Significato simbolico dei numeri nella Bibbia

Oltre al valore quantitativo di unità di misura, nella Bibbia i numeri esprimono più frequentemente un valore qualitativo, che dà loro un particolare significato simbolico. Questa precisazione è necessaria, per evitare di cadere in una lettura fondamentalista della Bibbia, limitata cioè al solo significato letterale dei numeri.

II primo numero dal ricco simbolismo è il sette. In esso è racchiusa l’idea di ciò che è perfetto, compiuto, poiché evoca il compimento della creazione e il riposo della festa (“al settimo giorno” Dio si riposò; Cfr Gen 2,2-3).

Il quattro è il numero che allude all’universalità e che racchiude tutta la realtà creata: «i quattro angoli della terra» (Ap 7,1) significano tutta la superficie della terra (indicata attraverso i quattro punti cardinali). Il numero sei simboleggia tutto ciò che è imperfetto, incompiuto e negativo. È il numero dei sei giorni lavorativi, che raggiungono il loro compimento nel “riposo” del settimo giorno. A questo significato di incompiutezza alludono pure le espressioni: «un tempo, più tempi e la metà di un tempo» (Dn 7,25), oppure «un tempo, due tempi e la metà di un tempo» (Ap 12,24).

Al numero dodici è attribuito il simbolismo della totalità perfetta, come appare nella designazione delle 12 tribù di Israele e dei 12 apostoli. È anche simbolo di abbondanza: pensiamo alle 12 ceste di pane avanzate dopo il miracolo della moltiplicazione (Mc 6,43). Il quadrato di dodici (12×12) moltiplicato per 1000 (simbolo di universalità) è all’origine del numero 144.000, che nell’Apocalisse indica l’universalità della salvezza e non un numero determinato (Ap 7,4).

Nel numero quaranta sono simboleggiati gli anni di una generazione, ma anche la durata di un periodo di prova (i 40 anni di Israele nel deserto) o di preparazione alla missione (i 40 giorni di Gesù sottoposto alla tentazione). Presso gli ebrei i numeri vengono indicati anche dalle 22 lettere del loro alfabeto. Ad esempio il numero 666 riportato in Ap 13,18 corrisponderebbe alle parole “Cesare Nerone“, l’imperatore romano persecutore dei cristiani. Sant’Agostino amava dire che con le sacre Scritture «Dio non voleva fare dei matematici, ma dei cristiani».

Autore: Gironi, Primo
Periodico: La Domenica
Anno: 2014
Numero: 44 (3 agosto)
Pagina: 4

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Rabano Mauro – La formazione dei chierici (III, 18)

Delle arti liberali prima è la grammatica, seconda la retorica, terza la dialettica, quarta l’aritmetica, quinta la geometria, sesta la musica, settima l’astronomia. La grammatica prese il nome dalle lettere, come dimostra il suono derivato di quella parola. La sua definizione è la seguente: grammatica è la scienza che consente di interpretare i poeti e gli storici, nonché di scrivere e di parlare correttamente. Essa è regola, principio e fondamento delle lettere liberali.

E così conviene che la scuola del Signore la insegni, poiché in essa si fonda la scienza del corretto parlare e la regola dello scrivere. Infatti, come conoscere la forza della parola articolata o il valore delle lettere e delle sillabe, senza prima impararle attraverso la grammatica, o come apprendere a distinguere i piedi, gli accenti e l’interpunzione, senza prima acquisirne la conoscenza attraverso questa disciplina? O come conoscerà le regole delle parti di un discorso, l’ornamento delle figure retoriche, il valore dei tropi, la legge delle etimologie e la corretta ortografia, chi prima non avrà imparato l’arte grammatica?

Dunque senza colpa, anzi con lode apprende quest’arte chi in essa non ama l’inutile battaglia delle parole, ma cerca di possedere la scienza del parlare corretto e l’abilità dello scrivere. Essa è il giudice di tutti gli scrittori di libri. Dove vede un errore, lo corregge; dove sono cose ben dette, le confermerà col proprio giudizio.

Nei Libri santi s’incontrano molto spesso figure retoriche, tutte quelle descritte dalla disciplina secolare. Chiunque legge con diligenza i Libri divini troverà che i nostri autori si sono serviti anche di tropi con frequenza e abbondanza maggiori di quanto si possa stimare o credere. Di tali tropi nei Libri divini si leggono non solo esempi in generale, ma anche alcuni nomi [specifici], come allegoria, enigma, parabola. La cognizione di tutti questi argomenti è necessaria per sciogliere l’ambiguità delle Scritture, poiché, quando il senso risulta assurdo se lo si intende secondo il significato proprio delle parole, allora certamente bisogna chiedersi se ciò che non comprendiamo non sia per caso detto in questo o in quel senso traslato. In tal modo si è scoperta la maggior parte dei significati che sfuggivano.

Non è poi da sottovalutare la conoscenza delle regole metriche che si apprende attraverso l’arte grammatica, poiché il Salterio in lingua ebraica, come attesta san Gerolamo ora corre col giambo, ora risuona col metro alcaico, ora si gonfia con quello saffico, ora entra con un mezzo piede. Il Deuteronomio e il cantico di Isaia, come pure Salomone e Giobbe, scorrono in versi esametri e pentametri composti nella lingua originale, come scrivono Giuseppe e Origene.

Non bisogna pertanto disprezzare questa, che è come una regola comune ai gentili, bensì impadronirsene quanto basta, poiché con tale arte molti uomini fedeli al Vangelo scrissero libri insigni e con quel mezzo si adoperarono per piacere a Dio, come Iuvenco, Sedulio, Aratore, Alcimo, Clemente, Paolino, Fortunato e parecchi altri.

Se poi vogliamo leggere i libri dei gentili per il loro fiore di eloquenza, dobbiamo attenerci al modello [di trattamento] della donna prigioniera descritto nel Deuteronomio, il quale ricorda le disposizioni del Signore, secondo le quali, se un Israelita la voleva come moglie, doveva raderle i capelli, tagliare le unghie, togliere i peli: una volta resa pulita, essa poteva passare all’abbraccio del vincitore. Queste prescrizioni, se intese alla lettera, non sono forse ridicole? Eppure anche noi siamo soliti, ed è nostro dovere, comportarci in modo simile quando leggiamo i poeti gentili, quando ci vengono in mano i libri del sapere secolare. Se vi troviamo qualcosa di utile, lo adattiamo alla nostra dottrina, mentre i discorsi superflui sugli idoli, l’amore, la cura delle cose mondane, li dobbiamo sradicare, radere a zero e tagliarli col ferro più tagliente, come si fa con le unghie. Ma dobbiamo soprattutto evitare che questa nostra libertà sia di ostacolo ai deboli, per evitare che, vedendoci a banchetto nel tempio degli idoli, perisca un fratello, debole nel nostro sapere, ma per il quale Cristo è morto.

Autore: Rabano Mauro
Traduttore: Luigi Samarati
Pubblicazione:
La formazione dei chierici (De institutione clericorum)
Editore: Città Nuova (Fonti Medievali, 25)
Luogo: Roma
Anno: 2002
Pagine: 193-195
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