Lessico iconografico-simbolico – Elia ed Eliseo

Elia ed Eliseo (DI)

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Lessico iconografico-simbolico – Greca e Svastica

Greca e Svastica (LS)

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Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 21-23)

Possiamo definire alla latina la matematica come la scienza teorica che studia la quantità astratta. Si dice astratta la quantità separata con l’intelletto dalla materia o da altre accidentalità, come il pari, il dispari e altri aspetti simili, che trattiamo con il solo ragionamento. Si divide in aritmetica, musica, geometria, astronomia. Le esporremo, ciascuna secondo l’ordine.

L’aritmetica è la disciplina della quantità in sé numerabile. Infatti è la disciplina dei numeri – i greci chiamano rithmon il numero – e i letterati secolari la vollero prima tra le discipline matematiche, poiché per esistere non ha bisogno di alcun’altra disciplina. Invece la musica, la geometria e l’astronomia, che vengono di seguito, richiedono il suo aiuto per esistere con fondamento. Dobbiamo sapere che Giuseppe, il più dotto fra gli ebrei, nel primo libro delle Antichità [giudaiche], al titolo nono , afferma che Abramo fu il primo a tramandare l’aritmetica e l’astronomia agli egizi, i quali, assimilandone i semi, da uomini di acutissimo ingegno come sono, ne ricavarono più largamente le rimanenti discipline. E i nostri santi padri con ragione esortano i più zelanti a studiarle, perché attraverso esse il desiderio viene in gran parte distolto dalle cose carnali e indirizzato verso le realtà che, con la grazia di Dio, possiamo contemplare soltanto col cuore. Dunque non si deve disprezzare la scienza del numero, il cui grande valore brilla, per chi osserva con diligenza, in molti passi delle sante Scritture. Non per nulla nelle lodi di Dio è detto: “Hai regolato tutto secondo misura, numero e peso” (Sap 11,21).

Ogni numero è delineato dalle sue proprietà, cosicché nessuno di essi può essere uguale a qualsiasi altro. Sono dunque tra loro disuguali e diversi, e ciascuno singolarmente è diverso e finito, e tutti insieme sono infiniti. E non oseranno certo disprezzare i numeri e pensare che non riguardino la conoscenza di Dio coloro ai quali Platone con grande autorità assicura che Dio costruisce il mondo in base ai numeri. A noi il profeta dice di Dio: “E colui che esprime l’universo coi numeri” (Is 40,12.16). E il Salvatore nel Vangelo: “I vostri capelli sono tutti contati” (Mt 10,30).

Sebbene si presentino allo sguardo della mente certe immagini, come di corpuscoli, mentre si pensa una composizione o ordine o partizione basata sul numero sei, tuttavia una più valida e molto più potente ragione superiore non consente a loro, e contiene interiormente il valore del numero, e attraverso questa intuizione afferma con sicurezza che ciò che si chiama unità numerica non si può affatto dividere in parti, mentre non ci sono corpi che non si possano dividere in parti innumerevoli, e che il cielo e la terra, costruiti secondo il numero sei, possono più facilmente passare di quanto si possa fare in modo che il numero sei non sia completato dalle sue parti. Pertanto non possiamo affermare che il numero sei è perfetto perché Dio compì tutte le sue opere in sei giorni, bensì che Dio ha compiuto tutte le sue opere in sei giorni perché il numero sei è perfetto. Cosicché quel numero sarebbe perfetto anche se queste realtà non esistessero; ma se quello non fosse perfetto, queste in base ad esso non sarebbero perfette.

La mancanza di dimestichezza con i numeri non consente inoltre di intendere molti passi della Scrittura aventi senso traslato o mistico. Indubbiamente il problema di che cosa significhi il digiuno di quaranta giorni osservato da Mosè, da Elia e dallo stesso Signore non può non scuotere un ingegno, per così dire, ingenuo. Il particolare senso figurato di quell’azione non può essere risolto senza conoscere e considerare questo numero. Infatti il dieci moltiplicato per quattro contiene una specie di conoscenza di tutte le cose intessuta con i tempi. Sul numero quattro si snodano i corsi dei giorni e degli anni: i giorni hanno il ritmo delle ore del mattino, del pomeriggio, della sera e della notte; gli anni hanno quello dei mesi primaverili, estivi, autunnali e invernali.

Finché viviamo nel tempo, dobbiamo astenerci e digiunare dal piacere temporale, per amore dell’eternità nella quale vogliamo vivere, sebbene i corsi dei tempi ci suggeriscano proprio l’insegnamento del disprezzo del tempo e del desiderio di eternità. Inoltre il numero dieci simboleggia la conoscenza del Creatore e della creatura: infatti la trinità appartiene al Creatore, mentre il numero sette indica la creatura a causa della vita e del corpo. Poiché nella vita ci sono tre aspetti, per cui pure si deve amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Nel corpo invece si manifestano con tutta evidenza i quattro elementi dei quali è composto. Con questo numero dieci ci vien suggerito temporalmente, cioè moltiplicandolo quattro volte, il vivere con castità e astinenza dal piacere temporale, ossia il digiuno di quaranta giorni. Così ammonisce la Legge, impersonata da Mosè, la profezia, impersonata da Elia, e lo stesso Signore, che, avendo a testimoni la Legge e i profeti, in mezzo a loro risplendette sul monte alla vista stupefatta di tre discepoli.

Allo stesso modo poi ci si chiede come dal numero quaranta si ricavi il cinquanta, reso sacro non poco dalla nostra religione a causa della Pentecoste; e in qual maniera, moltiplicato per tre in base alle tre epoche, prima della Legge, sotto la Legge, sotto la Grazia, o per il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, aggiungendo in modo più eminente la stessa Trinità, sia riferito al mistero della Chiesa purissima e giunga ai cento [cinquanta] e tre pesci catturati dopo la Risurrezione del Signore dalle reti gettate a destra. Allo stesso modo in parecchi e svariati altri casi nei Libri santi sono poste sotto forma numerica certe misteriose similitudini, che rimangono precluse ai lettori per mancanza di competenza in fatto di numeri.

Perciò, a coloro che vogliono giungere a capire la sacra Scrittura, è necessario imparare con diligenza quest’arte. Quando l’avranno appresa, ne potranno ricavare una più facile comprensione dei numeri mistici nei Libri divini.

Ora veniamo alla geometria, che è descrizione speculativa delle forme, ed anche modello visivo dei filosofi, i quali, per esaltarlo con i più grandiosi elogi, assicurano che il loro Giove compie le proprie opere in modo geometrico. Cosa che non so se si applichi a lode o a biasimo, dal momento che favoleggiano un Giove intento a fare in cielo i disegni che loro tracciano nella polvere colorata. Ma se questo pensiero si applica sanamente al vero Creatore, Dio onnipotente, può forse concordare con la verità. Infatti, se è lecito dirlo, la santa Divinità agisce con criteri geometrici quando concede alla sua creatura, che conserva nell’essere fino al presente, diverse figure e schemi; e quando, con veneranda potenza, regolò i percorsi degli astri e fece seguire linee prestabilite a quelli mobili, mentre determinava la sede di quelli fissi. Ciascuna opera bene ordinata e compiuta si può infatti avvicinare alle caratteristiche di questa disciplina.

Latinamente si dice e definisce geometria la misurazione del terreno. La geometria è la disciplina della grandezza immobile e delle figure, poiché, tramite appunto le diverse figure di tale disciplina, secondo alcuni in origine l’Egitto fu diviso fra i suoi padroni. I maestri in quest’arte erano chiamati anticamente misuratori. Ma Varrone, il più competente fra i latini, spiega così l’origine di questo nome. Dapprima gli uomini procurarono utili strumenti di pace per i popoli nomadi col fissare i confini misurando le terre; poi divisero il ciclo dell’intero anno per il numero dei mesi, e di qui presero nome i mesi stessi, perché misurano l’anno. Dopo tali scoperte, gli studiosi, stimolati a conoscere le realtà invisibili, cominciarono a cercare la distanza della Luna dalla Terra e del Sole dalla Luna, e quanto fosse esteso lo spazio fino alla sommità del cielo. [Varrone] riferisce che i più esperti geometri riuscirono a ottenere tali risultati. Afferma poi che furono calcolate con probabilità le dimensioni di tutta la Terra, e perciò avvenne che la disciplina stessa prese il nome di geometria che conserva da molti secoli.

Le regole di quest’arte furono osservate nel costruire il Tabernacolo e il Tempio, dove fu adottato l’uso della misura lineare e la disposizione del cerchio, della sfera e della semisfera, nonché della forma quadrangolare e di tutte le altre figure. Nozioni tutte che aiutano non poco il commentatore nella comprensione spirituale.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 199-203
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)

Delle arti liberali prima è la grammatica, seconda la retorica, terza la dialettica, quarta l’aritmetica, quinta la geometria, sesta la musica, settima l’astronomia. La grammatica prese il nome dalle lettere, come dimostra il suono derivato di quella parola. La sua definizione è la seguente: grammatica è la scienza che consente di interpretare i poeti e gli storici, nonché di scrivere e di parlare correttamente. Essa è regola, principio e fondamento delle lettere liberali.

E così conviene che la scuola del Signore la insegni, poiché in essa si fonda la scienza del corretto parlare e la regola dello scrivere. Infatti, come conoscere la forza della parola articolata o il valore delle lettere e delle sillabe, senza prima impararle attraverso la grammatica, o come apprendere a distinguere i piedi, gli accenti e l’interpunzione, senza prima acquisirne la conoscenza attraverso questa disciplina? O come conoscerà le regole delle parti di un discorso, l’ornamento delle figure retoriche, il valore dei tropi, la legge delle etimologie e la corretta ortografia, chi prima non avrà imparato l’arte grammatica?

Dunque senza colpa, anzi con lode apprende quest’arte chi in essa non ama l’inutile battaglia delle parole, ma cerca di possedere la scienza del parlare corretto e l’abilità dello scrivere. Essa è il giudice di tutti gli scrittori di libri. Dove vede un errore, lo corregge; dove sono cose ben dette, le confermerà col proprio giudizio.

Nei Libri santi s’incontrano molto spesso figure retoriche, tutte quelle descritte dalla disciplina secolare. Chiunque legge con diligenza i Libri divini troverà che i nostri autori si sono serviti anche di tropi con frequenza e abbondanza maggiori di quanto si possa stimare o credere. Di tali tropi nei Libri divini si leggono non solo esempi in generale, ma anche alcuni nomi [specifici], come allegoria, enigma, parabola. La cognizione di tutti questi argomenti è necessaria per sciogliere l’ambiguità delle Scritture, poiché, quando il senso risulta assurdo se lo si intende secondo il significato proprio delle parole, allora certamente bisogna chiedersi se ciò che non comprendiamo non sia per caso detto in questo o in quel senso traslato. In tal modo si è scoperta la maggior parte dei significati che sfuggivano.

Non è poi da sottovalutare la conoscenza delle regole metriche che si apprende attraverso l’arte grammatica, poiché il Salterio in lingua ebraica, come attesta san Gerolamo ora corre col giambo, ora risuona col metro alcaico, ora si gonfia con quello saffico, ora entra con un mezzo piede. Il Deuteronomio e il cantico di Isaia, come pure Salomone e Giobbe, scorrono in versi esametri e pentametri composti nella lingua originale, come scrivono Giuseppe e Origene.

Non bisogna pertanto disprezzare questa, che è come una regola comune ai gentili, bensì impadronirsene quanto basta, poiché con tale arte molti uomini fedeli al Vangelo scrissero libri insigni e con quel mezzo si adoperarono per piacere a Dio, come Iuvenco, Sedulio, Aratore, Alcimo, Clemente, Paolino, Fortunato e parecchi altri.

Se poi vogliamo leggere i libri dei gentili per il loro fiore di eloquenza, dobbiamo attenerci al modello [di trattamento] della donna prigioniera descritto nel Deuteronomio, il quale ricorda le disposizioni del Signore, secondo le quali, se un Israelita la voleva come moglie, doveva raderle i capelli, tagliare le unghie, togliere i peli: una volta resa pulita, essa poteva passare all’abbraccio del vincitore. Queste prescrizioni, se intese alla lettera, non sono forse ridicole? Eppure anche noi siamo soliti, ed è nostro dovere, comportarci in modo simile quando leggiamo i poeti gentili, quando ci vengono in mano i libri del sapere secolare. Se vi troviamo qualcosa di utile, lo adattiamo alla nostra dottrina, mentre i discorsi superflui sugli idoli, l’amore, la cura delle cose mondane, li dobbiamo sradicare, radere a zero e tagliarli col ferro più tagliente, come si fa con le unghie. Ma dobbiamo soprattutto evitare che questa nostra libertà sia di ostacolo ai deboli, per evitare che, vedendoci a banchetto nel tempio degli idoli, perisca un fratello, debole nel nostro sapere, ma per il quale Cristo è morto.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 193-195
Vedi anche:

Il sapere e il sistema (5)

Tante cose intorno a noi sono in relazione con il numero quattro, sia in forma di quadrato sia in quello di parallelogramma. Quattro sono le parti del nostro mondo, quattro sono le direzioni principali dei venti, l’anno si divide in quattro stagioni, la vita ha quattro stadi: la fanciullezza, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. Quattro sono i temperamenti, quattro le arti, quattro i peccati principali, come c’insegna la morale. Secondo Jung, sono quattro le funzioni della coscienza: pensiero, sentimento, intuizione e percezione. Il cuore si rappresenta con due ventricoli e due orecchiette, ma il cuore dei profeti Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele era triangolare, perché in essi non è potuta penetrare la forza del diavolo.

È quadrata l’aureola attorno alla testa degli uomini santi, dei governanti e dei papi, che vuol dire che negli affreschi e nei mosaici sono stati rappresentati ancora in vita, mentre in loro era presente ancora la forma quadrata della terra, diversamente dai santi del cielo che sono incoronati da un nimbo circolare.

Nel cielo ci sono quattro fiumi celesti, che inondano di vita le quattro parti del mondo. Quattro sono gli evangelisti, quattro le disgrazie portate dai quattro cavalieri dell’apocalisse, quattro sono i profeti ed Ezechiele è «tetramorfo».

Gli edifici umani sono dagli albori quadrati, e moltissimi sono fondati proprio sul quadrato e sul doppio quadrato. Le piante degli ziggurat sono quadrate, come quelle delle tombe faraoniche e delle piramidi, delle are peruviane e degli osservatori. Il quadrato è il principio dei grandi interventi urbanistici in Grecia, Etruria, Roma, India e Cina. Il templum terrestre è ordinariamente quadrato. I quadranti terrestri e celesti derivano dal quadrato; li determinano il cardo e il decumano, e sono stati disegnati dai sacerdoti che possedevano il sapere geometrico, che con i suoi significati nascosti svela la volontà divina. Il procedimento di fondazione della città è una quadrettatura, e così nascono le isole e le strutture ortogonali. Il centro geometrico del quadrato è il centro della città, l’umbiculus. La regola costruttiva è il progetto cosmologico, simbolico-magico.

L’ager cittadino è stato diviso secondo la misura quadrata della centuriazione. Ivi proromperà il torrente della migrazione dei popoli, abbatterà qualche pietra miliare, distruggerà qualche pezzo dei confini di pietra delle parcellizzazioni. Ma la divisione sopravviverà. Nello stesso sistema coordinato si collocano le masse immigrate con il proprio bagaglio spirituale e materiale. La rete quadrata si vede ancor oggi sulle fotografie aeree dei dintorni di Parenzo, Zara, Spalato e di molte altre città croate. Le tribù ed i popoli ricevono, in questo od in quel modo, la religione della croce, ma prendono anche le molte matrici quadrate e nelle loro strutture formano la propria espressione figurativa. La continuità tra la cultura precedente e quella che si sta sviluppando non si basa esclusivamente sulla recezione delle forme compiute, ma esige lavoro ulteriore con i procedimenti già acquisiti. Così, per esempio, l’edilizia preromanica non erige le chiesette con pietra lavorata. Non sovrappone il quadro sul quadro, il cubo sul cubo. Mura con sassi irregolari, con pietre spezzate. A scapito del mutamento della tecnica e del materiale – cioè, il materiale non ha ora la forma precedente – gli edifici sacri paleocroati sono stati costruiti secondo un progetto geometrico attentamente elaborato. Bisogna esaminare la composizione di ogni edificio e dimostrare con l’analisi grafica che l’insieme e le parti, la struttura e l’articolazione, la forma e la funzione, tutti sono stati sottoposti ad un severo ordine geometrico. La dispositio dell’edificio, pur nella diversità delle forme, deriva da modelli planimetrici e stereometrici elaborati, che si basano sul quadrato, le sue possibilità costruttive, le implicazioni simboliche ed il sistema di misure che implica.

Nelle piante e nelle elevazioni degli oggetti possiamo seguire la comodulazione della costruzione quadrata. Non ci deve però disorientare il fatto che ordinariamente ci imbattiamo in irregolarità della struttura geometrica. Le irregolarità sono anch’esse sottomesse alle regole ed occorre minuziosamente spiegare il loro significato.

Nei procedimenti compositivi il preromanico eredita il quadrato paleocristiano o meglio antico. È necessario stabilire come questa eredità s’inserisce nel sistema dell’opera. Il significato aperto e le funzioni cambiano il senso del procedimento impiegato. Le figure geometriche regolari furono sottoposte ad una de-formazione cosciente, sistematica e pianificata. Queste figure sono state prese dalla tradizione profonda e rivitalizzate con l’inserimento in un sistema di significati fino ad allora ignoto.

Il quadrato è un campo dinamico. Esso si vale di una costruzione interna dalle proprietà imponenti. Il suo centro è determinato da una croce equilatera che lo divide in quattro quadrati più piccoli. E determinato parimenti dall’intersezione delle diagonali, che danno un dinamismo alla sua superficie. Le diagonali danno l’impressione di una forza centripeta o centrifuga. Il rapporto tra il lato e la diagonale è molto interessante.

È un rapporto irrazionale. Il lato e la diagonale sono grandezze incommensurabili, ed il loro rapporto non si può esprimere con nessun numero intero né con una frazione razionale. Per questo rapporto si accettano valori approssimativi. Se il lato del quadrato è 1, il rapporto approssimativo tra lato e diagonale sarebbe 1 : 3/2, 1 : 7/5, 1 : 17/12, 1 : 41/29… Quanto sono più grandi il numeratore e il denominatore il rapporto si avvicina sempre più al valore irrazionale, perché 3:2 fa 1,5; 7:5 fa 1,4; 17:12 fa 1,41, 41:29 fa 1,413, mentre il valore v2 è 1,414…

Autore: Nenad Gattin; Mladen Pejaković
Pubblicazione:
Le Pietre e il Sole
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 248-252
Vedi anche:
Il sapere e il sistema (1)
Il sapere e il sistema (2)
Il sapere e il sistema (3)

Il sapere e il sistema (4)

Geografia e cartografia

Gli abitanti della Mesopotamia, come del resto tutti i popoli antichi, si erano a poco a poco resi conto grazie ai loro viaggi che la forma e i confini della terra corrispondevano in maniera molto imperfetta con lo schema simbolico che avevano ideato precedentemente. Ci si potrebbe aspettare che essi rivedessero lo schema primitivo nella misura in cui le esplorazioni fornivano loro gli elementi per una cartografia che chiameremmo scientifica.

Di certo degli abbozzi di carte vennero elaborate; tuttavia, il primo posto e il più nobile è rimasto alle rappresentazioni simboliche, innanzi tutto perché essendo simboliche corrispondevano ad un grado di realtà superiore, assai più importante e che non compariva nei rilievi topografici. Questa sovrana indifferenza per le proporzioni e disposizioni reali era destinata a gravare sulla cartografia fino al XIV secolo. Un notevole passo verso il rigore si deve al cronista-illustratore Mattheuw Paris, il quale, verso il 1250, disegna una carta della Gran Bretagna d’una esattezza veramente rivoluzionaria per quell’epoca.

Le proporzioni, tuttavia, non restano meno soggette alla tradizionale fantasia: «Se il foglio era piuttosto grande, tutta l’isola dovrebbe essere più lunga», spiega l’autore con noncuranza. In questo modo una carta babilonese, datata al più tardi all’epoca persiana (V-IV secolo a.C), riproducente un originale che potrebbe risalire al secondo millennio a.C., nonostante una incontestabile conoscenza delle regioni menzionate, acquisita grazie agli innumerevoli viaggi dell’epoca, continua imperturbabile a rappresentare il disco della terra, con al centro Babilonia e circondato dal Fiume Amaro.

L’orizzonte, a nord, si arresta alle montagne da cui scaturisce l’Eufrate, a sud al Golfo Persico; le città e le regioni sono di ambiente mesopotamico.

«Tale carta corrisponde abbastanza bene all’immagine del mondo abitato attestata da antichi testi dei Sumeri, per esempio l’epopea di Enmerkar. Da esso si deduce che il prototipo doveva essere antico. Al di là del Fiume Amaro figurano sette regioni rappresentate da triangoli: si potrebbe intendere sette isole, poiché il termine impiegato na-gu-u è suscettibile d’assumere tale significato, ciò che sembra porci sulla linea delle famose isole leggendarie di cui parla spesso Isaia (XL, 15; XLI, 1. 5; XLII, 4. 10. 12. ecc.) che scrive infatti in ambiente babilonese. Vi sono alcune indicazioni riguardo molte di queste regioni. Per la terza: “Dove l’uccello alato non termina il suo viaggio”. Per la quarta: “Luminosità più viva di quella del crepuscolo e delle stelle”. Per la quinta: “Dove non si scorge nulla”. “Dove il sole non può essere visto”. Per la sesta: “Dove abita un toro cornuto (liocorno) che attacca gli stranieri”. Per la settima: “Oceano celeste (che contiene) gli animali che il dio Mardouk ha creato”. Mancano le indicazioni per la prima e la seconda regione. Unger (seguito da Contenau) a ragione vede nella quinta indicazione un’allusione alla notte polare, di cui i Babilonesi avevano conoscenza indiretta. Le notizie 3 e 6 mostrano in ogni caso che si tratta di luoghi inaccessibili agli uccelli e proibiti agli uomini. La notizia 4 corrispondente al nord-ovest sembra lasciare intendere che l’isola in questione, malgrado la sua posizione nella regione di Ponente, goda di una luminosità eccezionale. È evidente che non bisogna cercare di porre queste isole nella geografia reale: rappresentano dei luoghi mitici o leggendari, estranei al continente abitato dagli uomini» (Grelot 65 e 66).

Ci premeva citare questo brano per suggerire un’idea della geografia simbolica che, sotto una forma o sotto un’altra, tutte le grandi religioni tradizionali utilizzano: essa corrisponde al bisogno innato nell’uomo di scrutare l’invisibile con l’aiuto di espressioni trasposte dal mondo visibile, d’immaginare i suoi itinerari spirituali, a partire da quelli fittizi, ma concepiti come sensibili e terreni. Sarebbe difficile illustrare in modo più eloquente il fatto che “uomo attinge allo spirituale attraverso immagini del mondo materiale circostante; e ancor di più l’altro fatto che per l’uomo religioso ogni viaggio concreto e all’apparenza profano, può essere allo stesso modo e prima di tutto un viaggio mitico, un viaggio liturgico si potrebbe dire, un viaggio che raggiunge il suo profondo significato per il riferimento consapevole verso il Grande ed Unico Viaggio dell’Uomo diretto al Soggiorno Felice. Tale concezione è profondamente radicata nei pellegrinaggi ai grandi santuari e ancor di più ai Luoghi Santi che simboleggiano la patria celeste e nelle processioni e nei giri liturgici attorno all’altare o alla chiesa che rappresentano la Gerusalemme celeste. La Bibbia ci mostra il Popolo eletto come un popolo itinerante, in marcia verso la Terra promessa, verso il nuovo Paradiso.

Il mappamondo babilonese presenta ancora un altro interesse.

Uno studio attento ci rivela la sua sostanziale identità con la carta mitica utilizzata nel Libro di Henoch (scritto ebraico la cui ultima redazione deve collocarsi prima del 50 a.C. salvo i capitoli dal 36 al 71 detti delle Parabole che facilmente potrebbero appartenere all’ambito del cristianesimo primitivo). Vi si rintraccia una divisione settenaria dello spazio e il compasso dalle quattro dimensioni, fondato sulla teoria dei quattro venti utilizzata anche dai Babilonesi.

Tutti questi elementi sopravvissero fino all’epoca romana e oltre; noi li incontreremo nelle miniature o nella scultura ed è per questo che occorre familiarizzare con essi.

Per comprenderli correttamente bisogna sapere che a lato del concetto della terra come disco circolare limitato dall’orizzonte, la Bibbia ne riflette un altro — affatto incompatibile con il primo — senza dubbio più antico, ma sempre vivo, proprio delle più antiche civiltà.

Esso dipende da quell’intuizione immediata della terra come caratterizzata dalla quaterna allo stato quasi puro ed interamente dipendente dal cielo. La terra allora diventa una grande superficie quadrata, sospesa per gli angoli come una veste; un inno accadico, ad esempio, ci descrive il dio sole che dall’alto del cielo mantiene in equilibrio i quattro angoli della terra. È questo il simbolo che Dio manderà nella visione a san Pietro per fargli comprendere che l’antica creazione soggetta alle impurità della legge è finita e che inizia l’era d’una nuova creazione in cui tutto è puro.

Il racconto si rifà al capitolo 10 degli Atti degli Apostoli: Pietro vede «il cielo aperto da cui discende qualcosa come un grande drappo trattenuto ai quattro angoli e piegato verso il sole; al di sopra di esso si trovano tutti i quadrupedi e i rettili della terra e gli uccelli del cielo» (le tre grandi classi di animali presso gli Ebrei).

Nel capitolo 38 del Libro di Giobbe l’alba scrolla i quattro angoli della terra come un volgare tappeto, per farne cadere i malvagi: l’immagine è grandiosa quanto lo spazio al di fuori di questo tappeto.

Questo insondabile abisso è uno dei più profondi misteri che i popoli della Bibbia dovettero affrontare. Solo Dio ne aveva conoscenza e padronanza: «Lo sheol è a nudo ai suoi occhi e l’abisso allo scoperto. Egli stende il settentrione sul vuoto, sospende la terra sul nulla» (Giobbe, cap. 26). Occorre considerare il terrore che genera tale connubio con la trascendenza. Tutto il reale si situa all’interno di questa piramide d’influsso divino caduta dal più alto dei cieli che s’estende fino ai confini del quadrato dell’universo che il testo chiama sia «i quattro capi della terra», (Isaia, XI, 12), sia «i quattro angoli della terra» (Ezechiele, VII, 2).

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 85-90

Esperienza spirituale ed iniziazione per mezzo dei simboli

Il termine iniziatico va usato con prudenza quando si tratta di simbolica cristiana, dato che esso allude a un’esclusione, a un numero ristretto di prescelti, di eletti separati dalla massa profana. Come del resto ognuno sa, il cristianesimo si rivolge invece a tutti gli uomini: l’iniziazione cristiana è di per sé accessibile ad ognuno. Se le caste non esistono sul piano sociale, la selezione si effettua sul piano della qualità dell’animo o, più esattamente, consiste nella presenza o nell’assenza dell’esperienza spirituale. Questa risulta da un duplice movimento: è grazia e accettazione di questa grazia. L’esperienza spirituale è paragonabile ad una iniziazione. Puramente interiore, interamente spirituale, può essere suscitata da elementi esterni; in questo caso vi è sempre un; movimento che va dall’esteriorità all’interiorità, e il guru è il « maestro interiore » di cui parla Sant’Agostino.

Un testo di Gilberto d’Olanda chiarisce la nostra tesi. Nel suo commento del Sermone XLIII sul Cantico dei Cantici, egli attribuisce allo Sposo (Cristo), che si rivolge alla Sposa (l’anima), questo invito incalzante: « Aprimi (aperi mihi) io sono già in te, ma aprimi affinché io possa essere in te con maggior pienezza. Aprimi affinché io possa compiere in te una nuova entrata. Io ti darò la rugiada di un nuovo slancio d’amore… farò cadere sopra di te, goccia a goccia, i segreti della mia divinità».

L’esperienza di Dio è un’esperienza spirituale e, se non va al di là di certi limiti, non potrebbe essere un’esperienza del divino. Riprendendo il testo di Gilberto d’Olanda, si può dire che la grazia si offre in questo appello: « Aprimi ». Accettarlo vuol dire « aprire », riconoscere cioè il segno della presenza e lasciarsi invadere da questa presenza. Questo « goccia a goccia di rugiada » di cui parla il nostro autore, a parte il simbolo che rappresenta in quanto rugiada, significa che l’Essere non può ricevere la pienezza della divinità a causa della sua infermità. L’anima deve espandersi e sciogliersi in qualche modo per divenire più vasta, come un vaso le cui pareti possano dilatarsi a seconda del contenuto. In una esperienza siffatta, l’anima non è affatto passiva. L’« apriti » di Gilberto d’Olanda corrisponde all’« io cerco il vostro volto (faciem tuam requiro), insegnami (doce me) » di Guglielmo di Saint-Thierry. Se l’esperienza spirituale è prima di tutto un dialogo, essa si compie però nel silenzio. In questa esperienza non è il rivestimento del mistero a presentarsi e, in qualche modo, a velarlo, come un guscio: la mandorla si apre e appare l’interno del frutto. Cosi San Bernardo in uno dei suoi sermoni (De diversis, XVI, 7) allude a Dio che sazia i santi con il fiore del frumento e non con l’involucro dei misteri: ubi adipe frumenti, non cortice sacramenti satiabit nos Deus. Il santo ritorna più volte su questo tema dell’involucro del mistero e del fiore del frumento, riferendosi alla fede ed alla visione diretta, Bisogna passare attraverso l’involucro per giungere fino al chicco di grano e saziarsene; la scorza fatta di paglia non costituisce un nutrimento per l’uomo spirituale. Soltanto il carnale, che San Bernardo paragona ad una bestia da soma, può appagarsene.

L’esperienza spirituale si colloca all’interno della fede, che essa nondimeno in qualche modo oltrepassa per divenire certezza. Secondo i mistici del XII secolo, questa certezza non determina uno stato durevole, ma si presenta a lampi, paragonabili a fenditure, a spaccature che forano il guscio e lo schiudono.

L’esperienza spirituale iniziatica si effettua al centro dell’anima, o meglio, dello spirito, ove si tenga conto della triplice divisione: corpo-anima-spirito. Questo centro coincide con l’apice dello spirito. Il confronto può sembrare paradossale, dato che il centro non è una punta. Si può afferrare il contenuto di questo simbolo ricordando che il centro è un monte, il luogo ove il celeste e il terrestre si congiungono, un punto di mezzo. Cosi la Vergine in quanto creatura è chiamata terra, ma, in quanto Madre di Cristo e Sposa è chiamata da San Bernardo centro della terra.

A proposito dei simboli iniziatici bisognerebbe parlare dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, ma non ci soffermeremo su di essi perché non presentano aspetti particolari per il periodo che qui ci interessa.

Ogni simbolo ierofanico è un simbolo iniziatico che comporta, per essere afferrato, delle prove ed un’illuminazione. Se le corporazioni, la professione religiosa, il romanzo del Graal hanno i loro simboli iniziatici, appare evidente che l’iniziazione vera e propria è legata all’esperienza spirituale. Questi simboli svolgono dunque una funzione iniziatica, dato che l’esperienza spirituale coincide con un’iniziazione.

L’uomo iniziato, nel senso spirituale del termine, è sprovvisto di potere temporale. L’homo carnalis può utilizzare i suoi poteri e darsi alla magia. L’homo spiritualis si colloca su un piano del tutto diverso. Egli possiede un segreto — il segreto del re — e può dire con Isaia (XXIV, 16) secretum meum mihi. Questo segreto appartiene all’ordine della conoscenza e la sua azione si svolge unicamente nei confronti della trasfigurazione del cosmo.

Autore: Marie Madeleine Davy
Pubblicazione:
Il simbolismo medievale
Editore
: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 48)
Luogo: Roma
Anno: 1988
Pagine: 112-114