Lessico iconografico-simbolico – Elia ed Eliseo

Elia ed Eliseo (DI)

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Lessico iconografico-simbolico – Ascensione di Alessandro

Ascensione di Alessandro (LS)

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Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 24-25)

La musica è la disciplina che tratta i numeri esprimenti i rapporti riscontrabili nei suoni, come il doppio, il triplo, il quadruplo e simili, detti in relazione a qualche cosa. Quest’arte è così nobile e utile, che chi ne è privo non può svolgere adeguatamente un incarico ecclesiastico. La pronuncia decorosa delle letture e la soave modulazione dei salmi in chiesa è regolata dalla conoscenza di questa disciplina, e per suo mezzo non solo leggiamo e cantiamo i salmi nella chiesa, ma anche compiamo in modo appropriato ogni servizio divino.

L’arte musicale permea tutti gli atti della nostra vita in questo modo. Prima di tutto se osserviamo i comandamenti del Creatore e osserviamo con mente pura le regole da lui stabilite. Tutte le nostre espressioni o le emozioni interne, accompagnate dal pulsare delle vene, si dimostrano collegate alle virtù tramite ritmi musicali armonici. Certo, la musica consiste nel saper ben modulare, e se noi pratichiamo un buon comportamento, dimostriamo di essere sempre associati a quella disciplina, mentre quando compiamo azioni inique siamo lontani dalla musica.

Anche il cielo e la terra, e tutti gli eventi che in essi si compiono per disposizione superiore, non sono estranei alle leggi della musica, dal momento che Pitagora attesta che questo mondo fu fondato tramite la musica e può essere governato per mezzo suo. Essa è fortemente compenetrata con la stessa religione cristiana, e da ciò deriva che l’ignoranza di qualche regola musicale precluda e nasconda non pochi argomenti.

Infatti qualcuno, partendo dalla differenza fra il salterio e la cetra, non senza garbo spiegò il senso di alcune figure. Non senza opportunità i dotti discutono se il salterio dalle dieci corde (Sal 33,2; 91,4) abbia un tale numero di tendini in forza di una qualche legge musicale, o, in caso contrario, per ciò stesso quel numero vada inteso in modo più sacrale: o a motivo del decalogo della Legge (il cui numero, se si indaga oltre, non si può riferire se non al Creatore e alla creatura), oppure per il numero dieci in se stesso, di cui s’è trattato prima.

Il famoso numero di quarantasei anni, relativo alla costruzione del Tempio e ricordato nel Vangelo (Gv 2,20), echeggia un non so che di musicale e, messo in rapporto alla struttura corporea del Signore, a causa della quale fu fatto il riferimento al Tempio, costringe alcuni eretici ad ammettere che il Figlio di Dio rivestì un corpo non falso, ma vero e umano. E così troviamo sia il numero che la musica in posizione onorevole in parecchi passi delle sante Scritture.

Non bisogna dar retta agli errori superstiziosi dei gentili, che favoleggiarono le nove Muse figlie di Giove e di Memoria. Li confuta Varrone, del quale non so se possa esserci presso di loro alcun più dotto o più accurato indagatore di tali argomenti. Egli dice che non so quale città – non ricordo il nome – appaltò a tre scultori tre statue di Muse ciascuno, per collocarle come dono nel tempio di Apollo. Sarebbero state scelte per l’acquisto le sculture di quell’artista che avesse prodotto le più belle. Successe che tutti quegli scultori raggiunsero nelle loro opere uguale bellezza, e tutte nove piacquero alla città, che decise di comperarle tutte per dedicarle nel tempio di Apollo. In seguito, secondo Varrone, il poeta Esiodo assegnò loro i nomi. Non dunque Giove generò le nove Muse, ma tre artefici le crearono, tre ciascuno. E quella città ne aveva ordinato tre non per averle viste in sogno, o perché tante ne fossero apparse agli occhi di qualcuno di loro, ma perché era facile riconoscere la triplice natura di ogni suono di cui sono composte le melodie. Infatti [il suono] è emesso con la voce, come fanno quelli che cantano con la gola senza strumento, o col soffio, come quello delle trombe e dei flauti, o dando un impulso, come nelle cetre, nei timpani e in qualsiasi strumento sonoro a percussione.

Ma, che le cose stiano o meno come ha riferito Varrone, noi non dobbiamo evitare la musica a motivo delle superstizioni profane, se ne possiamo ricavare qualcosa di utile per capire le sante Scritture. E nemmeno dobbiamo cadere nelle loro frivolezze teatrali, se deduciamo dalle cetre e dagli strumenti qualche elemento valido per cogliere realtà spirituali. Infatti non abbiamo dovuto trascurare l’apprendimento delle lettere perché dicono che il loro dio è Mercurio. Né dobbiamo fuggire la giustizia e la virtù perché loro hanno dedicato templi alla Giustizia e alla Virtù, e hanno preferito adorare nelle pietre sentimenti che bisogna portare nel cuore. Anzi, chiunque è vero e buon cristiano, dovunque trova la verità, deve comprendere che essa appartiene al suo Signore.

 

Rimane l’astronomia, degno argomento per persone religiose, come ha detto un tale, e grande tormento per i ricercatori minuziosi. Se la indaghiamo con mente pura e moderata, essa riempie anche i nostri sentimenti con un grande splendore, come dicono anche gli antichi. Quanto vale infatti ravvicinarsi ai cieli con la mente ed esaminare tutta quella sublime macchina con una ricerca razionale, cogliendo almeno in parte con la raffinatezza speculativa della mente ciò che arcani di tanta grandezza hanno velato? L’universo, come alcuni affermano, si muove raccolto in sferica rotondità, cosicché il cerchio della sua orbita include le diverse forme delle cose. Seneca, ragionando in sintonia con i filosofi, compose sull’argomento un libro che si intitola La forma dell’universo.

Pertanto è chiamata astronomia la legge degli astri – e di qui deriva a noi la parola – perché non possono in alcun modo stare o muoversi diversamente da come è stato stabilito dal loro Creatore, se non interviene a cambiarli la volontà divina compiendo un miracolo. Così, ad esempio, si legge che Giosuè comandò al Sole di star fermo sopra Gabaon (Gs 10,12), che ai tempi di re Ezechia il Sole tornò indietro di dieci gradi (2Re 20,11), che durante la Passione di Cristo Signore fu oscurato per tre ore (Lc 23,44-45), e simili. E si chiamano miracoli proprio perché accadono con nostra meraviglia, contro il corso consueto delle cose.

Come dicono gli astronomi, le stelle fisse nel cielo ne seguono il moto, mentre i pianeti, ossia gli astri vaganti, hanno movimenti propri, e tuttavia compiono i loro percorsi secondo una regola ben definita. Sicché l’astronomia, come già s’è detto, è la disciplina che contempla tutti i percorsi e le figure dei corpi celesti, e passa in rassegna con indagine razionale le relazioni delle stelle tra loro e con la Terra.

Vi è poi una certa differenza tra l’astronomia e l’astrologia, sebbene appartengano entrambe a una sola disciplina. Infatti l’astronomia comprende il volgersi del cielo, il sorgere, il tramontare, i movimenti degli astri e il motivo dei loro nomi. L’astrologia invece è in parte naturale, in parte superstiziosa. È naturale quando si occupa dei corsi del Sole, della Luna o delle stelle: questioni ben precise relative ai tempi. È invece superstiziosa quella perseguita dai quei matematici che traggono vaticini dalle stelle e inoltre abbinano le dodici costellazioni [dello Zodiaco] alle singole parti dell’anima e del corpo e cercano di predire, mediante il percorso degli astri, le nascite e i costumi degli uomini.

Quella parte dell’astrologia che viene praticata come ricerca naturale ed esplora con prudenza i corsi del Sole, della Luna e delle stelle, e le precise distinzioni dei tempi, deve essere appresa dal clero del Signore con studio solerte, affinché, mediante induzioni sicure delle regole ed esatte e veraci valutazioni degli argomenti, non solo indaghi con verità i passati corsi degli anni, ma anche sappia ragionare con rigore sui tempi futuri, in modo da poter stabilire l’inizio delle festività pasquali e le scadenze precise di tutte le solennità e celebrazioni che è tenuto a rispettare, ed essere in grado di indicarle debitamente al popolo perché le festeggi.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 203-206
Vedi anche:
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 17)

Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 19-20)
Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 21-23)

Note sul tempio di Gerusalemme e l’arte d’Israele

Nel tempio di Salomone, la parte da riferire al simbolismo cosmico è difficile da precisare. Gli autori meglio informati sfumano le loro affermazioni fino all’estremo. Tuttavia, si deve ammettere perlomeno che, nella misura in cui la struttura di questo tempio riproduceva quella dei templi assiro-fenici ai quali s’ispirava, rappresentava contemporaneamente il simbolismo inerente a quella struttura di cui gli Ebrei erano impregnati. Accadeva lo stesso per quanto concerneva l’arredamento e la decorazione, che più o meno avevano degli antecedenti nelle religioni naturali dello stesso ambiente. Vi esistevano dei valori umani indiscutibili, adatti ad essere assunti in un culto spiritualizzato ma non disincarnato.

Si è molto discusso sulle due colonne del Tempio di Salomone. La miglior spiegazione sembra si debba cercare nell’ordine dei riferimenti cosmici, in rapporto con l’antichissima osservazione rituale del sole nel corso dell’anno. L’osservatore si poneva al centro del luogo sacro, di fronte all’est, cioè di fronte al sol levante, su uno scranno rituale posto in un luogo preciso e invariabile. Egli seguiva gli spostamenti progressivi del sorgere del sole all’orizzonte, fra i due limiti estremi raggiunti nei solstizi d’inverno e d’estate.

Si segnavano sul terreno questi due punti essenziali con due pali, o in alcuni allineamenti preistorici in Bretagna e in Inghilterra, con due menhirs (la linea equinoziale, qui, era spesso segnata da una pietra sacra), o ancora, nei templi più elaborati, con due colonne.

Alcune di queste colonne sono state trovate da una parte e dall’altra di certi antichi templi orientati verso est, com’era quello di Gerusalemme. Il caso dei due piloni situati davanti all’entrata dei templi egizi è particolarmente interessante, poiché essi fanno corpo con l’edificio, senza tuttavia rivestire la minima funzione architettonica: a prima vista, non servono a niente. Costituiscono un precedente a molte nostre chiese dell’Occidente, nelle quali la parte occidentale, lato del portale, è sormontata da due torri-campanile la cui origine non è immediatamente chiara. Ora, questo schema dev’essere situato sulla linea evolutiva delle porte del sole dell’Antichità, così chiamate perché erano costruite in modo tale che l’osservatore rituale seduto sul suo scranno vedesse l’alzarsi del sole contro l’elemento di sinistra nel solstizio d’estate, contro quello di destra nel solstizio d’inverno; in seguito si aggiunse un portico trasversale, in modo da realizzare una porta monumentale entro la quale, ogni mattino, si alzava l’astro del giorno. Era nato l’arco di trionfo; lo si ornò sempre di più, spesso con un carro di Apollo; l’eroe che vi si faceva passare non era solamente un re-sole, ma era assimilato al dio. La linea mediana, nell’asse della porta, segnava l’est pieno, e i giorni nei quali il sole vi appariva erano gli equinozi. Notiamo infine che lo schema simbolico dell’osservazione rituale del sole è il crisma del quale dovremo riparlare.

Si è lontani dal dire che le due enigmatiche colonne di bronzo che si trovano all’entrata del tempio di Gerusalemme devono essere spiegate, in origine, da questo simbolismo; la loro funzione — se ne avevano mantenuta una nel sistema mosaico primitivo, cosa che, senza dubbio, non si saprà mai — sarebbe stata quella di fornire un grandioso quadrante solare che avrebbe dato un’espressione sensibile alle date cardinali del calendario liturgico, basato su un ciclo stagionale in rapporto con l’agricoltura e quindi con l’andirivieni del sole nel cielo. Abbiamo descrizioni precise di queste due colonne (1 Re, VII). Le loro dimensioni colossali suggeriscono l’idea del grandioso, connessa al simbolismo cosmico, che ci fa pensare alla dismisura degli Ziggurat — Montagne o degli obelischi — assi del mondo: dei fusti di m. 9 sui quali erano posti dei capitelli di m. 2,50, in tutto dei piloni di quasi m. 12 di altezza, che non sostengono nulla, anzi, isolati davanti al tempio da una patte e dall’altra della porta… La loro presenza in quel luogo si spiegherebbe abbastanza bene con il compito di fissare e proclamare il calendario delle feste che erano riservate al personale del tempio e rivestiva quindi una funzione importante. È anche possibile che questo dispositivo sia stato reimpiegato come una semplice formula architettonica tratta dai templi dell’ambiente circostante, senza rendersi conto della sua funzione simbolica originale. Il problema resta aperto.

Il famoso Mare di bronzo, la cui descrizione viene data subito dopo quella delle due colonne, non è meno enigmatico (1 Re, VII, 23 segg.). La prima cosa che colpisce, ancora una volta, è data dalle dimensioni: questa vasca di bronzo colato aveva un diametro di m. 5 e un’altezza di m. 2,50, la sua capacità era stimata in 20.000 basti, cioè circa 45.000 litri… Era posto in un luogo ben determinato, «a destra del tempio, verso sud-est». A cosa poteva servire? «Il Mare era destinato alla purificazione dei sacerdoti», ci dice un passaggio del secondo Libro delle Cronache (IV, 6); sembra che questa destinazione non sia l’originaria, ma dati ad un’epoca in cui si era perso il significato primitivo del Mare, un po’ come in molte delle nostre chiese si sono ad un certo momento trasformati in acquasantiere recipienti o oggetti che, in origine, erano tutt’altra cosa… Il meno che si può dire è che un bacino per abluzioni, il cui bordo è a più di m. 2,50 dal suolo, senza contare lo zoccolo, è perlomeno poco funzionale; che le sue dimensioni sono evidentemente simboliche, fuori misura in rapporto ad una destinazione solo pratica; che la sua forma, emisferica secondo la testimonianza di Giuseppe — «era interamente rotonda», dice il testo delle Cronache — suggerisce con sufficiente verosimiglianza un simbolismo cosmico. Si è pensato ad una variante del lago sacro dei templi egizi o ancora all’apsu di Babilonia, cioè all’abisso delle acque sotterranee su cui poggia la terra. Ci sembra più perspicace cercare nell’ambito dell’Oceano celeste. In effetti abbiamo detto che per i popoli antichi, e la Bibbia lo attesta spesso, il firmamento è una calotta solida che trattiene l’oceano celeste posto al di sopra della terra.

Sappiamo che il Mare era accuratamente orientato grazie al suo supporto formato da quattro gruppi di tre buoi, girati verso i punti cardinali. C’è da notare un’ultima indicazione: «Un cordone di trenta braccia misurava la sua circonferenza; figure di buoi la circondavano al di sotto del bordo, dieci per braccio, facendo tutto il giro del Mare, su due file; i buoi erano fusi insieme ad esso in un solo pezzo» (2 Cronache IV, 2-3). Il Mare si presenta dunque come un magnifico piano d’acqua, dall’orizzonte ben libero per la sua posizione sopraelevata, e porta sul bordo una graduazione decimale (3 x 4): questo fornisce gli elementi di base per ogni calendario stagionale. Si è portati a prendere in considerazione l’ipotesi degli esegeti i quali pensano che il Mare fosse in origine un osservatorio astrale di prima grandezza, destinato a determinare e rintracciare nel cielo i ritorni periodici dei cicli liturgici, con corrispondenze di tavole astrali, solari, lunari, grazie al gioco della doppia numerazione decimale o duodecimale.

In effetti, questo era il sistema ottico che gli antichi avevano adottato e messo a punto per la loro osservazione del firmamento. Queste osservazioni, che i sacerdoti mesopotamici, in cima ai loro ziggurat, continuavano per tutta la notte, possiamo noi stessi ripeterle senza grande difficoltà per nostro conto con un materiale pressappoco simile. Prendiamo per esempio la khabia venduta nei mercati marocchini: una grande terrina circolare, di grande apertura e poco profonda. Abbiamo cura soltanto di annerirne il fondo e di segnare sul bordo una gradazione corrispondente al sistema che utilizziamo; scegliamo una terrazza libera e collochiamo di notte la nostra vasca piena d’acqua: siamo di fronte ad uno specchio quasi perfetto. Non abbiamo altro da fare che sporgerci per seguire, come su una carta, la posizione delle costellazioni o dei pianeti riflessi sulla calma superficie dell’acqua. L’osservatore si pone in modo che la Stella Polare si trovi al centro della vasca. La rotazione della volta celeste acquista allora una sorprendente evidenza e può essere considerata come un’osservazione scientifica. Osservando, notte dopo notte, le ore e i punti del bordo graduato dove appaiono le costellazioni, e anche quelli della loro scomparsa, a poco a poco si può stabilire un calendario astronomico completo e di grande precisione. I solstizi e gli equinozi impongono in modo irresistibile il loro valore eminente di punti cardinali dell’anno. Questo materiale è utilizzabile anche di giorno, per poter rilevare agevolmente le orbite solari. In Cina e in Persia gli astronomi, per l’osservazione indiretta del cielo, si servivano anche di specchi metallici circolari, il cui bordo era diviso “in quattro, sei o otto settori, suddivisi a loro volta; tali specchi avevano il vantaggio di poter essere agevolmente puntati sulla porzione di cielo che si voleva osservare in modo particolare, evitando al massimo la deformazione delle immagini; di essere più facilmente trasportabili, e di non essere soggetti alle increspature dell’acqua.

D’altra parte, le loro dimensioni erano forzatamente ridotte, cosa che andava a svantaggio della precisione dell’osservazione. Il loro difetto più grande era quello di non dare l’elemento di base per un rilievo dell’altezza degli astri, l’orizzontale, che, al contrario, il sistema di una superficie d’acqua forniva immediatamente e con tanto più rigore quanto più il piano era vasto.

I sacerdoti del tempio di Gerusalemme, dunque, avevano a loro disposizione un materiale che molti confratelli delle altre civiltà avrebbero potuto invidiare loro. Senza dubbio, non si saprà mai in che modo se ne servirono, né in che epoca, e neppure se non si siano limitati ad adottare dalle civiltà circostanti un materiale di cui ignoravano l’uso. Resta comunque il fatto che avevano costantemente sotto gli occhi, al centro del nucleo sacro che costituiva il loro tempio, il più perfetto e più universale simbolo cosmico che gli uomini abbiano mai realizzato: un emisfero retto da una base quadrangolare, sulla quale sono segnate le cifre fondamentali dell’universo e dei suoi cicli (3×4), con il riflesso permanente del cielo in movimento. Si pensi alla bella iscrizione scolpita sulle pietre del tempio di Ramsete il (1300-1234 a.C, epoca in cui gli Ebrei sono usciti dall’Egitto); «Questo tempio è come il cielo in tutte le sue manifestazioni».

Questo splendido simbolo, percepito, dimenticato o adibito ad altro uso, era destinato a sparire. «Achaz, re di Giudea (736-716) fece scendere il Mare di bronzo dai buoi che lo sostenevano e lo pose sul pavimento di pietra» (2 Re, XVI, 17). Si ha motivo di credere che l’empio re, che del resto eliminò altri elementi dell’arredamento cultuale del tempio, cercasse in questo modo di recuperare del metallo in vista della regolazione del tributo che gli era stato imposto da Téglat-Phalasar, re dell’Assiria, il quale lo aveva appoggiato e al quale aveva già inviato come dono «l’argento e l’oro trovati nel tempio di Iahvè e i tesori del palazzo reale». In seguito, non si parlerà più del Mare di bronzo nei templi che saranno innalzati successivamente sul monte Sion, a meno che esso non sia indirettamente evocato dall’Apocalisse nella grande visione iniziale del cielo aperto: «Davanti al Trono (di Dio) vi era come un Mare trasparente simile a cristallo» (Apocalisse, IV, 6).

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 134-138