Lessico iconografico-simbolico – Albero: Generalità

Albero: Generalità (LS)

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Il problema delle forme d’arte (3)

Affinché vengano meglio illustrati i principi dell’arte tradizionale, ne indicheremo qualcuno tra i più generali e i più elementari:

  • l’opera sia per prima cosa conforme all’uso cui è indirizzata, e ne esprima la conformità;
  • se vi è simbolismo sovrapposto, sia conforme a quello necessariamente congiunto all’oggetto;
  • non sia in contrasto l’essenziale con l’accessorio, ma regni l’armonia gerarchica, che peraltro procede dalla purezza del simbolismo;
  • il modo di foggiare la materia sia conforme alla natura della stessa, come pure a sua volta la materia sia conforme all’uso dell’oggetto;
  • l’oggetto infine non dia l’illusione d’essere qualcosa di diverso da ciò che è, illusione che genera sempre la spiacevole impressione dell’inutilità, e che, quando è il fine dell’opera – come avviene nell’intera arte classicistica – è difatti indizio d’una inutilità fin troppo reale.

Le grandi innovazioni dell’arte naturalistica non sono in conclusione che altrettante violazioni dei principi dell’arte normale: primamente, nella scultura, violazione della materia inerte, pietra, metallo o legno, e secondariamente, nella pittura, violazione della superficie piana;

  1. nel primo caso, si plasma la materia inerte come se avesse vita, mentre in sostanza è statica e per questo permette esclusivamente la raffigurazione sia di corpi immobili che di fasi essenziali o schematiche del movimento, e non quella di movimenti arbitrari, accidentali o pressoché istantanei;
  2. nel secondo caso, quello della pittura, si considera la superficie piana come fosse lo spazio a tre dimensioni, sia per mezzo degli scorci che delle ombre.

Queste regole, come si sarà capito, non sono prescritte da motivi puramente estetici, ma, al contrario, sono applicazioni di leggi cosmiche e divine; la bellezza ne sarà allora la necessaria conseguenza. Quanto alla bellezza dell’arte naturalistica, essa non sta nell’opera in quanto tale, ma esclusivamente nell’oggetto che l’opera limita, laddove, nell’arte simbolica e tradizionale, è bella l’opera in sé, o che sia astratta o che tragga la beltà più o meno copiosamente da un modello naturale. Niente può lumeggiare la nostra asserzione meglio del paragone tra l’arte greca detta classica e l’arte egizia: la bellezza di questa non dimora solamente nell’oggetto raffigurato, ma in pari tempo e a fortiori nell’opera in sé, ossia nella realtà interiore che l’opera rivela. Che l’arte naturalistica abbia talora dato espressione ad una nobiltà di sentimento e ad una intelligenza rigogliosa, è cosa ovvia che trova spiegazione tutto sommato in ragioni cosmologiche, la cui assenza sarebbe inimmaginabile, ma ciò non dipende affatto dall’arte in sé; difatti nessun pregio individuale può equilibrare la falsificazione di essa arte.

La Vergine bizantina – che secondo la tradizione trae la sua origine da san Luca e dagli Angeli – è infinitamente più prossima alla verità di Maria dell’immagine naturalistica, che necessariamente è pur sempre quella di un’altra donna, perché delle due l’una: o si dipinge un’immagine della Vergine completamente simile nell’aspetto fisico, ma in tal caso occorre che l’artista abbia veduto la Vergine, cosa chiaramente impossibile – a prescindere dalla illegittimità della pittura naturalistica – o si raffigura un simbolo della Vergine perfettamente adeguato, ma allora il problema della somiglianza fisica, quantunque non sia fatto totalmente escluso, non si pone più del tutto. Ora, la seconda possibilità – che d’altronde è l’unica ad avere un senso – viene attuata nelle icone: quanto non è espresso da esse attraverso la somiglianza fisica, viene significato col linguaggio astratto, ma diretto, del simbolismo, linguaggio costituito nel contempo di precisione e di imponderabili; l’icona comunica in questo modo, unitamente ad una forza beatifica che le inerisce in virtù della sua natura sacramentale, la santità della Vergine, ossia la sua realtà interiore e, attraverso di questa, la realtà universale della quale la stessa Vergine è espressione; l’icona, adeguando uno stato contemplativo ad una realtà metafisica, diviene un ausilio per l’intellezione, laddove l’immagine naturalistica, indipendentemente dal suo mendacio palese ed inevitabile, non trasmette che la femminilità di Maria. Può accadere che, in una icona, le proporzioni ed i lineamenti del volto siano proprio quelli della Vergine in vita, ma questa somiglianza, se realmente si verificasse, non dipenderebbe dal simbolismo dell’immagine e sarebbe semplicemente la conseguenza d’una particolare ispirazione, di certo sconosciuta allo stesso artefice; l’arte naturalistica potrebbe peraltro possedere una certa legittimità se fosse usata solamente per conservare le sembianze dei santi,
poiché la contemplazione di essi (il darshan indù) può essere un aiuto prezioso nella via spirituale, dato che i lineamenti dei santi sono per cosi dire il profumo della loro spiritualità, nondimeno, una simile funzione limitata di un naturalismo del resto sempre parziale e nel contempo disciplinato corrisponde solo ad una possibilità assai fragile.

Autore: Frithjof Schuon
Pubblicazione:
Unità Trascendente delle Religioni
Editore
: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 28)
Luogo: Roma
Anno: 1980
Pagine: 81-84
Vedi anche:
Il problema delle forme d’arte (1)
Il problema delle forme d’arte (2)

Centri sacri e Microcosmi (1)

Il simbolismo religioso tradizionale considera come microcosmi non solo la chiesa, ma anche ognuno degli oggetti nei quali si compiono dei misteri.

L’altare è il primo e il più essenziale di questi oggetti. Ciò vale sia per il più semplice sia per quello più decorato. Per capire meglio, sceglieremo un esempio molto elaborato: l’altare romanico di Lisbjerg aggiunge una straordinaria concezione simbolica ad una autentica perfezione artistica.


Altare romanico dorato di Lisbjerg

È un microcosmo naturale e spirituale nello stesso tempo. La cassa cubica terrestre è ornata nella parte centrale dal quadrato della Gerusalemme degli ultimi tempi, al centro del quale un piccolo edificio cubico a cupola porta al di sopra dell’arco la scritta civitas hierusalem; la Chiesa-Vergine vi ha preso posto e presenta il suo Bambino; due serafini la circondano. Essa incarna il movimento di ascensione che deve innalzare la Chiesa terrena verso il cielo.


Incoronazione della Vergine, che rappresenta la Chiesa
Pannello della Porta del Cedro di Santa Sabina, Roma

Sopra l’arco, un piccolo personaggio esce da un’arcata e comincia ad alzarsi in direzione dell’Agnus Dei, che due uomini, con il libro della Rivelazione in mano, contemplano con lo sguardo rivolto verso l’alto. Un po’ sulla destra e più in alto, un angelo porta in cielo l’anima del credente.


Retablo in stucco, Cattedrale di Erfurt

L’arco celeste superiore è organizzato in modo ammirevole: la banda orizzontale in basso è occupata da Cristo Maestro, troneggiante su due leoni, circondato dal collegio dei dodici apostoli: è la Chiesa cosi come la conoscono gli uomini qui in terra. Il grande arco del firmamento sorregge, dal suo punto di vista più elevato – al di sopra delle «acque superiori» – il trono di Dio dove ha preso posto il Cristo risuscitato dopo la sua Ascensione; ai lati, alcuni membri della Chiesa celeste. L’unico strumento della salvezza, che congiunge la terra e il cielo è la croce del Salvatore (la vedremo ben presto assimilata in modo tradizionale all’asse del mondo) che porta l’immagine del crocefisso. Cristo e la Chiesa sono così resi presenti secondo i diversi aspetti dei misteri della salvezza, evocati a partire da un simbolismo cosmico rarefatto, e realizzati attraverso la liturgia eucaristica.

Il ciborio costituisce il normale elemento che sovrasta l’altare. È una costruzione leggera, costituita essenzialmente da una cupola su quattro colonne; in principio sovrastava tutti gli altari, luogo per eccellenza in cui si celebra, per la Chiesa e nella chiesa, la consacrazione di tutto l’universo; gli antichi altari di pietra erano a forma di cubo. Allo stesso modo, il battistero è il luogo in cui opera il mistero della rigenerazione, che è una nuova creazione; questa rigenerazione tocca innanzitutto l’uomo, ma, con lui, tutto l’universo. Battisteri e cibori riprendono generalmente la struttura cosmica cubo-cupola (ma il battistero, più spesso, mette in evidenza la struttura ottagonale, forma cubica sviluppata). Il battistero di Doura, che risale al sec. III, presenta già una cupola stellata su fondo blu che non lascia dubbi sul suo simbolismo. Il battistero di Jbail, in Libano, in una regione ben diversa, è pure un bell’esempio di questa struttura allo stato puro


Battistero di Jbail

Struttura che si ritrova, per esempio, nel ciborio dell’altare laterale di sinistra della chiesa di San Juan de Duero, in Spagna, quindi molto lontano dalla precedente.


Altare laterale (sx), chiesa di San Juan de Duero

Pitture ed affreschi ne hanno moltiplicato le rappresentazioni, come il divertente affresco romanico (verso il 1225) della cattedrale di Anagni, che mostra l’offerta di Abramo e Melchisedec su un altare sormontato da un magnifico ciborio


Ciborio. Affresco, Cattedrale di Anagni

Il chiostro è costruito come la più tradizionale delle città sacre: è già una Gerusalemme celeste, un nuovo mondo: i «cieli nuovi e la terra nuova» descritti nell’Apocalisse nel capitolo ventunesimo. All’incrocio dei quattro viali dello spazio, il pozzo, un albero, una colonna, segnano l’ombelico, il centro del cosmo.


Schema di un chiostro tradizionale

Di là passa l’asse del mondo, questa scala spirituale la cui base affonda nel regno delle tenebre inferiori.

Il pozzo è di per sé un microcosmo riportato all’essenziale; numerosi culti ne attestano il carattere sacro. Esso permette di comunicare con il luogo di soggiorno dei morti; l’eco cavernosa che ne risale, i riflessi fuggevoli dell’acqua agitata, anziché chiarire il mistero, lo rendono più fitto. Considerato dal basso verso l’alto, si tratta di una lunetta astronomica gigante puntata dal fondo dei visceri della terra verso la volta celeste. Questo complesso realizza una scala della salvezza che collega fra loro i tre piani del mondo.


La scala della salvezza
Affresco, Chiesa di Chaldon

Anche il pozzo coperto, nella sua qualità di sintesi cosmica, richiama una costruzione quadrata – corrispondente al cortile del chiostro e alla zona terrestre – sormontata da una cupola. Il pozzo di Cayssac è completo: Cristo vi appare nell’occhio della chiave di volta con le braccia aperte su un campo di stelle, come per attirare e accogliere i peccatori che salgono dalla profondità degli abissi.

I reliquiari non ricalcano evidentemente tutti la forma di una chiesa. Tuttavia, sono numerosi quelli che possono essere riportati al tipo dell’imago mundi. Ne utilizzano felicemente il simbolismo dinamico del passaggio dal terrestre al celeste; quest’ultimo, spesso, è sottolineato da un’iconografia che pone alla base dei personaggi terrestri, mentre sui rampanti della copertura o sulla parte alta delle facce laterali è rappresentata l’anima del santo che sale al cielo. Il reliquiario irlandese detto la campana di San Patrizio si collega a questa concezione; è un cofano a base rettangolare e segnato da croci, sormontato da un cimiero semicircolare il cui risvolto è ornato da simboli celesti (spirituali): due uccelli appaiati ai lati di una verticale di ascensione. Sul reliquiario di Saint Calmin a Mozat (Puy de Dôme) appare ancora chiaramente il tipo del cubo sormontato da cupola; nel cubo si vedono, in basso, dei muratori al lavoro, mentre sulla cupola, in cielo, appare il martire glorificato.

Per la fede, le tombe sono una sorta di reliquiari; case nelle quali il credente sa che si realizza il passaggio dalla terra al cielo. Il corpo vi è coricato, ma la forma della tomba e la sua decorazione dichiarano che, al di là di quest’apparenza, il defunto è sulla strada verso il felice aldilà. Si ritorna in continuazione ai simboli che affermano con tranquilla sicurezza che colui che giace, ben lungi dall’essere tornato alla materia, è teso più che mai verso una meta, che è sulla strada o che ha ritrovato l’orientamento adamico. Sotto questo punto di vista, sono significative le tombe apparenti del periodo preromanico (dal V al IX secolo). Se ne sono trovati numerosi modelli a Roma, in Italia e nel sud della Francia. Sono ornate da sculture i cui motivi sono quelli della simbologia cristiana del sec. V, particolarmente limpida. Generalmente, appaiono concepite come un’architettura; quella dei cassoni, dei reliquiari o dei templi. La tomba di Onorio a Ravenna si presenta a forma di un edificio in miniatura voltato a botte: questa botte, come tante altre coperture di tombe, è ornata di scaglie, che sono un simbolo della montagna destinato a persistere nell’arte romanica dove si scorgono spesso sotto i piedi del Cristo in ascensione, sotto i piedi degli angeli, in cima a montagne che simboleggiano il limite della terra e il contatto con il cielo, ed a volte arrivano a rappresentare il cielo stesso. La stessa struttura si ritrova sul lato minore che fornisce uno degli esempi più belli delle due zone, terrestre e celeste: non vi è nulla come questa bordura orizzontale di separazione con il suo ampliarsi e ritorcersi, che si avvicini tanto agli schemi puri che ben presto vedremo sui tamburi degli sciamani.

Sulle lastre tombali piatte era evidentemente necessario limitarsi ad una disposizione orizzontale. Talvolta è inciso sulla pietra un disegno di edificio semplificato.


L’anima innalzata al cielo da un angelo
Pietra tombale, Chiostro di Elne

La parte alta o il frontone, posti sul lato ove appoggia la testa, sono particolarmente decorati, spesso con motivi circolari a croci e stelle che segnano la zona in cui ora si situa la vita. Qualche volta un semplice rettangolo basta a sottolineare questa zona: può essere valorizzato da un bordo, come sulla pietra tombale di Sandrebert, al museo di Nantes, bordo che può richiamare quello della tomba di Onorio.

I diversi procedimenti che si riallacciano al simbolismo delle strutture architettoniche orientano le tombe verso l’alto. E interessante paragonarle a quelle che utilizzano altri simboli dell’orientamento ascendente: per esempio, l’ascesa al cielo per mezzo degli angeli, la montagna o l’albero.

Una tomba romanica proveniente da Botkyrka e conservata al Museo di Stoccolma è notevole per la sua falsa abside sul lato anteriore: da quell’abside, alla fine dei tempi, s’innalzerà il Cristo Sole di Giustizia per la resurrezione generale. Quest’ultima tomba costituisce una variante: più che verso l’alto, è orientata verso est. Ma in realtà le due concezioni si sovrappongono: si tratta sempre di una dialettica di passaggio da un basso a un aldilà, da uno stato presente ad un altro sperato. E straordinario constatare come le civiltà più diverse, per esprimere ciò, hanno fatto ricorso agli stessi semplici simboli.


Tomba absidata proveniente da Botkyrka (Maestro Karl)
Stoccolma, Museo storico

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 154-157

Lessico iconografico-simbolico – Natività

Natività (DI)

Il secolo romanico

La vita è vista come un pellegrinaggio. La città che si trova « lassù » è quella dei santi: quaggiù gli uomini, pellegrini della grazia, cittadini di quella città che è « lassù » brancolano verso il regno. Questo tema, proposto da Sant’Agostino, anima la vita medievale. Il XII secolo ha la passione dei pellegrinaggi. Alcuni luoghi vengono consacrati ed il viaggiatore vi giunge da lontano per la remissione delle sue colpe o per devozione. Non sempre l’uomo sa che il centro del pellegrinaggio è il proprio cuore. È questo il motivo per cui egli si allontana dalla sua patria, credendo di trovare il luogo ove cielo e terra si uniscono. Le vie dei pellegrinaggi sono tracciate — come dei fiumi — attraversano l’Europa, e talora anche l’oltrepassano. I punti d’incontro sono San Giacomo di Compostella, San Michele al Gargano ed i santuari dedicati alla Vergine. Le reliquie dei santi operano miracoli sia sul piano fisico, sia nell’ordine più segreto della conversione del cuore. Il pellegrino varca i limiti dell’Europa e tenta di difendere, in Oriente, la tomba di Cristo. La crociata diviene così il più esaltante dei pellegrinaggi. I luoghi santi dove Cristo ha vissuto sono considerati come la propria terra, quella che bisogna liberare dai suoi nemici.

A parte questi pellegrinaggi, il XII secolo non è soltanto sedentario, ma anche nomade: in un’epoca sprovvista di trasporti, tanti spostamenti ci stupiscono. Bernardo di Chiaravalle percorre l’Europa sopra una mula. Rupert di Deutz, essendo l’oggetto di attacchi da parte degli studenti di Parigi, racconta il suo viaggio a dorso d’asino per incrociare il ferro con Anselmo di Laon e Guglielmo di Champeaux a proposito della questione dell’onnipotenza divina! La maggior parte dei viaggiatori va a piedi, talora carichi di rotoli fitti di testi o anche portatori di messaggi.

La quantità non importa, soltanto il mistero della qualità s’impone: per questo le opere del XII secolo sono durature. Esse conservano un sigillo di eternità che trascende il tempo. È vero che l’uomo romanico nutre l’ossessione della propria salvezza, ma egli sa di essere fratello di un gran numero di uomini: quelli che condividono la sua fede.

Nonostante la lingua e lo stile, le immagini, le ripetizioni e le citazioni bibliche delle quali certe opere sono impregnate, i trattati del XII secolo si offrono ancora alla lettura dell’uomo moderno. Essi si leggono facilmente, non generano mai la noia ed hanno un’autenticità legata allo stato d’animo dei loro autori. Vi è, d’altronde, un ottimismo che permea le opere e gli spiriti. L’anno mille, con tutto il suo terrore, è passato e l’uomo finalmente respira e rende grazie per la bellezza di una natura che reca l’effigie divina. Talora traspare il settarismo, ma non è l’effetto di un gusto personale: esso tenta di salvaguardare il senso di una collettività. Perché la Chiesa è un centro, è cristianità, e coloro che non ne fanno parte sembrano esclusi dal ritmo dell’esistenza, donde la tragica durezza nei confronti dei pagani e l’infamia che ricopre gli ebrei. Non si tratta di ristrettezza di spirito né di razzismo, ma dell’impossibilità di pensare in modo diverso. La cristianità appare come un’unità geografica e coloro che non sono collegati ad essa fanno la figura di piccole isole.

Il XII secolo non è unicamente votato alla filosofia, alla teologia, alla poesia e al misticismo. Vi domina la matematica, ed anche la tecnica. Si presta attenzione alla forza dell’energia. Cosi l’acqua è impiegata per i mulini e per le ruote idrauliche. Si carpisce la forza del vento: i primi mulini a vento girano fin dagli albori del XII secolo. Dobbiamo ricordare numerose invenzioni, quali la bussola, l’orologio meccanico ed il timone. L’orologio ritma il tempo di una vita dedicata al lavoro della terra ed a quello dello spirito. È chiaro che il XII secolo è soprattutto concreto: è nel 1188 che il ponte di Avignone getta sul Rodano i suoi diciotto archi di pietra.

Sia che si tratti d’insegnamento religioso che di letteratura profana, il pensiero è legato intimamente alla Bibbia: studio dei numeri, della musica, trattati di medicina, cosmogonia, eccetera. Il sapiente e l’ignorante attingono il gusto delle immagini e dei simboli della Bibbia, Antico e Nuovo Testamento. Questi simboli carichi di significato sono loro trasmessi anche attraverso i Commenti dei Padri greci e latini. Ma non tutto è biblico. L’apporto pagano è considerevole. Molti autori medievali citano, come vedremo, autori pagani. E ancora, attraverso i Padri, giungono loro dei simboli pagani e gnostici.

Non vi è periodo storico in cui il simbolo svolga un ruolo così grande come nel XII secolo. Le cause del favore di cui esso gode sono diverse. L’uso del simbolo non è collegato ad una fase storica infantile, ma è tipico, al contrario, di uomini che conservano al tempo stesso il senso della realtà e quello dell’inesprimibile. Ognuno può comprendere solo seguendo il proprio intendimento. Ora, il simbolo è testimone della verità, esprime il mistero. Grazie al simbolo, si potrà trasmettere un ordine incomunicabile attraverso la scrittura o la parola, sia da un trattato di teologia, sia da un sermone, sia ancora dall’immagine sopra un capitello.

Il XII secolo è essenzialmente il secolo dell’insegnamento: tutto concorre a questo apprendistato. Non è soltanto l’intelligenza che deve essere risvegliata, ma l’intuizione. È per questo che il simbolo riveste una tale importanza nel XII secolo: essendo un nutrimento spirituale, esso istruisce ed avvia verso la conoscenza.

Contro questo movimento che si rifà al simbolico, e ad esso opposti, si leveranno i fautori di una concezione fisica, nella quale la natura e la storia occuperanno un posto più importante, con il rifiuto dei miracoli e del senso del meraviglioso: nascerà un nuovo senso critico.

Autore: Marie Madeleine Davy
Pubblicazione:
Il simbolismo medievale
Editore
: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 48)
Luogo: Roma
Anno: 1988
Pagine: 39-42