’ senza che tali speculazioni fossero percepite come qualcosa di estraneo all’arit­metica stessa. Armand Delatte afferma di aver introdotto il termine aritmologia nella terminologia filosofica all’inizio del secolo, avendolo trovato in un codice del XVIII secolo. Dichiara infatti:

On peut regretter que dans l’Antiquité, la science ne se soit jamais complètement libérée des pratiques superstitieuses et des idées populaires. En étudiant les premiers essais philosophiques et scientifiques, on s’aperçoit qu’ils ont leur origine dans la religion et le folklore et que la science en resta toujours imprégnée. Il en est ainsi, en particulier, pour l’arithmétique. On peut dire que dans l’Antiquité elle resta longtemps une pseudo-science à laquelle nous ne pouvons plus décemment donner aujourd’hui le nom d’arithmétique. Le nom d’arithmologie pourrait servir commodément à designer ce genre de remarques sur la formation, la valeur et l’importance des dix premiers nombres, où se mêlent la saine recherche scientifique et les fantaisies de la religion et de la philosophie.[2]

Delatte aggiunge in nota che la prima attestazione del termine, a sua conoscen­za, si trova proprio nel codice ateniese del XVIII secolo cui si è accennato sopra:

Nota 1: Je ne puis pas dire que j’invente complètement ce mot. Il se trouve pour la première fois, à ma connaissance, dans un fragment d’un Codex Atheniensis du XVIIIe siècle (Bibliothèque de la Chambre, n° 65), fos 198a sq. sous le titre Ἀριθμολογία ἠθική, l’auteur a groupé des séries numériques d’actions honnêtes ou malhonnêtes, pieuses ou impies, recueilles dans les écrivains sacrés de l’Ancien Testament (Salomon, Sirach ecc.).[3]

Il termine, in realtà è più antico. Innanzitutto Delatte non è stato il primo a reintrodurlo[4], poiché il termine arithmologique si incontra già in un commento agli Aurea carmina di A. Fabre d’Olivet del 1813[5]. Inoltre il codice ateniese del XVIII secolo ricordato da Delatte non è la più antica attestazione del termine, in quanto esso compare già, nel titolo del trattato sui numeri di Athanasius Kircher del 1665. In un’altra opera di Kircher, inoltre, l’Ars magna sciendi, troviamo anche l’aggettivo arithmologicus[6]. Anche in questo caso tuttavia, non si tratta della prima attestazione del termine aritmologia. Non è stato, infatti, il gesuita tedesco a coniare il termine, poiché esso appare già agli inizi del Seicento in un’opera di un certo Lodovick Lloyd intitolata The Pilgrimage of Princes, pubblicata a Londra nel 1607. Ad un certo punto (104b) si leggono le parole seguenti:

A few arithmologies which Salomon the wise, and Jhesus the sonne of Syrach […] have amongst their ciefe wtitings noted.[7]

Sia Kircher che Doyd usano il termine senza darne alcuna spiegazione. Poiché essi lo danno per scontato, a quell’epoca doveva già esser ben noto e comprensibile da parte dei lettori o per lo meno da un certo pubblico. Per l’origine del termine, dunque, si deve risalire più indietro. Non può non colpire, inoltre, la somiglianza tra il codice ateniese e lo scritto di L. Lloyd: entrambe le testimonianze connettono il termine aritmologia alla letteratura sapienziale dell’Antico Testamento (Salomone e Siracide), sembrano quindi riferirsi alla medesima tradizione. In questo caso il significato simbolico dei numeri è posto in relazione ad argomenti di carattere etico, come, del resto, l’autore del frammen­to contenuto nel codice conservato ad Atene si preoccupa di precisare nel titolo (Ἀριθμολογία ἠθική). Forse proprio in quest’area è da ricercare l’origine del termine, in connessione con riflessioni etiche desunte dall’Antico Testamento.

Nei secoli precedenti al nostro terminus ante quem (L. Lloyd) l’interesse per l’interpre­tazione simbolica dei numeri è assai diffuso; basti pensare al gusto umanistico e rinascimentale per le speculazioni aritmologiche. Il Quattrocento, dominato dal recupero della filosofia neoplatonica e della tradizione ermetica, conosce ed apprezza ampiamente la simbologia dei numeri. In quest’epoca, tuttavia, l’aritmologia è ancora integrata e me­scolata con le scienze e con la filosofia. Essa non sembra essere ancora sentita come una dottrina distinta, o meglio come un patrimonio culturale dotato di una propria dignità ed identità, tali da richiedere un nome specifico per definire tale sapere, ed in numerosi autori, infatti, si trovano riflessioni sulle proprietà teoretiche dei numeri della decade (e talvolta anche oltre il numero dieci) inserite, però, nell’ambito di opere filosofiche, non accolte, quindi, in scritti ad esse specificamente dedicati[8]. Uno stesso autore poteva essere contemporaneamente matematico, astronomo, e cultore della magia e dell’alchimia. Le scienze, come le concepiamo noi oggi, non si erano ancora svincolate da campi del sapere non propriamente scientifici. Le speculazioni aritmologiche sono per lo più inserite in opere filosofiche più ampie. All’aritmologia, dunque, vengono dedicate sezioni di scritti di argomento diverso o più vasto. Tutto ciò dimostra che tale dottrina è ancora integrata in sistemi di pensiero di cui essa è sentita parte indistinta[9]. In queste sezioni non compare il termine aritmologia, ma si usa sempre il termine aritmetica, che abbraccia tanto la teoria dei numeri quanto i significati simbolici ad essi attribuiti. Nel secolo succes­sivo, invece, si accentua la tendenza del sapere ad organizzarsi in discipline autonome, le quali rivendicano il proprio campo di azione definito da un fine, un metodo ed una tecnica propri. Le grandi costruzioni sistematiche in cui le varie discipline, dalle arti alle scienze, costituivano le tessere, strettamente correlate le une con le altre, di un mosaico organico, dominato dai principi della metafisica e della teologia, perde la sua coesione e si frantuma nei suoi elementi costitutivi, come se ciascuno di essi volesse affermare la propria individualità e autonomia[10]. Particolarmente studiata fu la matematica, interpre­tata sia secondo la filosofia neoplatonica, cioè nei suoi aspetti simbolici, sia in manieri tecnica, scientifica: i due aspetti coesistevano spesso in uno stesso autore, segno che il concezione mistica dei numeri non si era ancora separata da quella rigorosamente scien­tifica. Assai diffuso, infatti, era, più in generale, l’interesse per indagini considerate affini alla ricerca scientifica, nel campo dell’astrologia, dell’alchimia e della magia. Fiorirono moltissimi scritti di aritmetica sia pratica che teoretica in tutta Europa[11]. Inoltre si esegui­rono e pubblicarono moltissime traduzioni di opere scientifiche antiche, soprattutto di matematica. Quest’epoca, dunque, con la sua tendenza alla specializzazione delle scienze, con il recupero della cultura greca e con il gusto per l’aritmetica nella sua veste sia scientifica che mistica[12], potrebbe costituire il terreno fertile, se non per la creazione, quanto meno per­la diffusione di un termine funzionale alla individuazione e definizione dell’aritmetica teoretica[13]. Il termine aritmologia potrebbe infine provenire dal mondo orientale bizantino dove a partire dal IX secolo si apre un periodo di particolare interesse per l’aritmetica e per la simbologia dei numeri e potrebbe essere poi passato da li all’occidente proprio nel periodo in cui cominciarono a giungere i dotti bizantini custodi e depositari per secoli della cultura greca antica[14].

L’introduzione del termine aritmologia, dunque, è ben più antica di quanto ave­va supposto Delatte, ed è da collocarsi in un periodo culturale in cui si cominciò a prendere coscienza dell’uso simbolico del numero (forse in connessione con riflessioni etiche desunte dall’Antico Testamento), tanto da percepire questa prassi come un tipo di riflessione specifica che richiedeva, pertanto, un proprio nome[15]. Certamente nel mondo antico questa coscienza era assente e parlare di aritmologia, pertanto, significa introdurre un concetto o una categoria mentale posteriore, estranea alla matematica antica, la quale semmai distingueva tra teoria dei numeri e arte pratica del calcolo, ma non isolava le riflessioni sul significato simbolico dei numeri dallo studio delle loro proprietà e delle loro relazioni[16], tanto più che, come si è visto, la conoscenza della teoria dei numeri, anche se in forma elementare, era indispensabile punto di partenza per le investigazioni e le speculazioni sulle valenze extramatematiche dei numeri.


[1] Sul simbolismo dei numeri si veda V F. Hopper, Medieval Number Symbolism: its sources meaning and influence on thought and expression, New York 1938; R. Allendy, Le symbolisme du nombres, Paris 1948; M. Eliade, Images et Symboles, Paris 1952; M. Ghyka, Philosophie et mystique du nombre, Paris 1952; T. Dantzig, Number: The Language of Science, New York 19544. Utile è anche tenere presente J. E. Cirlot, A Dictionary of Symbols 1962 poi J. Chevalier-A. Gheerbrant, Dictionnaire des symboles, Paris 1973 quindi Ad de Vries, Dictionary of symbols and imagery, Amsterdam 1974 e P. Brach, Il simbolismo dei numeri, Roma 1999. Sul significato simbolico dei numeri della decade e dei numeri significativi oltre il dieci cfr. R. A. Laroche, Popular Symbolic/Mystical Numbers in Antiquity, «Latomus» 54, f. 3 (1995), pp. 569-576.

[2] A. Delatte, Études sur la littérature pythagoricienne, Paris 1915, p. 139.

[3] A. Delatte, Études sur la littérature pythagoricienne, Paris 1915, p. 139.

[4] Cfr. M. Regali, Intenti programmatici nel «De institutione arithmetica» di Boezio, «Studi classici e orientali» 33 (1983), pp. 193-204, p.199 n.31, dove afferma: «Il termine aritmologia è stato proposto da A. Delatte, Études sur la littérature pythagoricienne, Paris 1915, p.139) per indicare, con riferimento all’aritmetica, la stessa differenza che, in campo astronomico, esiste tra astrologia e astronomia».

[5] Cfr. A. Fabre d’Olivet, Les Verses dorés, Paris 1813, pp. 335-336.

[6] A. Kircher, Ars magna sciendi, Amsterdam 1669, p. 155: «Est itaque Ars Combinatoria facultas Arithmologica».

[7] Ho trovato l’attestazione del termine aritmologia in L. Lloyd alla voce Arìthmology dell’Oxford English Dictionary.

[8] Un esempio principe fra tutti è la Theologia platonica di Marsilio Ficino, dove abbondano le speculazioni aritmologiche, ma l’interesse per il simbolismo dei numeri rientra sempre sotto la definizione di aritmetica e non occupa certo l’intera opera.

[9] Cfr. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. 2: Il Cinquecento e il Seicento, Milano 1970, p. 89 sgg.

[10] Cfr. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. 2: Il Cinquecento e il Seicento, Milano 1970, vol. 2, pp. 26-27, p. 44 sgg.

[11] Sulla matematica ed in particolare l’aritmetica di questo periodo si veda G. Sarton, The appreciation of the Ancient and Medieval Science during the Reinassance (1450-1600), Philadelphia 1953, p. 151 sgg., il quale fornisce anche una ricca panoramica di trattati di aritmetica sia di carattere pratico che di carattere speculativo. Uno dei testi fondamentali è l’opera di Cornelio Agrippa, De occulta phiiosophia libri tres, Cologne 1533. Il trattato, che è una delle fonti principali dell’Arithmologia di Athanasius Kircher, e che intreccia l’aritmetica pitagorica (l’autore attinge, spesso testualmente a Nicomaco di Gerasa, Teone di Smirne, Boezio ecc.; e innumerevoli sono i richiami a Pitagora), la cabala e l’ermetismo rinascimentale, dedica ampio spazio alle proprietà ed alla simbologia dei numeri. Interessante tra gli altri aspetti, come la ripresa della dottrina pitagorica che tutto è costituiti da numeri e che tutto il cosmo, quindi, ha una struttura numerica, a partire dai suoni e dalla musica ecc., è la distinzione tra numero razionale, che detiene il primato, e numero sensibile, di cui i filosofi non si curano a partire da quelli antichi, affermazione che ribadisce il carattere eminentemente teoretico questa aritmetica, priva di funzioni pratiche, e tradotta in paradigma dell’ordine cosmico ed in simbolo.

[12] Cfr. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. 2: Il Cinquecento e il Seicento, Milano 1970, vol. 2, p. 93 sgg.

[13] Sulla commistione di aspetti scientifici e interessi per dottrine non propriamente tali, tra cui spesso anche la magia, l’alchimia, l’astrologia ecc., nel Cinquecento si veda P. Rossi, Storia della scienza moderna e contemporanea, Vol. 6: Dalla rivoluzione scientifica all’età dei Lumi, Torino 1988, pp. 31-57.

[14] Cfr. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. 2: Il Cinqucento e il Seicento, Milano 1970, vol. 2, pp. 32-34.

[15] Afferma G. Cambiano, Figura e numero, in Il sapere degli antichi, a cura di M. Vegetti, Torino 1985, pp. 83-107, p. 87: «È un’operazione artificiale e fondata comunque su una concezione posteriore delle matematiche distinguere nel pitagorismo tra un’aritmetica buona e un’aritmologia cattiva».

[16] Sebbene, come si è visto, il sorgere di una ‘coscienza aritmologica’, nel senso di consapevolezza di trattare il numero da un punto di vista simbolico instaurando delle corrispondenze tra numeri significativi e concetti non matematici, tale da far nascere l’esigenza di una terminologia specifica, sia ben più antico di quanto si ritenesse.


Autore Silvia Pieri
Pubblicazione Tetraktys. Numero e filosofia tra I e II secolo d.C.
Editore Ermes (Philosophia Perennis, 2)
Luogo Firenze
Anno 2005
Pagine 24-28